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Mariano IV d’Arborea e la Guerra nel Medioevo in Sardegna
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E-book258 pagine3 ore

Mariano IV d’Arborea e la Guerra nel Medioevo in Sardegna

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Info su questo ebook

«La dimensione della guerra, in tutte le sue innumerevoli sfaccettature, si rivela nel presente studio il punto di vista attraverso cui osservare la realtà del Giudicato d’Arborea nella Sardegna del XIV secolo.
La dettagliata analisi dell’emblematica figura dello judike arborense Mariano IV de Bas Serra e del suo operato nel lungo conflitto con la Corona d’Aragona accompagna il lettore in un innovativo viaggio nell’universo bellico sardo, alla scoperta delle strutture dell’esercito giudicale, delle strategie utilizzate e delle risorse impiegate, tanto umane, quanto logistiche, politiche e diplomatiche.
Un approfondito e costante confronto con i diversi scenari dell’Europa medievale conduce al pieno inserimento della Sardegna nella più ampia realtà esterna ai suoi confini, con l’obbiettivo di sconfiggere il dilagante, diffuso paradigma che lega il concetto di isola a quello di isolamento, tanto nello studio del passato quanto nella comprensione del presente.»
[...]
«Nel XIV secolo, mentre nelle principali corti europee la diffusione delle compagnie di ventura anticipava lo sviluppo dei primi eserciti permanenti, la Sardegna giudicale era caratterizzata da un sistema più vicino alla partecipazione collettiva dei popoli in armi altomedievali, in cui ogni individuo partecipava alle attività di produzione così come alla difesa del territorio. Questo particolare sistema troppo spesso è stato letto come un segno evidente di ritardo, laddove, piuttosto, va analizzato nell’ottica della peculiarità: un complesso sistema gestionale e giuridico, fondato su un codice di leggi strutturato e innovativo, allontanano la realtà sarda da ogni velo di presunta arretratezza, rendendola una dimensione tanto caratteristica, quanto pienamente capace di affrontare il panorama bellico a essa contemporaneo.»
LinguaItaliano
EditoreCondaghes
Data di uscita30 ott 2017
ISBN9788873569299
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    Mariano IV d’Arborea e la Guerra nel Medioevo in Sardegna - Andrea Garau

    Andrea Garau

    Mariano IV d’Arborea

    e la Guerra nel Medioevo

    in Sardegna

    prefazione di Lorenzo Tanzini

    ISBN 978-88-7356-929-9

    Condaghes

    Indice

    Prefazione, di Lorenzo Tanzini

    Introduzione

    I. La nascita del Regnum Sardiniae et Corsicae e il conflitto sardo-catalano. Cenni storici

    II. Mariano IV d'Arborea: la vita e gli eventi

    III. L’organizzazione delle forze armate nel Giudicato d’Arborea

    IV. Profilo bellico di Mariano IV d'Arborea

    Conclusioni

    Bibliografia

    L'Autore

    La collana Su fraile de s’istòricu

    Colophon

    Prefazione

    La biografia di Mariano IV di Arborea è apparentemente un classico della ricerca storica sulla Sardegna medievale. La figura del sovrano arborense brilla di luce propria per il primato del Codice rurale nella vicenda del diritto consuetudinario isolano, e allo stesso tempo beneficia dell’attenzione e del prestigio della figlia, alla quale contende il ruolo del personaggio più celebre del Trecento sardo. Il volume di Andrea Garau, tuttavia, porta a un tema così fortunato una chiave di lettura di grande interesse, capace di dare nuove prospettive agli studi sul XIV secolo. Solo apparentemente, infatti, si tratta di una narrazione a carattere biografico: le vicende del protagonista sono qui soltanto il punto di partenza, ed è in fondo il pregio di tutte le buone biografie, quelle di riuscire a cogliere spunti e questioni che vanno oltre la vicenda dell’individuo¹.

    Ciò che Garau si propone è ricostruire tramite la storia di Mariano, le sue vittorie militari e i suoi fallimenti politici, il ruolo della guerra nella società medievale della Sardegna². La prima parte del libro, che per certi versi è la più tradizionale, fornisce i materiali essenziali che poi nel corso del volume sono riformulati, disposti in senso tematico e messi in parallelo con il panorama degli studi sulla guerra nel medioevo. Uno studio di storia militare, dunque? In parte, visto che della storia militare questo volume ha la cura terminologica, la passione e le competenze tecniche, oltre all’esperienza originale del variegato e vitalissimo mondo dei cultori di scherma storica. Ma anche in questo caso il genere storiografico non diventa una gabbia costrittiva. La guerra, nell’ottica della ricerca internazionale sul tema, non è un fenomeno isolato nella società medievale, con i suoi temi e i suoi specifici cultori: al contrario nelle sue basi materiali ed economiche, le sue logiche politiche, i suoi rituali e le sue rappresentazioni, è uno specchio eloquente della civiltà dei secoli finali del Medioevo³. Capire le dinamiche della guerra significa penetrare in profondità nelle strutture della società medievale, e questo vale a maggior ragione per il periodo qui considerato, in cui è possibile cogliere il fenomeno bellico a molti livelli complementari. Nell’orizzonte delle potenze del Mediterraneo occidentale i grandi conflitti militari mobilitano risorse, mettono in moto sistemi di organizzazione fiscale, attivano dinamiche di mobilità, non ultimo, specialmente in una struttura costituzionalmente complicata come la Corona d’Aragona, alimentano una intensa negoziazione tra sovrano, corpi privilegiati e detentori dei ­capitali⁴.

    Guardare Mariano per capire la Sardegna, insomma, e guardare la guerra per comprendere la società. Per far questo occorre tornare a leggere e riflettere sulla documentazione, il problema dei problemi per la storia della Sardegna medievale: una documentazione avara, dispersa e complessa. Nondimeno, questo volume non si accontenta di una riproposizione di quanto già detto. L’aspetto qualificante della ricerca è probabilmente l’impiego esteso, approfondito e originale del Proceso contra los Arborea. Questo ricco dossier documentario, sorto dalle decennali cause intentate dal re di Aragona contro quello che era stato suo vassallo e non ancora pienamente valorizzato degli studi, è una miniera di informazioni sul modo di fare politica nel Trecento. Non solo per la testimonianza diretta. La forma del processo di per sé, che piega le vicende politiche in una logica di valutazione secondo principi e procedure, metteva in luce l’orizzonte di valori entro cui la vita politica veniva intesa. Non per nulla in tutta Europa la stagione tardomedievale è letta come un’epoca di processi⁵: dai sovrani deposti come Riccardo II e Venceslao di Lussemburgo ai processi pontifici contro i nemici ghibellini, fino ai casi ricorrenti di re che usano lo sturmento del processo per togliere legittimità a feudatari poco affidabili e allo stesso tempo costruire una narrazione del potere in cui l’autorità monarchica si erge al di sopra delle consuetudini feudali.

    Nelle pagine del Proceso, dunque, questo volume trova un termine di confronto di livello europeo sulle grandi trasformazioni della politica e della cultura giuridica del XIV secolo.

    L’aver adottato questa prospettiva porta con sé un risvolto ulteriore, ancora più vistoso nella pagine del volume. Nell’indagare i caratteri della guerra nella Sardegna di Mariano, l’autore ha voluto sistematicamente mettere in parallelo le sue fonti con i documenti e le questioni della storia d’Europa, in un intenso dialogo con ciò che della guerra abbiamo imparato dalla Francia, dall’Inghilterra o dall’Italia comunale⁶. D’altra parte sarebbe irragionevole fare il contrario, specie di fronte ad un personaggio che trascorse anni preziosi della giovinezza in Catalogna, e quindi non poté che assimilare molte delle consuetudini e pratiche della cavalleria iberica, o comunque continentale, cosa del resto naturale nell’intensa circolazione di culture e know-how militari attraverso l’Europa medievale⁷. Eppure, non di rado si è ceduto alla tentazione di riconoscere anche nella guerra nella Sardegna del Trecento i tratti di una immancabile unicità, di una differenza originaria tra l’isola e il continente. Il lavoro di Garau persegue con determinazione e allo stesso tempo con finezza il lavoro di discrimine tra la circolazione di temi ricorrenti, o i prestiti diretti, e i fattori di originalità che evidentemente non mancano. In questo senso anche l’identità, un tema cruciale ma talvolta fulcro di un ruotare ossessivo, si declina qui nell’intreccio di contributi diversi adattati e rielaborati nella realtà isolana. Ne risulta, come in tanti lavori recenti sulla Sardegna del basso medioevo, una storia molto più complessa e vitale di quanto ci si potrebbe attendere, e quindi una lettura di grande interesse.

    Lorenzo Tanzini

    1) Basteranno a ricordare la fortuna di un genere assai classico negli anni più recenti anche solo in Italia i volumi di Barbero A., Carlo Magno: un padre dell’Europa, Roma-Bari, Laterza, 2000 e Costantino il vincitore, Roma, Salerno, 2016.

    2) Cioppi A. (2008), Battaglie e protagonisti della Sardegna medioevale, AM&D, Cagliari, e più di recente Cioppi A. (a cura di) (2012), Le strategie dell’invincibilità: Corona d’Aragona e Regnum Sardiniae nella seconda metà del Trecento, AM&D, Cagliari.

    3) Come ormai consolidato dopo il classico volume di Contamine Ph. (1986), La guerra nel Medioevo, Il Mulino, Bologna, molte volte ristampato.

    4) Tra i recenti lavori che mettono in connessione Sardegna, Italia e Penisola iberica in chiave economica a partire dalla guerra. Cfr. Lafuente Gómez M. (2001), Guerra en ultramar. La intervención aragonesa en el dominio de Cerdeña (1354-1355), Dipupación de Zaragoza, Zaragoza; Schena O., Tognetti S. (a cura di) (2017), Commercio, finanza e guerra nella Sardegna dei secoli XIV e XV, Viella, Roma.

    5) Rigon A., Veronese F. (a cura di) (2009), L’età dei processi. Inchieste e condanne tra politica e ideologia nel ‘300, Istituto storico italiano per il Medioevo, Roma; in una prospettiva europea suggestiva la raccolta di studi Foronda F., Genet J.Ph., Nieto Soria J.M. (a cura di) (2005), Coups d’État à la fin du Moyen Âge? Aux fondements du pouvoir politique en Europe occidentale, Casa de Velázquez, Madrid.

    6) Spiccano in quest’ambito i contributi di Maire Vigueur J.C. (2004), Cavalieri e cittadini: guerra, conflitti e società nell’Italia comunale, Il Mulino, Bologna; Grillo P. (2008), Cavalieri e popoli in armi: le istituzioni militari nell’Italia medievale, Laterza, Roma-Bari.

    7) Settia A.A. (2008), De re militari: pratica e teoria nella guerra medievale, Viella, Roma.

    Introduzione

    L’universo bellico medievale è strettamente legato a tutti gli aspetti della burocrazia, della società, della cultura e della religione che caratterizzano tale epoca, presentandosi dunque come un ottimo punto di osservazione per comprendere la realtà giudicale arborense nella Sardegna del XIV secolo.

    In questo lavoro, data l’estrema varietà dei differenti approcci al mondo bellico, si è ritenuto opportuno concentrare l’analisi sulla figura di un’unica personalità storica ben definita: in questo caso, il giudice arborense Mariano IV de Bas Serra.

    Tale judike rappresenta un punto di vista privilegiato nell’osservazione delle dinamiche belliche del suo tempo. In primo luogo, egli si trovò impegnato tutta la vita in un conflitto di lunga durata, che a fasi alterne lo portò a fronteggiare situazioni belliche varie e complesse, che per noi costituiscono uno specchio degli aspetti differenti della guerra nella sua epoca. Le sue origini sardo-catalane e la natura giuridica della carica che si trovò a ricoprire, che lo vedeva vassallo del suo stesso principale avversario, il sovrano catalano-aragonese Pietro IV il Cerimonioso, infondono inoltre alla figura di Mariano IV quella costante, combattuta dualità a cui si legano le complesse strategie diplomatiche da egli messe in atto con tutti i loro risvolti giuridici. Questo particolare aspetto ha così fornito la fondamentale possibilità di osservare il mondo della guerra medievale non solo negli aspetti pratici del campo di battaglia, ma anche attraverso lenti più propriamente concettuali e ideologiche.

    Partendo dunque dalla figura di Mariano IV, l’obbiettivo principale del presente studio sarà il tentativo di reinserire la realtà sarda del XIV secolo nelle dinamiche belliche e organizzative della sua epoca. Troppo spesso, infatti, la storiografia ha avuto la tendenza a osservare la Sardegna medievale come una realtà a sé rispetto al resto dell’Europa, non tanto dal punto di vista dei contatti umani e commerciali, quanto da quello più propriamente culturale, giuridico e organizzativo, sottolineando ripetutamente le peculiarità che certo caratterizzarono l’Isola, ma trascurando allo stesso tempo tutti gli aspetti per i quali essa poteva essere accostata e pienamente reinserita nella realtà a essa contemporanea. In tal modo, anche dal punto di vista dell’analisi polemologica si è avuta la tendenza a osservare i conflitti combattuti sull’Isola e le dinamiche belliche portate avanti dai giudici come pratiche peculiari della realtà sarda, amplificando le presunte differenze con l’epoca di riferimento. L’analisi che si desidera qui proporre, invece, si fonda sulla convinzione che all’ostentata ricerca dell’unicità, troppo spesso schiava di un eccessivo campanilismo, debba contrapporsi la riconduzione della Sardegna nell’alveo della dimensione europea a essa contemporanea, in modo che il suo pieno inserimento nella più ampia realtà esterna ai suoi confini sconfigga il dilagante, diffuso paradigma che lega il concetto di isola a quello di isolamento, tanto nello studio del passato quanto nella comprensione del presente.

    A tal fine, quella che segue è un’analisi comparata tra la dimensione polemologica della Sardegna giudicale negli anni di regno del giudice Mariano IV d’Arborea e il suo approccio al mondo bellico, e le diverse sfaccettature della realtà europea medievale.

    Laddove le testimonianze autoctone sarde sono cronicamente assai scarse, le fonti relative alla Sardegna sono state ricercate nella documentazione di parte catalano-aragonese, procedendo dunque a un’attenta analisi di fonti quali il Proceso contra los Arborea, le Carte Reali diplomatiche di Pietro IV il Cerimonioso, le lettere regie inviate da quest’ultimo alla città di Cagliari, nonché le stesse cronache catalane dell’epoca: documenti troppo spesso trascurati dagli studi sulla guerra, anche se ben noti alle ricerche su altri differenti aspetti.

    Al contempo, il confronto con la realtà europea è stato condotto attraverso le opere cardine della storiografia relativa al complesso universo della guerra medievale, tra cui gli studi di Philippe Contamine, Michael Mallett, Franco Cardini e Aldo Settia.

    Il libro è diviso in due sezioni principali. La prima prende avvio da una panoramica storica sugli avvenimenti del conflitto sardo-catalano, giungendo dunque a soffermarsi sulla biografia del protagonista, per poi fornire un quadro generale relativo all’organizzazione militare del Giudicato d’Arborea nel periodo in analisi. La seconda, invece, si concentra sulla figura di Mariano IV e sulla pratica bellica negli anni del suo regno, secondo i diversi aspetti considerati fondamentali.

    Questo studio vuole dunque offrire l’occasione di una rilettura del lungo conflitto sardo-catalano, aprendo nuovi quesiti e delineando nuove ipotesi di approfondimento e di ricerca.

    I

    La nascita del

    Regnum Sardiniae et Corsicae

    e il conflitto sardo-catalano

    Cenni storici

    Questo volume non si propone di trattare in maniera approfondita le origini, lo sviluppo e le dinamiche del conflitto sardo-catalano, argomenti che sono stati trattati ampiamente in una ricca bibliografia. Tuttavia, pare indispensabile offrire un quadro generale della situazione dell’isola di Sardegna al momento dell’insediamento sul trono giudicale arborense della figura di Mariano IV de Bas Serra, prima di entrare nel cuore della trattazione.

    Al fine di risolvere diplomaticamente il conflitto angioino-aragonese, scoppiato nel 1282 per il possesso della Sicilia, la cosiddetta Guerra del Vespro, il 4 aprile 1297 papa Bonifacio VIII istituiva per sua diretta iniziativa il Regnum Sardiniae et Corsicae, infeudandolo al sovrano aragonese Giacomo II in cambio di un censo annuo e del giuramento di fedeltà.

    La cerimonia di investitura avvenne lo stesso 4 aprile alla presenza del Concistoro e degli alti dignitari della Chiesa: Giacomo II ricevette dalle mani del pontefice la simbolica coppa d’oro che lo faceva Dei gratia rex Sardiniae et Corsicae, e il giorno successivo veniva redatto il documento ufficiale dell’atto di infeudazione.

    Il feudo veniva ceduto dietro il pagamento di un censo annuo di 2.000 marchi d’argento, con la facoltà di essere trasmesso ai legittimi discendenti, di entrambi i sessi, del sovrano. Nella bolla pontificia erano indicati alcuni punti che la rendevano un contratto d’infeudazione condizionato, ovvero legato ad alcune particolari clausole: la pena di reversibilità, l’obbligo di unitarietà del regnum e l’obbligo secondo il quale i sovrani sarebbero dovuti sempre essere gli stessi che regnavano in Aragona.

    Nonostante tutto, l’istituzione e l’infeudazione del Regnum Sardiniae et Corsicae non indicava un reale possesso da parte del pontefice delle isole e un suo diritto di cessione dipendente dal suo diretto volere: si trattava, utilizzando le parole del Casula, di «un comune artificio diplomatico»¹ presentato nella forma di una licentia invadendi.

    La Sardegna e la Corsica, infatti, erano due realtà politiche e istituzionali autonomamente ben strutturate. La Corsica apparteneva a Genova dal 1284, la quale vi si era insediata nel 1194, terminandone poi la conquista nel 1299. La Sardegna, invece, si presentava al tempo suddivisa in diverse entità giuridiche e statuali: i possedimenti oltremarini del Comune di Pisa – rappresentati dai territori dei decaduti regni giudicali di Cagliari e Gallura –, le signorie territoriali dei Doria, dei Malaspina e dei Donoratico e il Regno o Giudicato d’Arborea.

    La spedizione di conquista verso la Sardegna non si concretizzò a immediato seguito dell’infeudazione, ma furono necessari alla Corona aragonese lunghi anni di trattative, al fine di ottenere il maggior numero di consensi all’impresa. Giacomo II condusse abilmente una complessa strategia diplomatica che lo portò a instaurare alleanze e rapporti di tipo feudale sia con i giudici d’Arborea, sia con le famiglie dei Donoratico, dei Doria e dei Malaspina, le quali, in funzione anti-pisana, assicurarono in maniera diversa il loro appoggio alla futura spedizione, accettando un rapporto di dipendenza feudale a cui più tardi si sarebbero gradualmente rivelati restii.

    A favorire la penetrazione militare aragonese ebbe dunque un ruolo decisivo la diffusa ostilità delle diverse realtà dell’Isola verso i Pisani, grazie alla quale l’arrivo della nuova compagine iberica ottenne un generale consenso:

    «negli intenti di Giacomo II la campagna militare per la conquista del regnum si sarebbe dovuta limitare a uno scontro con Pisa, già isolata diplomaticamente, per l’occupazione dei territori sardi in suo possesso: gli ex Giudicati di Calari e Gallura»².

    Di particolare importanza, al fine di comprendere gli aspetti giuridici delle controverse vicende che opposero la Corona aragonese alla realtà giudicale arborense nei decenni successivi, è l’atto di vassallaggio effettuato dal sovrano Ugone II d’Arborea nei confronti di Giacomo II. Obbiettivo di Ugone II era forse quello di strumentalizzare i catalano-aragonesi per scacciare i Pisani dall’Isola e diventare l’unico monarca della Sardegna: questo piano sottovalutava evidentemente i piani di penetrazione iberici. Il possesso dell’Isola, infatti, offriva interessanti prospettive economiche all’Aragona: la Sardegna era nota per il possesso di una ricca produzione cerealicola, in particolar modo nel giudicato d’Aborea e nella curatoria di Trexenta, di fiorenti saline nel Cagliaritano, di ricche miniere d’argento nel Sulcis e nel Sigerro, di preziosi coralli nei mari nord-occidentali dell’Isola e di tutti quei prodotti (pellami, formaggi, carni, vino olio, frutta secca) derivanti dalle attività agro-pastorali cui erano dedite le popolazioni locali, e difficilmente, dunque, la Corona si sarebbe privata di un profondo e radicato dominio economico e politico nella futura conquista³.

    Nel febbraio del 1323 un accordo di massima sembrò essere raggiunto dalle due parti: Ugone II si sarebbe dichiarato vassallo di Giacomo II per 80.000 fiorini d’oro, con l’aggiunta di un censo annuo di 3.000 fiorini in cambio dei suoi diritti sul giudicato e sulle terre sarde oltregiudicali. Nonostante alcune indecisioni iniziali relative alla ratifica del trattato, la conferma della scelta del giudice si formalizzò attraverso il suo impegno diretto nelle ostilità contro i Pisani, a cui egli stesso diede avvio il 18 aprile di quello stesso anno.

    La flotta catalano-aragonese partì dunque da Portfangós il 30 maggio del 1323, sotto il comando dell’ammiraglio generale Francesco Carroz: l’armata preparata per la spedizione in Sardegna era guidata dallo stesso Infante Alfonso, allora ventenne, mentre Giacomo II era rimasto presso Barcellona per occuparsi della gestione logistica e politica dell’impresa. Tale armata doveva essere composta da circa 11.000 uomini, di cui almeno 1.000 cavalieri, 4.000 fanti-serventi, 2.000 balestrieri, 3.000 scudieri, 100 cavalieri leggeri, 200 armati delle galere⁴.

    Sotto diretto consiglio di Ugone II, Alfonso diresse in primis le sue truppe su Iglesias (nell’epoca in analisi denominata Villa di Chiesa), piuttosto che seguire i consigli del padre, che aveva indicato come meta del primo attacco la stessa città di Cagliari: dal punto di vista strategico, infatti, la caduta di Iglesias non avrebbe compromesso la stabilità della città di Cagliari, mentre la presa di quest’ultima avrebbe destabilizzato fortemente il controllo dei Pisani sull’Isola e sulla stessa Iglesias. Tale errore di valutazione logistica rischiò dunque di compromettere l’impresa: la città resistette tenacemente all’assedio catalano, costringendo le milizie iberiche ad affrontare i logoranti disagi di un lungo assedio. Solo dopo sette mesi e otto giorni di assedio Iglesias aprì le porte all’Infante, il 7 febbraio del 1324.

    Il conflitto poté dunque spostarsi nel Cagliaritano, dove il 29 febbraio l’esercito aragonese intercettò l’armata pisana, guidata da Manfredi della Gherardesca, conte di Donoratico, mentre si dirigeva verso il centro fortificato. Lo scontro campale ebbe luogo presso una località detta Lucocisterna, nei pressi dell’attuale aeroporto di Cagliari-Elmas. I Pisani subirono una completa disfatta lasciando sul campo 500 fanti e più di 300 cavalieri: il Della Gherardesca

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