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I processi a Luigi XVI e Maria Antonietta. Dal trono al patibolo
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I processi a Luigi XVI e Maria Antonietta. Dal trono al patibolo
E-book298 pagine3 ore

I processi a Luigi XVI e Maria Antonietta. Dal trono al patibolo

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Info su questo ebook

La storia, si sa, la fanno i vincitori. Alcuni personaggi sono diventati immortali anche grazie a gesti che non hanno mai compiuto, o frasi che non hanno mai pronunciato. Maria Antonietta, ad esempio, non disse: «Se non hanno pane, che mangino brioche».Qual è allora la verità e dove iniziano le menzogne dei detrattori? Il libro racconta il passaggio in Francia dalla monarchia di diritto divino - tipica dell’ancien règime - all’instaurazione della giuria penale propria della realtà rivoluzionaria, fino a giungere all’analisi dei processi del re e della regina che hanno segnato la fine di un’era. Cosa significava per un re essere investito del potere di regnare direttamente da Dio? Come la giuria penale - istituto di origine anglosassone - si è sviluppata in Francia? Se Luigi XVI era inviolabile secondo la Costituzione francese, com’è stato possibile processarlo? Come si svolsero le votazioni e in che clima? Ci furono brogli? Maria Antonietta era realmente colpevole dei reati che le furono ascritti? Perché la regina era così odiata dal popolo? Queste sono solo alcune delle domande alle quali questo saggio cerca di dare una risposta.
LinguaItaliano
Data di uscita20 set 2017
ISBN9786185290870
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    I processi a Luigi XVI e Maria Antonietta. Dal trono al patibolo - Giorgia Penzo

    Giorgia Penzo

    I processi a Luigi XVI e Maria Antonietta. Dal trono al patibolo

    Proprietà letteraria riservata

    © 2017 by Giorgia Penzo

    © 2017 by Genesis Publishing, Rodi (GR)..

    ISBN Epub: 978-618-5290-87-0

    ISBN Mobi: 978-618-5290-88-7

    ISBN Pdf: 978-618-5290-89-4

    www.thegenesispublishing.com

    In copertina

    COVER DESIGN: Genesis Publishing

    FOTO COVER © Jozef Sedmak

    ISBN: 978-618-5290-87-0

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

    http://write.streetlib.com

    INDICE

    TRAMA

    PREFAZIONE

    I IL CONCETTO DI MONARCHIA ASSOLUTA, RUOLO DEI SOVRANI E DIRITTO DIVINO DEI RE

    II IL PROCESSO A LUIGI XVI

    III IL PROCESSO A MARIA ANTONIETTA

    IV CONCLUSIONI

    TAVOLA CRONOLOGICA

    APPENDICI

    BIBLIOGRAFIA

    RINGRAZIAMENTI

    Note

    TRAMA

    La storia, si sa, la fanno i vincitori. Alcuni personaggi sono diventati immortali anche grazie a gesti che non hanno mai compiuto, o frasi che non hanno mai pronunciato. Maria Antonietta, ad esempio, non disse: «Se non hanno pane, che mangino brioche».Qual è allora la verità e dove iniziano le menzogne dei detrattori? Il libro racconta il passaggio in Francia dalla monarchia di diritto divino - tipica dell’ancien règime - all’instaurazione della giuria penale propria della realtà rivoluzionaria, fino a giungere all’analisi dei processi del re e della regina che hanno segnato la fine di un’era. Cosa significava per un re essere investito del potere di regnare direttamente da Dio? Come la giuria penale - istituto di origine anglosassone - si è sviluppata in Francia? Se Luigi XVI era inviolabile secondo la Costituzione francese, com’è stato possibile processarlo? Come si svolsero le votazioni e in che clima? Ci furono brogli? Maria Antonietta era realmente colpevole dei reati che le furono ascritti? Perché la regina era così odiata dal popolo? Queste sono solo alcune delle domande alle quali questo saggio cerca di dare una risposta.

    A Davide

    «Lo zelo di libertà e di altri pomposi nomi

    è spesso il pretesto per molti delitti.»

    [Tacito ]

    PREFAZIONE

    Il 5 maggio 1789 Luigi XVI convocò un’assemblea di tutti i rappresentanti del Paese, gli Stati Generali, per tentare di trovare una risposta alla gravissima crisi economica e sociale che stava schiacciando la Francia. Fuori dalle previsioni del re e dei suoi ministri, il 17 giugno il Terzo Stato e alcuni membri degli altri due ordini – già riunitesi in un’assemblea indipendente detta dei Comuni attraverso il Giuramento della Pallacorda – si costituirono in Assemblea Nazionale, poi Costituente, dando inizio alla fase prettamente politica della Rivoluzione culminata con l’assalto alla Bastiglia del 14 luglio [¹] .

    Il 6 ottobre dello stesso anno, la folla inferocita e armata invase il palazzo di Versailles pretendendo che Luigi XVI con tutta la famiglia e l’Assemblea si trasferissero a Parigi: il re, pur non riconoscendo alcun diritto a coloro che lo criticavano, non fece nulla per esporre le proprie convinzioni; sebbene ritenesse la ribellione una colpa gravissima, non si attivò per reprimerla o controllarla. Luigi XVI acconsentì così a trasferirsi nella capitale presso il palazzo delle Tuileries [²] .

    Tra il 1790 e il 1791 crollò tutto l’edificio del regno francese: vennero incamerati dallo Stato i beni della Chiesa, venne ridisegnata la mappa amministrativa, furono aboliti i titoli nobiliari e istituiti tribunali di giurati; prima di questa innovazione, infatti, la giustizia era una faccenda di esclusiva pertinenza della nobiltà di toga [³] .

    Il 4 febbraio del 1790 Luigi XVI tenne un discorso solenne davanti ai rappresentanti dell’Assemblea Costituente dove «pur esprimendo il desiderio che il potere esecutivo venisse rafforzato in suo favore, dichiarò l’appoggio da parte sua e della regina nei confronti della Costituzione che i rappresentanti stavano redigendo» [⁴] .

    Con l’avanzare del fervore per un nuovo futuro più democratico, al re non restò altro che sottomettersi alle decisioni dell’Assemblea. Il suo diritto al trono per grazia divina divenne una semplice concessione accostata alla volontà sovrana della Nazione e sottoposto alla sua tutela [⁵] .

    «Nessuna autorità in Francia era superiore alla legge: il re regnava soltanto grazie ad essa ed era soltanto in virtù delle leggi che poteva pretendere obbedienza» [⁶] .

    Ma con la fuga di Varennes del giugno 1791 il re deluse e compromise le aspettative del popolo per un governo monarchico costituzionale basato sulla separazione dei poteri e il riconoscimento dei diritti dei cittadini, segnando inevitabilmente il tracollo della monarchia.

    «Il re era convinto di aver dimostrato la propria autorità lasciando Parigi. Dal momento che riteneva di incarnare la legittimità, aveva ostinatamente rifiutato di condividere il suo potere con i rappresentanti eletti dal popolo. Dal suo punto di vista, soltanto lui rappresentava lo Stato, e l’Assemblea aveva commesso un crimine nel violare le leggi fondamentali del regno. Combattere i responsabili di quell’atto nefando, cioè gli uomini che in quel momento stavano stilando gli ultimi dettagli della Costituzione, e restaurare l’autorità tradizionale della monarchia: questi erano adesso i sacri compiti del sovrano» [⁷] .

    Il tentativo del re e del suo seguito di raggiungere in gran segreto a Montmédy le truppe rimaste fedeli alla monarchia, però, non andò a buon fine. A qualche chilometro dal confine, presso Varennes-en-Argonne, vennero riconosciuti, arrestati e ricondotti a Parigi.

    Sebbene Luigi XVI non espresse mai l’intenzione di voler espatriare dalla Francia, la fuga distrusse definitivamente la sacralità intorno alla sua figura e inaugurò un nuovo periodo della storia della Rivoluzione: in quel giorno, infatti, nacque il Partito repubblicano [⁸] .

    L’Assemblea Costituente, che aveva ormai terminato la stesura della Carta Costituzionale, vide il proprio lavoro e i propri sforzi minacciati da questa situazione. La maggior parte dei deputati, monarchici costituzionali, intendeva mantenere sul trono quel re che – sebbene immeritevole di fiducia e scevro della credibilità di un tempo – rappresentava il garante del loro stesso potere [⁹] .

    Venne istituito un comitato d’inchiesta incaricato d’indagare le origini del sospetto commiato della famiglia reale dalle Tuileries, che il 26 giugno si apprestò a interrogare il sovrano. Luigi XVI, momentaneamente deposto da ogni incarico fino a quando non si fosse fatta luce su quanto accaduto, rimase «molto vago riguardo le circostanze della sua partenza da Parigi ed evitò di approfondirne le motivazioni. […] Si sentì in dovere di dichiarare la sua fedeltà alla Costituzione, che disse di essere pronto a ratificare e difendere. Le sue affermazioni contraddicevano completamente il proclama lasciato sulla sua scrivania» [¹⁰] prima della fuga, in cui denunciava la Rivoluzione e il fatto che i suoi gesti e giuramenti gli erano stati estorti con coercizione.

    Il documento, comunque, non poté essere preso in considerazione in quanto mancante della necessaria controfirma di un ministro [¹¹] .

    «Dopo altre due settimane, il partito predominante dell’Assemblea, sperando ancora di poter conciliare una monarchia tradizionale con le riforme, emise una nota con una versione assolutoria della faccenda di Varennes. Luigi XVI e la sua famiglia erano, in realtà, stati rapiti dal marchese di Bouillé e da suo figlio» [¹²] .

    Nonostante l’assoluzione a tavolino, con la quale il re venne dichiarato inviolabile nella stessa Costituzione e liberato da ogni sospetto, la reputazione di Luigi XVI ne uscì drammaticamente infangata. Ma mentre a quest’ultimo – per strategia politica – venne perdonata la fuga, l’Assemblea non gradì la deposizione resa da Maria Antonietta sull’accaduto e continuò a vedere in lei la principale responsabile dell’increscioso episodio.

    «Se gli attacchi alla regina non erano nulla di nuovo, quelli al re indicavano che ora anche per lui si apriva un baratro nei suoi rapporti con quei suoi figli, i suoi sudditi. Quale che fosse la provocazione, quale che fosse il raggiro, Luigi XVI aveva cercato d’ingannare la nazione ed era stato scoperto» [¹³] .

    Parigi rimase sconvolta dalle decisioni prese dall’Assemblea nell’interesse comune.

    Secondo il sentimento popolare, il re aveva raggiunto il gradino più basso della viltà. Non ispirava che disprezzo e la gente non esitava a chiamarlo Luigi il Bugiardo o grasso maiale. Era impossibile immaginare sul trono un essere tanto vile, abominevole, ipocrita e fisicamente volgare come lo dipingevano i giornali dell’epoca [¹⁴] .

    L’apoteosi della sommossa popolare si ebbe il 17 luglio, quando fu organizzato un incontro al Campo di Marte. I membri della fazione dei Cordiglieri decisero di presentare una petizione di natura repubblicana per chiedere la deposizione del re. Venne proclamata la legge marziale, fu scagliata qualche pietra dai manifestanti e seguì una sciagurata sparatoria da parte della Guardia Nazionale, comandata da La Fayette, che uccise decine di persone. Jean Sylvain Bailly, sindaco di Parigi, cercò di giustificare il massacro sottolineando il fatto che i faziosi stavano minacciando l’ordine pubblico [¹⁵] , ma furono parole a vuoto: altra benzina era stata versata sul fuoco già alto della rivolta.

    «Il massacro del Champ-de-Mars e i provvedimenti che ne seguirono fecero nascere un inestirpabile sentimento di odio e un desiderio di vendetta tra le masse popolari. I rivoluzionari moderati dei primi giorni, come La Fayette, Bailly e Barnave, erano ormai divenuti nemici della Rivoluzione» [¹⁶] .

    L’opinione pubblica era sempre più convinta del fatto che i sovrani stessero prendendo accordi con gli emigrati e i Paesi stranieri, in quanto le potenze europee avevano puntato la propria attenzione sulla situazione francese preoccupate dal rischio del contagio rivoluzionario. In quel clima di odio e sospetto, il 13 settembre 1791, Luigi XVI comunicò all’Assemblea la sua accettazione della Costituzione e il giorno seguente si presentò al suo cospetto per prestare giuramento [¹⁷] .

    «Luigi veniva posto di fronte a un aut-aut poiché, se si fosse rifiutato di ratificarla, non sarebbe stato reintegrato nei suoi poteri e avrebbe perso il diritto a regnare» [¹⁸] .

    La sua posizione, il suo rango e il simbolo che incarnava – ereditati dai suoi predecessori e immutati da generazioni – sarebbero cambiati per sempre.

    L’unico titolo spettante a Luigi XVI sarebbe stato, da quel momento, quello di re dei francesi. Il preambolo della Costituzione – reso pubblico in ogni paese e villaggio, dove si spiegava che non esisteva più alcuna forma di nobiltà o di paria, né distinzioni ereditarie di ordini, né un regime feudale, né una giustizia patrimoniale, né alcun titolo, denominazione o prerogativa a vita e che non poteva essere ammessa a vantaggio di nessuna parte della Nazione, o di nessun individuo, alcuna esenzione dalla legge [¹⁹] – segnò in modo definitivo la fine dell’ ancien régime .

    Luigi XVI, consapevole della disorganizzazione che regnava nell’esercito francese, in segreto confidava nello scoppio di una guerra che avrebbe sconfitto i rivoluzionari e riportato pieni poteri alla monarchia. I Foglianti erano del medesimo parere; la sinistra – in particolare i Girondini – era anch’essa favorevole allo scoppio di un conflitto armato che, secondo le loro convinzioni, avrebbe permesso di esportare la Rivoluzione e i suoi valori nel resto dell’Europa.

    Il 20 aprile 1792, su proposta del re e dopo una votazione con una maggioranza schiacciante dell’Assemblea Legislativa, la Francia dichiarò guerra all’Austria. Ma i piani del re, ancora una volta, fallirono. La posizione della famiglia reale si aggravò a tal punto che il 10 agosto la folla assaltò brutalmente le Tuileries a causa di una voce tendenziosa che voleva il sovrano in accordi segreti con gli austriaci [²⁰] .

    In seguito alla prima fase della guerra favorevole ai francesi, si decise per la deportazione del re il 21 settembre 1792; quindi il suo processo per tradimento della patria, infine la sua condanna a morte il 21 gennaio 1793. Nove mesi più tardi, in pieno clima del Terrore, venne ghigliottinata anche Maria Antonietta. Ma non solo i regnanti e i nobili caddero vittima della giustizia egualitaria della ghigliottina: fra il 6 aprile 1793 e il 30 luglio 1794 vennero eseguite, nella sola Parigi, 2663 condanne a morte [²¹] .

    Questo è – a grandi linee – lo scenario che introduce gli avvenimenti trattati in questo saggio, il quale aspira ad analizzare – con i dovuti preamboli – i processi che si tennero contro Luigi XVI e la consorte Maria Antonietta.

    Nel primo capitolo si introdurrà il concetto di monarchia assoluta, il ruolo dei sovrani e il diritto divino dei re. Un breve excursus storico sull’origine del potere monarchico esercitato da Luigi XVI e dai suoi predecessori e i principi cardine che animarono la forma di Stato francese fino all’alba del 1789.

    Il secondo capitolo sarà incentrato sull’ istituto della giuria penale in Francia , dalla sua formazione filosofica a quella più concreta, presentata dai maggiori esponenti dell’illuminismo giuridico dell’epoca come il più valido rimedio alla grave crisi della giustizia penale dell’ ancien régime . Verranno esaminate le posizioni dei protagonisti alla Costituente e l’insediamento sul continente dell’istituto di common law [²²] , individuandone le sue specificità rispetto al modello inglese.

    Nel terzo capitolo verrà trattato il concetto di inviolabilità della persona del re e la sua figura nella Costituzione del 1791 . Si procederà a un’analisi dei più significativi articoli della prima Costituzione francese, con particolare attenzione a quelli riguardanti l’ufficio del re e i suoi nuovi diritti e doveri.

    Il quarto capitolo è dedicato al processo di Luigi XVI presso la Convenzione Nazionale, dagli antefatti fino alla sentenza, diviso in approfondimenti dedicati a ogni fase.

    Alla morte prematura del fratello maggiore – il duca di Borgogna Louis Xavier, avvenuta il 22 marzo 1761 – Louis Auguste duca di Berry divenne delfino di Francia e cominciò la sua istruzione presso l’ex vescovo di Limoges Jean-Gilles de Cloëtlosquet.

    Alla fine del 1765, con la morte del padre Louis Ferdinand, divenne ufficialmente erede al trono. Mentre il nonno Luigi XV – rimasto vedovo nel giugno del 1768 – rifiutava di contrarre nuove nozze, nel 1769 accettò per il nipote la candidatura dell’arciduchessa austriaca Maria Antonia, che oltre al bell’aspetto portava in dote alla Francia anche rendite, gioielli e oggetti preziosi. Alla morte per vaiolo di Luigi XV il 10 maggio 1774, il ventenne Louis Auguste salì al trono con il nome di Luigi XVI e lì vi rimase per diciotto anni.

    In questa parte si cercherà di spiegare le ragioni che condussero il sovrano dal trono al patibolo, le prove assunte come decisive per la sua colpevolezza e il ruolo che i sostenitori della Rivoluzione – Saint-Just e Robespierre in primis – ebbero nel dibattimento.

    L’inviolabilità del re, sancita nella Costituzione del 1791 e decaduta dopo l’assalto alle Tuileries del 10 agosto 1792 in favore di una nuova Carta Costituzionale di stampo repubblicano, rappresentò l’ostacolo più grande per gli accusatori di Luigi XVI. Verranno quindi analizzati i passaggi politici che portarono alla sua revoca, spinta principalmente dal bisogno di un drastico cambiamento.

    La riduzione del re di Francia prima in re dei francesi, poi in primo funzionario della Nazione, infine nel semplice cittadino Capeto e la sua morte – rituale, da un certo punto di vista – si rivelarono, nelle convinzioni della classe politica dominante dell’epoca, l’unica via per debellare definitivamente la regalità a beneficio della neonata repubblica con un modus operandi già individuato secoli prima da Machiavelli: «Come dopo una mutazione di stato, o da repubblica in tirannide, o da tirannide in repubblica, è necessaria una esecuzione memorabile contro i nemici delle condizioni presenti» [²³] .

    «Il processo di Luigi XVI non è soltanto un episodio del dramma rivoluzionario; all’opposto, costituisce il cardine politico della Rivoluzione. Per comprendere in quale atmosfera storica avvenga il processo di Luigi XVI, occorre anzitutto tener presente che la Rivoluzione francese è una rivoluzione politica, sviluppatasi principalmente come rivoluzione religiosa; ha considerato i suoi principi nel modo più astratto e assoluto, all’infuori di ogni particolare società o sistema filosofico, indipendentemente da ogni paese e da ogni epoca. Non ha cercato quale fosse il diritto particolare del cittadino francese, ma quali fossero in materia politica i diritti e i doveri generali, assoluti, degli uomini. […] Il processo di Luigi XVI, esaminato nel suo complesso, si presenta sotto l’aspetto di un episodio politico e giudiziario. Se la parte giudiziaria è stata mediocremente condotta, senza unità di vedute e senza metodo – istruttoria affrettata, atto d’accusa impreciso, dibattiti contraddittori e incompleti, difesa debole e timida – la parte politica si è sviluppata con ampiezza. Fino all’ultimo momento la Convenzione ascolterà tutte le opinioni, accordando loro grande attenzione e larghissima pubblicità» [²⁴] .

    Nel quinto capitolo verrà esaminato, con le stesse modalità previste per quello precedente, il processo a Maria Antonietta la quale, dopo la morte del re, passò dall’isolamento nel Tempio alla prigione della Conciergerie. Quindicesima figlia dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria e di Francesco Stefano di Lorena, sposa quattordicenne del delfino di Francia – il futuro Luigi XVI – e reputata responsabile di tutti i mali della Francia tanto da essere ritenuta colpevole di alto tradimento, il suo processo fu ancora più sommario di quello toccato al consorte.

    Mentre il processo al re può essere definito come un percorso riduttivo ma politicamente necessario, complesso e con esito tutt’altro che scontato, quello alla regina fu un vero e proprio «processo burla, con il verdetto già deciso in anticipo» [²⁵] .

    Nonostante l’effettività delle accuse – Maria Antonietta, sebbene probabilmente non se ne fosse mai resa conto, si macchiò davvero di alto tradimento contro la repubblica francese – non vennero mai rinvenute in Francia prove autentiche ed esaustive della sua colpevolezza; anche perché la regina, più previdente di Luigi XVI, molto tempo prima dell’assalto alle Tuileries aveva distrutto tutte le carte che avrebbero potuto comprometterla [²⁶] .

    A conclusione della trattazione verrà proposta una riflessione sugli argomenti analizzati.

    A sostegno dell’intero elaborato è stata fornita una tavola cronologica comprendente gli avvenimenti principali dell’epoca qui esaminati e gli episodi che li hanno influenzati – per favorire una rapida e chiara collocazione dei fatti – oltre alle appendici contenenti alcuni testi di approfondimento e consultazione.

    La bibliografia , infine, comprende – tra gli altri – scritti dei principali storici, saggisti, giuristi e biografi delle vicende a oggetto di questo saggio e dei suoi protagonisti. Indirettamente sono stati presi come fonti anche documenti propri dell’epoca, quali i verbali della Convenzione, i discorsi e i rapporti.

    I

    IL CONCETTO DI MONARCHIA ASSOLUTA, RUOLO DEI SOVRANI E DIRITTO DIVINO DEI RE

    «Quando Luigi XIV dichiara: Lo Stato sono io […] già una burocrazia detiene la gestione degli affari: ministri, consiglieri, intendenti di polizia, finanza e giustizia, esercito in grado di mantenere l’ordine nelle provincie. Il Re Sole, re per diritto divino, afferma la sua trascendenza e la sua identità con lo Stato, il suo carattere sacro e la sua legittima sovranità, ma egli ormai non è più che il simbolo dell’unità in una nazione che si sta costruendo. […] Egli simboleggia l’arbitrato e l’equilibrio. […] Tre secoli più tardi la verità storica di tale Stato viene finalmente fuori con una certa chiarezza. I ministri, i consiglieri del re, gli intendenti servivano il monarca o credevano di servirlo. Oggi, dopo l’esperienza della Rivoluzione […] sappiamo che i grandi funzionari […] servivano ben altro padrone: l’ascesa della borghesia, il mercato nazionale e l’unità dello Stato-Nazione» [²⁷] .

    La dottrina del diritto divino dei re, di retaggio tardo medievale, si sviluppò nel corso del XVII secolo attraverso tre principi cardine. Innanzitutto, il potere del sovrano derivava direttamente da Dio: il re, secondo i teorici dell’Assolutismo, era – senza intermediari – investito del diritto e dovere di governare per volere dell’Altissimo, al quale nessuno poteva opporsi. Di conseguenza, in base al secondo presupposto, il governante non rispondeva a nessuno, se non alla propria coscienza. Un ulteriore elemento era rappresentato dalla cosiddetta ragion di stato: essa limitava l’assoluta irresponsabilità del sovrano, potendo egli abbandonare i

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