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L'origine dell'Islam: sogno di una teocrazia universale: Storia, dottrina, istituzioni, arte e letteratura

L'origine dell'Islam: sogno di una teocrazia universale: Storia, dottrina, istituzioni, arte e letteratura

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L'origine dell'Islam: sogno di una teocrazia universale: Storia, dottrina, istituzioni, arte e letteratura

Lunghezza:
704 pagine
9 ore
Pubblicato:
Sep 5, 2017
ISBN:
9788822819253
Formato:
Libro

Descrizione

Oggi più che mai, le vicende attuali comunicano un’idea di “Islam” associata ai concetti di “pericolo” e di “minaccia” per l’Occidente, che vive oggi una fase di contrazione economica e forse di attenuazione del suo ruolo politico egemone sulla scena mondiale.
L’opera si propone di ripercorrere le vicende storiche della religione musulmana, a partire dal VII sec d.C., nonché di analizzarne gli aspetti teologici e giuridici, senza tralasciare le sue manifestazioni nell’arte e nella letteratura. L’intento è trasmettere una conoscenza il più esaustiva possibile della cultura islamica, che tiene conto anche delle sue influenze su quella del mondo occidentale, quali la “riscoperta” degli antichi filosofi greci, non solo delle criticità dottrinali che un Islam moderato deve affrontare il più presto possibile.
Pubblicato:
Sep 5, 2017
ISBN:
9788822819253
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

L'origine dell'Islam - Fussi Fernando

Fernando Fussi, Pietro Motroni, Daniele Beacco

L’ORIGINE DELL’ISLAM: SOGNO DI UNA TEOCRAZIA UNIVERSALE

Questo libro è dedicato alla memoria del nostro amico e collaboratore Natalino Cassiano, che ci ha lasciati durante la stesura di quest’opera.

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Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

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Dopo tanti anni dedicati all’apprendimento della lingua e della cultura araba, abbiamo voluto dare organicità a quanto appreso nei nostri corsi di studio, nelle nostre letture e nei nostri viaggi in Oriente e Nord Africa.

Abbiamo voluto anche trasmettere ai nostri lettori una conoscenza il più possibile realistica e lontana dai luoghi comuni su una civiltà che, nelle sue origini, ha contribuito in modo determinante allo sviluppo della civiltà occidentale ed ha operato da ponte fra l’antichità classica e il nostro Rinascimento. Non va dimenticato che nel IX e X sec. , epoca dell’Alto Medio Evo europeo, il culmine del patrimonio culturale e del progresso scientifico venne raggiunto dal mondo arabo e che città come Damasco, Baghdad, Cordova, furono le più popolose, ricche e feconde di quell’epoca.

La scuola che abbiamo frequentato era in origine il glorioso IS.M.E.O. di Milano (Istituto del Medio ed Estremo Oriente) fondata dal grande orientalista G. V. Tucci, poi confluito nell’Is.I.A.O. (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente). Abbiamo così usufruito della grande professionalità di docenti che ci hanno preparato per affrontare la stesura di quest’opera. Ringraziamo pertanto i nostri professori Antonio Pe, Muhammad ‘Afifi, Wahiba Lawendy ‘Aziz, Fawzi al Delmi, che ci hanno seguito e hanno visionato il nostro lavoro. Un particolare ricordo va al nostro collega e compagno di studi, dr. Paolo Mantellini, impegnato come medico in campagne umanitarie nei Paesi dell’Islam, che ha collaborato con noi fin quando ci ha purtroppo lasciati. Estendiamo i ringraziamenti ai nostri collaboratori Natalino Cassiano, Graziella Canu, Salvatore Di Stefano e a Paola e Claudia Gambero ed a Iacopo Andreini. Infine, Pietro Motroni vuole ringraziare tutte le persone che gli sono state vicine e gli hanno permesso la stesura di questo lavoro, in particolare una. Ci auguriamo che la nostra modesta fatica venga ad affiancarsi alle illustri opere che citiamo in bibliografia.

PARTE PRIMA

Uno sguardo d'insieme

Uno sguardo d’insieme

Il termine arabo, d’incerta origine, nel corso dei secoli assume indicazioni diverse. Presso gli storici greci e latini e per gli scrittori talmudici il termine è sinonimo di nomadi del deserto, cioè beduini abitanti dell’Arabia, così chiamati fin dal IX sec a.C.

Anche Muhammad (Maometto) e i suoi contemporanei usano il termine esclusivamente per i beduini e mai per indicare gli abitanti di città arabe come la Mecca e Yathrib, divenuta nel frattempo Medina (che in arabo significa semplicemente città). Tuttavia la lingua di queste città e del Corano stesso è da loro definita araba. Queste città, poste al crocicchio di carovaniere Nord-Sud, Est-Ovest e viceversa che determinavano il percorso della via delle spezie fra lo Yemen e il Medio-Estremo Oriente da un lato e i porti del Mediterraneo dall’altro, avevano una spiccata vocazione mercantilistica; Maometto stesso era un ricco mercante. Qui le merci che transitavano lungo le carovaniere venivano commerciate e smistate. La Mecca inoltre era un centro religioso già in epoca preislamica, gelosa dei propri introiti sia provenienti dal commercio sia derivanti dai pellegrinaggi.

Con l’affermarsi dell’Islam come religione di Stato e il nuovo impero come bottino, arabo passò a definire la minoranza dominante dei conquistatori. Questo avvenne in un periodo storicamente assai breve dopo la morte di Maometto quando l’Islam divenne religione universale nei territori conquistati e il Califfato divenne un Regno arabo che si estendeva su tre continenti. Il termine arabo passò così a indicare quanti parlavano la lingua araba, erano membri a pieno titolo della comunità araba ( umma) per discendenza o di persona, ed erano originari dell’Arabia. Per i Califfi (Capi sia spirituali che temporali) e per le dinastie arabe (cioè discendenti da Maometto o dalla sua Famiglia) che si succedettero nei secoli alla guida di nazioni dell’orbe islamico, il requisito necessario per porsi alla guida della Nazione era invocare l’ascendenza dalla Famiglia di Maometto o, quanto meno, dalla tribù araba di cui aveva fatto parte Maometto, la tribù dei Quraysh (termine arabo significante piccolo squalo). Il termine Regno Arabo in senso stretto riguarderebbe solo il periodo islamico fino alla caduta degli Omayyadi di Damasco (750) ma il successivo periodo degli Abbasidi di Baghdad vide una progressiva iranizzazione dell’impero, seguita nei XIII e XIV sec dal predominio degli islamici mongoli e turchi. In altre parole, a partire dall’VIII sec. il Califfato si trasformò gradualmente da Impero Arabo a Impero Islamico in cui l’appartenenza al gruppo dominante era determinata dalla Fede anziché dall’origine. La classe dominante non era più quella di sangue arabo ma quella di chi professava la religione islamica.

I popoli conquistati dagli Arabi si convertirono progressivamente all’Islam, e non solo i conquistati, ma anche gli invasori: a partire dal X sec un nuovo popolo, i turchi convertiti all’Islam, importati dapprima come schiavi militari reclutati per sopperire alle crescenti necessità di controllo su un Impero ormai vastissimo, divennero i dominatori e soppiantarono la minoranza araba. Il termine arabo tornò al suo primo significato sociale di nomade o beduino, ma la lingua e soprattutto la religione fecero dell’Impero la nazione o comunità dell’ Islam ( ummatu al-Islam أمّة الإسلام ).

Proprio di questo periodo di 600 anni parleremo diffusamente, del periodo cioè che va dall’anno 1 dell’ Hijra (622, emigrazione di Maometto da Mecca a Medina con alcuni seguaci) fino alla caduta di Baghdad nel 1258 per mano dei Mongoli, data che segna la fine del Califfato e simbolicamente il tramonto dell’Impero arabo. Tramonto che significò la fine di un Impero ma non di una civiltà (la civiltà araba) e tanto meno di una religione che anzi si diffuse anche in India e nell’Estremo Oriente. Tuttavia tale religione non rappresentò più il collante per un modo di esaltare il presente e di immaginare il futuro, ma solo il rimpianto per un mondo che non sarebbe più tornato per gli arabi e per tutti gli islamici se non nell’attesa dell’Al di Là o di un Mahdi (il prosecutore) che rifondasse gli antichi splendori teocratici a cui li aveva guidati la fede in Muhammad (Maometto). L’attesa messianica del Mahdi fu tenuta in vita soprattutto dagli Sciiti iranici Duodecimani, i creatori di un Imam occulto che, secondo loro, scomparve con il dodicesimo Imam (i primi tre furono Alì, marito di Fatima figlia di Maometto nonché suo cugino, e i suoi due figli) e sarebbe ricomparso in un’epoca nuova.

L’ ayatollah Khomeini sostenne di essere lui l’annunciatore del Mahdi ricomparso dopo circa mille anni di occultamento per guidare la rivoluzione iraniana del 1979 e per resistere ai nuovi nemici, sunniti (Saddam Hussein del vicino Iraq) e non sunniti.

Islam significa sottomissione (a Dio) e muslim (musulmano) vuol dire sottomesso. Tutti i servitori di Allah hanno il dovere di imporre l’Islam ai miscredenti. Ciò che essi si propongono non è la conversione degli infedeli ma il loro assoggettamento. A conquista fatta non domandano di meglio che prendere come un bottino la scienza, l’arte e le istituzioni civili degli infedeli, se a loro utili, che loro coltiveranno in onore di Allah. Non è prevista alcuna propaganda missionaria e nemmeno pressione religiosa, come avviene per i Cristiani; non si offende la fede dell’infedele, la si ignora. Per il conquistatore musulmano i dhimmi (i protetti, Cristiani od Ebrei residenti nei territori dell’Islam) sono esseri che si tollerano e che devono portare un marchio di riconoscimento ma che vivono nell’abiezione. Convertendosi alla religione islamica l’infedele verrà accolto come soggetto nel mondo musulmano ma dovrà spezzare ogni legame con la sua patria e col suo popolo, a cominciare dalla lingua.

L’Impero arabo rappresenta nella storia l’unico esempio di teocrazia praticamente realizzata, ideata da Maometto e resa operativa dai suoi seguaci nei secoli dell’alto Medioevo europeo, ma già profilata da Platone come una delle forme di governo che si instaurano ma che, presto o tardi, possono degenerare. La dottrina di Maometto prevedeva una teocrazia universale, da diffondersi nel mondo intero, diffusa dai seguaci della verità islamica dalla Daar al-Islam ( دار الإسلام Casa dell’Islam) verso gli infedeli della daar al-harb ( دار الحرب Casa della guerra). Si aggiunga che nella predicazione coranica, la Guerra Santa contro gli infedeli è predicata quasi ossessivamente (nel Libro Sacro la parola gihad ( جهاد), che in realtà significa sforzo ma viene assimilata dagli Islamici a Guerra Santa, è citata 13 volte, (in particolare: Sura della Vacca, II, vv. 190-194; vv. 216-218; vv. 244-246; Sura della Famiglia di ‘Imran, III, vv. 166-174; Sura delle Donne, IV, vv. 71-77; v.84; vv. 95-96; Sura della Mensa, V, v. 35; Sura del Bottino, VIII, vv. 38-49; Sura della Conversione, IX, vv. 23-29; vv. 38-41; v. 111; v. 123), caricando gli Arabi di un potenziale religioso ed offensivo senza pari.

Zelanti e convinti propagatori ed esecutori del Verbo di Maometto furono fra il VII e l’VIII sec. gli arabi di Medina, di Mecca e delle tribù arabe circostanti, comprese le tribù che formavano un cuscinetto etnico fra due vasti ed esausti imperi mondiali, il Romano Orientale dei Bizantini e il Persiano dei Sassanidi. Agli inizi del IX sec., cioè appena un secolo e mezzo dopo la morte di Maometto (632), l’impero arabo islamico si estendeva dalla Spagna al Nord dell’Africa ed Egitto, all’Arabia e alla Mezzaluna Fertile (Siria, Palestina, Iraq), alla Persia, al sud del Mar Caspio fino alla Transoxiana (lago d’Aral e steppe dell’Afghanistan) e alla valle dell’ Indo. Il tutto tenuto assieme dalla religione islamica. Islam significa abbandono, sottomissione alla volontà di Dio e Muslimun (in italiano musulmani) sono gli aderenti alla dottrina dell’Islam.

Un tale Impero, per tenere uniti e sottomessi tanti popoli e tante culture necessitava di:

1. Un'unica religione;

2. Un forte potere centralizzato;

3. Un’organizzazione burocratica e militare che si esprimesse in un'unica lingua.

Il Corano ( al-Quran che significa recitazione da qaraa’ recitare, e qira’a lettura, recitazione), testo sacro per i Musulmani perché, come affermato da Maometto, dettatogli da Dio ( Allah) tramite l’Arcangelo Gabriele, offriva un’opportunità unica per instaurare una teocrazia. Infatti quanto contenuto nel testo coranico, integrato dagli hadith , la raccolta dei detti di Maometto, e dalla tradizione araba preislamica, offriva, oltre a una religione monoteista originale ma ben accettabile anche da altre culture religiose preesistenti come la cristiana e l’ebraica, una serie di norme giuridiche atte ad organizzare legislativamente uno Stato in formazione. Inoltre il Corano venne dapprima diffuso in forma orale (verrà codificato in forma scritta dai grammatici del Califfo ‘ Uthman) come una lingua nuova, fondendo vari dialetti semitici discendenti dall’aramaico che venivano parlati da etnìe e tribù del Vicino e Medio Oriente e in particolare dalle tribù nomadi del deserto. Uno schema permette di vedere i vincoli spazio-temporali di parentela per cui l’arabo del Corano divenne la lingua ufficiale della sfera politica, amministrativa e militare dell’Impero che si andava formando.

Le lingue semitiche

* I Samaritani attuali sono una comunità arabo-ebraica proveniente da Nablus che vive nei pressi di Tel Aviv, sul monte Gerizim (sede leggendaria dell'Eden e del sacrificio di Isacco).Si dicono discendenti degli Ebrei che restarono nella terra di Canaan e non furono deportati a Babilonia.

La lingua araba è ideale per uno Stato teocratico come quello islamico, cioè uno Stato governato dalla Legge di Dio o dei suoi rappresentanti, per divenire lingua universale. Infatti in tale lingua si espresse l’Arcangelo come portavoce di Allah per dettare a Maometto la Legge divina, e Corano ( al-Quran in arabo) significa letteralmente la Recitazione. Perciò l’arabo per gli islamici è la lingua di Dio da cui non si può prescindere, si può eventualmente cercare di decriptarla. In un certo senso è una lingua nuova, messa assieme fondendo vari dialetti semitici parlati dalle tribù del deserto. Non esiste una prosa araba né alcun testo non poetico precedente al Corano e ancora oggi i dotti islamici si accapigliano sul significato di alcune parole contenute nel testo trascritto del Corano. Né esiste una vera e propria codificazione della scrittura in arabo antecedente a quella che i grammatici di ‘Umar e ‘Uthman prepararono per trascrivere il Corano basandosi soprattutto sulla tradizione ( sunna) orale. Esistono, è vero, pochi e brevi scritti in kufico ma essi, come tutti i testi semitici, non usavano né segni vocalici né punti diacritici, quelli cioè che oggi permettono di distinguere una Qaf (ق) da una Fa (ف) o una Ta (ت) da una Nun (ن) o da una Ba (ب).

Se si considera che l’Islam non è una religione come intesa in Occidente, ma una regola di vita insegnata direttamente da Dio, si comprende come la Verità che Maometto intende affermare come missione profetica si concretizzi in un grandioso sistema giuridico-amministrativo, la Legge Islamica ( shariy’a الشريعة, cioè Via diritta), che non può essere messa in discussione in nessuna sua parte perché sacra, ma solo deve essere applicata integralmente. Sistema ideale per l’amministrazione di un grande Impero teocratico, ma che al tempo stesso rappresenta il più serio impedimento a una piena vitalità dell’Islam nel mondo moderno, così lontano da una società ancora come quella araba del VII sec. Anche perché le fonti della legge islamica che, secondo la dottrina sunnita, sono quattro e coincidenti con quanto affermato dalla teologia, cioè Corano, Sunna (tradizione) di cui gli Hadith formano la parte preponderante, Igma’ (consenso dei dotti), e Qyas (ragionamento analogico), sono praticamente ferme e bloccate al X secolo (v. Parte III). Le quattro scuole giuridiche attualmente esistenti e riconosciute nell’ambito dell’ortodossia sunnita, vale a dire le scuole Hanafita, Malichita, Shafi’ita e Hanbalita , a prescindere dal fatto che i loro fondatori vissero tutti nei secoli VIII e IX, non fanno altro che mescolare dosi leggermente diverse dei quattro componenti per ottenere la loro dottrina giuridica.

Un impero teocratico come concepito da Maometto necessita inoltre di una entità fisica la cui autorità promani direttamente da Dio e quindi di un forte potere trasmissibile per vincoli di sangue o dinastici da un capostipite eletto da Dio. Benché Maometto avesse tralasciato di indicare un metodo per garantire l’autorità e la continuità della sua missione terrena conferitegli da Dio e confermategli dai suoi fedeli seguaci, gli stessi fedeli instaurarono un sistema di potere accettato con l’amore o con la forza dalle varie tribù arabe che diede l’avvio all’Impero: il Califfato ( khalifa, cioè Califfo significa Successore di Maometto). Questo è stato di gran lunga il principale modello di guida araba all’Islam, che ha accentrato su di sé il comando politico, militare e religioso. Il Califfo era il capo sia dell’Esercito sia della Fede. Da Medina a Damasco per i primi 89 anni di Impero, fino a Baghdad per i successivi cinque secoli, la sua autorità non fu mai contestata. Sorsero tuttavia Califfati rivali come a Cordova sotto gli Omayyadi di Spagna o come in Egitto sotto la dinastia Isma’ilita\sciita dei Fatimidi. Quando nel 1055 i Turchi Selgiuchidi, Sunniti, si insediarono a Baghdad, vestirono il potere temporale del Califfato con una nuova istituzione, il Sultanato, che ridusse il Califfo a una pallida figura spirituale. Dopo il sacco di Baghdad da parte dei Mongoli nel 1258 varie dinastie fecero tentativi, largamente simbolici, di puntellare o far rivivere in qualche modo la moribonda istituzione del Califfato, che oggi non è altro che un ricordo. Però la credenza messianica nel ritorno di un Guidato ( Mahdi ) o il valore attribuito all’ Imam, (nella dizione moderna di molti testi il termine Califfato è sostituito con quello, onnicomprensivo, di Imamato), si sono succeduti fino ai tempi moderni nel mondo islamico, specialmente ad opera degli Sciiti. Prova ne sia il fondamento escatologico che portò alla Rivoluzione iraniana del 1979.

1.1 L’espansione araba, i Califfi elettivi e il Regno arabo

Quando gli Arabi si affacciarono al di là della soglia della Penisola arabica, cioè al di là del Vallo Traianeo ( Limes Arabicus), due Imperi si affrontavano già da quattrocento anni nel Vicino e nel Medio Oriente: l’Impero Bizantino o Impero Romano d’Oriente, detto dagli Arabi Terre di Rum ( روم dal termine Rumi, da loro usato per indicare la lingua greca), e l’Impero Persiano dei Sassanidi. Vale la pena di ripercorrerne brevemente la storia (vedi allegati A e B). Infatti il primo ebbe nella capitale, Costantinopoli, il proprio baluardo contro l’avanzata araba fino alla definitiva caduta nel 1453, quando i Bizantini entrarono a far parte dell’Impero Ottomano di cui Costantinopoli, ribattezzata Istanbul, divenne capitale; mentre il secondo, con capitale Ctesifonte, fu conquistato dagli Arabi in meno di un secolo, mentre la Persia (oggi Iran) islamizzata ebbe una propria storia fino ai giorni nostri.

Quando nel VII secolo iniziò l’espansione araba, il mondo europeo occidentale aveva raggiunto il punto più basso di civiltà: gli eredi dell’Impero Romano in Occidente erano preda delle invasioni barbariche venute dal Nord e dal Nord-Est e le popolazioni del nord Europa, generalmente chiamate dagli Arabi i Franchi, non erano di nessun richiamo per gli Arabi né come bottino di guerra né come partners commerciali. E non lo saranno neppure nei secoli successivi, tanto che le Crociate, episodio fondamentale nella storiografia occidentale, sono trattate come un episodio assolutamente secondario nella storiografia araba e noi le tratteremo in un’appendice apposita (All. 4D).

Gli Arabi stavano invece espandendosi al centro (possedimenti asiatici dell’Impero Bizantino), al Sud ( Maghreb ed Egitto) e all’Est (Impero Sasanide, Valle dell’Indo e Asia Centrale fino ai confini con la Cina). Vediamo rapidamente (sarà oggetto di studio più approfondito nella parte storica) come avvenne questa espansione dalla seconda metà del VII sec. Essa in pochi anni portò gli Arabi a controllare uno dei più grandi imperi di tutti i tempi, ma anche uno dei più stabili, visto che sopravvisse politicamente per circa seicento anni e religiosamente per molto di più.

I primi tre Califfi elettivi (i ben Guidati ar-rashidun الرشيدون) dopo la morte di Maometto (632), furono Abu Bakr (632-634), ‘ Umar (634-644) e ‘ Uthman (644-656), tutti seguaci e collaboratori di Muhammad. Essi costruirono in 20 anni il nucleo dell’Impero arabo basato sul potere del Califfato, istituzione che riuniva nelle mani di un uomo il ruolo di capo di una comunità e i poteri religioso, militare, politico, esecutivo, giudiziario, con diritto di delega per i singoli poteri.

Abu Bakr si avvalse di un grande generale, Khalid bin al-Walid, dapprima per sottomettere le varie tribù d’Arabia al Governo medinese e poi per conquistare Siria e Palestina bizantine. Damasco subì un assedio di 6 mesi e la conquista fu ottenuta con l’aiuto delle tribù arabo-cristiane di confine con l’Impero bizantino. Damasco si avviava a diventare la splendida capitale del regno arabo degli Omayyadi e la costruzione della Moschea (705-715) ne è testimonianza. Essa infatti fu seconda solo alla grande Moschea della Cupola della Roccia a Gerusalemme (691).

Khalid si volse poi contro l’Impero persiano dei Sassanidi, subì una schiacciante sconfitta nel 634 (la battaglia del ponte) ma si rifece tre anni più tardi (il Califfo ben guidato era ‘Umar) nella battaglia di Qadisiyya che lo portò a occupare la capitale persiana, Ctesifonte, l’Iraq e tutta la Mezzaluna Fertile, abitate da popolazioni semitiche che parlavano dialetti derivati dall’aramaico. L’occupazione dell’altipiano iranico e di tutti i territori di lingua non semitica a nord ed a est dell’altipiano si completeranno qualche anno più tardi sotto il primo Califfo della dinastia Omayyade, Mu’awiya (661-680). Nel secolo successivo, al tramonto della dinastia Omayyade di Damasco e al sorgere della dinastia Abbaside, la battaglia di Talas (751) metteva di fronte Arabi e Cinesi! Prigionieri cinesi insegnarono agli Arabi la produzione e l’uso della carta. Solo molto più tardi l’Occidente apprenderà dagli Arabi tale tecnica rivoluzionaria.

Il segreto delle battaglie vinte dagli Arabi e del loro dilagare in così poco tempo in un territorio tanto vasto stava nell’altissima efficienza della loro cavalleria, agile, veloce e fulminea, che permetteva di sbaragliare eserciti enormemente superiori in numero di combattenti, ma statici e poco mobili, quali erano quelli bizantini e persiani. Solo le montagne potevano fermare i cavalieri arabi, che infatti si arrestarono solo ai monti dell’Anatolia, del Caucaso e dell’Asia Centrale. La steppa e il deserto erano i loro campi di battaglia preferiti, in cui si erano aggirati per generazioni, e là nessuno poteva fermarli: le battaglie da loro combattute erano simili alle incursioni e alle razzie da loro praticate per secoli ai danni delle carovane e delle altre tribù.

Quanto alle capitali dell’Impero prima di Damasco, esse si identificarono, col nome di amsar ( أمصار), con le guarnigioni militari e con i principali accampamenti dell’esercito, e questo non solo perché il Califfo e le autorità militari accompagnavano le truppe nei loro spostamenti, ma anche perché gli arabi guerrieri non amavano la vita cittadina e anche quando occuparono territori densamente abitati e sedi di importanti e ricchi insediamenti civili, quali la Siria, la Mesopotamia e l’Egitto, preferirono accamparsi ai limiti dell’accogliente deserto, a Kufa presso Ctesifonte capitale dei Sassanidi, a Basra nel sud dell’Iraq, ad al-Fustat (nel luogo dove alcuni secoli più tardi sarebbe sorto il Cairo), o a Qayrwan in Tunisia. La stessa Damasco fu scelta come guarnigione per la più importante armata araba, quella di Siria, perché era in posizione strategica, fra il deserto e le coltivazioni.

Torniamo indietro, alla Kufa del pio Califfo ‘Umar. Mentre il generale Khalid ad est sventra in pochi anni l’Impero Persiano dei Sassanidi, a sud-ovest un altro generale, ‘Amr, si appresta a compiere un’incursione in Egitto contravvenendo agli ordini del Califfo, che da Kufa aveva sancito: nessun territorio che sia fuori dalla portata del mio cammello!. L’incursione si rivela più facile del previsto, grazie anche all’aiuto dei cristiani copti d’Egitto, insoddisfatti della dominazione bizantina, e si trasforma in conquista fra il 640 e il 643. Alessandria cade in mano araba nel 642, la zona dove sorgerà il Cairo diviene la guarnigione araba di al-Fustat, simile a quelle di Kufa e Basra in Iraq, alle quali si aggiungerà nel 670 Qayrwan in Tunisia. La via è aperta per la rapida occupazione e islamizzazione di tutto il Maghreb, che era formalmente un territorio malamente amministrato dai Bizantini eredi dei Romani (le imponenti rovine di città romane come Cirene, Sabratha, Leptis Magna ne testimoniano il passato glorioso), ma abitato da barbari originari del nord europeo come Vandali, Visigoti e Alani, da comunità cristiane di varie sette religiose scismatiche (Ariani, Monofisiti, Nestoriani, per questi ultimi v. inserto in App. 1A), e dai Berberi dell’altopiano maghrebino. Questo spiega perché l’arrivo degli Arabi in tale zona fu accolto quasi a braccia aperte: il sistema fiscale proposto dagli Arabi era meno oppressivo per la popolazione di quello bizantino e inoltre dal punto di vista religioso l’Islam era sentito come una nuova setta cristiana che veniva ad aggiungersi alle altre già esistenti.

1.2 Gli Omayyadi

Dopo la morte violenta del 3° Califfo ben Guidato, ‘Uthman, e le vicende relative alla successione di cui parleremo più avanti (‘Ali contestato 4° Califfo e le prime lotte interne), si pervenne all'affermarsi del Governatore della Siria, Mu’awiya, come Califfo.

Mu’awiya fu il fondatore e primo califfo della dinastia degli Omayyadi che regnarono da 661 al 750, la prima dinastia califfale eletta per successione e non per elezione. La capitale dell’Impero arabo venne fissata a Damasco.

Nel 710, regnando il Califfo omayyade al-Walid, 5° successore di Mu’awiya, dalla sponda africana i musulmani guidati dal generale Tarif (dal quale prese il nome la città di Tarifa) sbarcarono nella Spagna retta dai Visigoti e vi si installarono col generale berbero Tariq (da cui Gibilterra, la montagna di Tariq gebel al-Tariq ( جبل الطريق), facendo scorrerie nella Francia merovingia che terminarono con le battaglie di Tours e Poitiers (732) e con il ritiro degli Arabi da Narbona (759).

Con gli Omayyadi di Damasco (661-750) si raggiunse la massima estensione del’Impero arabo. Poco o nulla verrà aggiunto territorialmente in Occidente dall’avvento della successiva dinastia degli Abbasidi, discendenti da uno zio di Maometto, che dall’Oriente persiano governeranno l’Impero fino alla calata dei Mongoli (1258). Ma la dinastia omayyade fu intrinsecamente debole fin dalla sua fondazione, per diverse ragioni. Vediamone alcune, cominciando dal fondatore della dinastia, Mu’awiya (661-680). Egli era in origine, cioè sotto i Califfi ben guidati, un governatore di provincia, la Siria, pur essendo parente alla lontana di Maometto, portato al trono califfale a seguito di una guerra civile. Chi lo portò al trono fu l’armata siriana, che non riconosceva ad ‘Ali, cugino e genero di Maometto, il diritto di succedere come Califfo. Per di più egli vi era stato portato sulla scia di un assassinio sospetto, quello di ‘Uthman. Pertanto anche gli storici arabi successivi, benché scrivessero sotto altre dinastie e fossero interessati a screditare gli Omayyadi, non accreditarono del titolo di Califfo Mu’awiya e successori. Si limitarono a definire la dinastia omayyade con il titolo diRe ( malik ملك ), che in Arabo è termine piuttosto spregiativo, quasi sinonimo di usurpatore. Così chiamarono tutti gli Omayyadi, meno uno, il pio ‘Umar II (717-20), l’8° dei 14 Omayyadi succedutisi nel Califfato.

Quindi Mu’awiya e successori si trovarono ad affrontare l’ostilità, se non peggio, degli ‘Alidi (i sostenitori dei diritti di ‘Ali) che daranno origine da subito ai movimenti sciiti situati soprattutto in Persia, da dove aiuteranno gli Abbasidi a scalzare gli odiati Omayyadi.

Inoltre Mu’awiya e successori dovettero affrontare la sospettosa ostilità delle tante famiglie arabe di parenti e amici di ‘Uthman che questi, con la propria politica nepotistica, aveva favorito e distribuito per ogni dove in ruoli-chiave militari e amministrativi nell’Impero arabo.

A tutto questo si aggiungeva una situazione complessa dell’Impero, o meglio, del Regno arabo, connessa alle criticità che si erano venute a creare per la divisione della popolazione, operata dai primi Califfi, in tre caste: Arabi (discendenti di famiglie arabe soprattutto di Mecca e Medina), mawali ( mawla=protetto مولى plur. mawali موال), abitanti dei territori occupati che avevano abbracciato la religione musulmana, e dhimmi ( ذمي), residenti tollerati che professavano altre religioni monoteistiche, ebraica e cristiana. Questa suddivisione, anche fiscale, permetteva alle famiglie arabe d’insediarsi nei territori conquistati e di godere di prestigio creando così un vero e proprio Regno arabo, favorendo però il sorgere di vaste zone di malcontento. Man mano che l’Impero arabo andava estendendosi, infatti, i mawali superavano di gran lunga la popolazione araba, particolarmente in Persia. E’ bensì vero che molte delle province conquistate all’Impero bizantino furono ben felici di passare dall’esosa tassazione operata da Bisanzio al sistema adottato dagli Arabi. Esso consisteva nell’imposizione a dhimmi di sole due imposte non pesantissime: la Jiziya ( الجزية il testatico) e il kharaj ( الخراج), che originariamente era l’imposta sulla terra. La riscossione delle imposte e la distribuzione dei proventi, incluso il bottino di guerra, ai soli Arabi era delegata a un Ufficio creato dal Califfo ‘Umar, detto diwan ( ديوان) . Ma nel complesso l’amministrazione dello Stato era decentralizzata, disordinata e in mano a persone non arabe, provenienti dalla burocrazia bizantina e persiana. Con gli Omayyadi si ebbe la graduale arabizzazione amministrativa dei territori conquistati, ma il problema centrale che si presentò da subito, al primo degli Omayyadi, fu quello di trovare una base nuova, che non fosse il solo fervore religioso, per la coesione dell’Impero. Per risolverlo, Mu’awiya iniziò la trasformazione dello Stato da teocrazia islamica teorica in monarchia araba, fondata sulle tribù arabe dominanti e sulla lealtà della Nazione verso il proprio Capo riconosciuto. Ciò non andò a buon fine per tre ragioni:

1. per la forte presenza nell’Impero degli ‘Alidi, poi chiamati sciiti, che pur dividendosi nelle varie sette che descriveremo, erano uniti dall’odio comune verso gli usurpatori omayyadi;

2. per la natura stessa delle varie tribù d’Arabia che, pur domate dal primo dei Califfi ben guidati, Abu Bakr, in occasione della loro rivolta ( ridda ردة ), conservavano lo spirito tribale e anti-statale proprie della loro atavica cultura nomade;

3. per aver stabilito la propria capitale a Damasco.

Questa scelta, se da un lato permetteva la formazione di un Governo centralizzato in grado di governare le province più lontane, dall’altro poneva le basi per la formazione di una corte attorno al Califfo sempre più avulsa dalla propria missione sociale e religiosa indicata specificamente dal Corano, deviando il Califfato verso una satrapia orientalizzante o, quanto meno, verso un’aristocrazia araba ricca, esentasse e godereccia. Questo per di più scontentava i mawali che, con le loro attività mercantili e artigianali, rappresentavano la vera ossatura e la vera fonte di reddito per lo Stato. Ovviamente i mawali furono attratti dalle forme più estreme e intransigenti della shiy’a (termine significante fazione, setta, cioè lo Sciismo) che predicavano l’avvento di un Mahdi, ( مهدي) cioè di un pretendente religioso messianico.

La rivolta di Mukhtar a Kufa (685-87) avvenuta nel nome di un figlio di ‘Ali ma non di Fatima, Muhammad ibn Hanafiya, invocato come un Mahdi occultatosi, fu la prima delle rivolte interne e fu soffocata nel sangue, ma lasciò una scia di disordini associati all’estremismo sciita che sfociò nel sorgere delle pretese al Califfato di Muhammad ibn ‘Ali ibn al ' Abbas, discendente da uno zio del Profeta.

Ma neppure fra gli Arabi la politica centralista inaugurata da Mu’awiya fu accettata unanimemente. Molti, consci di come il primo degli Omayyadi fosse salito al potere, appoggiarono i Kharijiti, che da movimento puramente religioso erano divenuti un’opposizione anarchica e aggressiva, nemici di ogni regnante non scelto per elezione popolare e non destituibile in ogni momento per inadeguatezza o indegnità. Le rivolte furono soffocate in Iraq e ovunque. I Kharijiti furono sterminati dal 5° Califfo Omayyade, ‘ Abd al-Malik (685-705). Con lui si raggiunse l’apogeo politico degli Omayyadi e della nazionalità Araba. Con l’applicazione della formula organizzazione e adattamento si iniziò a considerare il Califfato come una monarchia ereditaria centralizzata, con le modifiche imposte dalla tradizione araba e con quanto restava dell’idea teocratica, e non più come un’autocrazia orientaleggiante com’era stata la formula persiana dei Sassanidi. Si impose l’Arabo come unica lingua ufficiale nell’Amministrazione, si istituì una moneta araba che sostituì le imitazioni bizantine e persiane, si iniziò la razionalizzazione fiscale, che verrà cristallizzata dai successori in un sistema nuovo e specificamente islamico. ‘Abd al-Malik lasciò al successore, Walid, un Impero arabo pacifico e potente, arricchito dai grandi sforzi dedicati ai lavori pubblici, fra cui la costruzione di una grande flotta.

Walid (705-715) estese al massimo l’Impero con vittorie clamorose, particolarmente in tre direzioni: verso la Transoxiana, occupando Bukhara e Samarcanda; verso il sud-est asiatico, dilagando nella valle dell’Indo; verso l’Europa, con lo sbarco in Spagna nel 710 e l’occupazione della maggior parte della penisola iberica visigota e bizantina.

La morte di Walid segnò l’inizio di un rapido e inarrestabile declino degli Omayyadi che culminò, 35 anni dopo, nella cruenta caduta della dinastia e nell’avvento delle bandiere nere degli Abbasidi provenienti dal Khorasan, la zona desertica della Persia nord-orientale.

Tutto ebbe inizio con la disastrosa spedizione contro Costantinopoli sotto il Califfo Sulayman (715-17), l’ultimo assedio degli Arabi alla Capitale bizantina. Il fallimento costò la perdita dell’intera flotta araba e di gran parte dell’armata di Siria, fiore all’occhiello dell’esercito. I costi per porre riparo ai danni furono tali da mettere in rosso il bilancio dell’Impero. ‘Umar II, succeduto a Sulayman, cercò di salvare capra e cavoli favorendo fiscalmente i mawali a cui aprì le porte dell’esercito, benché a salari inferiori a quelli degli arabi, a scapito dei dhimmi a cui furono aumentati kharaj e jiziya . Egli varò anche una riforma agraria, confiscando le terre a favore dello Stato e dandole in affitto ai coloni di qualunque religione. Riuscì in tal modo a scontentare tutti senza risanare le finanze dello Stato che, anzi, furono ulteriormente indebolite dagli esosi Califfi Yazid II e Hisham (720-24 e 724-43), quest’ultimo rapace collettore di imposte attraverso gli amministratori provinciali di Egitto, Iraq e Khorasan.

E proprio nel Khorasan fiorì e prolificò il partito o setta degli Hashimiti che si rifacevano al figlio di ‘Ali, Muhammad ibn Hanafiya e aspettavano il Mahdi occultatosi. Il partito hashimita era nato, ovviamente, a Kufa, culla di rivolte, con il sostegno dei mawali ed aveva accettato fra le sue file nel 716 il discendente di uno zio del Profeta, Muhammad ibn ‘Ali ibn al-‘Abbas, che si era insediato con la famiglia nel Khorasan. Il punto focale della propaganda hashimita era che solo la famiglia del Profeta fosse la legittima guida dell’Islam in grado di inaugurare una nuova era di giustizia. Questo risuonava come una dolce musica per le orecchie di ‘Abbas e di suo figlio e successore Ibrahim. Egli nel 745 trasferì la propaganda estremista del partito nel Khorasan sotto la guida di un mawla iraqeno, Abu Muslim. Questi organizzò la lotta contro gli Omayyadi di Marwan II, innalzando le nere bandiere dei rivoltosi, fatte proprie dagli Abbasidi. La battaglia del Grande Zab nel 750 sancì la fine, e non solo dinastica ma anche reale, degli Omayyadi.

L’unico superstite del massacro degli Omayyadi operato dagli Abbasidi (750), Abd ar-Rahman, che aveva sangue berbero da parte di madre, dopo un’avventurosa fuga fra i Berberi d’Africa, sbarcò in Spagna e si proclamò Emiro ( amir أمير , cioè principe) di Cordova (756). Dopo quasi 200 anni, nel 929, gli Omayyadi di Spagna si proclamarono Califfi. Fu in quel periodo che nell’Impero islamico si ebbero ben 3 Califfi: gli Abbasidi di Baghdad, i Fatimidi d’Egitto e gli Omayyadi di Cordova. Gli Omayyadi regnarono in Spagna fino al 1002. Ad essi succedettero i Berberi Almoravidi (1062-1147), che lasciarono il posto alla dinastia e all’impero berbero degli Almohadi (1147-1264, in Spagna dal 1146 al 1232) e infine al piccolo Regno di Granada dei Nasridi (1237-1492), ultimo baluardo islamico fino alla scomparsa dei musulmani dalla Spagna. Il regno omayyade di Spagna rappresentò uno dei vertici della cultura e dell’arte raggiunti dall’umanità, con splendide città, prima fra tutte Cordova, con monumenti architettonici nel caratteristico stile arabo-moresco, con Università fra le più prestigiose nel mondo abitato, con personalità eccelse della cultura.

1.3 Le sette islamiche

La causa della nascita del movimento sciita ( shiy’a شيعة significa setta) fu essenzialmente dinastica, riguardando in primis la successione a Maometto. Quando infatti fu scelto il primo successore fra i seguaci del Profeta, ossia Abu Bakr, il primo dei Califfi ben Guidati, una minoranza dei votanti sostenne che il vero successore avrebbe dovuto essere ‘Ali, cugino e genero di Maometto (ne aveva sposato la figlia Fatima). La richiesta non ebbe seguito, per lo meno cruento, fino all’uccisione di Uthman, terzo Califfo (656). ‘Ali divenne 4° dei Califfi ben Guidati ( ar-rashidun), non senza aver vinto una battaglia, la battaglia del cammello, contro altri familiari di Maometto, fra cui la sua seconda moglie, ‘Aisha. Ma il governatore della Siria, Mu’awiya, che era anche lontano parente di Maometto, in quanto discendente dalla stessa tribù dei Quraysh, si ribellò alla decisione scelta e si venne alla battaglia di Siffin nei pressi di Kufa, quartier generale di ‘Ali. Fu la prima vera battaglia fra Sunniti ( Sunna السنة significa tradizione) e ‘Alidi (che in seguito presero il nome di Sciiti) La battaglia fu risolta da un arbitrato favorevole al governatore. Ma un gruppo rifiutò di aderire all’arbitrato e divenne la prima setta separata dai sunniti ortodossi, i Kharijiti cioè quelli che escono, osteggiati da ‘Ali stesso. La maggior parte dei Kharijiti venne sterminata dai Califfi successivi, ma una esigua minoranza sopravvisse fino ai tempi moderni col nome di Ibaditi, che diedero origine alla dinastia di Sultani che ancor oggi reggono l’Oman.

‘Ali venne ucciso a Kufa da un Kharijita 5 anni dopo la battaglia di Siffin. Egli aveva alcuni figli, fra i quali Hasan morto avvelenato nel 669 pare su istigazione di Mu’awiya, e Hossayn. L’intera famiglia di Maometto, cioè ‘Ali (cugino del Profeta e marito della figlia del Profeta dell’Islam), Fatima (figlia), Hasan e Hossayn (nipoti di Maometto in quanto figli di ‘Ali e di Fatima) è chiamata dagli Sciiti la famiglia del mantello ( ahl al-Kisà أهل الكساء) in ricordo di un gesto protettivo e altamente simbolico che sarebbe stato compiuto dal Profeta verso i suoi cari e che attesterebbe la legittimità alla successione a Maometto dei suoi familiari. Tale gesto, secondo gli Sciiti, sarebbe stato espurgato nelle versioni del Corano divulgate dagli odiati Omayyadi e pertanto gli ‘Alidi si confermerebbero gli unici legittimi pretendenti al Califfato.

Sia come sia, Hossayn prese le armi contro l’armata del Califfo omayyade Yazid, il successore di Mu’awiya, ma in vicinanza del fiume Eufrate, abbandonato dai suoi sostenitori, i Kufiani, subì la disfatta di Karbala (690) e venne barbaramente ucciso assieme a un figlio piccolo.

Al di là della disfatta militare, l’episodio di Karbala si erge a momento cruciale per il costituirsi di una comunità sciita: Hossayn diviene l’agnello sacrificale, il martire ( shahid شهيد) che rifiuta compromessi e che diviene per la shiy’a il vero vincitore, il legittimo leader della Comunità dei Credenti ( Umma أمّة) il terzo Imam ( إمام) dopo ‘Ali e Hasan. La figura dell’ Imam esisteva ed esiste anche nel mondo sunnita come guida della preghiera ( Imam in questo caso è traducibile come colui che sta davanti agli altri) ma non ebbe mai e non ha l’autorità degli Imam sciiti che assursero al ruolo di capi o guide spirituali della comunità islamica nella veste di prosecutori (questo è il significato del termine Imam per gli Sciiti) della dottrina di Maometto. Naturalmente il clima non proprio idilliaco che venne a crearsi con i Califfi sunniti e che spesso sfociò in aperte rivolte o nella generazione di sette estremiste e rivoluzionarie, proviene da almeno tre motivi connessi alla figura dell’Imam:

1. Gli sciiti di qualunque setta non riconobbero il potere califfale o meglio considerarono i Califfi degli usurpatori;

2. Furono in grado, in alcuni casi, di accettarne il potere temporale, ma mai quello spirituale, che deve appartenere all’Imam di turno. Tale potere gli dava la facoltà di emettere giudizi inappellabili nonché relative condanne ( fatwa فتوى, responso, parere legale), su questioni che abbiano a che fare con la religione;

3. Il ruolo di guida della comunità sciita doveva essere acquisito per vincoli di sangue, ossia per discendenza in linea maschile dalla famiglia del mantello. Così almeno per le due fazioni sciite maggioritarie, i Duodecimani o Imamiti e i Settimani o Ismailiti che professavano ambedue la dottrina dell’ occultamento dell’Imam. Per altre sette sciite la nomina dell’Imam poteva avvenire e trasmettersi con altre regole, quali la riconosciuta capacità fisica e morale presso gli Zayditi dell’VIII secolo. La discendenza ereditaria, in ogni caso, non è tale per diritto acquisito, ma per l’intrinseca natura, quasi una dote speciale, attribuita all’Imam direttamente per scelta divina.

Gli Imam sciiti successori di Hossayn, spesso vissuti in prigionia, sia pure dorata, voluta dai Califfi, si trasmisero la carica di padre in figlio fino al 12°, scomparso bambino nell’874, Muhammad ibn Hasan. Questi fu ritenuto dalla principale setta sciita, detta appunto dei Duodecimani o Imamiti , non morto ma occultato ( ghayba غيبة è l’occultamento), ma sempre comunicante attraverso suoi rappresentanti ( al- ghayba al-sugra الغيبة الصغرى cioè occultamento minore) fino all’occultamento definitivo in attesa di tempi migliori ( al- ghayba al-kubra, الغيبة الكبرى occultamento maggiore).

Mentre il sogno di una teocrazia universale andava tramontando nell’Islam ortodosso sunnita e il significato simbolico del Califfo andava perdendo valore a fronte delle crescenti diatribe dinastiche, l’attesa messianica che ispirava le comunità sciite rappresentava un potente motore ideologico proiettato nel futuro. Elaborate a partire dal X secolo, le teorie sciite furono le basi imprescindibili delle dottrine islamiche, dalle moderate alle più estremiste. Tali dottrine sciite non furono mai eretiche, nel senso che la teologia abbracciata da tutti i musulmani è riassumibile nella semplice formula: Dio è unico e Maometto è il suo Profeta ( ash-hadu anna la ilaha illa Allah = attesto che non vi è dio all’infuori di Allah , e ash-hadu anna Muhammad rasul Allah = attesto che Maometto è l’inviato di Allah), formula adottata davanti a due testimoni maschili per l’adesione irreversibile alla religione musulmana. Ma le dottrine sciite si differenziano parzialmente dall’universo sunnita, che si dichiara la gente della tradizione e della comunità ( ahl as-sunna wa ‘l-jama’a أهل السنّة و الجماعة) in quanto il punto centrale delle dottrine sciite è la concentrazione dell’autorità religiosa in centri-persone. Infatti secondo gli sciiti, il Profeta di Dio (Maometto) doveva aver nominato un successore ( Imam, che per gli sciiti significa prosecutore), autorevole interprete anche dottrinario della Sua parola, e questi un altro. Ma per la maggior parte degli sciiti, in primis i duodecimani o Imamiti , ma anche per i Settimani o Ismailiti , questa successione ad un certo punto nel tempo verrà a cessare (occultamento o ghayba) fino all’arrivo di un nuovo Imam o addirittura di un Messia, un Mahdi (un guidato, soprannome dato al 12° Imam), foriero di una nuova era.

Abbiamo visto come la nascita dello sciismo sia fondamentalmente politico-religiosa, basata sulla diatriba della successione a Maometto nella guida, anzitutto spirituale, della comunità dei credenti. Da qui l’affermazione che tale autorità sarebbe spettata ad ‘Ali, cugino e genero di Maometto. Per uno schema di successione degli Imam sciiti, v. Parte II al Cap. Gli Imam sciiti.

Il movimento sciita nacque dopo l’episodio di Karbala e l’uccisione di Hossayn figlio di ‘Ali. ‘Ali e i suoi figli Hasan e Hoseyn vengono dichiarati dagli ‘Alidi rispettivamente 1°, 2° e 3° Imam, ovviamente post mortem. Anche il 4° Imam, Zayd ibn al- H osseyn ibn ‘Ali , detto Zain al-Abidin (ornamento dei devoti) il figlio superstite di Hosseyn dopo Karbala, passa senza discussioni come capo spirituale della comunità sciita. Questa, ricordiamolo, era particolarmente fiorente (e piena di rimorsi dopo l’uccisione di Hosseyn a Karbala) nella regione di Kufa e nella Persia occidentale, ben lontane da Damasco e dalla corte omayyade califfale e sunnita di Yazid e successori. Tuttavia, cominciarono le scissioni in casa sciita: uno dei figli del 4° Imam, anch’egli con il nome di Zayd , proclamò la rivolta armata contro il Califfo e venne ucciso. I suoi seguaci formarono una setta rivoluzionaria col suo nome, Zayditi, che, nel tempo, diverrà una setta ascetica e un suo discendente, Al Hadi Ila al-Haqq costituirà un Imamato nella parte settentrionale dello Yemen, che darà poi vita alla dinastia Rasside che deterrà il potere fino al 1962. La successione a Zayd venne trasmessa ai suoi discendenti, figlio e nipote, che divengono 5° e 6° Imam. Col 6° Imam, Ja’far al-Sadiq , gli sciiti, prevalentemente iranici, si organizzarono quasi come una Nazione nella Nazione omayyade: ebbero una propria scuola giuridica, ja’farita, che si pose accanto alle esistenti 4 scuole sunnite ( hanafita, malikita, hanbalita, shafi’ita ) e appoggiarono gli Abbasidi che conquistarono il potere (749) rovesciando gli Omayyadi e uccidendoli tutti meno uno, che si salvò con la fuga e diede origine alla dinastia degli Omayyadi di Spagna. Ma gli Abbasidi non contraccambiarono il favore fatto loro dagli sciiti, perseguitandoli. Alla morte del 6° Imam avvenne una nuova scissione fra gli sciiti: il figlio del 6° Imam, Isma’il , premuore al padre che nomina suo successore l’altro figlio Musa . Ma una parte degli sciiti sostenne che Isma’il non era morto, ma si era solo occultato e quindi sarebbe stato lui l’autentico e, per loro, il 7° e ultimo Imam, fino al suo ciclico ritorno. Questa setta viene chiamata degli Ismailiti o settimani , , avrà una lunga esistenza fino ai tempi moderni attraverso ulteriori migrazioni e scissioni e darà origine a dinastie di regnanti, alcune delle quali attualmente sul trono, oltre ai Fatimidi del X secolo che crearono un vero e proprio impero califfale comprendente Egitto, Siria, Palestina e parte dell’Arabia, come vedremo più avanti.

Terminiamo intanto di seguire il filone principale degli sciiti a partire dal 7° Imam (Musa) fino al 12°. Musa entrò in aspro contrasto col Califfo abbaside Harun al-Rashid (786-809) che lo fece imprigionare e, forse, avvelenare. Prese corpo fra gli sciiti la teoria dell’occultamento ( ghayba) che verrà distinto in minore e maggiore, mentre si diffusero in tutto l’Impero le rivolte fomentate dagli sciiti, soprattutto dagli zayditi. Il figlio di Musa, detto al-Riza cioè colui che è approvato, 8° Imam, venne associato alla corte di Baghdad dal Califfo al-Ma’mun (813-833) e con lui issò le bandiere di guerra, non più nere come erano quelle degli Abbasidi ma verdi, il colore degli ‘Alidi (il verde è il colore del vessillo del Profeta e dell’indumento indossato da ‘Ali - e quante nazioni islamiche moderne hanno il verde nella loro bandiera!) per sedare le rivolte interne nella parte occidentale dell’Impero, ma morì, forse avvelenato, al seguito dell’Armata. I sepolcri di lui e della sorella Fatima diventeranno dei mausolei, rispettivamente a Mashad (la città del martirio) e a Qom. Gli successe come 9° Imam il figlioletto di 7 anni che diverrà genero di al-Ma’mun, ma morirà forse avvelenato. Il 10° e 11° Imam vissero segregati nella nuova capitale abbaside, Samarra (il nome deriva da sarra man ra'aaha, cioè si rallegrò chi la vide). Il 12° Imam, un bambino, venne contestato da un gruppo che si pronunciò a favore dello zio Ja’far, dando vita a un’ulteriore secessione e dando origine alla setta dei Ja’fariti . Il bambino, soprannominato al-Mahdi, comunque scomparse per sempre. Secondo la maggioranza degli sciiti, però, egli si è occultato, tenendo tuttavia il contatto con i fedeli tramite intermediari ( ghayba al-sughra, occultamento minore) per poi scomparire per sempre ( ghayba al-kubra, occultamento maggiore). Questi sciiti che attendono il ritorno del Mahdi e che costituiscono la maggioranza degli islamici iranici sono, come già detto, i Duodecimani che fra loro si chiamano Imamiti. Il loro credo otterrà, sotto i Safavidi di Persia del XVI secolo, il titolo di Religione di Stato. I dotti cultori della dottrina islamica (gli ulema العلماء) che facevano le veci del Mahdi occulto, assursero a un ruolo fondamentale nella politica del Paese, incitando lo Scià (capo dell’Impero persiano che si era costituito come contraltare dell’Impero turco ottomano) alla guerra santa contro gli infedeli, come avvenne nelle guerre russo-persiane concluse rovinosamente per la Persia (v. App. 2B).

Torniamo ora alla questione del 7° Imam e alle scissioni fra gli Ismailiti del VII secolo. Per loro Isma’il non è premorto al padre che nominò l’altro

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