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Avventura e rivoluzione
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E-book197 pagine2 ore

Avventura e rivoluzione

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Info su questo ebook

Universalmente noto come autore dei "Dieci giorni che sconvolsero il mondo", John Reed, di "giorni che sconvolsero il mondo", ne visse in realtà ben più di dieci. Viaggiatore instancabile, Reed ebbe il merito e la forza, nel corso della sua esistenza, di essere ovunque ci fosse una voce che gridasse alla giustizia sociale o scoppiasse una lotta desiderosa di cambiare l'esistente. Non solo l'Unione Sovietica, dunque, ma anche il Messico dell'insurrezione di Pancho Villa, o gli stessi Stati Uniti, mentre i minatori in sciopero venivano picchiati a sangue e gli agitatori sindacali processati da giudici al soldo dei padroni del vapore. Restati a lungo inediti, i racconti che compongono "Avventura e Rivoluzione" descrivono il mondo con la voce di John Reed, un partigiano della parola che nessuna censura potrà mai oscurare.
LinguaItaliano
Data di uscita25 lug 2017
ISBN9788867181797
Avventura e rivoluzione
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Autore

John Reed

John Reed was an American journalist, poet, and communist activist. Reed first gained prominence as a war correspondent during World War I, and later became known for his coverage of the October Revolution in Petrograd, Russia, which he wrote about in his book Ten Days That Shook the World.

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    Anteprima del libro

    Avventura e rivoluzione - John Reed

    TUTTELESTRADE

    10

    Dello stesso autore, per la Red Star Press

    John Reed, Messico in fiamme

    Avventura e rivoluzione

    di John Reed

    La riproduzione, la diffusione, la pubblicazione su diversi formati e l’esecuzione di quest’opera, purché a scopi non commerciali e a condizione che venga indicata la fonte e il contesto originario e che si riproduca la stessa licenza, è liberamente consentita e vivamente incoraggiata.

    Prima edizione in «Tutte le strade»: dicembre 2014

    Design Dario Morgante

    Red Star Press

    Società cooperativa

    Via Lorenzo Bonincontri, 41 – 00147 Roma

    www.facebook.com/libriredstar

    redstarpress@email.com | www.redstarpress.it

    JOHN REED

    AVVENTURA

    E RIVOLUZIONE

    REDSTARPRESS

    INTRODUZIONE

    John Reed: avventura e rivoluzione

    Questi racconti del giovane John Reed suscitano un profondo rammarico per essere egli morto allo sbocciare del suo versatile ingegno. Non aveva ancora trentatré anni, questo americano il cui corpo fu esposto al pubblico a Mosca nell’inverno del 1920, vegliato dai soldati della giovane Armata Rossa. Egli era, allora come oggi, conosciuto più che altro per la sua classica testimonianza storica sulla Rivoluzione Sovietica: I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Non si saprà mai cos’altro avrebbe potuto offrire al mondo.

    In che modo avvenne l’evoluzione di John Reed dall’«universalmente acclamato ragazzo prodigio», uscito da Harvard nel 1910, nell’uomo che scrisse quel capolavoro di reportage letterario, è stato con successo tenuto nascosto dall’establishment americano. E con quanto successo è possibile, al limite, giudicarlo dal fatto che i più lo conoscono solo come l’autore dei Dieci giorni e non come uno dei maggiori scrittori del mondo di racconti brevi.

    I racconti che appaiono in questo volume sono stati tranquillamente e di fatto soppressi. Non c’è da stupirsene. Reed viveva in tempi turbolenti e fendeva le acque con slancio e partecipazione. Aveva l’impulso alla scoperta e l’occhio acuto del poeta nell’osservazione. Inoltre, aveva l’integrità e l’umana compassione per affrontare il profondo significato di ciò che vedeva con tanta chiarezza.

    Questo suo temperamento si manifestò presto – prima ancora che ne fosse cosciente lui stesso. Un suo compagno di Harvard, più tardi avvocato di Wall Street, ha scritto che Reed non «conosceva la differenza tra l’essere e il non essere sportivi». Non era vero. Egli intuiva assai bene tale differenza ma a quel tempo non sapeva che c’erano due squadre con regole differenti. Vedeva soltanto con occhio di poeta, senza timore e con integrità. E sebbene fosse brillante, sebbene si distinguesse in ogni sfera, dalla pallanuoto all’arte drammatica, il sistema di Harvard procurò di non farlo mai entrare nei suoi circoli selezionati.

    Non appena lasciò Harvard si tuffò nel giornalismo come una meteora. Il suo nome era già un mito. Giornali e riviste si contendevano il fiume di racconti, servizi e articoli che sgorgava dal suo fertile cervello. Ma il primo dei racconti di questa scelta – scritto nel 1912 e ironicamente intitolato Il Capitalista – dimostra come non fu per caso che rinunciò ai facili guadagni per unirsi al gruppo degli scrittori e artisti ribelli che stavano allora lanciando «The Masses».

    Nel 1913 ebbe luogo il grande sciopero dei tessili a Paterson, New Jersey. Questa fu la seconda fase della sua educazione.

    Incontrò gli scioperanti – ostinati e decisi, eppure come lui pieni di spirito – collaborò con l’organizzatore degli Wobblies, gli Industrial Workers of the World, fu arrestato e ritornò a New York, dove mise in scena, in uno spettacolo al Madison Square Garden, l’infuocato sciopero di Paterson.

    Per i suoi compagni di Harvard fu tradimento. Per gli scioperanti che lottavano per un salario fu verità. Fu sportivo e non sportivo al tempo stesso.

    Sul finire del 1913 andò in Messico dove si mise dalla parte di Villa, visse con i suoi soldati e li accompagnò in battaglia. Con i servizi e col suo libro Messico in fiamme divenne ancora più famoso, cosa che gli garanti l’invio in Europa allo scoppio della prima guerra mondiale.

    Fino ad allora non tutti gli «sportivi» avevano scoperto cosa egli andasse realmente covando. Forse nemmeno lo stesso John Reed. In Europa, durante i primi anni di guerra, era ancora il giornalista più coccolato dalla stampa di successo, una celebrità, il più grande corrispondente di guerra americano. Ma basta leggere Mac-American, I diritti delle piccole nazioni, La cosa da fare e Il capofamiglia in questa raccolta, per capire come i suoi scritti perdessero progressivamente il loro prestigio di fronte a una stampa di propaganda bellica.

    Scriveva ancora per il «Metropolitan Magazine», per il compenso, e per «The Masses», in modo da poter dire quello che sentiva, ma la cosa non poteva durare a lungo. Sin dal 1916, aveva assunto una posizione sempre più decisa contro «questa guerra di mercanti» nelle sue poesie, articoli, racconti e commedie. Era definitivamente diventato un «non sportivo» e la stampa popolare che si era contesa la sua collaborazione lo scaricò definitivamente. Quelli di Harvard gli tolsero il saluto.

    Sembra più che ovvio che il suo finissimo e sottile fiuto dovesse portarlo a trovarsi sul posto, nel 1917, quando avvenne la Rivoluzione Sovietica. Ancora una volta la storia aveva curiosamente cospirato per avere l’uomo giusto nel luogo giusto e al momento giusto. Tutte le cose che egli aveva sempre fatto contribuirono a quel capolavoro di analisi obiettiva. I dieci giorni è rimasto da allora il più eminente resoconto della Rivoluzione d’Ottobre.

    John Reed ritornò negli Stati Uniti alquanto mutato da quell’esperienza. Gli eventi lo avevano convinto che l’unica via per il progresso dell’umanità andava dal capitalismo al socialismo e che questo rendeva necessaria l’esistenza di un partito capace di guidare i lavoratori e di organizzare la resistenza alla reazione armata.

    Egli sottolineò la lezione dei Dieci giorni in convegni attraverso tutti gli Stati Uniti e fu arrestato una mezza dozzina di volte. Ormai il boicottaggio da parte della stampa popolare era assoluto ed egli si diede a sfornare articoli per la stampa di sinistra. Il giovane avventato che aveva lasciato Harvard divenne un paziente, meticoloso organizzatore e uno dei leader del Communist Labor Party quando quest’ultimo fu fondato nel 1919. Tornato nell’Unione Sovietica nel 1920, fu salutato come l’uomo che si era battuto per stabilire la verità su questo bivio della storia e come membro del comitato esecutivo dell’Internazionale comunista. Morì lì di tifo, il 17 ottobre del 1920 e fu sepolto vicino alle mura del Cremlino.

    Riguardo a che tipo d’uomo fosse John Reed – così opposto al tranquillo americano – questi racconti ci aiutano a scoprirlo. Qualunque altra cosa possa nascondere, nessuno scrittore può nascondere se stesso all’occhio penetrante di un lettore. Nella presente raccolta vediamo il giovane John Reed ancora rozzo e immaturo, ma mosso da quelle qualità che infine non potevano che condurlo sulla strada da lui presa, l’uomo così presto riconosciuto dall’avvocato in erba come un «non sportivo» nella squadra di Wall Street.

    Qui troviamo la sua abilità descrittiva, l’uso serrato, conciso, poetico delle parole; la gaiezza e l’avventura, l’occhio come rasoio tagliente per i rapporti umani; tenerezza senza saccarina; compassione senza falsa pietà e soprattutto amore per la vita e la gente.

    A questi brevi racconti sono stati aggiunti Il mondo perduto, Soldati di ventura e Peones, tratti dai resoconti delle sue avventure in Messico, Vignette rivoluzionarie, brani descrittivi di una visita al fronte di Riga poco prima della Rivoluzione d’Ottobre e un estratto da un servizio sul processo agli Industrial Workers of the World nel 1918. Furono pubblicati nel 1927 dalla Vanguard Press per concessione di Louise Bryant, moglie di John Reed.

    Si è spesso detto che non c’è modo migliore per una prima comprensione della Rivoluzione Sovietica che leggere la splendida cronaca di John Reed – vibrante di osservazioni accuratamente dettagliate che fanno rivivere il periodo, gli eventi e il loro significato. Forse è anche vero che non c’è modo migliore per capire come egli divenne ciò che era che leggendo questi racconti scritti in quei giovanili anni formativi, quando la vita è un’avventura.

    SEVEN SEAS PUBLISHERS

    Berlino, 1966

    AMERICANI IN PATRIA E ALL’ESTERO

    Il capitalista

    Sapete l’aspetto che ha Washington Square nell’umida foschia delle notti di novembre; quella grigia, luminosa atmosfera color pastello che ammorbidisce incredibilmente le rigide sagome degli alberi spogli e delle rotaie, cancellando i netti contorni delle ombre e proiettando un alone d’argento intorno a ciascuno degli alti globi elettrici. Tutti quei diritti marciapiedi di cemento sono come onice nero, incastonati in ogni piccola anfrattuosità di pozze di metallica acqua piovana. L’aria è colma di un’impercettibile pioggerella; vi sentite le guance e il dorso delle mani umide e fredde. Eppure potete fare tre volte il giro della piazza con l’impermeabile aperto e non bagnarvi affatto.

    Fu in una di queste notti che William Booth Wrenn, girovagando qua e là senza una mèta precisa, si fermò sotto le due lampade ad arco vicino a Washington Arch per contare i suoi averi. Era quasi mezzanotte. William Booth Wrenn aveva ricevuto un compenso per aver fatto non importa cosa. L’ammontare era di sessantacinque centesimi in tutto. Era la terza volta che li contava.

    Da una rapida occhiata al signor Wrenn, se non siete osservatori particolarmente attenti, ne avreste dedotto che era un giovane comune di media condizione, forse commesso in qualche avviato negozio di abbigliamento maschile. Le sue scarpe marroncine rivelavano tracce di una recente lucidata, il cappello era di un’informe stoffa inglese e l’impermeabile della lunghezza giusta. Aveva tutta l’aria di un giovane che sapesse portare i suoi vestiti. L’indulgente foschia aiutava questa impressione. Tale deve essere l’aspetto di uno che va a caccia di lavoro a New York. Ma a guardare più da vicino, avreste avuto modo di notare che aveva l’alto colletto consumato e dall’aria poco pulita; a dare una sbirciatina sotto l’impermeabile, avreste visto che il colletto era attaccato a un qualunque straccio senza maniche che era tutto fuorché una camicia; a esaminare poi le suole delle scarpe, ci avreste scoperto due buchi grossi come sbadigli da dove spuntavano un paio di calzini inzuppati. Come facevate a sapere che, dentro, l’impermeabile era leggermente rovinato dal fuoco? O che il cappello inglese si stava rapidamente scollando per colpa dell’umidità?

    Dopo aver controllato le sue finanze, William lanciò in aria una moneta. Venne testa; s’incamminò sulla destra attraverso la piazza, facendo tintinnare le monete in tasca.

    Da quella parte, fra le due lampade ad arco, c’è un desolato tratto di dure panchine di legno. Nella fioca luce distinse due persone che occupavano i due lati opposti del marciapiede. Uno era il fradicio fagotto di un ubriacone, scomodamente allungato attraverso i braccioli di ferro che la città vi ha infisso per impedire alla gente stanca, senza casa, di dormirci. Ronfava, con la faccia gonfia ciecamente rivolta verso il cielo. Minuscole gocce d’acqua lo incrostavano, scintillando ogni volta che il torace si sollevava e si abbassava. L’altro occupante era una vecchia, da cui arrivava un forte odore di whiskey. Di traverso sui radi capelli grigi, e annodata sotto al mento, portava una fascia verde di garza, luccicante di rugiada. Cantava:

    Oh, riconosco il mio amore hic! dal suo modo di camminare hic!,

    Ri... hic! ...conosco il mio amore dal suo modo di hic! parlare,

    E riconosco il mio hic! amore dal suo cappotto blu-u-u,

    E se il mio amore mi lasciasse hic!

    A quel punto, le parve di sentire il tintinnio delle monete di William e, interrompendosi di colpo, disse: «Vieni qua!».

    William si fermò e, girandosi, sollevò il cappello con fare garbato.

    «Come dice, signora?»

    «Vieni qua! Ho detto».

    Si mise seduto accanto a lei sulla panchina e la scrutò in faccia con curiosità. Era incredibilmente segnata e grinzosa, avvizzita come le facce di quelle vecchissime donne di fatica che talvolta vediamo negli uffici dopo l’orario di lavoro; il labbro inferiore tremolava senilmente. Gli puntò contro un paio di occhi vitrei e spenti.

    «Che il diavolo ti si porti!», disse. «Che hic! che razza di modi sarebbero questi di far tintinnare i tuoi soldi davanti a quel tipo e a me?».

    William sorrise.

    «Ma, buona donna...», cominciò con la massima gentilezza.

    «Buona donna hic! un accidente!», disse l’anziana signora.

    «Vi conosco a voi ricconi. Scommetto che non hai mai lavorato un minuto per i tuoi soldi, te l’ha lasciati tuo padre, non è così? Lo sapevo. Vi conosco a voi...», cercò la parola giusta: «Capitalisti!».

    William fu pervaso da un piacevole senso di soddisfazione.

    Annuì compiaciuto.

    «Come ha indovinato?»

    «Indovinato!», rise la donna in maniera sgradevole. «Indovinato! Hic! E che, non ci ho lavorato nelle case dei signori? Non ce l’ho avuti pure io da ragazza degli amici giovani e ricchi? Che ti credi? Tu e i tuoi soldi tintinnanti e quei modi raffinati! Ma chi di voi si toglierebbe il cappello hic! davanti a una vecchia beona come me, se non per scherzo?»

    «Signora, le assicuro...».

    «Perdio! Ma sentilo! Eh sì, ce n’ho avuto più d’uno di amoroso hic! ricco e distinto quand’ero ragazza. Allora sì che se lo toglievano il cappello».

    William si chiese se potesse mai essere stata bella, quell’orribile vecchio rudere.

    La cosa stimolava la sua immaginazione.

    Quand’ero hic! ragazza...

    Oh, riconosco il mio amore

    «Di’... stavo giusto pensando quand’ho inteso quei soldi che tintinnavano – buffo, no? Come facciamo tintinnare ogni cosa che abbiamo. Lo fai tu, lo faccio io, lo fanno tutti. Ecco, stavo pensando hic! Non t’andrebbe di venire con me a divertirti un po’?».

    Si sporse in avanti guardandolo di sbieco, in una mostruosa caricatura di lei da giovane; una zaffata di pessimo whiskey gli riempì le narici.

    «Dai! Vedi di spassartela un po’... hic! ...bello. Ce ne andiamo da qualche parte a divertirci?»

    «No, grazie. Non stasera», rispose William cortese.

    «Eh già», sogghignò la vecchia. «Vi conosco, voi capitalisti! Ci date lavoro quando noi non lo vogliamo. Ma non vi va di darci lavoro quando siamo noi hic! che lo vogliamo. Tira fuori la mano dalla tasca! Non la voglio la tua sporca elemosina... ne ho piene le tasche dell’elemosina. Io lavoro per ciò che mi danno, capito? Hic! Nessuna donna per bene accetterebbe la

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