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1977: Wow! ...e se ci avessero già contattato?
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E-book172 pagine1 ora

1977: Wow! ...e se ci avessero già contattato?

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Info su questo ebook

Nell'agosto del 1977, il radiotelescopio "Big Ear", nell'Ohio, registrò un segnale radio proveniente dalle profondità del cosmo. Il segnale era potente e aveva tutte le caratteristiche tipiche di un'origine artificiale. Cos'era? Un contatto alieno? L'eco di un fenomeno del tutto sconosciuto? Una richiesta di soccorso da un altro tempo? Tutte le ipotesi atte a spiegarlo sembrano crollare miseramente una a una, anno dopo anno. Dopo ben quattro decenni questo testo cerca di far luce, con rigorosità scientifica e in modo razionale, su uno dei più affascinanti misteri dell'astronomia rimasto ancora insoluto. Ma cerca anche, partendo da un quadro generale, di dare un senso nell'ambito della scienza "seria" alla domanda "siamo davvero soli nell'Universo?" a cui se ne aggiunge un'altra: "e se ci avessero già contattato?"
LinguaItaliano
EditoreDamaBooks
Data di uscita25 lug 2017
ISBN9788822801388
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    Anteprima del libro

    1977 - Alfonso Dama

    Sommario

    1977: Wow!

    ...e se ci avessero già contattato?

    Alfonso Dama

    1977: Wow!

    ...e se ci avessero già contattato?

    " Un singolo passo sul sentiero della luce vale più di centomila folli corse fra le praterie dell’oscurità "

    Cit. A.D.

    Introduzione

    Da quando mi occupo di fisica e astronomia, ossia da tempo immemorabile, la domanda che mi è stata rivolta la più innumerevole quantità di volte è: " Ma secondo te, siamo davvero soli nell’universo? "

    La tentazione immediata che spesso mi assale è di dare la risposta confezionata da Arthur C. Clarke , uno dei maggiori scrittori di fantascienza del secolo scorso (quello, per intenderci, che scrisse il racconto da cui Stanley Kubrick trasse uno dei massimi capolavori del cinema: 2001, odissea nello spazio ), e cioè " due sono le possibilità: o siamo soli in questa immensità o non lo siamo. Entrambe sono ugualmente terrificanti! "

    In verità, quasi sempre, dopo una mia lunga digressione su probabilità, distanze inimmaginabili, strumenti d’indagine ancora troppo limitati per dare risposte concrete in tal senso, la domanda che puntualmente segue è: " e non c’è proprio mai stato niente in tutto questo tempo? Nessun indizio, neanche piccolo piccolo? "

    Non oso descrivervi le loro espressioni, lo sgranamento d’occhi, quando rispondo: " Beh, a pensarci bene qualcosa c’è stato... forse. "

    Il segnale Wow!

    L’idea di scrivere un libro su uno dei più affascinanti e profondi misteri, rimasto ancora intatto e insoluto dopo ben quattro decenni e innumerevoli tentativi di smontarlo, di quelli, parafrasando un famoso distruttore di bufale , benedetti dalla scienza, covava pertanto in me da molti anni.

    Certo, in un’epoca zeppa di effetti speciali hollywoodiani, di disinformazione galoppante, di scoperte su piramidi costruite da chissà quali misteriosi guru extradimensionali, di X files e complotti segreti fra NASA e alieni, di UFO che intasano il traffico aereo e ci manca solo che vadano a fare rifornimento di carburante nel distributore sotto casa nostra, parlare del segnale Wow! è un po’ come presentarsi in uno zoo con uno strano ranocchio in mano.

    Ma se quel ranocchio è l’unico animale autentico in mezzo a innocui peluche ingabbiati, allora ne vale la pena, eccome.

    Il problema immediato è che per poter essere contagiati dal fascino innegabile di ciò che accadde esattamente nell’ormai lontano agosto del 1977, bisogna avere un minimo di nozioni. E in particolare: su cosa sia e come si componga un radiotelescopio, come funzioni un ricetrasmettitore, come avvengano le emissioni naturali, come si presenta un segnale radio artificiale e come sia possibile distinguere tra onde provenienti dai dintorni della Terra e quelle che hanno invece attraversato miliardi di chilometri nello spazio.

    Ora, non è che queste nozioni siano proprio proibitive anche a chi non abbia grosse basi di fisica, radiotecnica e matematica, per lo meno nell’essenziale e in ciò che interessa l’argomento trattato, ma comunque richiedono una certa attenzione e un certo tempo.

    Insomma è roba da libro, non da chiacchierata da salotto.

    Peraltro l’importante è definire lo spirito, per così dire, della cosa. E credetemi non lo si può fare senza determinarne anche il contesto.

    Inutile dire che questo testo non è particolarmente indicato a chi cerchi una risposta certa, e magari anche sensazionale. Siamo, se è per questo, invasi da libri, articoli, blog, tv e quant’altro che sciorinano a destra e a manca verità incontrovertibili, ovvie e sotto gli occhi di tutti, i quali non le vedono solo perché non le vogliono vedere o perché qualche superpotenza in combutta con i servizi segreti di tutto il mondo non gliele vuol far vedere. Questo libro non è per chi si aspetta di scoprire verità nascoste o bombe mediatiche sensazionalistiche. Insomma, in queste pagine nessuno troverà la risposta definitiva.

    Anche perché posso garantire in modo assoluto che né io né nessun altro su questo pianeta, oggi, possa affermare: sì, gli alieni esistono e ci hanno contattato ma neanche: non c’è nessuno lassù, è soltanto un caos di idrogeno, plasma e rocce vaganti, con qualche atomo pesante qua e là.

    Questo testo si propone solo come tentativo di rendere un esauriente approfondimento su uno dei più seri e affascinanti rompicapo non ancora risolti né dalla scienza né da nessun altro.

    Però, a differenza di tanto altro leggibile in giro, parla di un qualcosa che si è verificato per davvero, riconosciuto anche dalla cosiddetta scienza ufficiale, e che è ancora oggi perfettamente documentabile.

    Come avrebbe detto John Davison Rockefeller: questo lo firmo e lo sottoscrivo, signori miei.

    Il quadro generale

    1 - La prima domanda

    Nel finale di un famoso romanzo dell’americano Ray Bradbury, un altro dei massimi scrittori di fantascienza, un padre dice al figlio:

    Guarda nello stagno. Li vedi? Eccoli i marziani.

    Ma papà, quelli siamo noi due riflessi!

    Lo so.

    In pratica gli alieni siamo noi. E la metafora acquista un senso pratico già nel modo di porsi la famosa domanda relativa alla possibilità di vita nel cosmo al di fuori della Terra.

    In effetti, spesso molti chiedono: "esistono gli alieni ? oppure: c’è vita intelligente nell’universo? e in questi due casi la risposta è semplice, immediata e anche certa: sì, noi siamo qui no?"

    La scienza basa molto delle sue cognizioni su un principio noto e addirittura intuitivo: se un fenomeno esiste, esso tenderà a ripetersi ogni qual volta se ne ripresenteranno le condizioni. Non solo, ma esisteranno anche delle leggi che lo regolano e altre (magari le stesse) che lo hanno originato.

    Per questa ragione e tenendo presente le dimensioni dell’intero creato, il numero davvero vertiginoso di galassie, eccetera, chiedersi se siamo soli nel cosmo acquista addirittura, a pensarci bene, un che di ridicolo.

    Tutt’al più, il problema si dovrebbe ridurre non alla semplice possibilità della creazione altrove, ma nel cercare di capire se le condizioni che hanno permesso la vita e l’evoluzione sulla Terra siano una incredibile miscellanea di coincidenze che hanno quasi del miracoloso, oppure se ci troviamo di fronte a un insieme di fattori molto comuni e per nulla eccezionali, almeno dal punto di vista statistico.

    In parole povere, siamo qui per un caso incredibilmente fortunato o perché l’universo pullula di fattori favorevoli alla vita?

    In realtà, io penso che anche questo modo di porre la questione abbia a sua volta un che di ridicolo. E mi spiego.

    Alcuni anni fa fu scoperto tutto un mondo di flora e fauna in prossimità di una dorsale oceanica. Parliamo di un luogo dove le condizioni di pressione e temperatura (che in alcuni punti può superare i 250 gradi centigradi!) sono tali da indurre a credere, prima della scoperta, impossibile l’esistenza anche solo di semplici microrganismi nel giro di qualche centinaio di chilometri. Un posto in cui il mare doveva essere sterile e asettico. In altre parole, dal punto di vista del sensazionalismo, è come se qualcuno avesse scovato la vita su Venere!

    Il problema vero è che noi non sappiamo niente sul fenomeno vita preso nel suo complesso, né nei confronti della sua origine. Quando parliamo di condizioni che permettono la vita, ci basiamo su un modello unico e non confrontabile con nessun altro, e che si presenta racchiuso in un arco di tempo storico limitato: quello presente, con aggiunti i circa ottocento milioni di anni che ci hanno lasciato dei fossili analizzabili.

    Pertanto affermare che le condizioni che permettono la vita, ovunque, siano le medesime che oggi qui ora la permettono sulla Terra, o l’hanno permessa nell’ultimo miliardo di anni, non ha nulla di rigorosamente scientifico.

    È un po’ come se una comunità di insetti che vivesse da generazioni immemorabili nelle pareti di casa mia, senza averne mai messo fuori il naso, affermasse che l’unico mondo possibile è un enorme buco circondato da calcestruzzo e cemento armato.

    Ma il discorso va oltre: oggi sappiamo con un buon margine di certezza, che le condizioni in cui si trovava la Terra quando apparvero i primi microrganismi erano molto diverse da quelle attuali. Anzi, a voler essere pignoli, erano terribilmente diverse. Al punto che se oggi il mondo in cui viviamo ridiventasse di colpo com’era allora, moriremmo tutti e in un tempo brevissimo. Pur tuttavia, la vita non si estinguerebbe del tutto: sopravvivrebbe una piccola classe di microscopici organismi detti anaerobi (i parenti del tetano, per intenderci) e tutto ricomincerebbe daccapo.

    Infatti, tutti quanti noi discendiamo da lontanissimi antenati del tetano!

    A quei tempi la Terra era circondata da un’atmosfera calda e pesante, scarsissima di ossigeno, troppo umida in certi luoghi e troppo secca in altri. La chiazza d’acqua liquida più estesa non era molto più grande di una goccia sospesa in aria o di qualche acquitrino. La maggior parte del vapore acqueo proveniva da rocce e cavità caldissime, ricche di zolfo.

    Un inferno. Per noi.

    Ma in quell’inferno vivevano benissimo dei microrganismi che respiravano azoto ed espellevano ossigeno. Pare inoltre, da scoperte recenti, che ci fossero anche altri microbi che sguazzavano nell’arsenico!

    Ora, i primi organismi (nostri antenati), erano molto più diffusi dei secondi e proliferarono. Crescete e moltiplicatevi, insomma; e loro di certo non si tirarono indietro, per dir così, ma finirono per infestare l’atmosfera al punto da avvelenarla. E sì, perché l’ossigeno che producevano era veleno allo stato puro per loro, un elemento altamente tossico. Esattamente come per il loro nipotino, il tetano, che tutti sanno non sopravvive all’aria aperta ma solo nella polvere, nella ruggine o nella sporcizia.

    A quanto pare, noi umani non deteniamo neanche il record di essere stati i

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