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Rosso
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E-book162 pagine2 ore

Rosso

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Info su questo ebook

Rosso, il colore dominante nel secolo passato e nella vita di uno scienziato pronto a tutto per concludere una ricerca rivoluzionaria, attraente sia per l’Impero Nazista che per quello Comunista.
Il protagonista di queste pagine è un agiato figlio della Mittel Europa degli anni ‘30 che si affaccia alla vita sostenuto dalle giovanili pulsioni di curiosità, amore e ambizione, quando inciampa nella Guerra Mondiale.
Le carte in tavola si mescolano al punto da spingerlo all’interno di un’avventura al limite dell’immaginabile e il suo racconto di un’esistenza spesa nel dormiveglia della morale, assume anche l’aspetto di una lucida confessione, illuminando sia la guerra che l’ambiguo tessuto delle Società impegnate nel portarla avanti.
Il libro avvince sino alla fine come fosse un noir, ma ci lascia con l’impareggiabile soddisfazione di aver meglio conosciuto l’Uomo, più che il nome dell’assassino.
LinguaItaliano
Data di uscita3 lug 2017
ISBN9788856783476
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    Anteprima del libro

    Rosso - Mario Balbi

    Albatros

    Nuove Voci

    Ebook

    © 2017 Gruppo Albatros Il Filo S.r.l. | Roma

    www.gruppoalbatrosilfilo.it

    ISBN 978-88-567-8347-6

    I edizione elettronica giugno 2017

    PREFAZIONE

    di Luciano Manfredi, scultore in Mantova

    Sapevo di trovare nelle opere di Mario Balbi certi eventi poco codificati dalla Storia e raccontati da individui non comuni, ma questo libro sorprende e coinvolge con un argomento inaspettato.

    Il sipario si apre sugli anni drammatici tra le due Guerre Mondiali, intrisi tanto di ideologie quanto di sicurezze nel trionfo della Scienza applicata. Un medico, positivista curioso e pronto a innamorarsi di qualsiasi cosa, si imbarca in una ricerca sulla psiche intrecciata con suggestioni materialistiche (Lombroso contro Freud?).

    Per disporre del materiale necessario alla sua indagine non esita ad approfittare del terreno insanguinato dove Hitler lotta contro il Bolscevismo staliniano e viene così a convivere con gli aspetti che rendono rosso il secolo: Comunismo, Nazismo, Guerra, Resistenza, tecnologia del macello. Mentre si aggira tra le quinte del dramma storico, racconta senza ipocrisia le sue azioni immorali e la sorta di rimorso che lo insegue. Fino a quando, dimostrata statisticamente l’esistenza di un riscontro fisiologico nel cervello della persona fanatica, la bramosia del successo scientifico inciampa in una voce proveniente forse dall’anima, che porta il ricercatore a fare i conti con la coscienza.

    L’opera è densa sia di riferimenti storici inediti che di originali considerazioni psicologiche e sociologiche, ma io sono rimasto colpito dalla figura enigmatica del protagonista, più vicino a un Cavaliere Templare che a Paolo di Tarso. Ciò mi ha spinto a tentare di fermarne la personalità nella scultura di una testa, che muta di fisionomia a seconda dell’angolo da cui guardi.

    Questo libro si legge d’un fiato facendoci viaggiare in una vicenda avvincente, che non manca di ricordarci anche quanto sia incerto ogni progetto di vita.

    Dicembre 2016

    Note dell’autore

    Nelle vicende narrate dal Professore alcuni nomi sono stati cambiati in modo da evitare qualunque riferimento a situazioni reali. Eventuali episodi o persone ad essi correlabili sono da ritenersi un fatto puramente casuale.

    Le illustrazioni comprendono foto d’archivio dell’autore, opere dell’Espressionismo Tedesco, una scultura di Luciano Manfredi (info@lucianomanfredi.com) e una segnalazione archeologica di Enrico Calzolari (calzenrico@gmail.com) ai quali va il ringraziamento.

    A Tom,

    l’uomo avventuroso

    che è stato mio padre

    Oltre cortina

    Fui battezzato Tomaso Anacleto, nome inadatto al bimbo irrequieto ultimo di 5 figli, all’adolescente ribelle ultima ruota del carro, allo studente nemico della scuola presto abbandonata per affrontare una vita senza credenziali.

    Condividendo il sogno americano degli anni Venti, assunsi il nome di Tom e affrontai il lavoro con accanimento nella convinzione di poter emergere. Anche nel tempo libero era mio svago seguire ogni opportunità commerciale, atteggiamento notato e apprezzato da tutti i padroni tanto che dopo la guerra e prima dei quarant’anni mi trovai responsabile esportazione di un’importante industria elettromeccanica.

    Per cercare nuovi mercati osai metter subito piede nei Paesi dell’Est, quelli che da poco stavano dietro alla cortina piantata da Stalin: erano nazioni distrutte anche peggio dell’Italia e in particolare necessitavano di ristabilire la rete di trasporto dell’energia elettrica mediante apparecchiature che non producevano. Potevano contare al massimo su qualche obsoleto surplus russo disponibile non prima di un quinquennio, così riuscivo a vendere i nostri apparecchi ancor prima che il PCI si mettesse di mezzo per riscuotere la tangente di mediazione.

    Con i polacchi l’intesa fu immediata.

    C’era una classe dirigente di solide basi ma decimata da nazisti e sovietici, smarrita dopo che gli Alleati avevano abbandonato a questi ultimi quanto sopravvissuto del Paese.

    Tale era poi l’urgenza di risolvere il problema energia, che nemmeno Mosca poteva sollevare obiezioni e come mezzo di pagamento avevano dell’ottimo carbone. Solo una volta dovetti accettare dei cavalli.

    Infine, due secoli di rapporti fraterni nel segno dei comuni ideali di indipendenza e libertà erano culminati con la presenza dell’eroico contingente polacco di Anders a fianco degli Alleati per cacciare i nazisti dall’Italia. Questa fratellanza neppure la Cortina di Ferro era riuscita per il momento a offuscare.

    Con la dirigenza dell’Ente Elektrim, come pure con quella dell’Importatore di Stato, avevo stabilito una salda corrente di fiducia. Dopo un anno di frequentazione ascoltavo con amarezza le lamentele degli eminenti ingegneri di estrazione nobiliare o borghese che solo grazie all’emergenza in atto avevano potuto mantenere il posto di lavoro anziché venire emarginati o imprigionati come socialmente sospetti. Sopravvivevano con magri stipendi e frequenti controlli della polizia politica, incerti sul loro domani. Ci si incontrava nei loro uffici e anche fuori orario perché volentieri mi accompagnavano nei negozi Desa, dove lo Stato vendeva agli stranieri il patrimonio artistico requisito ai signori d’ante guerra e poi magari ai rapinatori tedeschi in fuga. Poiché il Governo ci guadagnava, l’accompagnatore acquisiva un piccolo merito presso il Regime mentre a me fu possibile collezionare bellissimi pezzi d’antiquariato.

    Queste persone erano diventate veri amici e portavo loro dall’Italia qualsiasi dono riuscissi a infilare in valigia. Quando poi negli anni ’50, insieme all’inseparabile progettista, osammo raggiungere la Polonia in automobile, a prezzo di un viaggio pesante e avventuroso ero in grado sia di sfoggiare modelli referenziali per l’industria italiana che d’introdurre, dedotti i balzelli per la dogana, vino, olio, parmigiano, agrumi e pezze di stoffa, così da acquisire presso gli amici una fama leggendaria. Fu un grande periodo, unico nella vita per abbondanza di soddisfazioni professionali, culturali e umane.

    In seguito alla fiduciosa consuetudine, quegli amici iniziarono ad ammettermi anche a casa loro, in ambienti dove appena possibile si sparlava del Regime e soprattutto dei russi. Io mi barcamenavo senza espormi, nel caso fosse infiltrato tra i convitati qualche provocatore spione. Cominciai a preoccuparmi quando fecero riferimento insistente a un personaggio di grande carisma, estraneo ai nostri affari in quanto ex cattedratico di psichiatria, che tutti chiamavano il Professore e avrebbero desiderato farmi conoscere. Non risiedeva a Varsavia e sempre evitavano accuratamente di pronunciarne il nome; poteva forse essere un capo dell’opposizione al Regime? Preferivo di gran lunga quando progettavano la serata in cui mi avrebbero fatto ascoltare un concerto di Chopin totalmente di mano polacca, senza contaminazioni russe o tedesche, a loro parere altro obiettivo non facile.

    Le giudicavo ipotesi lontane quanto innocue, finché non rimasi intrappolato nell’apprendere che erano riusciti a organizzare la serata musicale in concomitanza con la presenza del personaggio. Sarebbe stata una bella sorpresa anche per lui, ci saremmo potuti riunire proprio nel palazzo della Cittadella che ai bei tempi era appartenuto alla sua famiglia. Aggiunsero che avremmo dovuto adottare qualche precauzione, dato che il Regime vedeva male qualsiasi riunione di intellettuali e per di più in presenza di capitalisti. Era sconsigliabile che mi facessi seguire dalla polizia sino al portone e avrei ricevuto per tempo istruzioni adeguate.

    Mi dichiarai pienamente d’accordo sulla cautela, in quanto già l’amico Incerti, uomo d’affari del PCI in Polonia, non smetteva di raccomandare: «Evita qualsiasi grana con la polizia perché gli sbirri sono dei bastardi anche sotto la stella rossa e probabilmente neppure le Botteghe Oscure sarebbero in grado di tirarti fuori indenne dalle loro grinfie».

    Sono diffidente ma anche curioso, così alla vigilia dell’incontro accolsi con attenzione e serenità tutte le istruzioni, tenendo solo per me i timori. Dovevo lasciare l’albergo in auto, guidare svelto sino a Piazza Zamkowy, parcheggiare in un certo spazio per proseguire a piedi seguendo il percorso studiato in precedenza sulla pianta della Cittadella. Era questo il quartiere magico di Varsavia, ammantato come pochi altri al mondo nel ricordo di eventi tragici, tanto da sembrar leggenda, se non fossero divampati in un passato dalle braci ancora tiepide.

    Cittadella costituisce un comprensorio fortificato posto su una bassa collina sulla rive gauche della Vistola e fino all’epoca napoleonica rappresentava il cuore della città. Successivamente decadde in quartiere popolare di artigiani con il famoso Convento Agostiniano adibito a ospizio: solo nel nuovo secolo la zona si era riqualificata come residenza di artisti e letterati, catturando anche l’interesse di cittadini facoltosi e dell’apparato amministrativo. L’invasione del 1939 fu accompagnata dai devastanti bombardamenti della Luftwaffe e diede un primo esempio della bizzarria nazista.

    Tom in Polonia con una fuoriserie Fiat 1400

    carrozzata Ghia

    Quanto restava del Palazzo Reale fu totalmente demolito con l’esplosivo, mentre il cuore della Cittadella venne prontamente restaurato in omaggio alla cultura. Era tuttavia destino che la Cittadella non dovesse sopravvivere al passaggio di Hitler. Verso la conclusione della guerra, quando Varsavia insorse per liberarsi dai tedeschi, Stalin negò il suo aiuto lasciando che la Wehrmacht schiacciasse un’iniziativa in odore di liberalismo. Gli ultimi insorti si chiusero nella Cittadella, attaccata con aerei, cannoni, panzer e lancia fiamme, finché non morirono tutti. Quando i sovietici fecero della Polonia un loro satellite, sapevano di avere con Varsavia la coscienza sporca e vollero superare i tedeschi anche nell’omaggio alla cultura ricostruendo la Cittadella a tempo di record. In quella collina i mattoni andarono dunque due volte giù e poi su, insieme alle migliaia di anime che dai corpi gettati nelle fosse comuni risalirono verso il Paradiso.

    Lascio l’Hotel Palace e dopo la corsa nel traffico inesistente parcheggio la Ghia vicino a una staccionata di cantiere da cui spunta un mozzicone di campanile. Mi allontano di qualche passo e guardo la bella linea della mia macchina, lucida e sola. Per una visita in incognito non sembra il miglior inizio, perché sicuramente oggi a Varsavia non esiste altro mezzo di tal fatta e parcheggiarlo lì equivale a timbrare il cartellino nella guardiola di fabbrica. Sarà un tortuoso espediente suggerito per mostrare che non ho nulla da nascondere, prendiamola così. Un’occhiata al fiume e all’austera colonna di Sigismondo, poi via per la stretta Pivna. Senza voltarmi supero un altro campanile con una sfavillante cipolla d’oro, mentre non mi sfuggono gli eleganti palazzi, freschi di intonaco a calce e odorosi di vernice, per lo più deserti. Prima di voltare a destra nella Zapiecek mi fermo e indugio come loro avevano detto di fare. Guardando indietro scorgo una Tatra, la panciuta berlina magiara simile a un grosso scarafaggio, ferma proprio dietro alla stupenda linea di quella italiana. Mentre il cuore accelera, cerco di ostentare tranquillità per non dare a chiunque osservi una diversa impressione. Me ne sto accostato alla casa d’angolo, che è abitata, e percepisco al suo interno un’inconsueta atmosfera festosa dalla quale mi sento ben lontano. Appoggiato con la schiena al caldo portone, non posso chiudere la mente a concrete ragioni di preoccupazione.

    Penso a quando stavo ancora nel mio ufficio a preparare il viaggio e mi arrivò la telefonata di quel tal Varisco. Addirittura un colonnello dell’Arma che voleva incontrarmi per la consegna del porto d’armi e che mi stupì ancor di più con la proposta di un aperitivo insieme. Era un bell’uomo in giacca di tweed, dal sorriso arguto, decisamente un interlocutore piacevole. Mi guidò a un tavolo appartato del Caffè Pedrocchi, sotto la statua neoclassica di una ninfa. Accennò ai miei frequenti viaggi all’Est e si complimentò per le commesse che avevo portato in Italia. Furono serviti due Cinar e mentre mi consegnava la licenza, con un sorriso iniziò a parlare con disinvolta affabilità.

    «Lei lo sa, vero, di essere stato condannato a morte dalla cellula comunista della sua azienda? I compagni ritengono che un uomo capace come lei, dopo aver rifiutato l’invito di unirsi a loro, possa solo

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