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Il Giardino delle Anime

Il Giardino delle Anime

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Il Giardino delle Anime

Lunghezza:
454 pagine
6 ore
Pubblicato:
Jun 28, 2017
ISBN:
9788893690867
Formato:
Libro

Descrizione

Natan non sa cosa sta per accadergli. All'età di sedici anni, due soldati dell'Impero lo prelevano dalla dimora in cui vive con sua madre per costringerlo ad arruolarsi. Nonostante le proteste della donna, Natan non può evitare il destino che ha in comune con tutti gli altri giovani abitanti di Elmuren. La guerra imperversa al Nord, nell'Accampamento del Generale Gate, dove incontra il suo migliore amico e dove, qualche anno dopo, riceve la notizia che sua madre è molto malata. Prima di morire tra le sue braccia, Selene riesce ad avvertire Natan del pericolo che corre. In un impeto di disperazione, il ragazzo scopre una lettera scritta molti anni prima da Selene in persona, in cui la donna lo implora di fidarsi di lei e di fuggire nel Deserto di Draden. Da questo momento in poi la vita di Natan cambierà radicalmente, presentandogli nuovi ostacoli. Nel viaggio verso il Deserto, Natan incontra Lyeine, una ragazza misteriosa che lo seduce, portandolo a giacere con lei. Giunto nell'Accampamento del Generale Atock, il ragazzo incontra Eidel, una strega molto potente, che un giorno si troverà costretta a rivelare a Natan ciò che è destinato a compiere.
Pubblicato:
Jun 28, 2017
ISBN:
9788893690867
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Il Giardino delle Anime - Pasqualino Ferrante

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Prologo

L’aria gelida del Nord le sferzò il viso con tutta la sua irruenza. L’inverno aveva portato un freddo critico, reso ancora più insostenibile dal vento tagliente, ospite abituale nel territorio settentrionale di Elmuren.

Cassandra non si era fatta intimidire da un po’ di neve e qualche tempesta gelata. Aveva affrontato di peggio, fino ad allora, e il pensiero che non avrebbe più rivisto né sua figlia, né suo marito fece da schermo alle condizioni estreme.

Ricordò le parole di Tom quando le aveva urlato contro, accusandola di egoismo e di preferire la sua natura all’amore per la famiglia.

«Non m’importa di me, Cassie» aveva inveito, mentre lei s’imbacuccava per affrontare la tormenta, «ma pensa a tua figlia, Lya. Se non dovessi più tornare, che cosa potrò mai raccontarle? Che sua madre ha deciso di suicidarsi per un motivo sconosciuto?»

Lei non aveva trovato le parole giuste da usare, per rispondere a quelle accuse, e una lacrima solitaria le era scivolata lungo il viso, rosso di tristezza e disperazione.

A quel punto, Tom aveva deciso di rischiare tutto: si era lanciato contro di lei per afferrarla, con l’intento di costringerla a restare. Le era bastata la minima concentrazione e Tom era stato scaraventato indietro, finendo rovinosamente su un tavolino. Cassandra sapeva di averlo solo tramortito e che sarebbe stato bene. Scoppiando a piangere, era uscita, sbattendo la porta.

Abbandonare Atlas aveva voluto dire lasciarsi definitivamente alle spalle quella vita e, mentre i lunghi capelli corvini le frustavano il viso, la strega smise di pensare, decidendo di rinunciare alla tanto agognata felicità.

Aveva raggiunto la cima di una montagna completamente innevata, dove a valle si estendeva la vastità del regno di Verbelial: Nyuril. Le ritornò in mente la terribile Premonizione, in cui Verbelial radunava l’esercito di Urniani e partiva all’attacco, distruggendo tutto ciò che tentava di ostacolargli il cammino. Non avrebbe risparmiato nessuno; uomini, donne, bambini, malati e anziani, tutti sarebbero stati abbattuti dalla sua sete di potere e l’orda di avidi guerrieri si sarebbe lasciata alle spalle una scia di sangue indelebile.

Era pienamente consapevole del fatto che c’era solo un motivo per cui quella Visione era arrivata a lei e a nessun altro Oracolo o Veggente del luogo. Questo l’aveva incoraggiata a prendere in mano la situazione, impedendo al nemico di portare a termine il suo piano. Tuttavia, doveva riconoscere che non aveva alcuna possibilità di vincerlo, pertanto aveva spostato l’interesse su una Maledizione.

Si era incisa sulla pelle degli strani simboli, appartenuti a un’antica magia, ormai abbandonata e dimenticata, e con alcuni rituali, durati mesi al chiaro di luna, era riuscita ad attivarli. Chiunque l’avesse uccisa, sarebbe stato condannato alla sconfitta da parte di una creatura magica, giunta dopo quasi un secolo dalla sua morte. Tutti l’avrebbero conosciuta come Prescelto o Sinnadar, rispettando tale essere per il suo immenso potere. Il Prescelto avrebbe avuto dalla propria parte le forze della Natura, diventandone egli stesso il padrone assoluto.

Nessuna pozione poteva reprimere, né tantomeno sconfiggere la paura che stava provando in quel momento. Chiuse gli occhi e si sentì trascinare via da un vento ancora più forte di quello invernale che soffiava intorno a lei, poi dopo un istante, fu avvolta dalla calma più totale e dal silenzio più oscuro che avesse mai avuto la sfortuna di percepire.

Lasciò che, per un’ultima volta, l’amore per Tom e per la sua bambina così piccola le sfiorasse i pensieri e, infine, chiuse la mente su quei ricordi. Spinse le possenti porte di legno a doppio battente: non c’era anima viva nei dintorni; sembrava quasi che le guardie si fossero rifiutate di assistere Verbelial, ma Cassandra sapeva che nessuno sano di mente avrebbe mai preso una decisione del genere. Si chiese perché avessero scelto di abbandonare un posto in cui erano tenuti a sostare praticamente per l’eternità.

Senza farsi intimidire da questo pensiero, si addentrò nel castello ancora più tetro ed ebbe appena il tempo di vedere un pavimento lussuoso, illuminato da alcune torce, che il mondo divenne di nuovo buio. Cassandra seppe fin da subito che non era un buio normale, non era umano, bensì sovrannaturale. Qualcuno la stava rapendo e lei non poté fare nulla per liberarsi, tanto era oppressa dall’ombra.

Passò un tempo che le sembrò quasi infinito, poi così com’era venuta, allo stesso modo l’oscurità si dileguò. Si ritrovò seduta su uno scomodo scranno, accanto a un lunghissimo tavolo di legno lucido e perfettamente immacolato. L’enorme sala in cui l’avevano trascinata era assolutamente deserta e, allo stesso tempo, calda e accogliente. Ciò nonostante, era consapevole di trovarsi tra le grinfie del nemico.

«Benvenuta nella mia dimora, Cassandra. Ti stavo aspettando.»

La strega non aveva realizzato di non essere l’unica seduta al tavolo. Qualcuno era accomodato esattamente di fronte a lei, all’altro capo. Il suo volto rimase nascosto nella semioscurità e la sua voce risuonò distorta da qualcosa di disumano. Non riuscì a capire se fosse uomo o donna e neanche a individuarne la razza. Data la statura, a ogni modo, non poteva essere né un Fauno, né un Nano, intuì.

«Capisco che sei rimasta a dir poco stupita dalla bellezza della mia dimora, ma nessuno farebbe aspettare il signore Verbelial, mia cara Cassandra. Dimmi perché sei venuta e forse deciderò di risparmiarti.»

«Sono venuta per ucciderti, ecco la verità! Non ti permetterò di massacrare la mia gente...»

Verbelial la interruppe con una risata fragorosa e priva di qualsiasi forma di gioia. Era gracchiante e molto simile a un rantolo mortale. Cassandra rabbrividì a quel suono tanto terribile.

«Lo sai anche tu che nessuno può uccidermi e sapevi perfettamente che io sarei stato qui ad aspettarti. Non ho avvertito sorpresa, quando ti ho catturata per trascinarti qui. So solo che ti sei chiesta come mai non ci fosse nessuno a fare la guardia. Beh, ti confesso che è stata una mia decisione, dal momento che non avevo voglia che le mie scorte umane venissero trucidate e tu ne saresti stata capace.»

Scorte umane; parla dei suoi servitori come se stesse discutendo su cosa preparare per cena questa sera. Lurido verme!, pensò Cassandra. Un’altra risata le risuonò nella testa, simile al rintocco di una campana stonata.

«Mi piace quando qualcuno pensa che io sia un lurido verme, sai? Perché i vermi mangiano gli insetti e per me tu, come tutti gli altri, sei un insetto, tesoro

Questo fu troppo: Cassandra scattò in piedi, sbattendo le mani sul legno che vibrò sonoramente.

«Non hai il diritto di chiamarmi tesoro. Solo a Tom l’ho concesso, perché lo amo e so che lui mi sta aspettando. Quando tornerò a casa con la tua testa tra le mani, tutti mi acclameranno e saranno contenti che finalmente qualcuno si sia degnato di eliminare un abominio del tuo genere!»

Dopo queste parole, l’essere si alzò lentamente dalla sedia. Il suo volto fu l’ultima cosa che riuscì a vedere e rimase pietrificata dallo stupore e dalla paura. Non è possibile pensò Cassandra. Verbelial schioccò le dita e ogni cosa fu sommersa dal buio più profondo.

1

La vita segreta di una madre

Questo messaggio è per Natan Reywind. Selene si è gravemente ammalata e purtroppo né io, né i guaritori siamo riusciti a capire da quale male sia affetta. Stiamo aspettando che la sua anima la abbandoni per farla riposare in pace, ma prima credo che abbia il diritto di rivedere suo figlio per un’ultima volta.

Agatha Werefair.

Il ragazzo di nome Natan Reywind rilesse il messaggio un numero incalcolabile di volte. Selene era sua madre e niente aveva annunciato che un giorno avrebbe ricevuto una notizia simile.

All’età di sedici anni, due soldati dell’Impero avevano prelevato Natan dalla casa in cui era cresciuto e, nonostante le proteste della donna, era stato costretto ad arruolarsi.

Erano passati ormai cinque anni da quel giorno così triste e aveva rivisto sua madre in rare occasioni. In quei momenti aveva dovuto minacciarla di ritirarsi dal servizio nell’esercito, pur di convincerla a farsi assistere da un maggiordomo o da una cameriera. Così la donna si era lasciata dissuadere e aveva scelto di vivere con Agatha, un’anziana vicina di casa espertissima nei lavori domestici.

Natan si era fidato subito di lei, perché tutti ne parlavano bene ad Atlas ed era tornato al Nord con l’animo sereno.

L’ultima volta in cui aveva parlato con Selene, sua madre gli era apparsa molto stanca e, allo stesso tempo, più forte che mai, sempre cocciuta e determinata nelle sue scelte. Il pensiero che potesse essere in qualche modo attanagliata da un morbo inguaribile lo fece cadere nella disperazione più cieca.

«Reywind, siediti per favore» lo esortò il Generale Gate, guardandolo di sottecchi, piuttosto preoccupato. Era calvo e aveva l’aspetto possente di un vero guerriero.

Natan eseguì, senza riflettere molto su ciò che stava facendo e continuò a rimuginare su come avrebbe dovuto agire da allora in poi.

«Signore, mi darà il permesso di andare a casa?»

«Direi che sia il minimo. La patria è importante, ma a volte la famiglia lo è di più. D’altronde, sono certo che accetterai di dover tornare quanto prima possibile.»

«Lo so, signore, sebbene sarebbe lontano dalle ultime volontà di mia madre.»

«Cosa intendi?»

«Lei non avrebbe mai voluto che mi arruolassi, perché sapeva che sarebbe rimasta da sola e, forse, il suo malessere è stato una conseguenza del mio abbandono.»

Gate non rispose a quella sfida e si limitò a studiarlo ancora per un po’. Dopo qualche istante, alzò lo sguardo e fece cenno al soldato che aveva scortato Natan di avvicinarsi.

«Reywind, c’è qualcuno di cui ti fidi e che secondo te possa accompagnarti fino alla Capitale?».

Natan rifletté e rispose: «Joschka Maltereg.»

Joschka era stato il primo con cui Natan si era scontrato appena aveva messo piede nell’Accampamento di Gate. Era più vecchio di lui di almeno dieci anni e si trovava al servizio dell’Impero da un decennio e mezzo o poco più. Aveva perso i genitori in modo terribile, a causa delle razzie di un’orda di Urniani nel villaggio alle pendici delle Montagne del Nord in cui vivevano, dove quasi tutti gli abitanti erano stati trucidati. Tutto questo era avvenuto poco dopo l’arruolamento di Joschka e, quando lui l’aveva scoperto, si era trasformato in una persona dura e distaccata. Natan non lo conosceva e, ignorando la sua stazza inquietante, lo aveva sfidato in un duello corpo a corpo. Nonostante la bassa statura e l’aspetto minuto, era riuscito a metterlo al tappeto. Aveva temuto un’amara vendetta da parte del suo avversario e, invece, inaspettatamente erano diventati amici fraterni.

La guardia di Gate uscì dall’enorme tenda e tornò più tardi accompagnato da Joschka. Il ragazzo era alto e muscoloso, aveva i capelli corvini e gli occhi blu e profondi. Il volto e le braccia scoperte erano segnati dalle cicatrici di guerra e ciò rendeva ancora più affascinanti i suoi muscoli e la sua forma perfetta.

«Signore, a cosa devo la sua convocazione?» domandò immediatamente Joschka, scattando sull’attenti in segno di rispetto.

Il Generale si alzò e fece il giro dell’ampia scrivania, a cui era stato seduto fino a un attimo prima. Si avvicinò a lui.

«La madre del tuo commilitone è gravemente ammalata e ti concederò un permesso speciale per accompagnarlo da lei. Come ho già riferito al signor Reywind, dovrete tornare quanto prima. Ora potete andare.»

Natan lasciò la sua seduta e, con un cenno di rispettoso saluto, uscì seguito da Joschka. Percorse alla svelta il sentiero segnato dalle tende, intento a raggiungere la sua il prima possibile.

«Natan, aspetta» lo chiamò Joschka, tenendogli dietro con difficoltà. Natan obbedì, sbuffando: non aveva alcuna voglia di parlare.

«Mi spieghi cosa sta succedendo?» chiese il suo amico, guardandolo fisso negli occhi e cercando di scrutare i pensieri più reconditi della sua mente.

«Hai sentito Gate. Mia madre sta morendo e devo tornare da lei. Sei libero di rifiutare il suo permesso. Ti capirei...»

«Fermati, amico! Ti accompagnerò. Come fai solo a pensare che io possa rifiutare il permesso del Generale? Sarei venuto con te anche contro la sua volontà, dovresti conoscermi ormai.» Sorrise e lo studiò con occhi accondiscendenti.

«Grazie, Joschka. Perdonami per la sfuriata, solo che non mi aspettavo che accadesse una cosa del genere.»

«Andrà tutto bene. Puoi contare su di me. Adesso però dobbiamo prepararci per la partenza» concluse l’altro.

Natan rimase sveglio quella notte e sostò davanti allo specchio per dare una sistemata ai suoi indomabili capelli rosso fuoco. Indossò una camicia di cotone bianco e dei calzoni comodi per il viaggio. Si accarezzò la barba, indeciso su cosa farne: sua madre lo aveva visto con il viso immacolato e puro di un bambino e Natan temette che, vedere quello stesso viso ricoperto da una peluria ispida, sarebbe stato un colpo troppo duro da sopportare.

Erano pochi i tratti in cui somigliava a Selene. L’unica cosa in cui rivedeva continuamente la donna erano gli occhi verdi e profondi. Senza la luce del giorno potevano sembrare neri, tanto erano scuri.

Riempì la sua cintura di pugnali e di una spada e riuscì a infilare dentro una tasca la mappa di Elmuren. Prima di riporla al sicuro, la studiò.

Al Nord c’erano le grandi Montagne, conosciute anche come Bocche di Fuoco, antichi vulcani attivi, pronti a esplodere e a causare un disastro dalla portata inestimabile. Le Montagne segnavano il confine tra Elmuren, terra governata dall’Imperatore Gralic e da sua moglie Samantha, e Nyuril, mondo abitato dagli Urniani o Barbari, guidati da Verbelial. Quest’ultimo costituiva la figura più misteriosa di cui Natan avesse mai sentito parlare. Non se ne conoscevano né il sesso, né la razza di provenienza. Tutto ciò che si sapeva era che fosse il più potente stregone in circolazione.

Da secoli ormai, l’immortale Verbelial minacciava di invadere Elmuren, per riscattare i territori anticamente sotto il suo dominio e strappati dalle mani dei Barbari in modo vile e aggressivo. Pochi credevano in questa storia, anche se i motivi che lo avevano portato a iniziare la guerra erano passati in secondo piano, da quando il Re aveva cominciato a radere al suolo i piccoli villaggi del Nord.

Le tensioni si erano accumulate nel corso di lustri e lustri di storia e, soltanto venti anni prima, il Re degli Urniani aveva deciso di intraprendere la spedizione militare. Molti stregoni a servizio dell’Impero sostenevano che i motivi fossero altri e Natan non se n’era mai interessato troppo per capire qualcosa in più sulla faccenda.

Atlas, la sua città natale nonché la Capitale dell’Impero, svettava al Centro, costituito da una miriade di popolatissime città in cui si svolgevano tutte le attività più remunerative del regno. Un lungo fiume, di cui Natan non sapeva il nome, separava il Centro dal Deserto di Draden, una vastissima distesa di sabbia per lo più sconosciuta.

A Est si estendeva un’immensa foresta di alberi millenari, nota come Aerthes, che voleva dire qualcosa di simile a selvaggio o naturale, anche se Natan non si era mai deciso a studiare il vero significato del nome. Infine a Ovest, Elmuren era bagnata dall’Oceano, un vasto mare ricco di isole su cui si diceva che abitassero le Sirene.

«L’alba è arrivata, Natan. Sei pronto?» lo chiamò Joschka, mentre Natan metteva via la mappa. L’amico si era vestito di tutto punto per il viaggio e gli venne il sospetto che avesse tentato di pettinarsi i capelli corti e neri.

Fece cenno di sì con la testa, raccolse un sacco di pezza contenente pochi averi e lo seguì, uscendo dalla tenda.

Impiegarono pochi giorni per avvistare le imponenti mura di Atlas. In sedici anni della sua giovane vita, Natan non era riuscito a visitare tutta la città. Esistevano dei luoghi che gli erano tuttora preclusi, tanto era grande e ricca di risorse.

Su tutte le costruzioni incombeva il castello dell’Imperatore, posto esattamente in mezzo al groviglio di case e palazzi. Esibiva la forma e l’aspetto maestosi di una vera dimora reale e, fin da bambino, Natan aveva desiderato infilare la testa in quelle porte così grandi per vedere cosa nascondessero.

Da quando la guerra era cominciata, Gralic aveva ordinato di sigillare tutti gli accessi alla città, lasciando aperto solo quello Nord. Quattro guardie controllavano chiunque entrasse o uscisse dalle mura. Un falco messaggero aveva provveduto ad avvertirli del loro arrivo e, prima di entrare, dovettero mostrare un permesso scritto che il Generale Gate aveva provveduto a consegnare loro, mentre stavano partendo.

Lasciarono i cavalli nelle stalle all’ingresso e da lì proseguirono a piedi. Nonostante tutto il tempo passato lontano da casa, Natan ricordava perfettamente la strada che li avrebbe portati a destinazione.

La dimora in cui Natan era venuto al mondo e dove aveva vissuto fino all’età di sedici anni, apparteneva a una serie di ville residenziali. Ognuna era munita di un cancello in ferro battuto che di solito restava chiuso. Tuttavia, quello attraverso cui avrebbero dovuto passare loro, era spalancato come se qualcuno fosse stato ad aspettarli per tutto il tempo. Prima di superarlo, il ragazzo si fermò bruscamente e Joschka quasi gli finì addosso.

«Tutto bene?» chiese in tono apprensivo.

Natan fece un sospiro preoccupato e annuì, conscio che se avesse aperto bocca per parlare, avrebbe vomitato i pochi viveri ingurgitati quella mattina.

La città stava cominciando a svegliarsi: i mendicati presero a strusciare i piedi sulle strade lastricate in pietra e spuntarono ragazze dall’aspetto sensuale e accattivante. Una di loro si fermò a pochi passi da lì e li squadrò, pregustando l’eventuale preda. Natan e Joschka la ignorarono.

Percorsero il breve vialetto, ricavato in un quadrato di erba verde. Salirono i pochi gradini che conducevano alla sobria porta d’ingresso con un battente in ottone al centro. Natan bussò tre volte, certo che in quel modo lo avrebbero riconosciuto. Infatti, senza che nessuno comandasse loro di identificarsi, l’uscio si spalancò quasi all’istante e rivelò una figura femminile curvata dal tempo.

Agatha era una donna molto avanti con gli anni, a cui il ragazzo non aveva mai osato chiedere l’età. Indossava una veste da domestica bianca, ornata da un grembiule e una cuffietta marroni. Ciuffi di capelli candidi le solleticavano la fronte, segnata da profonde rughe. Aveva gli occhi grigi e accoglienti di una devota servitrice, mentre le mani dalle dita contorte erano strette in grembo.

«Siano ringraziati tutti gli dei della Natura» esclamò la donna, con voce bassa e gracchiante. Senza curarsi del suo stato di servitrice, Agatha lo abbracciò, piangendo sul suo petto, poi spostò lo sguardo su Joschka e si inchinò, presentandosi.

«Salve a lei, signora. Mi chiamo Joschka Maltereg e sono giunto fin qui per accompagnare il signor Reywind al cospetto di sua madre» disse Joschka, abbassando il capo in segno di rispetto.

«Selene è molto malata. Chiede di te praticamente ogni giorno e a ogni pasto. Giuro che abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere, per migliorare le sue condizioni di salute, Natan, ma ogni sforzo è risultato vano» spiegò la donna, portandosi una mano alla bocca per la totale perdita di speranza.

«Ne sono più che certo, Agatha. Mi ritengo fortunato per il fatto che tu sia stata accanto a mia madre per tutto questo tempo. Gli impegni di guerra mi hanno tenuto lontano da lei e ti assicuro che da oggi non sarete più sole. Posso vederla?» aggiunse, cercando di nascondere il coraggio che aveva dovuto usare per porre quella domanda.

«Naturalmente. Seguitemi» rispose l’altra e si voltò per far loro strada. Percorsero il lungo corridoio piastrellato di marmo e decorato da vasi e quadri antichissimi dipinti a mano. Superarono numerose porte, finché non si fermarono a quella infondo al corridoio.

«Prima che entri, devo avvertirti che Selene è molto cambiata dall’ultima volta in cui l’hai vista, Natan. Le sue condizioni sono peggiorate drasticamente nello scorso inverno, quando ho deciso di inviarti la missiva.»

«In inverno? Siamo a primavera, Agatha. Perché hanno impiegato tutto questo tempo per recapitarmela?» chiese Natan a bassa voce: non voleva che Selene sapesse che suo figlio era tornato da lei, prima di scoprirlo con i propri occhi.

«Pochi giorni dopo averlo inviato, il misso è tornato, dicendomi che il rotolo di pergamena era stato consegnato al destinatario. In effetti, mi sono chiesta molte volte perché non fossi ancora corso qui.» Agatha scostò lo sguardo, in imbarazzo per aver dubitato di Natan. Il ragazzo comprese pienamente le sue ragioni e ammise che anche lui si sarebbe insospettito, se fosse stato nei panni della donna. Concluse che Gate aveva ricevuto il messaggio di Agatha, decidendo di tenerlo nascosto, per impedirgli di lasciare l’Accampamento. Natan ricordò che in inverno avevano dovuto affrontare un piccolo esercito di Barbari, che si era spinto fino agli ultimi villaggi del Nord ed erano riusciti a respingerli solo dopo giorni e giorni di combattimenti.

«Perdoni la mia intromissione, signora. La pergamena che ha spedito era sigillata con ceralacca?» intervenne Joschka, improvvisamente dubbioso.

Agatha annuì in risposta e continuò a fissarlo, illuminata da un’idea sconvolgente.

«Gate me l’ha consegnato che era già aperto. Ero talmente stravolto da ciò che c’era scritto all’interno, che non ho pensato a cosa potesse essere successo. Deve averlo letto solo prima di consegnarmelo e, essendosi reso conto che la situazione fosse più grave di quanto immaginasse, ha deciso di farmelo leggere immediatamente» capì Natan, pensando ad alta voce. Si sentì arrossire per la rabbia e scelse subito di reprimerla, consapevole che vedere sua madre fosse la priorità in quel momento.

Agatha aprì la porta e lo lasciò passare per poi richiuderla, restando fuori con Joschka.

Selene era distesa su un enorme letto a baldacchino, illuminata dai raggi di sole che penetravano dalla finestra. La testa poggiava su due cuscini e candide coperte di lino la nascondevano fino al petto. Le braccia erano sistemate lungo i fianchi e i capelli, diventati ormai quasi tutti grigi, si allargavano a formare un’aureola. Aveva gli occhi semichiusi e si rifletteva nello specchio del tavolo da toeletta, sistemato vicino alla parete ai piedi del letto.

La donna ruotò lentamente la testa e le iridi verdi e impenetrabili si soffermarono su di lui, diventando immediatamente luccicanti. Il suo respiro si fece all’improvviso frenetico, tanto fu felice di rivederlo.

«Dimmi che è tutto reale e che resterai qui, figliolo.» La voce profonda e armoniosa era diventata un rantolo quasi incomprensibile. Natan trattenne le lacrime e si avvicinò al letto. Le prese una mano e gliela baciò calorosamente.

«Sono troppo felice di rivederti, amore mio» proseguì, bagnando il cuscino con le lacrime.

«Anche io lo sono, mamma. Giuro che non ti abbandonerò mai più. Perdonami...»

«Ti prego, non chiedermi perdono, Natan. Avrei così tante cose da dirti» lo interruppe, tirando la mano del ragazzo e cominciando a stringerla forte sulle labbra e sulle guance.

«Anche io devo raccontarti tutto quello che è successo in questi anni. Volevo farlo di persona, perché ti avevo promesso che sarei tornato. Ho appena saputo di quello che ti è capitato, altrimenti sarei partito molto prima» si giustificò Natan, sebbene sapesse che Selene non lo avrebbe mai biasimato, neanche in punto di morte. «Ora hai bisogno di riposare, mamma e, quando starai meglio, ci racconteremo ogni cosa.»

«Sei tutto quello che ho, Natan, e proprio per questo ti chiedo di non provare a illudermi. Sto morendo. Agatha lo pensa e anche i guaritori, ma l’hanno capito tardi, mentre io ne ero certa fin da subito.»

«Basta parlare, mamma» la ignorò Natan. Un macigno aveva preso a schiacciargli il petto, impedendogli di parlare. Si stava allontanando da lui in punta di piedi, come aveva sempre fatto.

«Ti stavo aspettando» biascicò e le ultime parole furono soltanto un sospiro. La presa sulla mano si allentò e la sua testa restò piegata di lato. Il petto smise di alzarsi e abbassarsi lentamente. Selene morì all’improvviso, addormentandosi come un bambino appena nato.

«Mamma, ti prego, non puoi lasciarmi proprio adesso... Mamma!» urlò Natan, preda del pianto più disperato.

La porta alle sue spalle si spalancò e Agatha e Joschka fecero irruzione nella stanza. Sentì la mano rattrappita di Agatha poggiarsi sulla sua schiena ricurva scossa da un tremore inarrestabile. Natan si accasciò sul petto di Selene e pianse la sua morte come farebbe qualsiasi figlio, con un’unica differenza: un altro figlio devoto sarebbe stato accanto a sua madre e l’avrebbe aiutata a sostenere la sofferenza. Lui, al contrario, l’aveva lasciata da sola e lei non aveva potuto fare altro che attendere il suo ritorno, per morire tra le sue braccia.

Quelli furono i primi funerali a cui Natan assistette e non si sarebbe mai aspettato che fossero tanto strazianti. Era riuscito a trovare dei vecchi indumenti che gli andavano un po’ stretti, ma erano neri in segno di lutto e questo bastò per sopportarli. Joschka era già vestito di nero, come di consueto da quando i suoi genitori erano stati trucidati.

Gli tenne una mano sulla spalla per tutto il rituale. Guardarono il corpo di Selene bruciare su una pila di legname accatastata da alcuni aiutanti del sacerdote. Molti uomini e donne, che Natan non aveva mai incontrato prima, vennero a portare il loro saluto alla defunta. Indossavano lunghe tuniche scure e tenevano il cappuccio tirato fin quasi davanti agli occhi, come se non volessero farsi riconoscere.

Natan realizzò che nessuno gli sarebbe rimasto accanto. Suo padre aveva abbandonato Selene, quando aveva scoperto che lo teneva in grembo e, da allora, di lui non si era avuta più notizia. Sua madre ne aveva parlato solo per raccontargli questa storia e poi non aveva osato più nominarlo, al punto che Natan non ne conosceva neanche il nome.

«Natan?» Joschka bussò alla porta della camera di Selene. Natan era seduto sul suo letto, gli occhi fissi sul pavimento. Il flusso dei ricordi che lo aveva travolto si interruppe all’improvviso.

«Come stai?» L’amico lo osservò per un po’, restando sull’uscio, poi con grande coraggio si avvicinò a lui, sedendoglisi accanto.

«Sto male. Sarei stupido, se lo negassi» rispose Natan, tormentandosi le mani in grembo. Un attimo dopo si ritrovò a urlare. Strappò i cuscini, facendo volare dappertutto pezzi di imbottitura, prese a calci il comodino, mandando in frantumi un cassetto, tirò giù le tende bianche del baldacchino e rovesciò il tavolo da toeletta. Gli oggetti nascosti al suo interno si riversarono a terra: c’erano una grossa spazzola, cosmetici vari, numerosi gioielli dall’aria costosissima e una pergamena sigillata. Il sigillo era rosso e sopra vi era incisa la figura stilizzata di un albero.

Solo allora si accorse di avere il fiatone e la camicia bianca, che aveva indossato di nuovo dopo il funerale, era uscita dalle brache. Joschka nel frattempo si era alzato e, con una calma fuori dalla portata di chiunque altro, era rimasto a guardarlo, mentre si dimenava e distruggeva la stanza in cui sua madre era morta.

Riprendendo il controllo di sé, Natan si abbassò e raccolse la pergamena.

«Cos’è?» chiese Joschka, avvicinandosi incuriosito.

Natan scosse la testa, ammettendo di non saperlo, poi rimosse il sigillo e la srotolò.

Caro Natan,

Se stai leggendo questa lettera, vorrà dire che sono morta. Spero di non aver sofferto molto, sebbene fossi già a conoscenza della fine che avrei fatto.

Ho tantissime cose da svelarti sul mio, anzi sul nostro passato e credo che cento fogli di pergamena non basterebbero a elencarle tutte.

La prima cosa che voglio dirti, a ogni modo, è che mi dispiace per averti tenuto nascosto tutto ciò che ti riguarda. Spero che potrai capirmi, perché l’ho fatto solo per proteggerti.

Tu sei uno stregone, figlio mio, come me. Per questo motivo tuo padre mi ha abbandonato quando gli rivelai la mia vera natura. In realtà, siamo degli stregoni un po’ particolari e ti spiegherò perché, ma la cosa importante che devi tenere in mente adesso è che la nostra stirpe è la più popolare nella storia dell’umanità. Adesso ti sarà chiaro perché hai il mio nome e non quello di tuo padre. Sei un Reywind, tesoro e sono certa che ti farai valere per questo.

Il giorno in cui sei nato, ho scoperto che la magia che è in te avrebbe tormentato la tua vita per sempre. Decisi che saresti cresciuto in modo sereno e avrei sacrificato qualunque cosa pur di vederti felice. Cominciai a svolgere dei rituali antichi e pericolosi per bloccare ed eliminare definitivamente i tuoi poteri, ma poi mi sono ammalata. Mancava un ultimo sacrificio e non ero più in grado di portarlo a termine. Ammisi di dover ascoltare i consigli di chi mi diceva di desistere dal mio intento, ma era troppo tardi. Morirò senza la soddisfazione di vederti sereno e spero soltanto che potrai perdonarmi per quello che ho fatto.

Riesco solo a immaginare lo stato d’animo in cui versi mentre leggi le mie parole ed esigo da te il massimo controllo. Mi obbedirai, nonostante abbia perso la fiducia in me. Scappa più veloce del vento e vai nel Deserto di Draden dove

Cosa sua madre voleva che facesse nel Deserto di Draden Natan non poté scoprirlo. Il testo continuava su un’altra pergamena e non aveva la più pallida idea di cosa ne avesse fatto Selene. Sentì il suo cuore spezzato a metà proprio come quella lettera.

2

Dinamene

Richiuse la pergamena con mani tremanti e si guardò intorno. Incontrò gli occhi di Joschka: aveva quasi dimenticato che fosse ancora là.

«Natan, per favore mi dici cosa sta succedendo?» gli chiese, percependo che l’amico fosse sconvolto.

Natan scosse la testa e cominciò a camminare a grandi passi per la stanza, poi preda del panico e di tutta una serie di sentimenti contrastanti, si lasciò cadere sul letto.

«Non posso dirtelo, Joschka, mi dispiace. Non prenderla come una mancanza di fiducia...»

«No, dispiace a me, invece. Sono venuto qui esclusivamente per te; sto rischiando la condanna, a causa di tutto il tempo che stiamo perdendo e ora mi dici che non puoi svelarmi nulla? Non uscirai da questa stanza, Natan, finché non avrò ricevuto una buona spiegazione e credo di meritarla.»

Natan peccò di vigliaccheria, quando temette di dirgli che si meritava molto di più che della sua onestà. Nessun altro avrebbe agito senza esitazione. Ora, accanto alla disperazione, la paura e la confusione si presentò anche il senso di colpa. A quel punto il ragazzo saltò in piedi e afferrò l’amico per le spalle, guardandolo dritto negli occhi.

«So che non mi capirai, Joschka e hai tutte le ragioni del mondo per farlo. Questa è una cosa che riguarda me e riguardava mia madre prima che morisse. Se ti rivelassi quello che ho appena scoperto io, saresti in pericolo e non voglio che qualcuno cominci a darti la caccia, come presto accadrà a me. Posso solo dirti che per tutti questi anni, Selene non ha fatto altro che mentirmi per proteggermi chissà da quali pericoli. Non ti getterò addosso un peso troppo grande anche per me e mi appello alla tua coscienza, perché tu comprenda la mia scelta. Sei l’unica persona a cui voglio bene che mi resta, Joschka!» gridò le ultime parole, stringendolo ancora più forte. Questo sembrò addolcire un po’ lo sguardo di Joschka, che si rilassò e incrociò le braccia.

«Bene, se non puoi, allora non dirmi nulla, ma ora che cosa hai intenzione di fare?»

Bella domanda pensò Natan. Gli voltò le spalle e lasciò che lo sguardo si perdesse fuori dalla finestra.

«Devo partire immediatamente. Chiederò aiuto nel Deserto di Draden; in quel luogo c’è un Accampamento civile e militare, credo, e Selene mi ha chiesto di rifugiarmi lì. Purtroppo è l’unica cosa che so, quindi è l’unica cosa che posso fare adesso.»

Natan aveva sentito parlare molto spesso dell’Accampamento del Generale Atock, situato appena oltre il confine Nord del Deserto.

«Sai che sono disposto ad accompagnarti, se vuoi...»

«No, non voglio, Joschka. Come hai detto tu stesso, stai rischiando già troppo, restando qui a perdere tempo. Torna da Gate e digli

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