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Il romanzo della contessa di castiglione
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E-book652 pagine10 ore

Il romanzo della contessa di castiglione

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Tra le figure femminili più discusse del XIX secolo, Virginia Oldoini Contessa di Castiglione ha ispirato romanzi, pellicole cinematografiche e fiction televisive. L’opera di Antonio Stolfi si inserisce in un panorama già ricco, dove leggenda e realtà si fondono insieme, concorrendo a erigere un monumento di sensualità e mistero; ebbene l’autore, mediante la consultazione di diari, memorie, corrispondenze e documenti degli archivi di Stato, riesce a scindere il vero dal falso, riconsegnando alla Storia il profilo di una donna passionale, una femme fatale parimenti dotata di fascino e scaltrezza, che idolatrando se stessa si è imposta come icona del suo tempo, catturando nella sua rete i potenti del Risorgimento. La Contessa di Castiglione convinse Napoleone III a sostenere le cause dell’Unità italiana, e questo romanzo ci spiega come; una stella che ha brillato intensamente nel firmamento di un’Europa in fieri, bruciatasi troppo in fretta, entrando nelle alcove, nelle grazie e nei desideri di molti uomini, suscitando ire e invidie di troppe donne, anticipando trasgressioni e vizi delle generazioni future. 
LinguaItaliano
Data di uscita14 giu 2017
ISBN9788856783599
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    Anteprima del libro

    Il romanzo della contessa di castiglione - Antonio Stolfi

    Stolfi

    Il ROMANZO DELLA CONTESSA DI CASTIGLIONE

    Albatros

    Nuove Voci

    Ebook

    © 2017 Gruppo Albatros Il Filo S.r.l. | Roma

    www.gruppoalbatrosilfilo.it

    ISBN 978-88-567-8359-9

    I edizione elettronica giugno 2017

    "Come quella contessa Castiglione

    bellissima, di cui si favoleggia.

    Allo sfiorire della sua stagione

    disparve al mondo, sigillò le porte

    della dimora e ne restò prigione.

    Sola col Tempo, tra stoffe smorte,

    attese gli anni, senz’amici, senza

    specchi, celando al popolo, alla Corte

    l’onta suprema della decadenza".

    (Guido Gozzano, Colloqui)

    Nota: per ottenere il valore attuale in Euro degli importi espressi in franchi del Secondo Impero conviene moltiplicarli all’incirca per tre.

    PREFAZIONE

    Dalla minuziosa ricerca sulla vita della Contessa di Castiglione, da parte di Antonio Stolfi, esce il ritratto di una donna complessa, anodina, allevata nel mito, ma anche nella realtà della sua bellezza.

    Virginia Oldoini cresce in una famiglia assente e con un marito evanescente e questo rafforza il suo ego, la sua bellezza fa il resto. È una donna altera, all’apparenza frivola, ma innovatrice nel vestiario e nella condotta etica e sensuale; si scrolla di dosso le convenzioni, ma con questo scarica anche le sue responsabilità di madre. È un innovatrice anche nel campo della nascente fotografia, un’anticipatrice e questo va a suo merito. È una donna intelligente ed ha senso politico, le piace intrigare, perché questo dà vigore alla sua personalità.

    Se è conosciuta la sua opera di seduzione di Napoleone III a vantaggio del Piemonte, non esitando a sostenere la parte, in ciò incitata dal cinico parente Conte di Cavour, tuttavia è una sorpresa apprendere che, raccogliendo confidenze, la Contessa, con acume, avverte Napoleone III delle tappe dell’unificazione della Germania, tramite le guerre della Prussia, prima contro l’Austria e poi contro la Francia. È poco ascoltata, in quanto le convenzioni dell’epoca non considerano le idee delle donne, ma mal gliene incoglie alla Francia, sconfitta dai Prussiani nel 1870-71.

    Il tramonto della stella è triste, lei che brillava nelle corti europee e dopo che era stata amata da uomini importanti.

    In fondo la vita della Contessa di Castiglione, è stata sopra le righe, risultando lei magari poco simpatica, ma con lati positivi e sorprendenti; insomma ne risulta un libro da leggere attentamente e con piacere.

    Roberto Tamagnini

    Biglietto da visita di Virginia Verasis Contessa di Castiglione. *

    Il biglietto da visita con l’intestazione in francese e bordato di nero perché risalente all’epoca del suo lutto, contiene un messaggio destinato a un amico o spasimante italiano (il testo è in lingua italiana).

    Il testo dice così:

    Virginia Verasis

    Contessa di Castiglione

    Talmente male son dovuta venire a Parigi

    consultare medico vuole che mi curi ma

    ritornerò a Dieppe domenica o lunedì dite se venite.

    * collezione dell’autore.

    CAPITOLO I.

    Bella e bugiarda

    La città di La Spezia, in Liguria, ha una storia antica. Capitale dell’effimera Signoria di Niccolò Fieschi nel periodo compreso fra il 1256 e il 1273, legata inevitabilmente alle vicende di Genova fino alla caduta della Repubblica Ligure, cresce, si modifica, si forma secondo i moduli della Capitale ligure. Nel 1276 la città è venduta alla Repubblica di Genova per sole 25 mila lire, un affare che comprende anche possedimenti nella Val di Vara, nella Val di Magra e i vigneti nelle Cinque Terre. Nicola Fieschi vende per due ragioni: la prima è la morte del papa Adriano V, mentre la seconda è collegata alla sconfitta patita tre anni prima a Manarolo, dove il capitano Giacomo Squarciafico assedia e distrugge il castello per ordine della Repubblica di Genova.

    Nel 1607, Genova decide di riqualificare il sistema difensivo del Golfo avviando i lavori per la ristrutturazione del castello di San Giorgio posto su un piccolo rilievo chiamato il Poggio, dominante l’abitato antico. A tutt’oggi, il castello, è il monumento più rappresentativo delle vicende storiche della città.

    Dopo il Congresso di Vienna la Liguria diventa parte integrante del Regno di Sardegna e La Spezia diventa capoluogo di Provincia del Levante fino al 1847. Negli anni precedenti l’unificazione nazionale, La Spezia rimane sotto la prefettura di Genova. A quei tempi l’abitato è solo un piccolo borgo ancora cinto da vecchie mura medievali, con un’economia prevalentemente agricola e una flotta mercantile inferiore a quella della vicina Lerici. Vino e olio sono gli unici prodotti degni di essere esportati. Nonostante un meraviglioso golfo (Golfo dei Poeti), La Spezia non ha neppure una tradizione di cantieristica navale e artigianato, commercio assieme ad attività manifatturiere varie rimangono secondarie rispetto all’agricoltura. Per avere la ferrovia si deve attendere il 1860.

    La vocazione turistica di La Spezia è consacrata da Casa Savoia nel 1853 che sceglie l’albergo Croce di Malta come residenza per le proprie vacanze. È tra gli anni 1850-1855 che sorgono numerosi edifici privati, come palazzo Doria, celebre famiglia genovese e costruzioni a uso turistico. La vocazione turistica e un certo risveglio intellettuale sono simboleggiati da illustri personaggi: i poeti inglesi Shelley, che annega nelle acque del golfo nel 1822, e Byron, l’uomo di lettere Goethe, il compositore tedesco Richard Wagner che nel 1853 soggiorna nella locanda sita nel palazzo della nobile famiglia Doria Landi Pamphili, e più avanti la scrittrice francese George Sand, lo scrittore inglese Lawrence e il poeta e scrittore Carducci. La Spezia e il suo golfo sono di grande richiamo per scrittori romantici.

    Il destino di La Spezia è comunque proteso verso il mare. Già nel 1808 Napoleone I, con due decreti, nomina La Spezia porto militare e capoluogo del VII dipartimento marittimo. L’idea napoleonica di fare di La Spezia un centro strategico per la flotta da guerra è, nel 1849, patrocinata da Cavour. Dopo otto anni di lavori che segnano fortemente la città, il 28 agosto del 1869 è inaugurato l’Arsenale Marittimo Militare realizzato dal Maggiore Domenico Chiodo.

    Nel magnifico panorama tra le colline e il Golfo, il 25 febbraio 1817 nasce a La Spezia il marchese Filippo Oldoini, primo deputato della città al Parlamento del Regno di Sardegna e in seguito ambasciatore d’Italia a Lisbona. Il suo matrimonio con Isabella Lamporeschi, sua cugina di primo grado e figlia del giureconsulto del Granduca di Toscana, è combinato in famiglia secondo gli usi del tempo: l’amore verrà, si dice, perché non ritenuto indispensabile. Isabella è colta, ama il lusso, è frivola e piuttosto spendacciona. Assieme a due fratelli riesce a dilapidare il cospicuo patrimonio paterno e ad intaccare quello del consorte.

    La coppia stabilisce il proprio domicilio a La Spezia, allora piccolo borgo marinaro di ottomila abitanti. La famiglia Oldoini, di origine genovese con l’aggiunta del cognome Rapallini perché imparentata con una ricca famiglia del luogo, possiede ampie proprietà in tutta la Toscana, a La Spezia e nei dintorni. Il marchese Oldoini non brilla per la sua intelligenza, ma i suoi titoli nobiliari, i legami della sua famiglia con i più grandi nomi della penisola gli garantiscono una posizione mondana che lusinga la sua vanità e quella di sua moglie. Filippo Oldoini, giovane colto, mondano e ambizioso, è sempre lontano da casa per i suoi impegni politici e sentimentali. Non è particolarmente legato alla famiglia. Isabella Lamporecchi è molto bella, ama il gioco d’azzardo, la vita salottiera e non vuole mai seguire il marito nelle sue missioni all’estero come diplomatico del Regno di Sardegna. Preferisce rimanere a Firenze. Tutti gli anni, in autunno, Isabella torna a Firenze con grande sollecitudine. La marchesa può soddisfare il suo gusto per i piaceri: i ricevimenti, le serate a teatro e all’Opera, le mondanità di ogni genere gratificano la sua futile mente. La capitale della Toscana le offre anche altri motivi di soddisfazione; la marchesa è giovane e vuole profittare degli anni di cui dispone. E quindi non c’è da stupirsi se dietro di lei si crea una vera corte d’amore non certamente limitata agli amori cortesi cari ai cantastorie del Medioevo. Nella raffinata capitale del Granduca Leopoldo giunge attutita l’eco dei moti rivoluzionari che agitano la penisola.

    Gli incarichi di diplomatico giustificano l’assenza continua del marchese Oldoini. Da tre anni è segretario d’ambasciata alla legazione del Regno di Sardegna a Parigi, ma i suoi impegni ufficiali non sono l’unica giustificazione. In verità, il marchese e la marchesa Oldoini conducono, ognuno per sé, un’esistenza molto libera. Una condotta, nell’alta società fiorentina di quei tempi, che non rappresenta un’eccezione al punto di dubitare della reale paternità di Virginia: il marchese oppure uno degli ammiratori della marchesa? Il salotto fiorentino della marchesa è frequentato da artisti e gentiluomini, tra cui Giacomo Antonelli, che, pur senza aver ricevuto l’ordine sacerdotale, diventa prima cardinale e poi Segretario di stato di Papa Pio IX. C’è anche (leggenda che diremo più avanti!) Luigi Napoleone, futuro Napoleone III, che sotto la tutela del giurista Ranieri Lamporecchi, scelto dal governo del Granduca, vive a Firenze, dopo la morte del padre, con la madre Ortensia, già Regina d’Olanda assieme ad altri congiunti e cortigiani napoleonici in esilio. Quando Virginia nasce, lui ha ventinove anni. Diventato Imperatore dei francesi, si vanta scherzosamente di aver tenuto sulle ginocchia la bellissima contessa.

    Il terzo uomo è il principe Giuseppe Poniatowski, discendente del Re di Polonia che la nobile dama chiama affettuosamente Beppino. Nato a Roma nel 1814, è mezzo polacco e mezzo italiano (sua madre è la contessa umbra Cassandra Luci); cantante lirico a tempo perso e compositore, questo principe squattrinato riesce a inserirsi per matrimonio nella numerosa colonia francese che vive nella brillante e accogliente capitale toscana per trascorrervi il proprio esilio dorato. Poniatowski è l’amico più intimo di Isabella Lamporecchi. In assenza del marchese Oldoini, Giuseppe funge da cavaliere servente: in società è sempre al suo fianco, la accompagna dappertutto, compresi i suoi frequenti trasferimenti fra il palazzo paterno di Firenze e il palazzo Oldoini a La Spezia. Il principe è destinato a svolgere un’incredibile varietà di ruoli nella vita della contessa: testimone di nozze, paraninfo, faccendiere, finanziatore, debitore insolvente. Non esistono dubbi: è l’amante di Isabella.

    Ignoro se sono figlia di Napoleone III o del principe Poniatowski, discendente del Re di Polonia, o di un altissimo prelato vaticano o… Comunque sono nata a La Spezia, mi sono sposata a La Spezia e voglio essere sepolta a La Spezia mia ingrata, ingiusta, amata città. Con il titolo di La più bella donna del secolo comincia una delle tante incompiute autobiografie cui Virginia Oldoini lavora lungamente e disordinatamente negli ultimi anni della sua vita. Quest’opera è rimasta incompiuta. A tentare di scriverla è il generale Luigi Estancelin, unico confidente dei pensieri buoni e cattivi della contessa e unico amico fedele per tutta la vita. Ci rinuncia dopo cinque anni d’infruttuosi tentativi. Non riesce a costruire un filo logico nella valanga di lettere e documenti contradditori, senza date, pieni di allusioni, di sigle misteriose e di frasi cifrate: ne rimane sommerso. Non riesce ad arginare le bizzarrie della donna che ritorna sul già detto, discute su quanto già assodato e continua a correggersi. Ma soprattutto, col passare del tempo, la contessa non riesce a frenare la fantasia e confonde il vero con il falso e il falso con il vero.

    Virginia è stata una grande bugiarda. Bugiarda adorabile in gioventù ma maniaca e rancorosa in vecchiaia. Ancora oggi, dopo aver ricostruito con sufficiente chiarezza la sua straordinaria avventura umana, è difficile districarsi fra tante stridenti contraddizioni. Con la sua mancata autobiografia Virginia confonde le idee. Infatti non è nata a La Spezia, non si è sposata a La Spezia e neppure è sepolta a La Spezia, benché questa fosse la volontà scritta nel suo testamento. Certamente la sua paternità è avvolta nel mistero e la contessa gioca ad alimentare le conversazioni salottiere anche suggerite dal comportamento dei genitori, la cui condotta contribuisce a giustificare una natalità non chiara.

    Virginia Oldoini Rappallini nasce a Firenze il 23 marzo 1837. Anche se lei sostiene di essere nata nel 1843. È battezzata nell’Oratorio di San Giovanni e le sono attribuiti i tradizionali sette nomi in uso nell’aristocrazia: Virginia, Elisabetta, Luisa, Carlotta, Antonietta, Teresa e Maria. Quando Virginia nasce, la madre Isabella ha diciotto anni, il padre Filippo ne ha venti e Luigi Napoleone, futuro Imperatore, ventinove. A Firenze come a La Spezia, la piccola, che la madre esibisce come un gioiello, riceve complimenti e carezze, è viziata, adulata, vezzeggiata, coccolata da tutti fra lussi e agi. Il suo corpo ha uno sviluppo precoce: a dieci anni ne dimostra quindici; a quindici, venti.

    Non è bella: è bellissima. Alta, slanciata, le braccia sottili, le mani che sembrano scolpite nel marmo rosa, le dita affusolate, un ovale perfetto, gli occhi pervinca, la carnagione perfetta, le sopracciglia deliziosamente arcate, il naso minuto, i denti di perla. A rendere più maliziosa la fisionomia, c’è lo sguardo altero, indagatore e sfuggente, schivo e intrigante. È lo sguardo di una giovane donna sicura di sé, consapevole del proprio fascino, fiera delle proprie ambizioni. Una giovane donna che punta in alto. Sempre più in alto.

    Studi ne fa pochi perché pochi gliene fanno fare e perché pochi ne vuole fare. Ama leggere, ma solo i feuilleton e i romanzi rosa, che la svagano senza coinvolgerla, la titillano senza turbarla. Impara bene le lingue. Parla senza difficoltà l’italiano, il francese, il tedesco e l’inglese che apprende da lady e lord Holland, in missione a Firenze, e scrive direttamente in italiano e in francese, spesso intercalando espressioni delle due lingue parlate, senza farsi scrupoli di correttezza grammaticale o ortografica. I genitori la amano, o credono di amarla, ma lei ama solo se stessa.

    A La Spezia Filippo Oldoini − con l’aggiunta del cognome Rapallini − per i suoi concittadini è semplicemente "il marchese Rapalin e sua figlia Virginia riceve l’appellativo di la Rapalina. Gli Oldoini abitano quasi in riva al mare in uno splendido palazzo simile in eleganza a quelli delle altre famiglie aristocratiche residenti nel borgo: i Doria, i della Torre, i Baldelli, i Da Passano, i de Nobili. La proprietà è vasta e comprende un’amena collina con una lingua rocciosa che si allunga nel mare poi spazzata via dai lavori per la base navale del Regno voluta da Cavour. Su questa collina, detta dei Cappuccini per la presenza di un convento di francescani, sorge la villa di campagna degli Oldoini dove, al dire di un visitatore (anonimo), i limoni si piegano sotto i frutti, le rose si arrampicano sui cipressi, i cactus s’innalzano sulla cima dei muri e li guarniscono di spade, i vasi di Carrara sono per metà sepolti nella marea crescente degli oleandri, dei pampini e delle liane, i gelsomini scuotono su questo incantevole disordine le loro stelle argentate e sopra questa foresta vergine in miniatura una pianta del pepe, tutta scarmigliata, fa oscillare i suoi bei grappoli rosa…".

    Nel punto dove la collina con una lingua rocciosa sprofonda nel mare, c’è un vecchio mulino a vento attorno al quale, protetto da alte staccionate per impedire gli sguardi indiscreti, sorge il capanno di un piccolo stabilimento balneare nel quale solo gli Oldoini e i loro ospiti hanno diritto d’accesso. Poco lontano ci sono i ruderi del "Torretto, un fortino medievale che Virginia chiama il mio castello al quale è molto affezionata. Nei suoi diari scrive: Fu la mia prima proprietà, della quale entrai in possesso a forza di piangere, di ridere, di fare delle moine a mia nonna che, infine, una notte di Natale, mise nel caminetto per me l’atto di donazione firmato da lei con il consenso del marchese mio padre".

    Per tutta la vita, Virginia mantiene un sentimento di nostalgia per quello che lei considera il suo borgo natio, anche se la trasformazione di La Spezia in piattaforma militare, con i conseguenti sequestri ed espropri terrieri, le causano una lunga serie di fastidiosi conflitti giudiziari. Nelle sue lettere e nei suoi diari sono numerosi i riferimenti poetici e nostalgici al "Golfo di Ariel come chiama il golfo spezzino, al mio castello, al mio convento, ai miei frati, alla mia montagna".

    Virginia trascorre dunque l’adolescenza parte a Firenze e parte a La Spezia. Mamma Isabella la veste con eccessiva eleganza e la esibisce con fierezza, godendosi i mormorii di ammirazione che la piccola suscita a ogni apparire. A sei anni già frequenta i ricevimenti mondani, abituandosi precocemente alle adulazioni. A Firenze la madre le ha addirittura fatto costruire una poltroncina speciale, più alta delle altre, collocata al centro del palco di famiglia al teatro della Pergola affinché tutti possano ammirare, come scrive la contessa Luigia Caponi: … le grazie della bella bambina assopita. Alle rappresentazioni teatrali si va per essere visti e madre e figlia non mancano una serata di gala. Forse sono queste rappresentazioni teatrali che sviluppano in lei il gusto per la messa in scena, per le grandi interpreti e le eroine tragiche che esprimono le passioni umane. Questo ricordo lo farà poi emergere nelle sue future prestazioni fotografiche.

    Appagata in tutti i suoi capricci da genitori distratti, corteggiata in misura persino sospetta da uomini maturi che la colmano di complimenti e di carezze, Virginia acquista sin da bambina quell’alta considerazione di se stessa che, da adulta, le consente di affrontare senza timidezze o pudori le situazioni più imbarazzanti. La sua istruzione, affidata ai soliti tutori, sostituiti a ogni sbalzo d’umore della capricciosa allieva, è piuttosto disordinata. L’ortografia rimane il suo cruccio, anche se in compenso ha miracolose attitudini nell’apprendimento delle lingue straniere.

    Con il tipo di educazione impartita, è facilmente intuibile che la piccola Virginia non sia particolarmente simpatica ai propri coetanei. Ferdinando Martini, scrittore e uomo politico suo coetaneo, pur riconoscendole meriti e benemerenze politiche che altri le contestano, non nasconde una punta di antipatia nei suoi confronti. La sua rievocazione di una noiosa festa per bambini svoltasi alla Corte del Granduca Leopoldo è così composta: "Fu quella festa la mia prima delusione; non me ne sovverrei certamente, ora, se a serbarne memoria non avesse aiutato un fatto per se stesso indimenticabile e un nome di donna della quale udii in seguito parlare assai spesso: nome che delle luminose cronache parigine del secondo Impero vedo oggi passare alla storia. Nel correre da un punto all’altro della sala inciampai, e sentendomi cadere mi aggrappai alla spalla di una bambina; ma anzi che sostenermi per quell’appoggio feci a lei perdere l’equilibrio e la trascinai con me nel ruzzolone. Quella bambina che allora si chiamava Nicchia Oldoini, divenne poi la divina contessa Virginia Verasis di Castiglione, agente segreto del conte di Cavour alle Tuileries, casa del fosco figlio di Ortensia e, dopo la cacciata dei Napoleonidi, accorta, preveggente ma inascoltata consigliatrice del duca d’Aumal e del conte di Parigi. La rividi due o tre volte da suo nonno materno Ranieri Lamporecchi, avvocato di grido, che abitava nel proprio palazzo adiacente lungo l’Arno a quello dei Masetti dove l’Alfieri morì. Il Lamporecchi, che nei brevi riposi che Temi gli consentiva, sacrificava a Calliopea, scriveva allora un poema in ottava: Napoleone. Finito un canto lo mandava a mio padre per averne consigli ed emende: di qui qualche rara visita di mio padre al giureconsulto-poeta; durante i loro colloqui i miei con la Nicchia; colloqui non desiderati perché, consapevole sin d’allora della propria veramente meravigliosa bellezza, trattava me e gli altri ragazzi con un’alterigia che le procacciava le nostre più cordiali antipatie".

    Madre e figlia sono conosciute per la loro eleganza un po’ appariscente; tutte e due sfoggiano abiti lussuosi con inserti di zibellino e di martora che, se possono convenire a una donna adulta, sono inappropriati per una ragazzina. La giovane marchesina ha un gusto naturale e del tutto personale per vestiti audaci e anticonformisti. Ama i colori tenui: ametista e lavanda. I tentativi di mamma Isabella per indurla a scegliere altre tinte non hanno successo. A Firenze, quando l’Arno si tinge d’argento e la città prende fuoco nella luce del tramonto, la folla si accalca sul lungarno Archibusieri per posare anche un solo sguardo sull’immensa bellezza di una dodicenne a passeggio. Più avanti negli anni, le mamme premurose, per consolare le figliolette da qualche dispiacere, promettono: Da grande sarai bella come la contessa di Castiglione.

    A quattordici anni Virginia ha un corpo slanciato di bellezza statuaria. Il volto dall’ovale perfetto è illuminato da occhi vellutati e cangianti con, in certi momenti, una tonalità di viola. Le sopracciglia sono sottili; il naso piccolo e grazioso; la bocca mostra un sorriso seducente. La voce è soave e sa trovare carezzevoli accenti.

    Nell’attesa di entrare pienamente nella vita, Virginia cresce in famiglia, e man mano che cresce, la sua bellezza è sempre più mirabile, così il suo carattere. Da qualche tempo sua madre ha rinunciato a imporle le sue volontà e, come il padre è sempre assente, tranne che in rare eccezioni, Nicchia ha piena libertà di fare quello che vuole e ne approfitta. Virginia frequenta la migliore società fiorentina, che sotto il buon governo del Granduca di Toscana Leopoldo II di Lorena vive in una sorta di permissività epicurea che consente di spendere e spandere in mezzo a lussi e piaceri. La sua metamorfosi fisica è notevole. Ogni giorno diventa sempre più attraente: presto la ragazzina di ieri lascia il posto a un’adolescente, già dotata di tutte le grazie di donna. In queste condizioni, sapendo quella che sarà la sua esistenza, si può pensare a una precocità simile nella sua evoluzione sentimentale; niente affatto. Tuttavia, gli omaggi dei maschi non le mancano; anche se legge negli occhi dei ragazzi che incontra un desiderio che la fa sorridere, senza alcun dubbio, ma non la turba. Nel suo diario non trascrive nessuna emozione particolare, nessuna confessione suscettibile di fare luce sulle aspirazioni del suo cuore. In compenso prende coscienza del suo potere di seduzione, comincia a sviluppare quel complesso di superiorità che la renderà odiosa agli occhi di alcuni. Matura anche una sicurezza che le fa considerare con sdegno gli incessanti complimenti. Nicchia cresce troppo in fretta e si trova proiettata troppo presto nel mondo degli adulti. Da qui, la difficoltà ad affrontare le situazioni per le quali non è stata preparata.

    Più tardi, quando farà il bilancio delle calunnie di cui è stata il bersaglio, quando farà il sunto dei rimproveri ricevuti all’epoca del suo ingresso nella vita, tenterà di giustificare la boria con la quale trattò la sua cerchia. Al giovane diplomatico, Henry d’Ideville, a lei simpatico, confida:

    Mi sono sempre sentita fuori luogo, ovunque e sempre, e sono al mio agio e bene con me stessa solo vicino a chi mi è superiore, oppure in compagnia di gente semplice, ingenua… Quando vivevo nel mondo, mi hanno giudicata altera e altezzosa con i miei simili, con i quali, per lo meno, che le regole della società mi hanno costretta di trattare come tali. Posso essere altrimenti? Ho fatto sforzi sinceri per addolcire la mia fierezza, non ci sono riuscita; perché, malgrado me stessa, la società della maggior parte degli uomini e delle donne che dite distinti, intelligenti, mi fa provare una stanchezza e un disgusto che assomigliano, lo confesso, sbagliando, a un sovrano disprezzo. Ecco perché mi trovo talmente sopra degli altri che preferisco vivere sulla mia collina, tranquilla a volte, indipendente sempre, e soprattutto al riparo di quelle relazioni banali che odio. Non è l’unico modo di sfuggire a tutto quello che è stupido, volgare, brutto e falso, a tutto quello che – in una parola – mi è ostile?.

    Tutto quello che la contessa di Castiglione esprimerà quando la vita l’avrà ferita, lo prova già in maniera confusa quando è ancora in fase adolescenziale.

    Il principe di Joinville, illustre e prode ammiraglio, figlio del Re Luigi Filippo che nel 1840 ha l’alto e meritato onore di trasferire a Parigi i resti di Napoleone da Sant’Elena, quando è in visita nel golfo spezzino, dà sulla nave ammiraglia una festa, cui sono invitati i marchesi Oldoini, e indugia con la mano in una lunga carezza sulla folta chioma della bambina, di un biondo lucente dai caldi riflessi ramati. È Massimo d’Azeglio, al seguito dei Savoia, ad abbreviare in Nicchia il diminutivo Virginicchia della dodicenne Oldoini, che lo conquista con la sua grazia.

    L’uomo politico piemontese è entrato in amicizia con gli Oldoini durante i suoi frequenti soggiorni fiorentini. Li ritrova a La Spezia dove, nella primavera del 1849, si trasferisce per curare una ferita alla gamba rimediata nella Prima guerra d’indipendenza. Ci sono gli Oldoini scrive a un’amica, e ora con la bambina sono in gran tenerezza. E in una lettera successiva: Vi sono qui a La Spezia varie persone colle quali si può mutare parole, tanto da non essere assolutamente isolato. La bambina Oldoini di cui il carattere è cambiato col crescere, è entrata anche lei nel progresso [abolizione del diritto divino dei sovrani e affermazione del regime parlamentare] ed ha rinunciato al suo potere dispotico. È ora una ragazzina di 12 anni, carina e per bene, e perciò ha fatto pienamente la mia conquista.

    Del fascino infantile esercitato dalla figlia sul maturo uomo politico piemontese, approfitta probabilmente anche il marchese Filippo, fresco deputato della prima Legislatura del Regno di Sardegna. Pochi mesi dopo, appena eletto Capo del governo sabaudo, Massimo d’Azeglio gli offre un importante incarico diplomatico che il giovane marchese si affretta ad accettare, essendo la carriera diplomatica molto più duratura e molto più redditizia che quella parlamentare. All’epoca, i deputati non percepiscono alcun compenso e non hanno neppure diritto al rimborso delle spese. In seguito, Filippo Oldoini non esita a sfruttare le benemerenze acquisite dalla figlia presso Cavour e Vittorio Emanuele II per ottenere promozioni e privilegi.

    Un giorno, il padre le trova biglietti sconvenienti scritti dai suoi corteggiatori e affida Nicchia a una zia, superiora di un convento di orsoline. Le religiose sono affascinate dalla sua bellezza di Madonna, umile e ispirata, e dall’accesa pietà che la fanciulla dimostra. Virginia, suggestionata dall’atmosfera mistica che la circonda, anche la notte passa intere ore in preghiera, inginocchiata davanti all’altare della cappella, la testa reclinata da un lato, lo sguardo rapito fisso sul volto della Vergine. Durante i suoi lunghi raccoglimenti, all’ora di pranzo, dimentica di raggiungere il refettorio. Spesso si alza di notte per andare a prostrarsi davanti all’altare e manifesta il desiderio di prendere il velo per isolarsi dai peccati del mondo.

    L’eccessiva devozione simile a un pericoloso fanatismo preoccupa la zia. Manda a chiamare il marchese Filippo affinché si riprenda la figlia. Dopo una settimana la giovane lascia il convento, accompagnata dal padre, più che sicuro che il fanatismo conventuale è passeggero e che ben presto frivolezze e infatuazioni amorose prenderanno il sopravvento.

    Torna, infatti, con estrema facilità alle abitudini mondane di Firenze, suscita la simpatia d’illustri personaggi, come il principe Alessandro Florian Walewski, figlio naturale di Napoleone I, e la principessa Mathilde, figlia dell’ex Re di Westfalia Gerolamo Bonaparte, altro fratello di Napoleone I. Nel 1836 Mathilde ha sedici anni e per poco non sposa Luigi Napoleone in Svizzera ma l’insurrezione fallita di Strasburgo la costringe a rompere il suo fidanzamento con l’apprendista cospiratore che disonora il nome dei Bonaparte. Luigi Napoleone tenta di compiere, nel 1836, una prima insurrezione, cercando di sollevare in Francia la truppa di una caserma a Strasburgo, ma è arrestato ed esiliato in America. Mathilde sposa allora un ricchissimo principe russo, Anatole Demidoff, rozzo, insopportabile che la inizia brutalmente all’amore. Di fronte alla scandalosa condotta del marito, lo zar Nicola I si arrabbia e, in uno dei suoi rari interventi, annulla il matrimonio e impone a Demidoff di versare una confortabile rendita alla moglie. Dopo i trascorsi a Firenze, a San Pietroburgo e a Parigi in faubourg Saint-Germain si stabilisce definitivamente sempre a Parigi e il palazzo che prende in affitto in rue de Courcelles è molto comodo per Luigi Napoleone: vi s’incontra una società di qualità in un eccezionale clima di apertura intellettuale.

    A La Spezia la marchesina conosce anche Vittorio Emanuele II e la Regina Maria Adelaide, sempre sofferente e malaticcia. Nel 1849 due fratelli di Lerici, Lorenzo e Serafino Lenzi trasferiscono la propria attività di albergatori nella palazzina di via Chiodo. L’elegante edificio, che oggi è sede della Fondazione Carispe, è l’unico della via a non essere porticato perché costruito ben prima che l’Amministrazione civica rendesse obbligatorio costruire palazzi muniti di portici. Nell’estate del 1853, per due mesi, la famiglia Savoia con tutto il seguito soggiorna proprio a La Spezia nell’albergo Croce di Malta dei fratelli Lenzi, per i bagni e per permettere alla Regina Maria Adelaide di riprendersi dalle fatiche delle gravidanze. Nell’ambito del seguito reale l’unico a intimidirla, anche se per niente insensibile al fascino femminile, è un lontano cugino di suo padre, Camillo Benso conte di Cavour, all’epoca ministro dell’Agricoltura, da cui Nicchia si sente osservata con scostante freddezza.

    A sedici anni la giovane Oldoini può comunque contare su potenti protettori e su un certo numero di ammiratori, cui fa qualche piccola concessione, senza lasciarsi andare troppo.

    Tuttavia, sia a La Spezia sia a Firenze, apparentemente vive come tutte le ragazze della sua età, sempre pronta a ridere e a divertirsi, incosciente del futuro, perché lo immagina solo sotto buoni auspici. Come può essere diversamente quando vede attorno a sé solo lusso e piaceri? Anche i disaccordi dei suoi genitori, di cui si è resa conto, non possono alterare la sua gioia di vivere. E l’abitudine di avere da suo padre solo presenze fuggitive che le concedano la possibilità di agire come vuole, fa sì che sua madre non abbia la volontà di opporsi ai suoi capricci. Isabella è troppo presa dalle sue futilità. È troppo passiva per preoccuparsi oltre misura e approfondire le conoscenze dell’adolescente. È l’istinto della giovane che guida i suoi progressi intellettuali più che un vero metodo educativo. Quanto al nonno Lamporecchi, poeta a tempo perso, Nicchia finge di ascoltare i suoi precetti ma lo considera un vecchio scocciatore, per niente impressionata dalla sua reputazione di avvocato prestigioso. Il suo carattere spontaneo e il suo gusto per la fantasia si rivelano in un episodio: quando da bambina, a Firenze, guarda dal balcone la processione del Corpus Domini. Dei domestici hanno predisposto nella stanza un paniere pieno di fiori dei campi; Nicchia comincia a lanciarne alcuni giù in strada. Quando arriva il carro con la Madonna, all’improvviso la bambina scatena il suo entusiasmo e si mette a bombardare il baldacchino che copre la statua; lo fa con tale impeto che provoca un movimento di panico tra i partecipanti al corteo, allora continua la sua azione con ancor più slancio; per farla smettere si deve strapparla dal balcone.

    La rapida crescita fisica che a quindici anni le dà le forme e la seduzione di una donna non è senza influenza sul suo carattere come sul suo comportamento. Abbandona poco a poco i suoi giochi di bambina per svaghi più in rapporto con la sua metamorfosi. Così, la lettura occupa gran parte del suo tempo; le sue preferenze sono per i romanzi, per le tresche sentimentali e complicate, per le peripezie movimentate. In queste scelte, si può vedere un’anticipazione del suo modo di agire quando, più avanti nel tempo, le sue azioni passeranno dall’immaginario alla realtà.

    Lo sboccio precoce delle sue grazie ha anche un’altra conseguenza: palazzo Oldoini vede aumentare il numero dei suoi visitatori maschi in proporzioni notevoli. Quasi tutti i giorni delle navi sono ormeggiate nel porto cittadino, il ché conduce nella dimora degli Oldoini numerosi giovani ufficiali di marina attratti dalla bellezza di Nicchia e premurosi di farle la corte. A ogni ricevimento sono tutti attorno alla ragazza per elemosinare uno sguardo o una parola, ognuno speranzoso di essere preferito al vicino. Questi giovanotti sono un folto gruppo di ammiratori, ma tra loro ci sono eccezioni: un ammiraglio non più tanto giovane e neanche più tanto fresco va fino a presentare a Nicchia una vibrante dichiarazione accompagnata da una domanda di matrimonio!

    La ragazza riceve questi omaggi con piacere, ma non la turbano; fa anche prova di una notevole maturità quando parla con sua madre dei suoi successi; come lo confida alla marchesa, sa benissimo dove tutti i suoi spasimanti vogliono arrivare e non è dispiaciuta di vederli andare in bianco.

    Non avvicinatevi troppo a mia figlia minaccia sorridente Isabella. I suoi abiti color violetto potrebbero incendiare i vostri galloni. La marchesa è fiera, lusingata e divertita del successo di sua figlia e quando un ammiratore diventa troppo insistente cerca di tenerlo a freno ma non sembra preoccuparsene; è vero che anche lei è stata una donna di facili costumi senza mai trovarsi in imbarazzo con i pregiudizi. Lascia la fanciulla con la briglia sciolta ma quest’ultima non approfitta della libertà di cui dispone, forse perché nessuno dei suoi ammiratori le fa battere il cuore. Ascolta le dichiarazioni sussurrate al suo orecchio con un sorriso divertito, ma non ci casca. Quello che incoraggia i suoi pretendenti a provarci, è che Nicchia, diversamente dalle altre ragazze del suo mondo, non ostenta quel comportamento riservato e quel contegno modesto che sono di regola nella buona società. Invece di abbassare gli occhi quando sente avvicinarsi i desideri del maschio, guarda con una certa sfrontatezza il candidato ai suoi favori, in modo che questo può credersi ben accetto; la sua delusione s’accresce quando, con uno scoppio del suo ridere cristallino, Nicchia lo rimette al suo posto.

    Il marchese Filippo, ora ben introdotto negli ambienti politici torinesi, grazie all’amicizia con Massimo d’Azeglio, riceve, a La Spezia, visite importanti. Viene a trovarlo anche Camillo Benso di Cavour, suo cugino di secondo grado. Ma la presenza in casa Oldoini di questo illustre personaggio, già ministro dell’Agricoltura nel governo d’Azeglio, non è riportata nei diari di Nicchia. Il conte, brillante uomo politico, e sensibile al fascino femminile, non può passare inosservato all’attenzione della giovane. Il suo silenzio si spiega col fatto che Cavour è un serio uomo politico di quarantadue anni (lei ne ha quindici) che non manifesta particolari apprezzamenti per la sua bellezza. Anche se gli amori clandestini del ministro sono conosciuti in casa perché la marchesa genovese Nina Giustiniani è una parente degli Oldoini. La marchesa indovina la futura grandezza di Camillo e gli ispira quell’anelito alla libertà. La Giustiniani muore d’amore gettandosi dalla finestra dopo essere stata abbandonata dal giovane conte. Lascia in una lettera, indimenticabili parole d’amore senza rimproveri né lamenti¹. Ma questa tragica vicenda sentimentale risale a quando Nicchia non è ancora nata e certamente non è argomento di conversazione né in sua presenza da bambina, né durate la visita del ministro.

    In verità Nicchia non incontra i favori di Cavour e lei con lui, intimidita, si sente in soggestione. Non osa comportarsi come solitamente fa con gli altri uomini. La prova che Cavour non ha un’alta considerazione della sua lontana parente è contenuta nella conversazione scambiata con il conte di Castiglione in occasione dell’annuncio del suo matrimonio con la marchesina Oldoini. Cavour dice: Quella ragazzetta è ammalata di egocentrismo e di narcisismo. Certamente è anche vanesia, scervellata, caparbia, egoista e maleducata. Evidentemente gli incontri spezzini sono tutt’altro che fugaci e Camillo in tema di donne e di psicologia umana se ne intende. Tutti difetti e altri ancora, scambiati dagli adoratori per vezzi e capricci, ben presenti nella personalità della futura contessa di Castiglione.

    A proposito di diari, Virginia ha anche un debole per il linguaggio cifrato. Prima ancora di apprendere l’uso del codice diplomatico, la marchesina crea il suo codice cifrato personale che utilizza nel suo diario quando il racconto delle sue giornate si fa troppo scabroso. È un codice composto di cifre, di lettere dell’alfabeto e di sigle ognuna con un significato ben preciso, a volte indecifrabile ma per lo più facilmente decodificabile. Per esempio: "e" significa embrassements, abbracci, carezze; "b sbarrata, baci; bx, baci e carezze spinte; f sbarrata", (foutre) il rapporto completo.

    Il 7 maggio del 1853, sulla collina dei Cappuccini, nei pressi del "Torretto che tanto le piace (dono della nonna), si concede al marchesino Ambrogio Doria: il ventitreenne tenente del Piemonte Reale, che discende da un casato genovese di dogi e ammiragli, la affascina, oltre che con la prestanza fisica e il comportamento disinvolto, con il prestigio delle decorazioni ottenute nelle campagne del ’48 e del ’49. Per questo episodio Virginia registra la prima f sbarrata nel suo diario. Con le donne Ambrogio va subito al dunque e con la sedicenne Oldoini non si comporta in maniera diversa. La passeggiata per raccogliere fiori è più lunga del previsto e tornata a casa in ritardo e confusa, Nicchia non può nascondere quanto è avvenuto alla madre. Filippo, messo al corrente della colpa della figlia, rimprovera la moglie per l’inadeguata educazione impartita a Nicchia, perché chi ha un solo porco lo cresce grasso, ma chi ha un sol figlio lo può crescere fesso. Il marchese conclude: La manderemo per intanto da tuo padre, poi dovremo trovarle marito, dal momento che ne sente tanto il bisogno. La fanciulla si ritrova a vagare nelle stanze del palazzo Lamporecchi sul Lungarno fiorentino. In età adulta rivela: Fin dall’infanzia, sono stata infelice in questo tetro palazzo predestinato".

    Non deve aspettare molto perché le circostanze che presiedono al suo matrimonio sembrano provenire da un romanzo. Il suo matrimonio si decide a mille chilometri di distanza: senza conoscerla il suo futuro marito desidera sposarla.

    1 Vedere dello stesso autore: Cavour, l’uomo, il politico, l’unità d’Italia AIEP. Editore, 2011

    CAPITOLO II.

    Il fidanzamento

    Il conte Aurelio Asinari, discendente dal ramo degli Asinari di San Marzano, deve affrontare l’estinzione della famiglia a causa della presenza di sole discendenti femminili. Due delle tre figlie del conte (Barbara e Camilla) sono monache clarisse in Asti. Nel testamento del 24 maggio 1620, il conte lascia l’intero patrimonio della famiglia alla primogenita Aurelia Ottavia, a patto che il genero assuma nome e stemma Asinari. Quando la primogenita Aurelia Ottavia si sposa con il cavalier Giovanni Antonio Verasis, è investita del feudo di Costigliole d’Asti e tutti i possedimenti della famiglia Asinari, con la clausola di aggiungere al cognome del marito il proprio, fondando la dinastia dei Verasis Asinari e decretando l’estinzione degli Asinari.

    Il conte Francesco Verasis di Castiglione Tinella e di Costigliole d’Asti si è sposato molto giovane. Nobile, ricco, non bello ma gradevole, con un nome illustre e antico cosicché a Corte gode di un enorme prestigio. A ventidue anni sposa nel 1848 una ricca ereditiera, la marchesa Francesca Trotti di Milano… che deve lasciare quasi subito per prendere parte alla guerra contro l’Austria. Tre anni dopo, nel 1851, sua moglie partorisce. Ahimè madre e neonato muoiono poco tempo dopo. Così a venticinque anni Francesco è vedovo… e ricco. Anche se deve svolgere teorici impegni a Corte, in verità non ha granché da fare. E Torino è una piccola città dove gli svaghi sono ben presto esauriti. Per distrarsi decide di viaggiare. Durante l’inverno 1852-53 è a Londra, dove la Gentry (nobiltà) lo accoglie con simpatia; per primo Emanuele d’Azeglio, nipote del più celebre Massimo, ministro del Regno di Sardegna presso la Corte d’Inghilterra. Per merito di questo parente, Francesco è ammesso negli ambienti della diplomazia, dove conosce l’ambasciatore di Francia, il conte Alessandro Florian Walewski e sua moglie Maria-Anna, italiana di nascita come lui. Tra la coppia e Castiglione è subito amicizia. Il conte Walewski già in esilio a Firenze e amico degli Oldoini che Napoleone III, appena salito al trono, nomina ambasciatore di Francia, suscita, a Londra, una forte curiosità in ragione della sua nascita; è figlio della contessa polacca Maria Walewska e di Napoleone I. Il paradosso è che nonostante le vicende storiche, Napoleone I è molto popolare in casa di chi l’ha tenuto prigioniero a Sant’Elena. La stessa fama spetta anche a suo figlio naturale. L’ambasciatore di Francia presso Sua Maestà britannica ha appena giocato e vinto una partita alquanto delicata: fare riconoscere Napoleone III come Imperatore. Il figlio di Napoleone I riesce a fare omologare il titolo rifiutato a suo padre dal suo accanito nemico. È un magnifico trionfo diplomatico! I Walewski sono invitati a numerosi ricevimenti ai quali si recano accompagnati dal loro amico italiano. È così che una sera il conte di Castiglione si trova a casa della duchessa d’Inverness, una cugina della Regina Victoria; Francesco vede attorno a sé belle fanciulle venute a mostrare gioielli e vestiti. Il giovane italiano, affascinato da questo bel vedere, non riesce a nascondere la sua emozione. Walewski se ne accorge e stuzzica l’amico:

    Vedo con piacere, mio giovane amico, che le signore inglesi vi piacciono tanto.

    Francesco, come preso in castagna, arrossisce leggermente, poi allontanandosi di alcuni passi con l’ambasciatore di Francia gli confida sotto voce:

    Non conosce il vero motivo della mia presenza in questo paese. Conosco la fama delle donne inglesi e sono venuto a Londra con lo scopo di risposarmi.

    Walewski non nasconde un sorriso ironico a questa ingenua rivelazione e risponde:

    In questo caso, caro conte, siete andato a cercare ben lontano quello che avete nel vostro paese. Credetemi, ritornate a Firenze oppure andate a La Spezia e fatevi annunciare a palazzo Oldoini, magari con una lettera del vostro amico d’Azeglio. Fatevi gradire dalla figlia e sposatela….

    Di fronte all’aria stupita del suo interlocutore, l’ambasciatore aggiunge:

    Avrà la più bella fanciulla d’Europa! Io la conosco e ve lo posso garantire.

    Così, con questo semplice consiglio, Francesco senza riflettere riparte per l’Italia e si presenta alla famiglia Oldoini che non conosce per chiedere la mano della fanciulla che non ha mai visto! Sembra la trama di un romanzo ma le cose sono andate proprio in questa maniera. Tra leggenda e fantasiose invenzioni utili a Nicchia per giustificare il suo successivo comportamento e per dipingere un ingenuo conte piemontese, la realtà è ben altra.

    Francesco e Nicchia si conoscono a La Spezia durante l’estate del 1853. Lui quale gentiluomo di Corte di Carlo Alberto prima e ufficiale d’ordinanza e segretario di Gabinetto di Vittorio Emanuele II poi, è presentato alla famiglia Oldoini dall’amico Massimo d’Azeglio, ospite in casa. Sono giorni in cui l’episodio piccante con Ambrogio Doria duole ancora e la madre tiene Nicchia sotto stretta sorveglianza. Dopo il fattaccio, la famiglia ha urgenza di trovarle un marito perciò con il primo pretendente seriamente intenzionato a prenderla in sposa e per di più con un nome e molto ricco, le porte si spalancano. Il conte è distinto, biondo, porta sottili baffi, ha lo sguardo franco e luminoso: piace alla marchesa. Nicchia invece è più riservata; lo trova semplicemente simpatico. Tuttavia negli ambienti dell’aristocrazia l’unione coniugale è combinata in famiglia, l’amore non è ritenuto indispensabile: a quei tempi più che un contratto matrimoniale è un contratto patrimoniale.

    La cronaca del fidanzamento è riportata nelle memorie del generale Enrico Morozzo della Rocca, aiutante di campo di Vittorio Emanuele II e capo dello Stato maggiore:

    Nell’estate del 1853 la Regina Maria Adelaide, alquanto indebolita dai numerosi parti, fu consigliata dal medico Riberti a recarsi per qualche mese al mare per respirare l’aria e fare bagni. Fu scelta la spiaggia di La Spezia e dopo che vi si fu stabilita con la sua Corte, il Re andò varie volte a farle visita e a me toccò di accompagnarlo. Il soggiorno non offriva grandi distrazioni, anzi direi nessuna, se non quella data dalla straordinaria bellezza della signorina Virginia, figlia del marchese Oldoini, proprietario nelle vicinanze e segretario di legazione del nostro Corpo diplomatico. Gli ufficiali consumavano il tempo a spiare i passi della signorina, stavano attorno alla cabina nella quale andava a prepararsi per il bagno, e cercavano tutte le occasioni per vedere quella decantata bellezza che si sottraeva ai loro sguardi avvolgendosi in duplici e anche triplici veli. Tra gli ammiratori vi era il conte Francesco Verasis di Castiglione, cugino di mia moglie, cavaliere di accompagnamento della Regina. Egli s’innamorò perdutamente della Virginia, chiamata non so perché Nicchia e più tardi Ninì, e volle a ogni costo farla sua. Essa era figlia unica di genitori spenderecci, il cui patrimonio era alquanto disordinato. Il conte Francesco era stato assai ricco, ma anch’egli aveva speso di molto e continuava a spendere nelle sue case e castelli più del dovuto; nondimeno era considerato un buon partito e aveva una bella posizione a Corte. Perciò i genitori di Virginia accolsero di buon grado la richiesta: non così però la fanciulla. Ho detto che era meravigliosamente bella; aveva sedici anni e i vecchi ammiratori di sua madre le avevano tanto ripetuto che non vi era uomo meritevole di impalmarla se non Re o Imperatore, che ella aveva finito col persuadersene; e un semplice conte, ancorché d’antica famiglia, giovane, ricco, bello, brillantissimo per il suo spirito brioso, non le pareva abbastanza degno di lei. Quei contrasti: la bellezza della Nicchia, le sue pretese, l’innamoramento di Castiglione, erano allora le sole distrazioni della spiaggia e il Re Vittorio se ne stancò ben presto.

    Durante la permanenza a La Spezia della Regina Maria Adelaide con il suo seguito, nei saloni dell’albergo Croce di Malta, fra i tanti balli, prende il via l’avventura della giovane Virginia con il conte Francesco. Nicchia non è per nulla sedotta dal suo pretendente ma l’idea di sposarsi, di essere autonoma, di avere delle proprietà, di avere un rango nella società è sufficiente per stuzzicare il suo interesse: poco più di un’evasione e poco meno di un’avventura. Per Francesco invece è il colpo di fulmine. A fatica riesce a contenere il suo turbamento. Da come rimane in contemplazione davanti alla ragazza, Virginia come la madre capiscono ben presto i suoi veri sentimenti. Questa scoperta non turba minimamente Nicchia. Quando Francesco è ospite a palazzo Oldoini, le sue visite sono sempre più frequenti, lei mantiene un contegno educato e cambia discorso quando l’argomento diventa troppo intimo. Isabella è molto più entusiasta all’idea di sposare sua figlia al giovane conte; la sua fortuna non è estranea a questa prospettiva. Certo, gli Oldoini hanno un discreto patrimonio, ma le loro rendite e i loro possedimenti non sono paragonabili a quelli di Francesco, per lo meno credono.

    L’incontro decisivo tra i due giovani si svolge nel salottino privato di lei. I muri della stanza sono tappezzati di lilla, Nicchia non indossa abiti dai soliti colori tenui ma è avvolta in un grande scialle nero. Solo il viso e le mani sono scoperti.

    Perché vi siete vestita così? chiede il conte.

    E lei:

    Ho voluto soltanto adeguarmi alla circostanza. Spero di non farvi paura.

    Dopo i convenevoli iniziali, Nicchia ascolta la dichiarazione d’amore di Francesco. Ma alla fine risponde, con distacco:

    Ho simpatia per voi, Francesco. Molta, moltissima simpatia. Ma in verità non vi amo. Mi siete simpatico. Lo ripeto, e vi debbo molta gratitudine per le vostre attenzioni, ma non sento quell’amore appassionato che dovrei nutrire per l’uomo che mi chiede di unirmi a lui per tutta la vita.

    Francesco non si lascia scoraggiare. Perciò insiste:

    Il vostro rifiuto è solo frutto della vostra giovane età e della vostra inesperienza. Sposatemi. Sono certo che quando mi avrete sposato, quando avrete modo di conoscermi meglio, non mancherete di amarmi. L’amore verrà….

    Nicchia cerca di sfuggire, cosciente dei pericoli che intridono un matrimonio senza amore, mette in guardia il suo pretendente dai rischi cui va incontro:

    Vi supplico caro conte, smettete di chiedere la mia mano. Non ho per voi nessun affetto, nessuna simpatia; sento che per me sarete sempre un uomo indifferente. Amate altrove, pensate ad altre, di grazia.

    Ma lui insiste:

    Che importa, non mi amerete mai, sta bene! Ma sarò orgoglioso di avere la più bella tra le donne del mio tempo!.

    E ancora:

    Sono d’accordo con voi. Ma sono disposto a correre qualunque rischio purché voi siate mia moglie. Accetto sin d’ora tutto ciò che il destino potrà riserbarmi. E dice bene.

    Nicchia è cosciente dell’ascendente che esercita su Francesco e lo mette in guardia già da subito. Lei è giovane ma ha già una forte personalità, è determinata, mentre il suo futuro sposo ne è totalmente privo. Lo stesso per l’intelligenza: la ragazza ha una mente vivace, Francesco è molto più limitato. Di tanto in tanto, lui tenta di fare prova di autorità ma Nicchia non prende sul serio questi timidi tentativi velleitari e, tutto mogio, Francesco si arrende. Troppo innamorato per riprendere il controllo di se stesso, il giovane, dal carattere remissivo, si relega da solo e da subito in un ruolo subalterno che sarà il suo anche dopo il matrimonio.

    La grande passione di Francesco finisce per intenerire la ragazza? Oppure, se deve prendere marito senza perdere tempo (dopo la sua colpa con Ambrogio), Nicchia ritiene che accettare un uomo pronto a soddisfare tutti i suoi capricci e con i mezzi finanziari per farlo, non è da trascurare? Forse è il caso di avvalorare la seconda ipotesi. Nicchia decide di sposare Torino, non Francesco.

    Nel mese di luglio 1853, a La Spezia, la sedicenne marchesina pronuncia, nella più totale indifferenza, un sofferto . Si lascia sposare. Francesco è gradito e la data del matrimonio è fissata per il giorno di lunedì 9 gennaio dell’anno successivo, quella dei diciassette anni di Virginia e non quella dei suoi quattordici anni, come ha lasciato scritto. A questo proposito, Virginia litiga con i numeri, oppure volutamente cerca d’imbrogliare. Più tardi negli anni, dichiara di essere nata nel 1843, il ché la porta a convolare a giuste nozze all’età di… undici anni! Nacqui nell’istante in cui una stella cadente passava sulla mia culla. Correva l’anno 1843 e non 1840 e non fu il mio antico villaggio a sentire i miei primi vagiti, ma un altro villaggio, poiché il segreto circonda la mia nascita, non so bene dove sia nata e da chi sia nata…. Questo strano modo di avvolgere i propri natali in un alone di mistero è una chiara testimonianza di un carattere fantasioso e bizzarro.

    Anche se precoce, è evidente che è nata nel 1837.

    I mesi di fidanzamento che precedono il matrimonio non sono per niente sereni. Nicchia è irascibile, ironica e non perde occasione per criticare il suo futuro sposo. A volte Francesco alza la voce, si ribella; allora la fidanzata gli tiene il broncio. La fanciulla è facilmente sopraffatta dal suo carattere ribelle. Francesco invece è pieno di attenzioni e certa di accontentarla in tutti i modi. Per farsi perdonare le regala gioielli costosi. Nicchia ha capito che il suo promesso sposo è cotto d’amore e lei, per niente innamorata e dopo aver accettato quelle nozze frettolose imposte dalla famiglia, ne approfitta senza vergogna. Sono mesi segnati da scene burrascose seguite da rappacificazioni altrettanto animate. Tuttavia, Nicchia ha l’attenuante della sua giovane età; è cresciuta nel lusso, libera, capricciosa e piena di adulazioni; passa dall’adolescenza all’età adulta senza compiere il necessario apprendistato per diventare grande. Questo spiega i suoi scatti d’animo, i suoi capricci di ragazzina viziata e la sua difficoltà ad affrontare con lucidità gli eventi della vita non senza conseguenze quando dovrà affrontare situazioni eccezionali.

    Francesco è immediatamente sedotto dalla venustà di Virginia. Lei invece è più lunga ad apprezzare le attenzioni del suo cicisbeo ed è solo al termine di una corte assidua che dice

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