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Ancona 1870-1900. Storia narrativa della città.Dalla Comune di Parigi alla crisi di fine secolo

Ancona 1870-1900. Storia narrativa della città.Dalla Comune di Parigi alla crisi di fine secolo

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Ancona 1870-1900. Storia narrativa della città.Dalla Comune di Parigi alla crisi di fine secolo

Lunghezza:
433 pagine
6 ore
Editore:
Pubblicato:
Jun 9, 2017
ISBN:
9788898275564
Formato:
Libro

Descrizione

L'opera narra, con le “voci del tempo”, la storia di Ancona dalla Comune di Parigi alla crisi di fine secolo, un periodo nel quale emerge un'opposizione politica e si realizzano i tentativi di industrializzazione, l'ammodernamento delle strutture fisiche e amministrative, l'espansione dei servizi collettivi, l'integrazione della comunità israelitica nella società cittadina. Devianza sociale, associazionismo, evoluzione demografica e segregazione topografica vengono esaminati come sintomi e motori del mutamento e della dinamica sociale.

L'AUTORE
Ercole Sori (Pievebovigliana, 1943), già professore ordinario di storia economica presso la Facoltà di Economia dell'Università politecnica delle Marche, attualmente dirige il Centro Sammarinese di Studi Storici presso l'Università degli studi di San Marino. I sui lavori, oltre alla storia economica, hanno riguardato temi come la storia dell'emigrazione italiana, la storia urbana, la demografia storica e l'ecostoria.
Editore:
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Jun 9, 2017
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9788898275564
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Ancona 1870-1900. Storia narrativa della città.Dalla Comune di Parigi alla crisi di fine secolo - Ercole Sori

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Nascita di un'opposizione: politica e amministrazione finanziaria

I padri della patria in difficoltà

Alcuni avvenimenti di scala europea appaiono ancora distanti dalla dinamica sociale e politica della città: la Prima internazionale (1864) e la fuoruscita da essa degli anarchici (1872); la Comune di Parigi (1871). Ma già i moti contro la tassa sul macinato (1869) nella vicina Emilia e nel Nord hanno avuto ad Ancona un'estrema ma significativa propaggine[1] e, all'inizio degli anni '70, qualche cosa di profondo comincia a incrinarsi anche nella nostra città.

Prima di tutto s'incrina il suolo sul quale poggia. Nel 1870, secondo una fonte attendibile[2], si verifica un terremoto che ha il suo epicentro o, comunque, la sua manifestazione più evidente ad Ancona. È un presagio del fatto che storia naturale e storia umana sono destinate a intrecciarsi nel futuro della città.

Ma torniamo alla storia politica. Nella massoneria anconitana la divaricazione tra moderatismo liberale e rivoluzionarismo repubblicano sembra ormai chiara e procede di pari passo alla cedente presa del comune cemento anticlericale[3]. Il 16 gennaio 1870, due reduci garibaldini, Carlo Morellet e Virginio Felicioli, fondano il periodico repubblicano Lucifero e il 20 settembre dello stesso anno «una turba di sconsigliati, scorrazzando per le vie della città con sediziose grida di Viva la repubblica! Viva Mazzini! Morte a Vittorio Emanuele! venne a turbare la pubblica gioia» per la presa di Roma[4]. Gli avvenimenti politici, in sé, non sono sorprendenti: in fondo il repubblicanesimo ha sempre segnato, sulla carta geo-politica del risorgimento, un'area di forte insediamento compresa tra la Romagna e le Marche settentrionali, giusto fino ad Ancona, con persistenze che dureranno fino ai giorni nostri. Meno scontato è cercare di comprendere la dinamica interna, strutturale, che ha condotto interi pezzi di società anconitana a mettersi in moto.

Innanzi tutto si può dire che la piccola borghesia commerciale, impiegatizia e «industriante» ha cominciato ad affilare le armi della critica, dopo appena intrapresi percorsi di mobilità sociale che passano per una modesta agiatezza, per l'ambiguo prestigio dei monsù travet e per una migliore scolarizzazione superiore. La massiccia adesione di questo ceto alle correnti democratiche e repubblicane va intesa, perciò, come ferma disapprovazione della Destra Storica, che perpetua, in città come in Parlamento, l'aborrita «oligarchia del privilegio» e un regime di cooptazione e chiusura di ceto. Questi gruppi sociali emergenti, secondo un inedito meccanismo di delega della rappresentanza di interessi, si fanno anche interpreti delle istanze più genuinamente popolari. A parte i sinceri slanci di altruismo sociale, ciò consente di rendere più completa la denuncia contro i «caporioni» e più ampio il fronte a loro avverso. Ampiezza che trova sicuro alimento nella cattiva congiuntura economica che la città sta attraversando tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70.

«Crocesignati» (sono quasi tutti cavalieri), «omenoni»: questi gli sprezzanti, sardonici appellativi che la stampa repubblicana affibbia ai notabili cittadini, impiegando un lessico, anche divertente, che illustra bene tanto la nobiltà che le miserie di questa cultura d'opposizione. Gli «omenoni», pur non cedendo né subito né facilmente il bastone del comando, devono cominciare a fare i conti con una realtà in trasformazione. C'è, insomma, da sciogliere, non solo ad Ancona ovviamente, un nodo politico che costituisce, per i ceti dirigenti di estrazione risorgimentale e per la Sinistra Storica, che strappa il testimone del comando alla Destra nel 1876, un rompicapo che li occuperà, tra strascichi e tensioni, fino alla crisi di fine secolo. Si tratta di inserire, nel modo più lento, più blando e più indolore possibile, gruppi sociali esclusi, ma emergenti e numericamente maggioritari, entro la cornice istituzionale e politica dello Stato liberale e monarchico.

Certo, in questa rincorsa trentennale, gli «omenoni» partono svantaggiati, se si pensa, ad esempio, ai conti Raimondo Ricotti e Ferdinando Cresci. Ricotti, diretto in carrozza alla sua villa Favorita per controllare se la pioggia stia rovinando le sue proprietà, muore affogato ai piani della Baraccola durante l'alluvione del 1897. Ai dazieri che lo hanno fermato e al suo cocchiere, arrestatosi perplesso di fronte al guado di un torrente esondato, intima sprezzante: «avanti, avanti si vada!»[5]. Cresci, padre della patria, comandante della guardia nazionale e commissario di sanità marittima[6], si rende protagonista del seguente episodio. «Un ubbriaco, passando verso le sei di lunedì pel corso, urtava poco garbatamente il sig. Conte ed altri due cittadini che erano in sua compagnia. Il nobiluomo non poté rattenere in sé, all'urto ricevuto, la simpatia che gli ispira una certa classe di persone ed apostrofò con termini poco civili l'ubbriaco e la categoria a cui appartiene, chiamandolo carogna et similia». Il popolano, sentiti gli insulti rivolti alla classe operaia, reagisce e volano pugni. «Finito l'alterco i due si separarono e tutto sembrava essersi conchiuso; ma il Conte, visti i carabinieri, li rimproverò per aver lasciato impunito l'individuo; i carabinieri risposero che nulla avevano visto, perché erano tosto sopraggiunti, Il Conte disse: -Orbene, andrò io in Questura e vi farò vedere chi sono io!!-». Cosa che fa e, dopo aver parlato col delegato, finiscono in galera ubriaco e carabinieri[7]. Il Lucifero, organo della prima forma organizzata d'opposizione, indugia spesso nella denuncia di episodi del genere, ritenuti sintomatici del sistema di potere esistente in città. Sul fronte opposto c'è il giornale governativo, il Corriere delle Marche, il quale, a detta del Lucifero, «è sempre pronto a piangere quando vi ha una causa giusta a difendere, un grosso interesse a sostenere»[8].

Secondo questa linea d'opposizione politica, per poter sperare in un cambiamento occorre innanzi tutto combattere un sistema censitario che consente solo ai Ninchi, ai Mancinforte, ai Malacari, ai Fazioli, ai Ferretti di esercitare l'elettorato attivo e passivo: vota e amministra soltanto la gente «che ha affari per le mani tutto il giorno, e che sa ben condurre le operazioni di borsa»[9]. L'ostilità verso il ceto dirigente è inoltre acuita dal fatto che esso si identifica ideologicamente, politicamente e amministrativamente con quei «maledetti savoiardi» del governo, che hanno fatto e stanno facendo più danni in città di quanti ne siano riusciti a fare i Fazioli, i Ninchi e la loro compagnia[10]. I «barbassori», sincrasi tra Barbarossa e assessori, non conoscono altro mezzo di risanamento finanziario che quello dell'esasperazione tributaria; chiedono sacrifici, economie, ma solo ai più deboli; sfornano sempre nuovi balzelli, tra i quali campeggia la ricchezza mobile, ribattezzata ironicamente «miseria stabile». «Economia! Bella parolona... Perché i grandi generaloni di Custoza non rinunciano al lusso di principeschi appartamenti? Perché i primi ministri non scemano lo stipendio? Perché non si abolisce la tassa della fame, la tassa del macinato, che rende meno delle spese necessarie a riscuoterla?»[11].

La lotta politica: novità e trasformismi

Episodi, argomenti e toni di questo genere abbondano sulla stampa locale, anche perché la lotta politica, lasciata al giornalismo, finisce inevitabilmente per diventare un po' verbosa, spesso demagogica, quasi sempre a tinte forti. Non che manchi la materia: «qualche povero fiaccherista ha pagato la cocciutaggine di voler fare il proprio comodo e qualche altro [ha orinato in pubblico], come il campagnuolo di ier l'altro, anche col carcere; però, ch'io sappia, nessuno dei signorini che tutto il giorno con i loro cavalli corrono su e giù per il corso, come fossero in aperta campagna, ha mai avuto il disturbo di essere almeno richiamato al dovere. Oh, santa uguaglianza!». Due pesi e due misure vengono denunciati, ad esempio, anche in materia tributaria. Michele Fazioli e Marino Pompei danno il destro ad accuse di spudoratezza e favoritismo: «i componenti la commissione di ricchezza mobile, che son tutti fior di signoroni, si sono tassati pochissimo. Che si direbbe, per esempio, se uno che non ha da mangiare, o molto poco, si trovasse tassato per 30 ₤. all'anno, e il signor Conte Fazioli, possidente, per 125? La sproporzione è immensa»[12].

I personaggi più significativi della prima generazione liberale sono, per l'appunto, il Fazioli, che, dopo essere stato spodestato dalla carica di sindaco per due volte, nel 1867 e nel 1876, si consola con la presidenza della Cassa di risparmio; il Ninchi, «antico protetto dell'organo dei conservatori», il Corriere delle Marche; il Cresci e altri che abbiamo già incontrato. L'avvocato Ninchi, spalleggiato dai suoi fedeli «ninchiani», s'impegna anche nelle elezioni politiche del 1871, scontrandosi con il comm. D'Amico, detto «l'uomo della consorteria». Il Ninchi, pur avendo idee spesso brillanti e originali, è sostanzialmente un conservatore e divide questo carattere con i suoi colleghi della prima generazione liberale, temperandolo solo con un vago umanitarismo.

Verso la metà degli anni '70, i sintomi sopra descritti sono giunti a maturazione e la situazione è decisamente cambiata: ad Ancona si è formata una discreta opposizione repubblicana, stretta attorno al Lucifero. Anche se ufficialmente astensionisti, i repubblicani danno fastidio con il loro puntuto giornale; e poi organizzano riunioni e manifestazioni, invitando il popolo a reagire ai soprusi subiti. In altre parole, per il gruppo di comando è tempo di deflettere da una linea conservatrice e di aprirne una «progressista», come recita il corrente lessico politico.

I fedelissimi della Destra sono così scavalcati dai più avveduti esponenti del nuovo corso e ripiegano entro una trincea più arretrata (Cassa di risparmio, ospedali) ove si attestano a difesa dei loro interessi fondamentali. Ad Ancona questo avvicendamento è visibile fin dal 1875, quando Arturo Labriola osserva, ironicamente, che «la ragazzaglia aveva cacciato di seggio i vecchi liberali»[13]. Si fanno avanti altre figure, come quella di Augusto Elia, eroe ed ex garibaldino, quella dell'avv. Arturo Vecchini, quella del cav. avv. Terenzio Frediani, «uomo di ottime intenzioni e tenacità di propositi», che regge l'amministrazione per lungo tempo (dal 1880 al 1889 e dal 1896 al 1897). Se si conta il numero delle sindacature secondo il titolo del sindaco che le ha ricoperte, tra 1860 e 1876 i nobili battono gli avvocati 6 a 4, mentre tra il 1876 e 1902 gli avvocati (9), gli ingegneri (3) e i semplici cavalieri (3) battono i nobili 15 a 2. Certo, si tratta di piccoli aggiustamenti entro la classe dirigente cittadina, generalmente e a ragione qualificati come trasformismo, ma qualcosa sta effettivamente cambiando. L'operazione trasformista negli schieramenti liberali comporta qualche ristrutturazione e qualche attrito. La vicenda dei due giornali liberali, il Corriere delle Marche e L'Ordine, come vedremo, ne è un test rivelatore.

Per il giornale repubblicano non sembrano, invece, esserci differenze, «sia che predominino i destri, sia che predominino i sinistri»[14] e tuttavia, malgrado queste dichiarazioni di neutralità, gli uomini di Domenico Barilari, direttore del Lucifero dal 1870 al 1904, tra i «due mali», sembrano propendere per il tentacolare Elia. Augusto Elia, dopo aver trasmigrato dal Partito d'azione alla Sinistra costituzionale, è eletto alla Camera nel 1876, pur essendo osteggiato dai repubblicani intransigenti[15]. «Per noi, nonostante siamo astensionisti, se si tratterà di una nuova elezione dell'on. Elia, fin da questo momento dichiariamo che andremo a porre per lui il nostro voto nell'urna»[16]. E così avviene anche per le elezioni del 1880, che vedono il fra-massone Elia scontarsi con Fazioli, «campione di moderatume». Messo alla prova, Elia procurerà cocenti delusioni ai repubblicani e i toni cambieranno radicalmente.

L'ex garibaldino, «grandissimo maneggione e supremo trafficatore»[17], è senz'altro l'uomo politico più significativo che la città è in grado di esprimere tra l'Unità e la prima guerra mondiale, sia come rappresentante in Parlamento, sia come consigliere comunale e come vice-presidente, per un decennio, del consiglio provinciale. È anche uno dei pochi concittadini eletti a godere a Roma di un certo peso e di un credito riconosciuto. Tra gli esponenti politici locali che levano inascoltate lagnanze verso il governo centrale, Elia ha i mezzi per farsi sentire, grazie al ruolo non secondario che ricopre entro la massoneria nazionale[18]. Tutti i successi messi a segno da Ancona durante questo periodo portano la sua prestigiosa firma di avallo: la nascita dello stabilimento metallurgico, la permanenza del compartimento ferroviario, la riduzione del pesante canone daziario governativo, gli interventi a favore del porto, e altro ancora. A Elia e al gruppo dei nuovi liberali si devono inoltre, come vedremo, realizzazioni importanti in vari settori della vita cittadina: industria, acquedotto, trasporti urbani, risanamento, sanità. Negli anni '90 la stella politica di Elia sta tramontando. Coinvolto nello scandalo della Banca romana, con la caduta di Francesco Crispi, suo mentore governativo, è indotto, nel 1897, a ritirarsi a vita privata[19].

L'estensione del suffragio, grazie alla riforma elettorale del 1882 (applicata alle elezioni amministrative nel 1889) e alla rinuncia all'astensionismo di molti repubblicani, apportano al quadro politico e amministrativo locale significativi cambiamenti sul finire del secolo. In consiglio comunale cominciano ad apparire nomi nuovi e di oscuro lignaggio: sono i primi rappresentanti diretti dei ceti intermedi (impiegati, commercianti, artigiani), che fino a quel momento hanno ricevuto una rappresentanza fiduciaria da parte del «clan dei feudatari». Viene pertanto rotto un equilibrio nel sistema di potere locale che, più che pluridecennale, può considerarsi plurisecolare. In mancanza di liste aventi una precisa fisionomia di partito, il quadro generale appare ancora confuso e intricato. Vi sono, infatti, esponenti ufficialmente monarchici sostenuti dai repubblicani e viceversa; oppure ultra-laici leader repubblicani appoggiati dai «clericali», come avviene per il conte Giovan Battista Bosdari, uno dei pochi nobili guadagnati all'idea repubblicana.

D'ora in poi, nelle giunte a guida liberale siedono tranquillamente uomini dall'etichetta repubblicana, come l'avv. Domenico Pacetti, e anche il cav. Raffaele Jona, uomo di industria e commerci d'origine israelita, guida a lungo l'amministrazione comunale in compagnia di conti e marchesi. Si può provvisoriamente concludere che gli elementi di spicco della borghesia emergente, soprattutto se avvocati, si fondono ideologicamente e, quel che più conta, operativamente con la vecchia classe dirigente, poiché i rispettivi sostrati culturali e d'interesse tendono sempre più a coincidere. Il che equivale a dire, come viene maliziosamente scritto, che «prima odiavano gli aristocratici, perché non potevano essere aristocratici». I liberali, imbellettati di progressismo, salvano il nocciolo centrale del sistema di potere locale, spartendone qualche pezzo con i nuovi scalatori sociali, che chiedono e accettano un'integrazione subalterna entro il tradizionale gruppo di comando. Questa fresca ammucchiata, riveduta e corretta, esclude però la parte più fragile della piccola borghesia e, naturalmente, i ceti popolari.

A occuparsi degli esclusi, durante il trentennio di fine secolo, restano la sinistra repubblicana, gli anarchici, i nuovi sovversivi socialisti e, da ultimo, i cattolici che la Rerum Novarum (1891) ha scongelato e collocato di fronte alla questione sociale e alla tutela dei ceti più deboli: molte formazioni, come si vede, tante da creare una situazione altamente competitiva nel rapporto tra istanze religiose, forze politiche popolari e popolo, oltre che confusa. Muoversi tra i meandri delle differenziazioni interne alle formazioni dell'opposizione politica anconitana, tra le traiettorie delle loro linee evolutive che si intersecano, cercando di seguire personaggi che con grande rapidità e disinvoltura saltano dall'una all'altra, è operazione non troppo agevole.

Questa situazione indica però un primo dato certo: Ancona, per eredità storica risorgimentale, per predisposizione sociale e culturale, per accessibilità e centralità geografica, per essere una sorta di testa di ponte lanciata verso l'enigmatico Mezzogiorno, funziona di fatto, per quasi tutti i settori politici e ideali che animano la vita politica italiana dell'Ottocento e del primo Novecento, come una filiale obbligata a comparire in ogni progetto di organizzazione partitica su scala nazionale o interregionale. Più ancora che nel processo di costruzione del mercato nazionale, in quello di integrazione politica e istituzionale (o anti-istituzionale...) Ancona esercita una direzionalità probabilmente sproporzionata rispetto alla sua taglia demografica ed economica, alla sua rudimentale composizione sociale, alla sua capacità di produzione culturale in senso lato. Ad Ancona, tra l'Unità e la prima guerra mondiale, abitano e operano personaggi politici di calibro nazionale, come Errico Malatesta, Luigi Fabbri e Pietro Nenni, mentre circolano spesso Pietro Gori, Andrea Costa, Enrico Ferri, Camillo Prampolini, Felice Cavallotti.

La conseguenza di ciò è il sedimentarsi di un ceto politico semi professionale ben prima che appaiano in forma compiuta i moderni partiti di massa, un ceto impegnato in circoli, sezioni, leghe, Camera del lavoro, cooperative, società mutue, giornali e tipografie a essi legate. Per i giornali politici, in particolare, Ancona è centro di scala regionale, interregionale e persino nazionale. Questo attivismo politico d'opposizione è legato anche alla vicinanza e ai tradizionali vincoli di colleganza, destinati a rimanere anche in futuro, con la Romagna, vero e proprio motore del sovversivismo italiano, ma anche con l'appena riconquistata Roma, capitale politica del Regno, che la ferrovia ha reso ancor più familiare agli anconitani di quanto non sia stata in età pontificia.

Muoversi dunque, come una non recente storiografia ha tentato di fare, tra repubblicani (notabili, mazziniani, ortodossi, irredentisti, interventisti, collettivisti), internazionalisti, anarchici (socialisti, comunisti, individualisti), socialisti (anarchici, riformisti, collettivisti, massimalisti, rivoluzionari), non è compito semplice e, forse, neppure troppo fruttuoso. Queste distinzioni sembrano spesso formali e vivono prevalentemente sulla carta dei battaglieri fogli di propaganda che le stampano e le divulgano, oppure nei fascicoli segnaletici ove resta traccia, dopo il 1894[20], dell'estro classificatorio di un delegato di pubblica sicurezza. Il popolo anconitano deve essere in larga misura estraneo a queste sottigliezze e accetta solo le grandi discriminanti. Nel 1885, in un caffè del porto, un gruppo di socialisti internazionalisti e uno di repubblicani si affrontano, dopo essersi reciprocamente sfottuti ordinando «bicchierini al petrolio» e «bicchierini al rosso». Tra loro si contano un barbiere, un sarto, un facchino, un fabbro, un marinaio, tutti tra i 19 e i 25 anni d'età: questa la realtà della base sociale e della dialettica politica entro la sinistra non storica[21].

Una situazione del genere provoca, soprattutto, uno scarto sensibile tra dibattito politico e pratica sociale. Il popolo anconitano si mette in stato di agitazione per questioni forse un po' prosaiche, ma certo concrete: la rivolta contro la tassa sul macinato del 1869; i tumulti contro il caro vita nel '73, nel '98 e nel 1905. Nel 1873, accanto a uno sciopero di muratori e lavoranti orefici e alle generiche proteste contro il caro vita, si svolge un lungo sciopero dei bevitori che, protestando contro l'elevato prezzo del vino, danno una fresca versione anconitana che precorre di molto lo slogan sul «pane e le rose»: non di solo pane, che pure è caro, si vive. I partiti discettano, per lo più, di grandi opzioni istituzionali, politiche o sociali, e il gergo che le riguarda e che pure si diffonde tra il popolo, attraverso comizi, commemorazioni, canti e giornali, assomiglia un po' ai testi dei libretti d'opera lirica: il significato delle parole declamate e cantate, apprese nel loggione del teatro, non sempre è compreso da chi le proferisce. I partiti, se così si può chiamarli durante questa loro preistoria, si adattano perciò a mettere il cappello ai movimenti spontanei e popolari, almeno fino a quando la domanda di difesa sociale non sia così forte e articolata da stimolare revisioni, nuove formazioni politiche, nuove forme organizzative o ristrutturazioni di vecchie istanze associative. La posta in gioco è difendere e migliorare le condizioni della vita materiale, innanzi tutto, ma anche di quella morale.

Repubblicani

I repubblicani anconitani escono dal risorgimento con un cospicuo patrimonio di credibilità politica e di radicamento popolare, come al solito più urbano che rurale, patrimonio che va erodendosi, anche se lentamente, a mano a mano che le battaglie patrie e la questione istituzionale vanno appannandosi nella coscienza e nella memoria storica della gente, offuscate da nuovi e più pressanti problemi. Resta inteso, comunque, che fino alla prima guerra mondiale l'ordine di importanza tra le correnti politiche e ideali che fanno presa sul mondo del lavoro anconitano è ben preciso: prima i repubblicani, poi gli anarchici, seguiti, ma con forti scarti in quantità e scansione temporale, dai socialisti e dai cattolici democratici. Interclassismo, vaghezza dei termini in cui porre la questione sociale, astensionismo elettorale (durato fino al 1895), rendono i repubblicani anconitani sempre meno adatti a fronteggiare sia le pur modeste novità nella struttura sociale della città, sia, soprattutto, le importazioni di socialismo riformista che provengono dal Nord Italia in via di industrializzazione. Internamente, col passar del tempo, al repubblicanesimo cittadino riesce sempre più difficile tenere in una stessa barca ideologica e organizzativa un notabile come Domenico Pacetti, un moderato come il conte Giovan Battista Bosdari, una maestra attiva nel sindacato magistrale come Adalgisa Breviglieri, un operaio «collettivista» come Alfredo Sorica o l'autore dell'opuscolo La socializzazione della terra (1890), il montemarcianese Enrico Matteucci[22].

Le tappe politiche e organizzative del movimento repubblicano e democratico anconitano sono poche: la costituzione dell'Associazione democratica marchigiana, nel 1866; lo scioglimento della Consociazione repubblicana nel 1873 per ordine delle autorità e l'arresto di Domenico Barilari. Tra il 1874 e il 1876 matura il distacco dagli internazionalisti[23] e nel 1878 la frattura deve essere già a uno stadio avanzato se, in un grande comizio irredentista a favore di una sponda adriatica italiana che vada da Trieste alla Dalmazia[24], i repubblicani denunciano la loro defezione. Come si vede, ad Ancona è ben rappresentato quel filone di cultura politica repubblicana tardo-risorgimentale che, all'insegna della incompiutezza del processo di unificazione nazionale, attraverserà il terreno aspro e minato dell'irredentismo, dell'interventismo e della «questione adriatica», tutti problemi che precedono e seguono da presso la prima guerra mondiale. La «questione adriatica» è un grande contenitore ideologico per molte delle culture politiche presenti e future che attraversano l'Italia e la città tra fine Ottocento e primo Novecento: repubblicani, per l'appunto, ma anche nazionalisti, liberali antigiolittiani, sindacalisti rivoluzionari, socialriformisti, democratici ostili a Nitti e cattolici[25].

La «questione adriatica» diventerà così uno dei leitmotiv dei repubblicani anconitani, un ingrediente molto gradito al palato della piccola borghesia commerciale e marittima che ruota attorno al porto e che forma un'importante base sociale del partito. Da tempo essa chiede, ad esempio, una linea di navigazione tra Ancona e la Dalmazia, che arriva il 12 agosto 1878, con l'inaugurazione del collegamento con Zara[26]. La psicosi internazionalista degli anni '70 è ancora viva nel decennio successivo e il prefetto di Ancona, nel 1882, comunica al governo il timore che alcuni maestri e professori, per il clima che si vive in città, alimentino «con frutto la propaganda dei partiti sovversivi», il principale dei quali egli ritiene sia il repubblicano, a causa dei suoi «radicati principi politici»[27]. Ma non è così.

A furia di competere sulla questione sociale con anarchici internazionalisti, prima, e con il nascente socialismo «evolutivo», poi, i repubblicani cercano di spingersi, verso la fine degli anni '80, fin dove la scarsa elasticità teorica consente loro di arrivare, cioè a un approccio un po' più classista alla realtà economica e sociale. Nel 1886 la Consociazione marchigiana ha impostato la questione operaia e persino quella agraria, che le è più ostica. Nel 1887 nasce la Confederazione (o Consolato) democratica e operaia, alla quale fanno capo circoli politici, società di mutuo soccorso e associazioni di mestiere sorte da poco. Il Consolato affronta temi in linea con l'organicismo e il moralismo sociali propri della tradizione mazziniana: scuole popolari, casse di risparmio, questione delle abitazioni, per risolvere la quale si tenta di fondare una Società cooperativa edificatrice di case operaie[28].

Nel 1889, alle prime elezioni amministrative a suffragio allargato, la Consociazione repubblicana, che include anche i radicali[29], porta a termine un'audace e vincente operazione politica. Con una lista che, ben rappresentando il tradizionale interclassismo repubblicano, comprende 11 professionisti (prevalentemente avvocati), 3 impiegati, 7 commercianti, due industriali, due banchieri e, dulcis in fundo, due operai, la Consociazione riesce a far eleggere quattro candidati su un totale di 40 consiglieri. Tra essi, grazie all'appoggio di ben 41 associazioni, un numero che dà un'idea sia dell'articolazione che della dispersione della vita politica e associativa in città, ci sono proprio i due operai, Antonio Giardini e Augusto Salvatori, che ottengono rispettivamente 1.296 e 1.292 voti (si noti la quasi identità dei due numeri, segno di una forte disciplina nel voto). Parleranno poco in consiglio comunale, sempre più dominato dall'eloquenza forense, ma per loro parleranno gli altri due eletti: il conte Bosdari (1.291 voti) e, soprattutto, Domenico Barilari (1.255 voti), figura dominante nel partito fin dal 1868[30].

Tra 1889 e 1892, repubblicani e radicali sperimentano una nuova dimensione politica, fatta di presenza attiva nel consiglio comunale e di una più chiara sistemazione del rapporto tra rivendicazioni popolari e azione amministrativa. Questo clima spiega perché si tenga ad Ancona il primo dei quattro congressi che il radicale e massone sindaco di Foligno, Francesco Fazi, riesce a organizzare tra il 1892 e il 1894, agitando la bandiera della democratizzazione e dell'autonomia delle amministrazioni comunali nei confronti del governo centrale. A esso aderiscono 1.146 comuni e 406 partecipano, assicurando la presenza di centinaia di sindaci e numerosi deputati, soprattutto radicali, ma anche socialisti, repubblicani e qualche liberale. Nei 17 voti deliberati dal congresso circolano le istanze per minori controlli e maggiore autonomia di spesa dei comuni, ma anche «le richieste tipiche dell'anticlericalismo ottocentesco, come quella di proibire ai comuni – in barba alla celebrata autonomia – di destinare fondi al culto, e quella di istituire il referendum in materia di imposte e di spese, cavallo di battaglia dei radicali e di tutta la sinistra, per riaffermare l'importanza della volontà popolare»[31].

Barilari (n. 1840, m. 1904) è arrivato ad Ancona da Venezia, condotto dagli spostamenti di lavoro come impiegato presso la direzione della Ferrovie Meridionali, che lo cacciano per «cospirazione politica» nel 1869. Nominato direttore del Lucifero nel 1870, Barilari incarna la figura del funzionario di partito e del politico a tempo pieno, polemico sulle colonne del suo giornale, ma attento a ricercare terreni d'intesa e collaborazione. Ci prova sia con i socialisti che con gli anarchici, in omaggio alle sue inclinazioni operaiste e astensioniste, che non gli evitano però un mandato parlamentare[32]. Per reati commessi a mezzo stampa, lo troviamo spesso in carcere, ove il suo storico avversario, il giornalista Giacomo Vettori, lo va a trovare portandogli in dono dei sigari[33].

Tra il 1890 e il 1892 scoppia la polemica interna al movimento repubblicano su collettivismo e socializzazione (dei mezzi di produzione), da un lato, proprietà privata e individuale, dall'altro. L'anima collettivista del movimento cresce, mentre quella mazziniana, sempre più impacciata sul terreno dell'azione sociale, si attesta sui capisaldi emancipativi della cooperazione e dell'associazionismo. Nel 1892 i collettivisti si rifiutano di votare una rappresentanza sostanzialmente borghese alle elezioni amministrative, mettendo così in crisi il consolidato rapporto tra base popolare repubblicana e notabilato politico e amministrativo. Quest'ultimo, tra le pieghe dell'astensionismo, ha sempre ammiccato a questa potenziale base elettorale, non si sa quanto effettivamente congelata[34].

Ma è nel 1895 che si manifestano le più acute contraddizioni in tema di atteggiamento elettorale. Ad Ancona, abbandonato esplicitamente l'astensionismo di principio, le elezioni politiche si risolvono in uno scontro tra Bosdari ed Elia, tipico esponente ministeriale del trasformismo depretisiano, prima, e crispino, poi. Di lui il socialista Bocconi darà, nel 1897, questa definizione: «il più devoto soldato del governo dei deplorati! sostenuto come al solito dalla palla di Calatafimi [l'aver fatto da scudo umano a Garibaldi], nonché dai numerosi interessi dei non meno numerosi clienti»[35]. Felice Cavallotti, della cui amicizia Elia si è sicuramente vantato per vincere l'elezione del 1895, di passaggio ad Ancona confessa che: «quando lo vidi speculare su quella pagina di gloria ne ebbi dolore nell'anima, ed acerbamente glielo rinfacciai»[36]. Anche i repubblicani locali intendono farla finita con Elia, il «profeta», il «losco faccendiere», «l'uomo delle raccomandazioni», e puntare su un proprio candidato.

L'elemento più adatto sembra essere, appunto, Bosdari, capace di ottenere consensi anche tra simpatizzanti tiepidi e conservatori illuminati. Il Lucifero, in occasione delle elezioni politiche del 1895 e 1897, ritrova la sua vena migliore attaccando l'«immenso mascalzone» ex garibaldino, resuscitatore di morti (pare siano stati distribuiti certificati elettorali intestati a persone defunte da tre anni, mentre nomi di operai sono stati cancellati dalle liste dei votanti). Il giornale, ricordando che Elia è rimasto invischiato nello scandalo della Banca romana e s'è fatto strumento dell'autoritarismo crispino, continua così: «quali benemerenze ha l'onorevole Elia, forse i servigi personali che ha reso ad un centinaio di postulanti, o forse le croci cavalleresche da lui fatte distribuire ai suoi galoppini elettorali? [...] Bosdari, a differenza di Elia, non ha mai chiesto di essere eletto deputato per fare i propri interessi, non ha tentato nessuna impresa che lo potesse arricchire, non ha mai brigato in banche e compagnie di assicurazioni, ai suoi creditori ha pagato sempre il 100%, non si è mai piegato a vili accomodamenti»[37]. Questi giudizi su Elia, come vedremo, anche se contenenti elementi di verità, sono un po' troppo orientati dalla polemica pre-elettorale corrente per riuscire a esaurire la complessità e il calibro del personaggio, ascrivibile alla schiera dei modernizzatori a ogni costo, anche a quello di praticare come sistema la spericolatezza finanziaria, il clientelismo e il cinismo in politica; ed è una schiera particolarmente sparuta in città. Nelle elezioni del 1895 prevale Elia, malgrado l'appoggio dato al Bosdari dai pochi socialisti, privi di un candidato proprio. Nel 1897 e nel 1900, invece, vince Bosdari, appoggiato da una vasta e composita coalizione. Nel 1897 essa comprende, ancora una volta, il sostegno socialista (sollecitato dallo stesso Bosdari con lettere ad Andrea Costa) e gode dell'autorevole appoggio di Felice Cavallotti, indignato all'idea che Ancona, dal 1876, abbia continuato a essere rappresentata in parlamento da Elia[38]. Tuttavia, a parte questi episodi, nel gioco che si svolge a livello cittadino in tema di alleanze politiche tra forze popolari, i repubblicani non sono poi così rigidi e non disdegnano occasioni di contatto operativo con gli anarchici in chiave antisocialista.

Anarchici

Con, alle spalle, la tradizione protestataria risorgimentale di Ancona e delle Marche e gli «ammazzarelli» del 1848-49, che tanto hanno impressionato Mazzini, è facile prevedere che il movimento anarchico avrà un futuro ad Ancona. E così è. Sotto le suggestioni della Comune di Parigi, anche nella nostra città si svolge, negli anni '70, la breve stagione dell'internazionalismo.

Nel 1872 nascono ad Ancona i fasci operai, con qualche ritardo rispetto ad altri centri della regione, proprio per gli ostacoli che la massiccia presenza repubblicana frappone all'importazione in città delle novità politiche. Vincenzo Matteuzzi, Michele De Candia e Diomede Gabrielli sono i fondatori, nel '72, della locale sezione dell'Internazionale[39]. Il Gabrielli (n. 1850, m. 1924) ha 22 anni, è facchino e capo di una squadra di facchini del porto e proviene dalle file repubblicane. Nel 1876 è tra i marchigiani processati a Bologna assieme ad Andrea Costa, dopo aver scontato due anni di carcere per essere stato delegato al secondo congresso della federazione, tenutosi a Mirandola nel 1873. Dal 1879 al 1889 è costantemente sottoposto ad ammonizione e sorveglianza speciale, ciò che non gli impedisce di dare continuità alla presenza anarchica in città fino ai primi anni '90 e di essere tra i promotori del giornale Il Libero Patto (1888). All'arrivo del Malatesta ad Ancona, nel 1897, Gabrielli non è persuaso dalla svolta anti-individualista (socialista) e favorevole a una maggiore organizzazione interna al movimento anarchico impressa dal maestro all'anarchismo italiano e cittadino, e si defila[40].

Nell'agosto del 1873, presieduto da Andrea Costa, in una casa di campagna di Pietra la Croce, si tiene il congresso costitutivo della Federazione marchigiano-umbra dell'Internazionale, la cui sede viene fissata ad Ancona, mentre in città, nello stesso anno, si registrano scioperi e l'arresto dell'internazionalista Emilio Borghetti. La repressione governativa dell'internazionalismo colpisce Ancona nel 1874, con lo scioglimento della locale sezione della Federazione, della Società di assistenza fraterna, presieduta dal Gabrielli, e del Circolo popolare. Essa è la conseguenza del progetto insurrezionale coltivato nell'estate di quell'anno dagli internazionalisti italiani, i cui leader vengono arrestati a Villa Ruffi

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