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Voci e ombre dal Don: Lettere, documenti, memoriali, immagini dell'ARMIR in Russia

Voci e ombre dal Don: Lettere, documenti, memoriali, immagini dell'ARMIR in Russia

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Voci e ombre dal Don: Lettere, documenti, memoriali, immagini dell'ARMIR in Russia

valutazioni:
5/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
245 pagine
3 ore
Pubblicato:
5 giu 2017
ISBN:
9788899735272
Formato:
Libro

Descrizione

La tragedia dell'Armata Italiana in Russia (ARMIR) è ancora oggi molto sentita in chi ha ereditato da genitori o nonni, il dubbio. Il non aver mai conosciuto la fine di migliaia di alpini, fanti e artiglieri provenienti da tutto il paese, ha generato nel tempo un forte desiderio di scoprire, di ritrovare, di rintracciare, i segni o i resti di quei ragazzi. Questo libro riunisce tante storie attraverso documenti, lettere, memoriali e aiuta a riprendere le ricerche. Dal mistero di Giuseppe Accettura a Enea il pacifista; passando attraverso Ceriani l'elettricista o Pons "il bombarolo"; e ancora le lettere del nonno Gastone o di Giuseppe Piervitali. Ma sono tantissime le storie raccontate in questo ultimo lavoro di Pino Scaccia, che è diventato negli anni un punto di riferimento per chi sta cercando i dispersi di Russia. Questo libro esce in prossimità dell'inizio dello scavo delle fosse di Kirov. La grande speranza per i familiari dei dispersi dell'Armir che sono ancora più o meno quarantamila. Una cifra enorme. Tante saranno le storie ancora da scoprire, racchiuse nella gigantesca fossa comune venuta alla luce a ridosso della ferrovia Transiberiana.
Pubblicato:
5 giu 2017
ISBN:
9788899735272
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Libro

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Anteprima del libro

Voci e ombre dal Don - Pino Scaccia

Pino Scaccia

Voci e ombre dal Don

Lettere, documenti, memoriali e immagini

dell’Armir in Russia

Argot edizioni

© Argot edizioni

Andrea Giannasi editore

Proprietà letteraria riservata

© 2017 Tra le righe libri

ISBN 9788899735272

A tutti i valorosi soldati italiani caduti in Russia.

E a quelli che continuano a cercarli.

PREFAZIONE

Perché

La memoria è l’unica arma che ci rimane. Il tempo passa, ormai ci avviamo a celebrare i 75 anni dalla campagna di Russia, eppure dalle lettere che ricevo, dallo sforzo delle ricerche mi rendo conto ogni giorno che il filo non si è affatto spezzato.

Ricordare significa rinnovare l’amore per chi si è sacrificato per la Patria ed è scomparso troppo presto, spesso senza lasciare tracce.

Ci si passa la palla di generazione in generazione, ora sono i nipoti a cercare di ricostruire quell’avventura tragica e a tentare di rintracciare i passaggi conclusivi. Ma è sempre più difficile. Sono tornato nella valle del Don e ho parlato con gli ultimi testimoni.

Ragazzini russi (o ucraini, la storia ha diviso l’ex Unione Sovietica che andammo a combattere) che hanno frammenti diretti di quella guerra. Donne che hanno accolto e protetto i soldati italiani (così belli, così sorridenti) che pure arrivavano da nemici, oppure uomini che da bambini avevano scoperto i segni della morte a primavera, quando la neve si è sciolta.

Per mestiere ho frequentato dal di dentro tante guerre, ma l’impegno per l’Armir è nato casualmente, trovandomi a Mosca proprio per l’apertura degli archivi per mezzo secolo nascosti o addirittura negati. Ho scoperto pagine che non conoscevo e dopo la scoperta dei documenti ho conosciuto anche la parte più dolorosa, andando insieme a Onorcaduti a riesumare tanti cimiteri. Aprire quelle bare, ritrovare nei militari composti pietosamente dai cappellani militari, mi è servito a capire il senso di una tragedia, con le ultime lettere rimaste nelle divise e mai spedite a casa. E poi consegnarle alle madri, alle figlie, alle giovani mogli, alle fidanzate… un’esperienza choccante che ha anche spiegato il perché di quella trasferta impossibile in una terra difficile.

Poi scovare i filmati ingialliti dei lager, visitare i luoghi della disfatta e del dolore, prova indimenticabile di sofferenze inaudite. Il ritrovamento successivo dei piastrini e le storie ritrovate magari con i graffiti sulle gavette dimenticate… Quante emozioni.

Non sono personalmente in grado di ricostruire le tappe di quell’esercito perduto.

Molto meglio di me lo fa l’Unirr, l’associazione dei reduci, da sempre accanto al Ministero della Difesa.  Il mio compito, che mi sono scelto dietro la spinta di tante famiglie, è di ricostruire l’anima che c’è dietro, dando un senso a una pagina così oscura.

Decisivo l’appoggio incondizionato di un editore appassionato di storia come Andrea Giannasi che sta facendo di Tra le righe un’eccezionale opera di memoria, rivisitando o scoprendo avvenimenti lontani. Per quanto mi riguarda, suo è il merito di aver ripubblicato integralmente la prima opera, Sulle tracce di un esercito perduto e qui di aver anche recuperato episodi e incontri di Lettere dal Don andato, come il primo, colpevolmente al macero. Ed ecco dunque nuovi scritti dal fronte, gli addii magari buttati giù la sera prima della battaglia piccola o grande, la vicinanza con la propria terra così distante, l’affetto per chi era rimasto a casa. Lettere scritte affannosamente in trincea oppure dal gulag rischiando pallottole e tifo. Solo attraverso quei messaggi possiamo davvero ricostruire le storie più oscure e più belle facendo vivere per sempre i nostri cari.

Mi occupo dunque ancora di Armir, per la terza volta. Il mondo sta esplodendo, frantumato da decine di guerre sanguinose, perché allora dopo decenni da quel conflitto ancora ne parliamo? La risposta sta probabilmente in quel dubbio che è peggiore della morte citato da Demetrio Volcic nella prima opera.

Cioè la faticosa, ininterrotta ricerca dei familiari dei dispersi per una pagina dolorosa e ancora misteriosa.

Non ho mai smesso di ricevere richieste, ben sapendo che il risultato massimo sarebbe di rintracciare la data e il luogo di sepoltura, unica maniera di porre fine alle ombre di un passato sepolto dalla neve. 

Dopo le prime eccezionali scoperte nei sotterranei del Kgb, mi sono ritrovato a frequentare un luogo che avevo trascurato e che nasconde invece tuttora segreti: l’archivio centrale della Croce Rossa. 

Così è nato il nuovo impegno che accompagna numerose storie mai risolte, innanzitutto quella di Giuseppe Accettura, ricostruita in maniera esemplare dalla cugina Enia che mai ha mollato davanti alle difficoltà della burocrazia e i tranelli dei silenzi. Quella storia, assieme ad altre storie e a memoriali palpitanti, mi ha portato a scrivere questo libro. Un viaggio intorno a chi non è tornato, ma anche a chi ce l’ha fatta, stordito per sempre da quell’avventura giovanile che si è portato appresso per tutta la vita, fino alla vecchiaia.

La scoperta della gigantesca fossa comune di Kirov ha riacceso oltretutto quelle che sembravano sopite speranze. Segno che, appunto, c’è ancora molto da scrivere intorno a vicende mai scritte. Concludevo la prima fatica letteraria con una battuta: La storia non è finita, anzi sembra appena cominciata.

Questa, appunto, ne è la prova. So bene che ci sono centinaia di libri sull’Armir, alcuni eccellenti, scritti dai sopravvissuti, altri recuperati dal cassetto dei reduci altrettanto preziosi.

Non ho dunque alcuna presunzione di chiarire episodi oscuri, ma sicuramente l’orgoglio di non abbandonare la magia dei ricordi.    

p.sc.

Roma, febbraio 2017

Io resto qui. Addio. Stanotte mi coprirò di neve.

E voi che ritornate a casa pensate qualche

volta a questo cielo di Cerkovo. Io resto qui con altri

amici in questa terra. E voi che ritornate a casa

sappiate che anche qui, dove riposo, in questo campo vicino

al bosco di betulle, verrà primavera.

(Giuliano Penco, 1943)

dal sito www.divisionevicenza.com

PROLOGO

Il dubbio è peggiore della morte

I familiari, dunque, sono i veri protagonisti. Passando il testimone di generazione in generazione si continua a frugare in cerca di risposte che solo raramente arrivano. Mi sono spesso chiesto perché quest’interesse non è mai scemato. Probabilmente bisogna riandare con la mente a quegli anni. Tutti quei ragazzi sono partiti (obbligati) per il servizio militare senza essere pienamente coscienti di affrontare una guerra disperata. Sono partiti con l’idea di un’avventura breve e magari vittoriosa. C’è anche chi ci ha creduto, fidando nella voglia di conquista di Mussolini dopo la richiesta, quasi un’implorazione, a Hitler di partecipare a quella che si prospettava come una ripartizione del bottino di guerra. Hanno salutato frettolosamente senza rendersi conto di andare a sfidare nel proprio terreno una popolazione che aveva già respinto in modo brusco pure Napoleone, fidando intanto nel più grande alleato, il Generale Inverno.

Così quei ragazzi hanno lasciato a casa madri, giovani spose o fidanzate che hanno cominciato ad aspettarne il ritorno. Ma per molti di loro quel ritorno non c’è mai stato e così le madri sono morte di dolore nell’attesa e le spose hanno man mano smesso di aspettarli. Ricordandoli sempre, ma creandosi comunque una nuova vita. Alcuni di loro non sono tornati per scelta, ma quasi tutti non sono tornati perché rimasti prigionieri per sempre di quella steppa così insidiosa, vittime di nemici così forti. Quella guerra, sì, ha cambiato molti destini. Nei miei viaggi nella valle del Don, rincorrendo storie di guerra, ho incontrato molti segni d’amore. Ne leggerete alcuni. Forse il segreto sta tutto qui. Sono passati tanti anni ma quel conflitto ha lasciato affetto e solidarietà invece di violenza e di odio. Forse perché a scontrarsi sono stati due eserciti, ma mai due popoli.  Me lo ha gridato un giorno una contadina ucraina: Purtroppo il mondo ha pagato la follia di due criminali. È il prezzo che spesso il mondo paga per chi pensa di prevalere con la forza sull’altro. Ricordo anche un’altra frase  sentita  al fronte di un’altra carneficina: Le guerre non sono mai ordinate  naturalmente dai popoli che le subiscono e neppure dai soldati che fanno semplicemente il loro dovere, ma da chi ci governa e ci manda al macello, provocando solo morti e macerie.

La storia dell’Armir fa parte ormai di un’altra epoca, ma nel frattempo non è cambiato niente. Non ho trovato eroi nella campagna di Russia, anche se non mancano episodi eroici, ma solo un branco di ragazzi valorosi e spaventati, uccisi più dai disagi che dai fucili. Dovrebbe servire da lezione e invece ci si avvia verso quella che sembra proprio la fine dell’impero occidentale.

L’ULTIMA SPERANZA

L’esercito perduto

La grande speranza adesso è Kirov. I dispersi dell’Armir sono ancora più o meno quarantamila, una cifra enorme, e molte possibilità di scoprirne altri sono sicuramente racchiuse nella gigantesca fossa comune venuta alla luce qualche mese fa a ridosso della ferrovia Transiberiana.

Ci crede molto anche il nuovo commissario di Onorcaduti, generale Rosario Aiosa, che ha mandato in Russia uomini e mezzi. Nascerà una foresteria  dove saranno concentrati esperti, interpreti e anche artificieri perché sembra che ci sia il rischio di trovare tanti ordigni inesplosi, sepolti dall’esercito sovietico insieme alle vittime.

Gli scavi inizieranno a primavera, sperando di riuscire a trovare elementi che permettano di individuare almeno il contingente di provenienza. A Kirov infatti sono sepolti, oltre agli italiani, sicuramente anche tedeschi, romeni e ungheresi. Tutti fatti prigionieri presumibilmente dopo la battaglia di Stalingrado e condotti ai lager.

Un’altra dolorosa pagina dell’infernale campagna in Russia che sta per essere finalmente scritta.

Che quella guerra non sia mai finita viene proprio dall’enfasi con cui è stata accolta una notizia comunque clamorosa. C’è chi ha scritto forse un po’ troppo entusiasticamente: ritrovato l’esercito perduto. Ma non è oggettivamente così semplice arrivare a chiarire l’ennesima pagina. Ricordiamo che le morti sono avvenute in varie fasi, molto diverse: sui campi di battaglia, durante la tragica ritirata. Kirov non è vicina al Don e dunque dovrebbe trattarsi sicuramente  delle vittime dei trasferimenti nei campi di prigionia. Il lavoro sarà non solo lungo, ma molto difficile. Capisco fino in fondo la speranza dei familiari, ma non dimentichiamo (va detto) che si tratta soltanto di resti, ritrovati dopo più di settant’anni, e accatastati alla rinfusa. Un’opera comunque preziosissima e largamente meritevole, che va senza dubbio fatta.

La fossa comune di Kirov

Come identificare le vittime? C’è un solo sistema certo: i famosi piastrini, come al solito. Uno (italiano) per fortuna è già stato scoperto. Un evento però eccezionale, estremamente emozionante, che non va preso, purtroppo come esempio. Si tratta di Giulio Lazzarotti, classe 1922, alpino della Julia, di Monchio delle Corti, in provincia di Parma. Su Il Giornale, Fausto Biloslavo ha raccontato la sua storia.

Quando mi avete chiamato per dirmi che la piastrina di riconoscimento di mio zio è stata trovata in una fossa comune in Russia mi è salita la pelle d'oca dalla testa ai piedi. Fino ad oggi era disperso ammette al telefono Caterina Lazzarotti. Lei è l'ultima nipote di un nostro alpino fatto prigioniero nel 1943 e mai più tornato a casa.

Sul sito del ministero della Difesa il luogo del decesso e di sepoltura di Lazzarotti Giulio, classe 1922, sono registrati come ‘sconosciuti’. Il suo piastrino è stato ritrovato proprio a Kirov. Stiamo lavorando per delimitare i confini della zona di sepoltura nel villaggio di Shikhovo, 15 chilometri dalla città di Kirov - spiega Alexei Ivakin, che in giugno ha trovato le prime ossa eseguendo piccoli scavi di esplorazione. Si presenta come il responsabile di Debt (obbligo), un'associazione giovanile comunale specializzata nella ricerca dei caduti della seconda guerra mondiale.

L'alpino Lazzarotti del battaglione Gemona, 8° reggimento, divisione Julia era partito da Monchio delle Corti, in provincia di Parma, 944 anime. Racconta ancora Biloslavo: Mia mamma diceva sempre che era andato in guerra con il suo amico del cuore, Paride Cecchi. Tutti e due non sono mai tornati dice l'ultima nipote, che vive a Parma. Gli scopritori russi hanno postato in rete una foto della piastrina italiana trovata nella grande fossa. Si vede bene l’anno di nascita, 1922, il luogo, Monchio - Parma ed il nome della madre, Palmina.

Da una ricerca sull’elenco dei dispersi in Russia dell’Unione nazionale reduci risulta che da Monchio, nati nel 1922, non sono tornati in cinque. Solo uno, però, come conferma l’anagrafe, era figlio di Palmina: Giulio Lazzarotti, che a 21 anni si è trovato in una delle battaglie più terribili degli alpini a Nowo Postolajowka.

Il 20 gennaio 1943 l’8° reggimento combatteva da ore contro i russi - ha scritto un sopravvissuto.

Mezzi corazzati nemici, sistemati tra le case, sparavano ad alzo zero contro gli alpini che avanzavano di corsa armati di moschetti e bombe a mano. Intanto sbucavano altri carri armati dai boschi laterali ed allora la strage divenne generale.

Due giorni dopo quasi tutto l’8° alpini fu catturato. I prigionieri erano senza cibo e molti sono morti per strada durante il trasferimento verso Kirov spiegano i russi. Dall’ultima battaglia di Lazzarotti la distanza è di oltre 1500 chilometri percorsi in parte a piedi nelle tremende marce della morte e travolti dal gelo.

Poi il resto dei prigionieri veniva caricato sui vagoni bestiame piombati.

In molti arrivavano cadaveri a Kirov.

I morti venivano sepolti nelle fosse vicino alla ferrovia confermano i russi. In uno degli scavi esplorativi della scorsa estate c’era un soldato italiano con la sua piastrina e vicino una medaglietta con la Santa Vergine conferma Ivakin.

La piastrina apparteneva appunto all’alpino Lazzarotti. Potete immaginare la gioia nella piccola comunità:  É la prima volta che abbiamo notizie di un disperso in Russia del nostro comune. Siamo tutti emozionati spiega Gianni Pigoni, presidente locale dell’Associazione nazionale alpini. Massimo Lazzarotti, il cugino che vive in provincia di Milano ricorda: Mio padre mi raccontava sempre la storia di Giulio. Diceva che era un ragazzo energico partito a 20 anni per la Russia e mai più tornato. Dopo tanto tempo vorrei che rientrassero almeno i resti.

Stessa speranza per la nipote Caterina: Almeno per una degna sepoltura nella frazione di Valditacca, a casa sua. I familiari di Lanzarotti, l’alpino ricomparso dalle tragedie del passato, ci hanno mandato la foto che la madre teneva in casa. Un giovane orgoglioso della divisa e della penna nera sul cappello.

Cinquecento metri di lunghezza e cento di larghezza: una superficie pari a cinque campi di calcio, contenente resti umani fino a quattro metri di profondità. Emerge dai drammi della storia questa nuova fossa comune dove furono gettate migliaia di corpi di soldati: morti all’inizio del 1943, dopo essere stati imprigionati all’avvio della controffensiva sovietica di Stalingrado.

Mezzo milioni di prigionieri, addirittura in un mese. Finora sconosciuta agli esperti, la sepoltura di massa è stata individuata nel giugno del 2015 a quindici chilometri dalla città di Kirov, situata 800 chilometri a nordest di Mosca. Uno dei tanti pianeti della galassia dell’Urss di Stalin: nove campi in tutto, in cui fino a oggi risultavano scomparsi duemila militari italiani.

La notizia è stata diffusa dalla sezione ricerche storiche del Gruppo speleologico di San Martino del Carso. Stando ai primi scavi a campione, sarebbero state individuate tracce di soldati italiani, tedeschi, rumeni e ungheresi.

Morti di freddo, fame e malattia dopo la deportazione: i primi spirarono già in treno durante il viaggio e furono sepolti all’arrivo, lungo la ferrovia. A Kirov si cerca ogni giorno di dimenticare quelle fosse di morte, alcune diventate campi coltivati o possibili terreni di costruzione, come in questo caso (c’era il progetto di farne delle villette).

I ricercatori russi Alexey Ivakin e Andrey Ogoljuk, accorsi subito sul posto, stimano la presenza di 15-20mila persone: un numero molto alto rispetto ai ritrovamenti avvenuti in passato.

Secondo le cifre ufficiali del ministero della Difesa, 88.548 italiani (su 230mila partiti) persero la

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