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La Filosofia Ebraica
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E-book228 pagine3 ore

La Filosofia Ebraica

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Questa Storia del pensiero ebraico fu scritta per far meglio conoscere un pensiero ancora troppo poco conosciuto non soltanto tra gli studiosi in genere, ma anche tra gli stessi cultori di filosofia e di storia ebraica.

Penetrare il Pensiero di una civiltà che è, per tanti aspetti, lontana dal nostro mondo moderno e dalla nostra attuale cultura è una difficoltà che mi ha molte volte fatto sospendere incerto il lavoro, sembrandomi troppo superiore alle mie forze. La difficoltà della lingua ed il diverso modo di concepire la vita, si aggiungevano alla difficoltà di trovare i testi e gli strumenti necessari per lo studio ed alla mancanza di una sufficiente bibliografia generale.

Per questo non mi illudo sulle manchevolezze e sulle deficienze del mio tentativo, ma sarò molto grato a tutti quegli studiosi che vorranno aiutarmi a rimediare e a perfezionare una futura nuova edizione.

Avverto i lettori che, salvo rare eccezioni, le lettere dell'alfabeto ebraico furono trascritte come segue e senza segni diacritici: zero, b, g o gh, d, h, v, z, ch, i, i o j, k, l, m, n, s, p o b, zh, q, r, s, se o sch, th. Per molti nomi ebraici, allo scopo di rendere più facile la lettura, seguii la dizione tradizionale piuttosto che quella filologica secondo il criterio già seguito da Umberto Cassato. Devo ringraziare, infine, il Rabbino Ugo Massiach che mi fu maestro e guida in questi studi ebraici fin tanto che potei usufruire della sua profonda cultura.
LinguaItaliano
Data di uscita5 mag 2017
ISBN9788892663404
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    La Filosofia Ebraica - Ermenegildo Bertola

    INDICE

    Prefazione

    Introduzione

    PARTE I

    La filosofia giudaica in Oriente

    Capitolo I - La filosofia ebraico-biblica

    Capitolo II - Il pensiero giudaico ellenistico

    Capitolo III – Le sette filosofiche religiose

    Capitolo IV - Il rabbinismo mismico talmudico

    Capitolo V - Il primo periodo di transizione

    Capitolo VI - Il caraismo

    Capitolo VII -La reazione rabbinica

    PARTE II

    La filosofia giudaica in Occidente

    Capitolo VIII – Il platonsmo giudaico

    Capitolo IX- Il rabbinismo nei secoli XI-XII

    Capitolo X Il peripatetismo giudaico

    Capitolo XI-Il misticismo

    Capitolo XII- Il secondo periodo di transizione

    Capitolo XIII-Il Rinascimento nel pensiero giudaico

    Conclusione

    La Filosofia Ebraica

    Ermenegildo Bertola

    Fratelli Bocca Editori – Prima edizione digitale 2017 a cura di David De Angelis

    PREFAZIONE

    Questa Storia del pensiero ebraico fu scritta per far meglio conoscere un pensiero ancora troppo poco conosciuto non soltanto tra gli studiosi in genere, ma anche tra gli stessi cultori di filosofia e di storia ebraica.

    Penetrare il Pensiero di una civiltà che è, per tanti aspetti, lontana dal nostro mondo moderno e dalla nostra attuale cultura è una difficoltà che mi ha molte volte fatto sospendere incerto il lavoro, sembrandomi troppo superiore alle mie forze. La difficoltà della lingua ed il diverso modo di concepire la vita, si aggiungevano alla difficoltà di trovare i testi e gli strumenti necessari per lo studio ed alla mancanza di una sufficiente bibliografia generale.

    Per questo non mi illudo sulle manchevolezze e sulle deficienze del mio tentativo, ma sarò molto grato a tutti quegli studiosi che vorranno aiutarmi a rimediare e a perfezionare una futura nuova edizione.

    Avverto i lettori che, salvo rare eccezioni, le lettere dell'alfabeto ebraico furono trascritte come segue e senza segni diacritici: zero, b, g o gh, d, h, v, z,ch, i, i o j, k, l, m, n, s, p o b, zh, q, r, s, se o sch, th. Per molti nomi ebraici, allo scopo di rendere più facile la lettura, seguii la dizione tradizionale piuttosto che quella filologica secondo il criterio già seguito da Umberto Cassato. Devo ringraziare, infine, il Rabbino Ugo Massiach che mi fu maestro e guida in questi studi ebraici fin tanto che potei usufruire della sua profonda cultura.

    E. B.

    INTRODUZIONE

    Se la storia della filosofia ebraica non sta a sè, poiché essa sorse per influenza della filosofia ellenistica, araba, greca e latina e perciò, sotto un certo aspetto la sua storia non è che la storia dei successivi influssi di questi vari pensieri; tuttavia non si deve credere che la storia della filosofia ebraica sia soltanto la serie cronologica degli influssi dei pensatori stranieri.

    Se noi esaminiamo la storia del pensiero ebraico, pur nelle sue diverse fasi, troviamo sempre un fondo comune irrisolvibile, e non si può negare che ogni qualvolta il pensiero di altre civiltà entrò nell'ambito della civiltà giudaica, esso non rimase quale era, ma sempre venne sottoposto ad una particolare assimilazione che fu nello stesso tempo, una modificazione, una fusione ed anche un arricchimento di nuovi e diversi elementi. Il sincretismo è la caratteristica della storia del pensiero ebraico, ma con questo esso ha una sua propria originalità ed una propria storia, poichè anch'esso ha portato il suo contributo nelle faticose conquiste del pensiero.

    Anche la storia del pensiero cristiano e del pensiero arabo è storia di continui influssi di altre filosofie, ma molto errerebbe chi negasse per questo l'esistenza di una storia della filosofia cristiana ed una storia del pensiero islamico con proprie e quasi personali caratteristiche. Il pensiero di Platone o di Platino, ad esempio, non è affatto quello platonico di Agostino, nè il pensiero di Aristotele è da confondere con l'aristotelismo di S. Tommaso o di Averroè, come il pensiero di Epicuro non è da confondere con l'epicureismo del Valla.

    La religione ebraica essendo una completa visione della vita, come tutte le grandi religioni, possiede una propria dottrina di Dio, del Mondo e dell'Uomo, la quale non potè accostarsi alle altre visioni della vita senza produrre una nuova sintesi, frutto di fusione e di reciproca influenza. La dottrina religiosa ebraico-biblica è il residuo irriducibile che noi troviamo in fondo alle varie fasi della sua storia filosofica ed è il nucleo caratterizzante ogni pensiero filosofico del popolo d'Israele.

    Lastoria del pensiero ebraico hadue periodi distinti, quello orientale che dai tempi biblici arriva fin verso il secolo X e quello occidentale che dal secolo X ci porta a tutto il Rinascimento.

    La prima fase della storia del pensiero del popolo ebreo coincide con l'influsso del pensiero ellenistico, cosicchè si può denominarla filosofia giudaico-ellenistica. Essa non è un aspetto particolare del pensiero greco, ma bensì una vera manifestazione filosofica della religione ebraica. Questo periodo che corre dal II secolo circa a. C. all'inizio dell'età nostra, coincide cronologicamente col sorgere di una tradizione, dapprima orale e poi scritta, giuridica, liturgica, morale e speculativa, tradizione che rimase rigogliosa e che continuò .fino all'avvento della dominazione araba.

    Dopo questo periodo una fase di scarsa originalità per tanti aspetti ancora oscura anche agli storici; col primo medioevo, la filosofia giudaica sorge a nuova vita, la nuova civiltà araba dà un nuovoindirizzo al pensiero giudaico, sorge una nuova filologia ed un nuovo razionalismo; il giudaismo si scinde in due e poi ancora si frange in varie sette eterodosse.

    Intanto come la civiltà araba ha spostato il suo centro dall'Oriente all'Occidente, così il pensiero giudaico pone La sua sede sulle coste occidentali del mar Mediterraneo; siamo nel secondo periodo. Questo inizia con il sorgere diuna filosofia platonica; è il mondo greco classico questa volta che influenza la filosofia di Israele; dopo la corrente platonica, sorge quella aristotelica e si afferma decisamente il misticismo. Sono ancora gli Arabi che fanno conoscere i grandi pensatori greci ai giudei .e saranno questi che alla loro volta prepareranno le grandi sintesi della scolastica latino-cristiana. Infine, dal secolo XIII al secolo XIV, l'ultimo periodo che coincide con l'Umanesimo ed il Rinascimento, i due fenomeni di evoluzione della Civiltà a portata universale. Nuova svolta del pensiero del popolo di Israele in stretto rapporto con la rinascita della classicità ad opera del mondo culturale cristiano, secondo quelle forme molto complesse che caratterizzano la fecondità di questo periodo storico. In tutto questo vario svolgimento la teologia ufficiale rappresentata in gran parte dai dottori Talmudisti reagisce ed assorbe nello stesso tempo parecchio delle dottrine dei filosofi arricchendo non poco i suo patrimonio di fede e di tradizione.

    Il quadro della storia del pensiero d'Israele è vasto e complesso, la sua in sintesi è la storia di tutte quelle filosofie che per tante e molte volte dolorose vicende, la diaspora giudaica ha di volta in volta assimilato. La storia del popolo d'Israele è la trama che sempre occorre tenere presente per poter comprendere i motivi e le vicende della storia del suo pensiero.

    Come già l'antico ebraismo biblico nonostante le varie vicende e i vari influssi innegabili delle diverse civiltà, quella assira, quella persiana, quella babilonese e quella egiziana i quali se lo aiutarono a portare a compimento ed alla maggior comprensione i suoi punti dogmatici, esso tuttavia rimase fondamentalmente quello della Torah e della Rivelazione; così pensiero speculativo giudaico nonostante abbia subito vari e particolari influssi anche più forti dell'ebraismo biblico mantenne semprealcuni dei suoi lineamenti fondamentali. Nel variare della forma, possiamo dire, il filone dell'idea ebraica o giudaica continuò come elemento dominante e caratterizzante.

    Come tutte le filosofie religiose, la storia del pensiero d'Israele fu contemporaneamente storia filosofica, teologica e mistica, In una concatenazione ed in un reciproco rapporto che molte volte è impossibile scindere.

    Quale sia i valore della storia del pensiero del popolo ebraico, è questione impossibile da risolvere, come è impossibile da risolvere tale questione, per qualsiasi altro pensiero. È certo però che esso contribuì non poco alla formazione della scolastica cristiana, come preparò non poche conquiste del pensiero moderno.

    La storia del pensiero ebraico è storia della sforzo per risolvere i grandi enigmi dell'universo e della realtà, quali diventano ancor più acuti per. chi, già in possesso d'un patrimonio di verità rivelata, sente la necessità di difendere e nello stesso tempo di giustificare la sua fede.

    PARTE PRIMA - LA FILOSOFIA GIUDAICA IN ORIENTE. CAPITOLO I - LA FILOSOFIA EBRAICO–BIBLICA

    La Bibbia ha una propria scienza di Dio ed una sua propria dottrina etica. In essa vi è bensì nel Bereschit (Genesi) il racconto della storia dell'origine dell'umanità e di quella parte dell'umanità che andò sempre più differenziandosi dalle altre e non riflessione filosofica trattatistica; ma è abbastanza facile cogliere nell'insieme dei libri biblici il nocciolo fondamentale di una visione della realtà e della vita.

    La critica razionalistica ha sostenuto che la religione ebraica non fu che il prodotto dello sforzo, compiuto da quel •particolare popolo di razza semitica, per scoprire il mistero della vita e del mondo, edel bisogno di trovare conforto e protezione nelle avversità. Con tutto questo è però innegabile che a caratterizzare questa religione sta il fatto fondamentale della rivelazione. Iddio cioè che si manifesta, che fa un patto con l'umanità, che detta per popolo d'Israele la sua legge.

    Sul problema dell'evoluzione del pensiero religioso ebraico e su quello delle sue fonti e degli influssi subiti si sono fatte ormai infinite discussioni.

    Fra i due sistemi dell'assoluto evoluzionismo razionalistico e del soprannaturalismo esclusivo, l'uno che finisce per distruggere ogni forma di religione come manifestazione divina, e l'altro per negare ogni importanza dello studio comparato delle religioni e della filosofia, si può stabilire come certo che il complesso delle dottrineebraico-bibliche non fu conquista improvvisa e totale. Esse cioè fecero la loro comparsa gradualmente, sia per una serie di rivelazioni susseguentesi in ordine cronologico, sia per l'influsso delle religioni e civiltà estranee all'ebraismo che favorirono lo svilupparsi delle verità ancora nascoste e ancora in germe nel Sacro Testo.

    Sotto quest'ultimo aspetto si possono considerare fonti del pensiero ebraico biblico tutte le religioni e civiltà con le quali l'ebraismo venne a contatto e specialmente quelle durante e dopo l'esiglio babilonese, cioè il mazdeismo per la fede nella resurrezione dei corpi, il mito babilonese per gli esseri demoniaci, il pensiero greco, più tardi, per il concetto etico e quello della sapienza divina, i codici di Manù e di Hammurabhi per il perfezionamento dell'etica pratica e per la scienza dei costumi.

    Chiunque voglia però cogliere l'anima dell'ebraismo biblico dovrà, a prescindere da altre ricerche, tenersi fedelmente al testo biblico, nel suo nucleo fondamentale e nel suo aspetto attuale. I" libri biblici, di storia, di poesia e di etica contengono un loro proprio ed originale pensiero speculativo sulle ragioni, origini e fini della realtà, sulla vita umana e sui rapporti dell'uomo con Dio.

    La Sacra Scrittura ebraica si compone di tre corpi di. stinti: LaTorah(la legge), iNebiim( i profeti) ed iKetubim(gli storici) che rispettivamente contengono la storia dell'universo e la legislazione mosaica, rivelazioni e le visioni dei profeti ed il racconti delle vicende posteriori del popolo d'Israele.

    A questi si aggiungono i così detti libri esterni comparsi in linea generale più tardi, sotto il periodo degli Asmonei e sotto l'influsso della civiltà greca, i quali furono dal concilio tridentino della chiesa cattolica inclusi nel canone dei libri rivelati, pur designandoli come libri deuterocanonici. La razza semitica, che ha avuto i soni migliori rappresentanti nei discendenti d'Abramo,non ha compreso nè ha avuto il senso della civiltà nel significato moderno di questa .parola, essa non ha avutonè grandi arti figurative, nè scienza razionale, nè organizzazione militare, se si esclude il periodo davidico, nè vita politica. Ma vi è un fatto in questo popolo semiticoche colpisce e che è veramente unico: il monoteismo etico. Esso è partito dall'antico ebraismo e si è diffuso poi nel mondo attraverso i tre grandi movimenti religiosi, che furono come tre rami di uno stesso tronco: giudaismo, cristianesimo ed islamismo.

    Il monoteismo del sacro testo è rigidissimo. Il continuo pericolo a cui era soggetta la concezione del Dio unico, pietra fondamentale di tutto l'ebraismo, fece sì che i figli d'Israele concepissero d'Ente supremo senza qualità e finitezza, privo di ogni forma rappresentabile, ente assoluto e inescogitabile.

    Tutta la storia del popolo ebreo, in quanto per secoli esso dovette vivere in mezzo a popolazioni idolatre e politeiste, narra le lunghe lotte che i patriarchi ed i profeti dovettero sostenere contro l'idolatria continuamente serpeggiante e minacciante negli strati inferiori della società ebraica.

    Questa idolatria dirompeva ferocemente all'aperto ogni qualvolta il controllo religioso veniva meno. Questisono i motivi che spiegano,sia l'iconoclastia propria dell'ebraismo, sia l'imperscrutabile alone di mistero che avvolgeva il nome di Dio con la proibizione di mai nominarlo direttamente, sia ogni negazione di trinità ipostatica che il Cristianesimo scoprirà nel sacro testo, sia infine l'adattarsi e il conciliarsi del pensiero teologico monoteistico.

    Un aspetto fondamentale del monoteismo ebraico è la concezione, non di un Dio astratto, ma quella di un Dio personale e reale. I! Dio mosaico è Dio-volontà e potenza e non soltanto Dio-idea. Il volontarismo antintellettualistico appare fin dai primordi dell'ebraismo. Se il monoteismo non è forseun fatto unico nella storia, certo il tipico monoteismo etico, come viene detto, è prettamente ebraico. Nella Torah Dio non viene soltanto concepito come il creatore ed il signore dell'universo, ma anche come il legislatore ed il fine ultimo di tutti gli esseri e dell'uomo. A Mosè risale non tanto il monoteismo, ma l'affermazione prima e decisa del culto di latria ad un Dio solo ed il contenuto morale della divinità.

    Dio creatore non è per gli ebrei conoscibile direttamente, ma soltanto attraverso le sue manifestazioni sia fisiche, nella contemplazione delle bellezze e dell'ordine dell'universo e nella contemplazione dei cieli che narrano la gloria sua, sia morale attraverso i beni e le grazie che Dio riversa nel cuore dei suoi fedeli.

    Per questo l'ebraismo dà a Dio gli attributi di onnipotente, incorporeo, saggio, giusto e verace. La potenza divina si è manifestata con la creazione di tutto l'universo e dell'uomo, la volontà sua con l'imporre agli uomini ed alle cose una serie di leggi. Il rapporto tra uomo e Dio perciò è sentito più che come affetto reciproco che lega il padre e i figli, come superiorità che esiste nel rapporto tra un padrone ed i servi suoi. Gli uomini sono i servi di Dio e a lui devono ubbidienza e timore. Ubbidienza con la retta osservanza dei precetti e delle prescrizioni ritualistiche e timore perchè condizione necessaria per impedire l'allontanamento dalla retta via.

    Se Dio è infinitamente patente non ha avuto bisogno di nulla per la produzione dell'universo; se è infinitamente perfetto, l'uomo non può certo pretendere di conoscerlo nella sua essenza. Tutto ciò che è dato di sapere è quanto lui stesso ha voluto rivelare.

    Dio è colui che è, l'Ente, il reale per eccellenza e di Lui possiamo dire soltanto che è El-echad, Dio unico. Può a prima vista apparir strano come questa dottrinadi un Dio ineffabile, di un abisso immenso ed invalicabile che separa l'uomo da Dio abbia potuto dare origine alla caratteristica corrente mistico-cabbalistica a sfondo panteistico. Ma pure si può dire che i germi siano già impliciti nella biblica affermazione dell'infinita potenza di Dio. La concezione teologica dell'ebraismo è trascendente ed immanente ad un tempo. Iddio è concepito nella Tnrah come essere trascendente ontologicamente in quanto esso è la causa esterna di tutti gli esseri dell'universo, come Realtà diversa da essi; ma è essere immanente soggettivisticamente inteso, come presenza morale nel cuore degli uomini con Ia sua legge e con la sua pietà. Trascendentismo ontologico, dunque, ed immanentismo psichico. Del resto la stessa dottrina dell'immanentismo neoplatonico, quanto' quella del misticismo panteistico della dottrina cabbalistica e spinoziana non sono forse che i frutti di una dottrina dell'onnipotenza portata all'esasperazione. Queste dottrine certo nulla hanno a che fare con l'ebraismo biblico, sono prodotti di influssi diretti di altre religioni e filosofie, ma non si può tuttavia negare che l'ebraismo biblico, come era sentito da alcuni almeno, non lasciasse la possibilità di scivolare verso di esse.

    La natura, secondo la Bibbia, è un prodotto divino, dell'Essere perfettissimo e divino, e come tale essa è buona tanto che Dio stesso si è compiaciuto di essa. La teleologia della natura è antropomorfistica, nel senso che essa fu creata per l'uomo, intorno al quale gravitano la terra e gli stessi cieli. Se la teologia biblica è essenzialmente umanismo trascendente, la concezione della natura è frutto di

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