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Io, Pru e una sfumatura di giallo

Io, Pru e una sfumatura di giallo

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Io, Pru e una sfumatura di giallo

Lunghezza:
145 pagine
2 ore
Pubblicato:
May 4, 2017
ISBN:
9788869320316
Formato:
Libro

Descrizione

Il tranquillo quotidiano di Andrea si tinge di giallo con la sparizione di una vicina di casa che risulterà poi sua sorellastra. È una donna che vive felice circondata dagli affetti di madre e sorelle. C’è il marito Marco che la protegge e c’è Prudenza, detta Pru, la sua cagnolina che sorride con una sorta di ghigno increspando a nastro il labbro superiore e fa le puzzette che regala a chiunque. Neanche la separazione dei genitori, avvenuta nella sua adolescenza, sembra averle causato traumi. Poi una piccola crepa compare nel mondo in apparenza sicuro di Marco: l’informatica. Il pericolo arriva da Facebook con l’identità di Andrea rubata e i sospetti su di lei per l’omicidio della sorellastra. Tutto si tinge di giallo, la vita sua e di Marco vengono stravolte, spuntano vecchi fantasmi, s’incrina il rapporto con sua madre. Incombe un nemico invisibile; unico indizio un tatuaggio: una croce con pendenti tatuata sul polso. Un segno che muterà una vacanza ai Caraibi in un incubo. “… Molto efficace è la scrittura agile e sempre vivace e ottimamente descritta è la protagonista che parla, ingenua e tuttavia sorretta da una fiducia tenace nella vita...” Giorgio Barberi Squarotti
Pubblicato:
May 4, 2017
ISBN:
9788869320316
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Libro

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Io, Pru e una sfumatura di giallo - Fosca Andraghetti

Il Libro dei Racconti di Carta e Penna

Tutti i diritti riservati - All rights reserved

Copyright © by Fosca Andraghetti

Realizzato da

Associazione Culturale

Carta e Penna

10138 Torino - Via Susa, 37

www.cartaepenna.it

cartaepenna@cartaepenna.it

Tel.: 011.434.68.13

ISBN: 978-88-6932-031-6

Prima edizione marzo 2015

In copertina:

Brigitte, il cane di Angela Falcucci

scrittrice e poetessa

Il tranquillo quotidiano di Andrea si tinge di giallo con la sparizione di una vicina di casa che risulterà poi sua sorellastra. È una donna che vive felice circondata dagli affetti di madre e sorelle. C’è il  marito Marco che la protegge e c’è Prudenza, detta Pru, la sua cagnolina che sorride con una sorta di ghigno increspando a nastro il labbro superiore e fa le puzzette che regala a chiunque. Neanche la separazione dei genitori, avvenuta nella sua adolescenza, sembra averle causato traumi. 

Poi una piccola crepa compare nel mondo in apparenza sicuro di Marco: l’informatica. Il pericolo arriva da Facebook con l’identità di Andrea rubata e i sospetti su di lei per l’omicidio della sorellastra. Tutto si tinge di giallo, la vita sua e di Marco vengono stravolte, spuntano vecchi fantasmi, s’incrina il rapporto con sua madre. 

Incombe un nemico invisibile; unico indizio un tatuaggio: una croce con pendenti tatuata sul polso. Un segno che muterà una vacanza ai Caraibi in un incubo. 

… Molto efficace è la scrittura agile e sempre vivace e ottimamente descritta è la protagonista che parla, ingenua e tuttavia sorretta da una fiducia tenace nella vita...

Giorgio  Barberi Squarotti

Fosca Andraghetti è nata a Imola nel 1942 e vive a Bologna. Pubblica i suoi primi racconti negli anni Settanta/ottanta. Segue una interruzione della scrittura ripresa poi nel 1998 con gialli, racconti, romanzi, poesie. Tra le sue pubblicazioni: Quello che ancora non sai (2007 Ed. del Leone - romanzo), Un padre in prestito (2009 Ed. del Leone - romanzo), I colori visti dopo (2010 Carta e Penna - poesia), Volevo scrivere (2010 Carta e Penna - narrativa), Dietro l’apparire (2011 New Magazine Ed. narrativa), Dubbio (2013 New Magazine Ed. narrativa)".  

Mi hanno regalato

carezze, risate e pensieri.

A Angela, Emanuela, 

Elisa, Elena

e ai loro figli: 

Victoria, Carolina, Alessio e Filippo

tutto il mio affetto di zia.

- 1 -

Persino Gabriella, la donna del mistero come la definisce Marco, deve essere partita. Le finestre sono sigillate e dal suo appartamento non proviene alcun rumore. Del resto, oggi il mondo sembra disabitato. O, meglio, dovrei dire che il mio mondo sembra disabitato oggi. Come se il nulla avesse inghiottito il tutto.

Non c’è alcun suono, le foglie degli alberi sono immobili, non soffia un alito di vento e gli uccellini tacciono, nascosti tra gli aghi degli abeti posti in questo lato della villetta. Due piani e sei appartamenti, di cui due con attico incorporato, è simile alle altre del residence; un posto tranquillo dove non succede mai nulla, liti domestiche comprese, e in agosto si svuota. Cinque palazzine che salgono la collina e altre due più in alto, scostate dal resto del residence. Ci sono tre ingressi: uno dal lato della chiesa, una moderna costruzione bianca e inconfondibile nella sua struttura, un secondo su una strada laterale ombreggiata da abeti i cui rami scendono sui prati circostanti. Il terzo ingresso si apre sul breve tratto di una viuzza stretta che si immette in una strada ad ampio scorrimento. A pianterreno della prima palazzina di questo accesso, abitano una coppia di sposi di mezza età che si prendono cura di ogni prato o giardino esistente e conservano accuratamente una copia delle nostre chiavi di casa da usare in caso di necessità. Giuseppe e Teresa sono disponibili anche per piccoli lavoretti nelle nostre case e questo facilita maggiormente le nostre vite, caso mai non fossero facilitate abbastanza. In un certo senso sono i nostri badanti, scherza con loro Marco.

L’orologio segna le quattro e qualche minuto e mi crogiolo in un angolo della terrazza. 

È un pomeriggio di solitudine, lontano dal mio correre quotidiano. Pigramente osservo che i gerani di Gabriella sembrano avere urgente bisogno di acqua. Forse farà parte delle sue stranezze. È arrivata qui, in questa specie di clan condominiale chic dove nessuno è imparentato con qualcun altro, dove abbiamo rapporti civili e, certe volte, pure simpatici. Lei non ha mai legato con nessuno, a parte gli approcci con me. Passa altezzosa lungo i vari vialetti che conducono all’esterno del complesso e, tutt’al più, concede un saluto frettoloso senza neppure rallentare il passo. La nobile!, ha aggiunto mio marito curioso di capire come mai Gabriella riservi per me maggiori e forse curiose attenzioni! A pensarci bene, la sua definizione non è del tutto sbagliata, infatti sembra conoscere molte cose di me: orari, giorni di assenza di Marco, interessi… Un giorno ho avuto la sensazione di vederla in libreria, alla presentazione del libro di un noto scrittore, un attimo solo perché, quando ho cercato di guardare meglio, lei non c’era più. Quando si presenta a casa mia, per prima cosa chiede un caffè, basso e forte. Dice che buono come lo faccio io non lo fa nessuno. Lusingata, sparisco in cucina e, quando rientro, la trovo sempre con qualcuno dei miei soprammobili, tanti, in mano. Una volta è andata nello studio, ha preso un libro, secondo me a caso, e sorridendo ha chiesto:

Me lo presti? Ti prego!. Poi, senza aspettare risposta, lo ha posato sul tavolo ed è andata a prenderne un altro. Mi ha colto talmente di sorpresa che non sono riuscita a dirle di no. Me li ha restituiti, o meglio uno era il mio e l’altro l’ha ricomprato perché ha detto di averlo, inavvertitamente, macchiato proprio con il caffè. 

Tolgo lo sguardo dal suo terrazzo e dai suoi gerani e chiudo gli occhi. Questo è un pomeriggio come piace a me di tanto in tanto. Senza il minimo pensiero o cruccio e nemmeno gioia. Una sorta di limbo ricco della luce che buca le ampie vetrate del mio appartamento.

È una luce che acceca, ferisce gli occhi. Ma a che ti servono le tende se tieni tutto spalancato?

Mia sorella Paola è il mio opposto: lei vivrebbe in una continua penombra, se potesse! È evidente che non le basta quella in cui l’ha relegata suo marito! A volte sembra persino svanire nel nulla tanto si muove come se nemmeno toccasse terra. Lieve come una piuma di un implume che tale non è più, ma che non ha ancora imparato a volare. 

È così anche nel parlare, tant’è vero che spesso le si chiede di ripetere. Lei alza gli occhi verso suo marito a cercarne l’approvazione! Poi ripete senza alzare la voce.

Eppure mio cognato sembra un bravo ragazzo. Dico sembra perché le persone spesso sono molto diverse da ciò che appaiono. Io sono invece curiosa della vita, di conoscere e di capire. Di scoprire cose nuove. Ma anche di godermi quello che ho, compreso i silenzi di quando la casa è vuota e la lavatrice è rigorosamente a riposo. 

Mi chiamo Andrea che, di regola, qui in Italia è un nome maschile. Un nome voluto con insistenza da mio padre dopo aver dichiarato, senza mezzi termini, di essere incapace di convivere in un contesto tutto femminile. Un complesso di forze che, a suo dire, schiacciava il suo ruolo di capofamiglia. Ma non gli era bastato affibbiarmi un nome maschile nell’utopico tentativo di una par condicio impossibile. Infatti un giorno se ne è andato di casa, volonterosamente deciso a cambiare vita.

Se abbia raggiunto il suo scopo non l’ho mai saputo; oltre casa, aveva cambiato anche città e mia madre evitava di parlare di lui. Però, a quanto ci risultava, altre donne avevano costantemente abitato con lui, anche se una per volta. Né io né le mie sorelle lo incontravamo; lui ci aveva invitato in diverse occasioni presso il suo nuovo studio di penalista famoso, ma il guaio stava proprio lì: non ci invitava a casa sua! Inizialmente, Carolina, Beatrice ed io accettammo alcune delle sue convocazioni, come avevamo incominciato a definirle. Paola non venne mai. Lei era maggiorenne al tempo della separazione e non faceva mistero di quanto disprezzasse quelle che definiva paturnie tipicamente senili di nostro padre. Sul suo esempio, le altre sorelle ed io, ci allontanammo da papà e lui non se ne fece un cruccio. Nel senso che non ha mai insistito per incontrarci magari con l’intervento del tribunale o cose del genere. 

Che a un certo punto della sua esistenza avesse conosciuto una compagna più importante delle precedenti, e che fosse ritornato in città, lo avevamo appreso dalla solita amica di mamma, una specie di gazzettino, una detentrice di scoop domestici; mia madre evitò qualsiasi commento e mantenne lo stesso atteggiamento anche quando la nuova signora di papà, come la definiva, telefonò parecchi anni dopo per comunicarci che lui era morto. Ancora abbastanza giovane e con il fegato distrutto dalla cirrosi. 

Non si è fatto mancare niente. Ha fatto la vita che ha voluto. E non ha mai chiesto il divorzio. Pace all’anima sua. Potete andare al suo funerale se volete. 

Così disse nostra madre che ci aveva chiamato a raccolta come al solito quando c’erano decisioni comuni da prendere. Paola non venne, andammo io, Carolina, Beatrice. Un breve viaggio in auto: mogio all’andata, composto al funerale, allegro al ristorante dove ci eravamo fermate per pranzare, e quasi euforico al ritorno come ci fossimo liberate da un peso.

Raccontammo tutto a Paola che commentò:

Tanto valeva che foste rimaste a casa, come ho fatto io!

Sempre acida quando non è sotto il controllo del suo husband! mi aveva sussurrato all’orecchio Beatrice che aveva il vezzo di inserire qualche parola in inglese nei suoi discorsi. 

Il notaio ci convocò all’incirca un mese dopo: papà aveva disposto per noi molto più di quanto avessimo potuto immaginare. Anche perché nessuna di noi pensava guadagnasse tanto e investisse il suo denaro con tanta fortuna. Papà non aveva trascurato mamma che, a denti stretti, puntualizzò di essere ancora legalmente sua moglie. Non fece altri commenti e, a tempo debito, assieme a Paola, incassò come tutte noi. 

Nel testamento non era citata la nuova signora di papà, mamma commentò che certamente nostro padre aveva già provveduto e si rivolse ad un’amica per le pratiche relative alla pensione di reversibilità o qualcosa del genere. 

Carolina nutriva grandi progetti: con quei soldi finalmente lei e suo marito avrebbero potuto comprare l’attico tanto sognato e non ci sarebbero stati troppi problemi a fare studiare i figli all’estero.

Beatrice, che viveva da eterna fidanzata, disse che avrebbe investito la cifra in titoli e azioni: un gruzzolo per eventuali eventi negativi. 

Paola disse che lei e suo marito non avevano ancora deciso che fare di quei soldi. In realtà non aveva il permesso di raccontarcelo. E sono convinta che non fosse solo il commento malizioso di Carolina.

Le mie idee non erano chiare in proposito; mi bastava la mia quiete, il benessere borghese a cui mio marito Marco mi aveva abituata e le mie giornate alla libreria. 

Caso mai una casa in qualche paese in riva a un lago? avevo azzardato.

Perché no? 

Una risposta buttata là. Come dire che non c’era

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