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Toccare il cielo di Manhattan

Toccare il cielo di Manhattan

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Toccare il cielo di Manhattan

Lunghezza:
295 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
Jul 11, 2018
ISBN:
9781507180617
Formato:
Libro

Descrizione

QUANDO HAI PERSO LA SPERANZA DI POTERTI INNAMORARE DI NUOVO…
L’autrice ci immerge candidamente in una bella storia d’amore che si svolge in due scenari diametralmente opposti: uno pieno di opulenza e l’altro devastato dalla povertà, in un ambiente simile a quello de “La mia Africa”. Una storia raccontata in prima persona da entrambi i personaggi, da due prospettive diverse.

Una donna indipendente e stanca degli uomini finisce per innamorarsi del suo nuovo architetto. Attraverseranno mille vicissitudini, ma le loro anime si ritroveranno in Africa, dove inizieranno una vita che li arricchirà umanamente.

Una storia d’amore che ti conquisterà, unendo dolcezza ed emozione…


Alcune recensioni: 

- Blog Mis momentos de relax: “Dalla penna dell’autrice… Vi posso dire che mi ha entusiasmato e che leggerò le sue prossime pubblicazioni” … “La storia si svolge in due luoghi diametralmente opposti ed è stata una svolta che mi è piaciuta.”

- Blog Another geek girl: “… è il tipico scenario della grande città, gli affari milionari e gli uomini di potere… solo che stavolta i ruoli si invertono, in questo caso il capo è lei…” “… la storia cambia completamente e ti ritrovi come in un limbo…”

- Blog Rubies Literarios: “… La storia in sé mi è sembrata ottima, anche se mi è piaciuta di più la parte in cui si trovano in Africa… Raccomandato a tutti gli amanti dei romanzi rosa…” 

- La Comunidad del libro: "Questo libro è stato una piacevole sorpresa..." 

- Blogspot Romance y pasión: "Se siete stufi di leggere storie di uomini ricchi e ragazze povere, uomini dominanti e donne virginali, maschi alfa dal passato tormentato e ragazze dolci che arrivano per salvare il mondo, questo è un libro che dovete proprio leggere”” 

- Web escritora luthienumenesse: “Un romanzo pieno di avventura e d’amore che esce dai parametri delle storie convenzionali, sorprendendo il lettore con dei personaggi che portano una boccata d’aria fresca”

Booktrailers: YouTube "Toccare il cielo di Manhattan"

Editore:
Pubblicato:
Jul 11, 2018
ISBN:
9781507180617
Formato:
Libro

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Toccare il cielo di Manhattan - Andrea Golden

Golden

Toccare il cielo di Manhattan

Andrea Golden

A mia figlia:

vivi, senti, ama...

«Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della luna nuova africana distesa sul suo dorso, degli aratri nei campi e delle facce sudate delle raccoglitrici di caffè. Ma l’Africa conosce il mio canto»

FRAMMENTO de La mia Africa 

Toccare il cielo di Manhattan

Andrea Golden

CAPITOLO I.............................................................7

L’incontro..................................................................7

L’inizio....................................................................41

Terze persone.......................................................65

CAPITOLO IV........................................................81

Un viaggio inatteso............................................81

Amore in terre lontane................................116

CAPITOLO VI......................................................160

Il ritorno...............................................................160

Dolce e amaro....................................................175

Non sei sola........................................................211

Dediche e ringraziamenti............................227

CAPITOLO I

L’incontro

Peter Sanz

La sveglia mi desta come ogni mattina. Ne ascolto la melodia delicata, che interrompo subito facendo scivolare pigramente una mano verso il comodino su cui si trova.

Trascorsi alcuni minuti, seguendo il mio consueto rituale, mi siedo, prendo fiato e, con un balzo, esco con entusiasmo dalle lenzuola, iniettandomi l’energia che mi serve per uno dei giorni più importanti della mia vita. Cammino verso la doccia e mentre mi ci introduco farfuglio una presentazione di me stesso: «Mi chiamo Pedro Sanz e dopo aver lavorato per quattro mesi a New York sono stato uno dei prescelti per formar parte del progetto più innovativo degli ultimi anni in questa città...» recito orgoglioso al contempo che l’acqua, che esce a pressione, mi sferza vigorosamente il corpo, stimolandolo per il momento che bramavo si verificasse fin da quando ho messo piede in città.

Il mio completo di Armani è già fuori dall’armadio, appeso ad un’anta. Fa impressione già solo per la presentazione impeccabile, custodito all’interno di un esclusivo e squisito fodero nero, decorato con lo stemma del prestigioso negozio in cui l’ho comprato. Sembra che mi stia aspettando, pronto per essere messo in mostra. La camicia celeste, di seta naturale, al tatto è fine e morbida. La prendo con entrambe le mani e la indosso con abilità, sentendo come mi scivola lungo la schiena fino ad aderirvi completamente. Mentre la abbottono, assorto, la mia mente vola pensierosa tra i ricordi di tutti gli sforzi realizzati per poter arrivare ad avere l’opportunità professionale che sto per affrontare. Tutto grazie a The Smith Engineers, l’azienda per cui lavoro, che sorprendentemente mi ha scelto per partecipare alla costruzione dell’edificio più alto di Manhattan. Recentemente ci hanno assegnato l’appalto per concludere i lavori e oggi è il giorno tanto atteso in cui ci riuniremo con i proprietari.

Sono le otto e mezza di mattina. È ora. Vado verso la porta dell’appartamento, esco e la chiudo, soffermandomici di fronte per qualche istante. Respiro profondamente cercando di rilassarmi e mi lancio verso la mia grande avventura americana, scendendo tranquillamente le scale che danno sull’ingresso. Varco il portone, sostando brevemente fino a sentire il lieve scatto che emette quando finisce di chiudersi. Mi allontano passeggiando verso il metrò, che si trova a un isolato da qui. Mentre avanzo, contemplo il mattino nella città vibrante. La gente va sempre di fretta, un po’ più veloce che nella maggior parte delle grandi città in cui sono vissuto. Sembra frenare il ritmo soltanto quando passeggia a Central Park. A Madrid succede esattamente la stessa cosa, addirittura con l’analogia del parco del Retiro per quelle piccole occasioni di sfogo che noi tutti cerchiamo, prima o poi. Quando lo ricordo, mi invadono pensieri sulla mia terra, una nostalgia che cerco di alleviare velocemente con un respiro profondo... Dopo quest’istante di malinconia, mi estraneo istintivamente per qualche breve secondo e alzo lo sguardo verso il cielo, nonostante qui, nel mezzo della Grande Mela, non sia facile trovarlo, dato che sembra nascondersi oltre lo strato grigio che lo avvolge, o celarsi dietro i palazzi.

Arrivo all’entrata della metropolitana più vicina. Sull’arco metallico, di un colore verde bluastro, si scorge un cartellino su cui si può leggere il nome della fermata: "Lexington Av/59 St.. Vi entro imbattendomi in una miriade di scale che scendo con agilità, mentre incrocio un’infinità di persone che cercano, proprio come me, il modo di arrivare in tempo al lavoro. Evitiamo tutti i grandi ingorghi di macchine che si formano all’esterno. Percorro le gallerie illuminate, piene di cartelloni pubblicitari di discoteche psichedeliche, pubblicizzate con colori vistosi e suggestivi, nuovi e raffinati ristoranti della zona, teatri popolari in cui si esibiscono attori famosi... Cerco di calmare l’ansia guardando tutto con intensità, come se fosse la prima volta che faccio quel percorso, anche se in realtà lo faccio tutti i giorni. Mi mischio tra la ressa di persone che si forma negli ampi corridoi, unendomi nel cammino a molte di loro che sembrano prendere la mia stessa direzione. Arrivo, praticamente trascinato dalla folla, fino al binario della linea che mi porterà alla mia fermata. Mentre aspetto faccio un giro con lo sguardo, percorrendo tutti quei volti, ma mi sorprende il fatto che sono molti gli occhi che a loro volta mi osservano senza ritegno, probabilmente attratti dal magnifico completo che indosso; l’effetto smoking", come direbbe un mio grande amico.

L’uscita del metrò si trova proprio di fronte al palazzo in cui lavoro. Salgo le scale ampie e inclinate, contemplando incantato come dinanzi ai miei occhi si innalza questa mole piena di uffici che per me significano la realizzazione di un sogno. Mi avvicino all’ingresso col tesserino d’identificazione appeso al collo. Lo scanner della porta rileva il codice QR che vi è plasmato sopra e subito dopo essere stato identificato le porte si aprono bruscamente. Attraverso l’ampia reception attraversata da persone in giacca e cravatta, agenti di sicurezza e addetti alle pulizie che spingono carelli metallici pieni di utensili, tutti che convergono contemporaneamente nella stessa direzione. In fondo si vedono gli eleganti ascensori ultramoderni, tanto che rilevano in modo intelligente la presenza delle persone che li attendono e lavorano freneticamente per soddisfare tutti gli utenti. Entro in uno di questi ascensori ed ecco che vengo spinto verso il venticinquesimo piano, dove si terrà la riunione. Mi è sembrato curioso, la prima volta che ci sono entrato, come il pannello luminoso che indicava i piani che raggiungevamo li contava dieci alla volta, a una velocità frenetica, e come nel giro di pochi secondi una calda voce femminile proveniente dagli speaker annunciava l’arrivo al piano prescelto.

All’udire il lieve sibilo che producono le porte che si spalancano, varie persone escono simultaneamente e prendono a camminare veloci lungo l’ampio corridoio che ci separa dalla sala. Le porte, in fondo, sembrano spalancate. Ci avviciniamo e vi entriamo direttamente, attratti dal mormorio dei colleghi che sono già arrivati. Nel corso dei minuti la sala si riempie del tutto. La tensione che precede l’inizio della riunione fa sì che il mio stomaco emetta degli strani rumori, spremuto dai nervi affiorati già stamattina e che ora stanno aumentando.

La riunione, che in apparenza dovrebbe essere in procinto di iniziare, data l’ora in cui ci hanno dato appuntamento, sembra essere in ritardo. E infatti ci sorprende la comparsa di tecnici vestiti con le tipiche tute azzurre dai distintivi argentati scintillanti che recitano: Tecnico audio e video. Si muovono velocemente, riempiendo la sala di cavi ed antenne che dispongono vicino ai finestroni che ci circondano, e schierano uno schermo enorme dispiegandolo di fronte a quello che sembra un moderno proiettore. Contempliamo tutti il loro lavoro e facciamo addirittura dei commenti su quella nuova situazione, di cui nessuno sapeva nulla. Il chiacchiericcio sta aumentando, quando all’improvviso arriva il capo, momento in cui cala un silenzio di tomba. Lo osservo con ammirazione: la sua sola presenza mi fa impressione. Incredibile a dirsi, è la prima volta che lo vedo di persona, dato che l’unica volta in cui ha visitato il nostro reparto io ero uscito a prendere un caffè.

Snello, elegante e vestito in modo impeccabile, si dirige verso l’estremità del grande tavolo, accompagnato dal suo seguito di segretarie e consulenti. Mentre si siede, presiedendo il tavolo, gli assistenti depongono accanto a lui una serie di cartelline, che sicuramente contengono un’ampia documentazione sui lavori, e poi tornano a percorrere la sala in direzione opposta, verso l’uscita. Ci avvolgono suoni di varia natura: quelli che si producono quando vengono mosse le pesanti sedie, quelli che emessi quando le penne e i cellulari vengono deposti sul tavolo, il dolce brusio che diminuisce... Il silenzio che ci circonda quando abbiamo finito di sistemarci è interrotto dalla voce profonda del capo, che si alza e poggia le mani sul piccolo schermo del portatile che ha di fronte.

«Signori,» dice attirando i nostri sguardi «scusate il ritardo, abbiamo avuto un imprevisto che stiamo cercando di risolvere al più presto.»

Intuisco che succede qualcosa, come se mancasse qualcuno di importante, soprattutto per il pandemonio che si è creato in un attimo, capace di paralizzare una riunione così importante.

Ascolto un lieve schiocco quando si accende il proiettore che hanno installato per l’occasione, e sullo schermo appare proiettata l’immagine di una scrivania vuota. Penso che «il responsabile di tutto questo sarà qualche milionario, ricco e capriccioso, troppo occupato con le sue finanze per aver tempo di assistere in persona». Mi sembra ridicolo: una videoconferenza per trattare dei temi così delicati, in questo modo...

Si producono dei movimenti e tutti, impazienti, attendiamo l’apparizione di, sicuramente, qualche vecchio e obeso magnate pieno di soldi fino ai capelli.

Una gamba...! Slanciata...! La persona che riprende sembra correggere il tiro e, dopo un movimento un po’ brusco, abbassa velocemente l’obiettivo lungo una coscia, puntandolo verso le scarpe, scarpe stupende color bordeaux, dal tacco lungo e finissimo. È quella la prima sorprendente immagine che compare. Ci guardiamo, increduli per quell’inizio. «Sarà la segretaria del grande capo, che ce la fa vedere per farci invidia»; sicuramente è questo il pensiero che frulla in testa a tutti. La nostra sorpresa aumenta quando vediamo quella donna camminare con eleganza verso la scrivania solitaria, poggiarci sopra le mani, fini e delicate, e sedersi discretamente sulla sedia che si trova di fronte alla videocamera, momento in cui scopriamo la sua immagine intera. Il suo volto, sublime, occupa tutto lo schermo, lasciandoci pieni di trepidazione.

«Buongiorno!» dice con voce delicata «Per quelli che non mi conoscono, sono Angela Thomson, della Holden Thomson Group

I miei occhi sembrano ingrandirsi per la grata sorpresa. «Il motivo di questa riunione, come sapete bene tutti quanti, è concordare l’organizzazione e la distribuzione del lavoro per la costruzione del mio nuovo edificio. Vista l’importanza dei temi da trattare, mi sarebbe piaciuto essere presente, ma data l’impossibilità di farlo e visto che era già tutto pronto, non mi è sembrato opportuno posticipare la riunione. Tra qualche ora spero di poter essere lì con voi di persona. Allora cominciamo; signor Smith, prego...» e gli rivolge un lieve sorriso.

Il mio capo prende la parola e, dopo una breve messinscena, si butta a capofitto a parlare del progetto. Inizia con lo spiegare le caratteristiche principali della struttura che troveremo quando arriveremo al cantiere. Gli ingegneri che lo circondano si alzano in piedi e aggirano il tavolo distribuendo dei dépliant perfettamente rilegati che, una volta aperti, si scoprono pieni di formule matematiche per le quali ho perso ogni interesse, dato che i miei occhi, fissi, continuano a setacciare l’impressionante donna appena comparsa, che è riuscita ad ammaliarmi nel giro di pochi secondi. I suoi capelli, castani scuri, sono raccolti con eleganza lasciando libero il viso, sul quale spiccano degli splendidi occhi verdi. Cerco di fissare lo sguardo per percepirne meglio il colore. I suoi lineamenti sono fini e simmetrici. Le labbra carnose e assolutamente sensuali. Anche il suo tailleur, o almeno quella piccola parte che si vede, attrae la mia attenzione aggiustandosi perfettamente al contorno del suo seno. Come si direbbe dalle mie parti: una donna matura interessante.

Col passare dei minuti, cerco di dimenticare la sua presenza e di concentrarmi su degli argomenti che mi coinvolgono parecchio, anzi che mi sembrano sempre più appassionanti, mano a mano che vengono apportati nuovi dettagli. Partecipo attivamente apportando un che di innovativo che penso potrebbe richiamare l’attenzione della padrona. Nel corso della mattinata, non riesco ad evitare la tentazione di perdere il mio sguardo in lei, attivissima col suo iPad.

Poi, durante alcuni secondi, il collegamento viene interrotto e l’immagine sparisce, con la videoconferenza che finisce in modo brusco e inaspettato. Guardiamo tutti verso lo schermo, in attesa che venga recuperato il segnale, ma all’improvviso comincia a suonare il telefono del capo, che interrompe la riunione. Parla a bassa voce, quasi impercettibile, poi si alza e si dirige verso un angolo della stanza, come per cercare un po’ di privacy. Non parla a lungo e, prima di riattaccare, torna al suo posto. Prima di prendere di nuovo la parola, sembra fare un respiro profondo e, come fosse disgustato, parla scorrendo con lo sguardo i volti di ciascuno di noi.

«La signora Thomson mi ha appena informato che sta atterrando a New York, per questo motivo ha concluso la videoconferenza. Faremo una piccola pausa di un’ora.»

Nessuno si muove ancora dalla sedia, anche se stiamo pensando tutti al confortante caffè di metà mattina.

Il signor Smith continua a parlare.

«Per volere della signora Thomson» fa una pausa e solleva il mento «Peter deve accompagnare il mio autista all’aeroporto per andare a prenderla.»

Tutti sembrano cercare Peter, io stesso muovo la testa per cercarlo. Ma nessuno risponde a quel nome quando il capo, di nuovo e con un tono di voce più alto, lo chiama una seconda volta.

«Peter Sanz!» grida. «Per favore, si vuole alzare una buona volta e non perdere altro tempo.»

Rimango completamente di sasso... Peter Sanz sono io.

Il sussulto della sua voce mentre pronuncia il mio nome mi fa fare un salto che mi fa scattare violentemente dalla sedia e, alquanto confuso, cammino frettoloso verso di lui, seguito dagli sguardi di tutti. Quando arrivo dal capo allungo un braccio porgendo la palma della mano, e dopo aver colpito la sua la stringo con forza.

«Signor Smith, sono Peter Sanz» dico risoluto, cercando di nascondere il mio stupore.

Nemmeno mi guarda, ma gira la testa verso sinistra per parlare col suo assistente, comparso nella sala subito dopo che lui aveva concluso la telefonata.

«Accompagni il signor Sanz al parcheggio e cercate di non fare tardi. La signora Thomson esige puntualità» fa una breve pausa e mi rivolge un’occhiataccia al di sopra della spalla, per poi chiedermi: «Conosce la signora Thomson?»

«Non ho avuto il piacere, signor Smith.»

Lui solleva le sopracciglia, sorpreso dalla mia risposta. Anche se il più sorpreso da tutto ciò sono proprio io.

Angela Thomson

La mattinata inizia a complicarsi quando il pilota mi informa che non ci possono assegnare una pista per il decollo per via del problema di un volo commerciale; mi spiega che la torre di controllo dà priorità ad altri voli, non privati, prima che al nostro. Mi sembra impossibile che dopo mesi e mesi di preparativi per questa riunione la dobbiamo rinviare. Cerco il cellulare nella borsetta che mi accompagna in questo viaggio, lo sblocco e chiamo Robert di malumore per l’imprevisto che è successo. È da tempo che non parlo con lui. A dire il vero è da tanto anche che non vado a New York. Robert risponde velocemente alla mia telefonata; forse la stava aspettando. Le nostre prime parole sembrano affannose, addirittura emozionate, dopo tanto tempo senza sentirci. Dopo avergli spiegato la situazione, lui sembra pensieroso, come se stesse cercando di trovare una soluzione, dato che a nessuno dei due interessa posticipare la riunione e che un rinvio significherebbe dover cercare di nuovo uno spiraglio nelle nostre agende, già di per sé sature di impegni ineluttabili, con l’ulteriore disagio di dover riunire di nuovo un gruppo di ingegneri che viaggiano in mezzo mondo e che, probabilmente, domani non saranno neanche in città.

La grande idea sorge dopo un lungo silenzio tra noi due quando Robert propone risoluto di realizzare una videoconferenza. Il suo ufficio è dotato di attrezzature specializzate ed io, che sono ancora a terra, ho a mia disposizione i migliori assistenti, che lavorano per me sempre disponibili per ogni eventualità. Una volta conclusa la chiamata, nel giro di pochi minuti, dopo aver avvisato gli assistenti, il mio ridotto aereo si trasforma in un mini studio di registrazione. Cercando di liberare un po’ di spazio, i miei dipendenti, muniti di numerosi strumenti appesi alle cinture che portano sui fianchi, svitano addirittura vari sedili e li fanno sparire in fretta attraverso la porticina che dà accesso alla cabina e attraverso la quale, con l’aiuto di una gru, vengono fatti sgomberare. Il traffico di persone aumenta quando compare anche un cameraman, che dispiega il tripode di fronte alla piccola scrivania di cui è dotato questo moderno apparecchio. Sembrano tutti infastiditi in questo spazio limitato. La situazione mi sembra addirittura buffa, mentre aspetto seduta al mio posto, un po’ più tranquilla, sapendo che sarò presente fin dall’inizio a una riunione così importante, il cui obiettivo principale è quello di dare il via alla costruzione del mio nuovo palazzo, il più alto di New York.

Adoro veder lavorare il mio staff, soprattutto osservare la professionalità di ciascuno di loro. È qui che si notano le loro capacità, di fronte a situazioni inattese: come le risolvono con abilità, senza mettere il broncio, senza un solo rimprovero tra di loro, tutti coordinati e rispettosi. Ho sempre pensato che il successo di un’azienda non risiede nel capo che la dirige, ma nella capacità degli impiegati di assumere le proprie responsabilità.

Dopo un fuggi fuggi generale, mi trovo da sola col cameraman, che sembra scegliere il sedile più lontano possibile da me. Proprio in quell’istante compare il pilota, che percorre lo stretto corridoio fino a fermarsi di fianco a me per informarmi gentilmente che decolleremo tra pochi minuti. Torna verso la cabina nel momento esatto in cui i motori iniziano il loro lento risveglio e ci muoviamo pian piano sulla pista. Il rumore aumenta man mano che l’aereo prende slancio e, nel momento di massima accelerazione, si sente senz’ombra di dubbio che stiamo volando.

La mancanza di puntualità mi esaspera, lotto continuamente con questa mia mania che è diventata un’ossessione e che, come se fosse una droga, mi cambia il carattere all’improvviso, facendomi sentire ondate d’impazienza in tutto il corpo. Mi sento proprio così, mentre rimango legata al sedile e contemplo come passa l’ora in cui sarebbe dovuta iniziare la riunione.

Un debole segnale acustico mi fa guardare verso l’alto, verso il pannello che si trova sopra la mia testa, da dov’è appena sparita la luce che raccomanda di tenere le cinture di sicurezza allacciate. In quello stesso istante, il cameraman si precipita verso il tripode e senza indugio mi fa un cenno con le dita mentre inizia il conto alla rovescia.

«Tre, due, uno, in onda...» finisce per dire, senza darmi tempo di arrivare al mio posto.

Mi avvento verso la piccola scrivania, facendomi strada lungo il corridoio stretto, quando all’improvviso sento che l’obiettivo della videocamera mi sfiora la coscia destra. Il cameraman sposta immediatamente la lente verso il basso, mettendo a fuoco un altro punto. Quel piccolo incidente mi provoca un sorrisino, pensando che la prima immagine che hanno visto di me a New York è stata una coscia. Mi avvicino alla scrivania, la aggiro e recuperando la serietà sulle labbra appoggio delicatamente le mani sul tavolo, sedendomi con eleganza. Subito dopo, prendo la parola rivolgendomi alla videocamera:

«Buongiorno» faccio una pausa nel tentativo di catturare l’attenzione dei presenti e mi presento concisa, cedendo poi la parola a Robert.

Seguo la riunione sul mio iPad, che riceva il segnale dalla webcam che hanno installato sullo schermo e che mi fornisce una panoramica completa della sala. È davvero incredibile: posso ingrandire l’immagine sull’oggetto che mi interessa, puntare in una direzione o l’altra, persino scannerizzare i tesserini dei presenti. Dopo aver indagato sulle possibilità di questo apparecchio, cerco di prestare attenzione, nonostante la struttura, che è il primo argomento da trattare, non sia il mio forte; anzi, non suscita in me il minimo interesse. Disinteressata, scorro uno a uno i volti dei partecipanti. Sembrano tutti concentrati e girano le pagine del dossier che hanno appena distribuito; tutti... tranne uno, che non perde di vista lo schermo, penetrandolo con lo sguardo. Non do molta importanza al suo comportamento. Penso che l’argomento della struttura gli sembrerà noioso come lo sembra a me. Ingrandisco l’immagine per scoprire chi è, quando, mettendo meglio a fuoco l’immagine, rimango impressionata dal suo fisico. Ha i capelli scuri e dal taglio moderno, i suoi occhi sono grandi e di un nero intenso, la mascella ampia e il completo... di Armani, impeccabile.

«Cavolo, che appendiabiti!» dico tra me e me lasciandomi sfuggire un lieve sospiro.

Per me uno come lui non passa certo inosservato.

Cerco di non distrarmi con quelle banali stupidaggini,

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