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La Leggenda del Vampa: La storia del mostro di Firenze

La Leggenda del Vampa: La storia del mostro di Firenze

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La Leggenda del Vampa: La storia del mostro di Firenze

Lunghezza:
591 pagine
11 ore
Pubblicato:
28 mar 2017
ISBN:
9788899303433
Formato:
Libro

Descrizione

A 21 anni dalla precedente edizione, il saggio fa il punto dei successivi sviluppi dell'inchiesta sui delitti del Mostro di Firenze. All'originaria biografia di Pietro Pacciani si aggiungono così il controverso capitolo dei processi che lo hanno visto protagonista, il ruolo giocatovi dall'opinione pubblica, le inchieste su complici e mandanti, gli ostacoli ad esse frapposti. In una prospettiva colpevolista, il lavoro rispetta le conclusioni giudiziarie della vicenda, provando a chiarirne i punti rimasti oscuri mediante le ipotesi formulate dall'autore.
Pubblicato:
28 mar 2017
ISBN:
9788899303433
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

La Leggenda del Vampa - Giuseppe Alessandri

Bonini"

Introduzione

Che cosa mi ha spinto, dopo oltre vent'anni, a riprendere in mano il Vampa? La duratura fortuna che al libro hanno assicurato prima il pubblico toscano, quindi il popolo del web. Già all'epoca il saggio riscosse un discreto successo, soprattutto considerando che si trattava dell'opera di un debuttante. Dopo l'imprevista denuncia da parte del Pacciani – il volume usciva proprio alla vigilia del processo d'appello, e non portava propriamente acqua al mulino della difesa – mi ritrovai tempestato da interviste e inviti a programmi televisivi, anche a livello nazionale. Vissi così di punto in bianco il mio bravo quarto d'ora di celebrità, improvvisamente ricontattato e invitato per salotti da persone che non rivedevo più ormai da decenni, e talvolta riconosciuto e fermato per strada da passanti che volevano sentire dalla mia viva voce un'opinione sulla vicenda del Mostro.

Poi però l'esito di quel famigerato processo d'appello cambiò tutto: giovane idealista poco più che trentenne e con alle spalle studi filosofici, finii addirittura incriminato io stesso, accusato di diffamazione nei confronti dell'imputato da quella stessa giustizia che con il mio lavoro avevo – ingenuamente – inteso aiutare! E ciò quando da sempre in Italia si pubblicavano libri, si trasmettevano film e programmi televisivi riguardanti banditi, mafiosi, camorristi, terroristi senza che nessuno avesse da ridire; e quando sul medesimo Pacciani sia i giornali che lo stesso commissario Perugini avevano scritto di tutto. Né erano da escludere conseguenze penali tali da mettere a rischio quella stessa carriera di insegnante liceale da me agognata da anni: comprensibile perciò che verso l'intera vicenda subentrassero in me disgusto e ripugnanza.

Di quella storia non volli più sentir parlare; ed anche una volta levate le gambe dal procedimento giudiziario che dovetti affrontare, per anni mi rifiutai di concedere interviste e ritornare in tv, declinando anche proposte interessanti. Al tempo stesso non riuscivo a comprendere come anche a distanza di tempo ad ogni minima notiziola che riguardasse l'infinita vicenda venisse data dalla grancassa mediatica la più ampia risonanza, senza alcun vaglio critico nei confronti del suo effettivo valore giornalistico, investigativo, giudiziario: come se tutto ciò che attenesse anche lontanamente la storia del Mostro andasse comunque pubblicizzato, per quanto assolutamente insignificante. Insomma chiunque vi facesse in qualche modo capolino si vedeva automaticamente garantita una certa notorietà.

Di quando in quando qualche amico riusciva tuttavia a convincermi ad accompagnarlo sui luoghi dei delitti; io mi prestavo solo per la passione che porto alla campagna toscana: aspetto che aveva peraltro costituito uno dei principali moventi di quella mia inchiesta inizialmente tutta personale, e solo in un secondo momento sfociata nel libro. Ogni volta dovevo però constatare come asfalto, cemento, padiglioni industriali avessero profanato quei luoghi della memoria, espropriando progressivamente campi e pergolati: ed anche questo aspetto contribuiva ad accrescere in me il senso di straniamento da quella esaltante avventura che avevo vissuto tra la fine del '94 e il '95, giunta nella mia vita come una scossa dopo i lunghi anni di studio.

L'unico al quale non potevo dire di no era Vittorio Betti, attuale colonna di Italia 7: giornalista colto ed eclettico nonché mostrologo della prima ora, egli era stato per me un vero e proprio pigmalione, ideando su Tvs una serie di trasmissioni che mi avevano visto ospite fisso, ancor prima dell'uscita del libro ed in preparazione del processo d'appello. Betti ha il merito di avere tenuto viva in tutti questi anni l'attenzione su certi aspetti della vicenda rimasti oscuri, non mancando di rilevare quei vuoti persistenti nonostante le verità giudiziarie emerse dai vari processi. Così, accanto ad avvocati, investigatori, criminologi ai suoi dibattiti venivo regolarmente invitato anch'io, vedendomi in tal modo tributata di fatto un'autorità che forse non mi sarebbe spettata di diritto.

Nel frattempo, impetuoso cresceva il fenomeno rappresentato dal web: specie dopo la trasmissione di fiction e programmi noir che riproponevano in tutte le salse la saga del Mostro, numerosi appassionati appartenenti alle generazioni più giovani si erano letteralmente scatenati, dando vita ad innumerevoli siti e blog in cui l'annosa vicenda veniva riesaminata, dibattuta, vivisezionata. Ebbene, in ciascuna di quelle discussioni la nostra Leggenda era ben presente, esaltata o detestata, celebrata o vituperata ma comunque imprescindibile: al punto di raggiungere quotazioni impensabili sul mercatino dei collezionisti.

Diversi amici a quel punto mi hanno suggerito di pensare ad una ristampa: continuavo però a non avervi interesse; così come il mio impegno di scrittore si orientava in tutt'altra direzione. Senza contare che non esisteva più neppure la casa editrice con cui avevo pubblicato quel libro: la mitica "Loggia de' Lanzi", creatura dell'indimenticabile Vanni Bolognesi.

Decisivo doveva perciò risultare l'incontro con il regista romano Paolo Cochi, rivelatosi vero e proprio portavoce di tutto quel popolo della rete al quale tanto devo. Innamoratosi della Leggenda al punto di cercarmi per mari e monti (del resto ero ormai da tempo fuori dal giro) allo scopo di realizzare con la mia collaborazione un reportage alla Tassinaia, Cochi mi ha invitato più volte a ritornare su quell'opera prima, quasi presentandomi alla stregua del depositario di una missione storica.

A dire il vero io avevo già maturato autonomamente una convinzione: che quella del Mostro fosse una vicenda ormai definitivamente penetrata nell'immaginario collettivo, e destinata a rimanervi per sempre. Di conseguenza, tutti coloro che a qualunque titolo avevano contribuito a formarne il mito avevano contratto una sorta di obbligo morale nei confronti dell'opinione pubblica.

Così mi sono convinto a riprendere in mano la penna: anche perché rimangono ancora tanti punti oscuri di quel truffaldino processo d'appello del '96, che nessuno ha mai chiarito né denunciato. E forse è giusto che lo faccia io, che da quella sciagurata sentenza fui probabilmente uno dei più danneggiati: ovviamente dopo, e ad infinita distanza, rispetto alle vittime, ai loro familiari e più in generale alla Giustizia, intesa nel senso più elevato del termine. Ed è giusto anche che lo faccia adesso, quando le bocce sono ormai ferme e (per citare nuovamente Tacito, al quale volli ispirarmi pure nel '95) sine ira et studio.

Io udii con le mie orecchie dei giurati popolari che, dopo la lettura da parte del presidente Ferri del dispositivo che mandava assolto Pacciani, avvicinatisi agli avvocati della parte civile esclamarono, scuotendo la testa: Ma avevate ragione voi!, quasi a volersi ripulire la coscienza nei confronti delle povere vittime rappresentate da quei legali. Appariva insomma evidente la loro convinzione che l'imputato fosse colpevole, e quindi da condannare: cosa avvenne allora in quella camera di consiglio, così sbrigativa al pari dell'intero processo? Cosa o chi impedì di tenere nella giusta considerazione anche l'opinione di quei legittimi componenti la corte? Invece di spiegarcelo, il medesimo Ferri si affrettò a pubblicare un inaudito pamphlet nel quale metteva alla gogna quei suoi stessi colleghi magistrati che da diversi lustri portavano avanti quell'indagine difficile e maledetta.

Nessuno mi leverà dalla testa l'idea che quel processo sia stato pilotato dall'esterno, da una certa entità avente quale scopo quello di screditare il procuratore Vigna. Già prima dell'inizio delle udienze la principale delle reti Fininvest avviò inspiegabilmente una campagna in favore dell'innocenza del Pacciani; dopodiché tutta la macchina da guerra berlusconiana si mise ancor più esplicitamente in moto, entrando pesantemente nel processo sia a livello politico che mediatico.

Disarcionato da Palazzo Chigi a seguito dello scandalo suscitato dal celebre invito a comparire inviatogli dalla magistratura milanese nel mentre si trovava a Napoli, il Cavaliere era all'epoca già nel pieno della sua guerra contro le procure rosse. Veniva allora facile ricollegare una simile offensiva con il suo principale obiettivo politico-giudiziario del momento: mostrare che come a Firenze si era preso un granchio riguardo ai delitti del Mostro, perseguitando un povero diavolo, alla stessa maniera a Milano ci si accaniva contro un imprenditore che aveva quale unica colpa quella di avere dato vita ad una coalizione che aveva sconfitto le sinistre, precludendo ai comunisti la conquista del governo. Il processo fiorentino, insomma, cadeva a fagiolo per essere utilizzato quale grimaldello utile a scardinare pure la credibilità delle inchieste milanesi.

Oggi una simile lettura appare tuttavia superficiale e persino ingenua. Le successive rivelazioni dei pentiti di mafia hanno infatti consentito di appurare che all'eliminazione di Falcone e soprattutto di Borsellino non fu estraneo il disegno di affossare quel filone d'inchiesta che aveva individuato il terminal milanese del denaro di Cosa nostra, che fin dagli anni Settanta aveva scelto quel canale per ripulire e reinvestire i proventi delle proprie attività criminose: donde l'inchiesta della procura di Caltanissetta sull'ipotesi di coinvolgimento di politici nelle stragi del '92-'93, ed in particolare su Berlusconi e Dell'Utri¹.

Ora all'epoca dell'appello a Pacciani Vigna, oltre a capeggiare la procura fiorentina, svolgeva anche la funzione di procuratore distrettuale antimafia, indagando anch'egli su quelle bombe nonché sugli investimenti mafiosi in Toscana ed inoltre figurando già tra i papabili per assumere la direzione nazionale della Dna: quale miglior modo per inficiarne la credibilità che vedere assolto l'imputato dei delitti delle coppiette, quindicennale inchiesta con la quale il capo della procura di Firenze aveva finito con l'identificarsi?

La vicenda induce tuttavia anche ad un'altra considerazione. In Italia, una legislazione eccessivamente garantista, unita ad un'incredibile serie di circostanze in cui alla fine il principale ruolo è parso spettare alla malasorte, ha fatto sì che un assassino che sicuramente ha trucidato tante coppie di ragazzi sia stato ad un passo dall'assoluzione definitiva, in nome del popolo italiano, e proprio nel momento in cui si era acquisita la certezza della sua colpevolezza. Il che deve far riflettere tutti quanti: qui evidentemente va cambiato qualcosa.

Ma un approfondimento meritava anche l'epocale processo del '94: un processo accurato, limpido, trasparente come pochi, ripreso dalle telecamere dal primo all'ultimo giorno e condotto da un presidente di rara autorevolezza ed equilibrio. La cui principale preoccupazione fu quella di rispettare le prerogative della difesa, ampliandole anzi al massimo, e la cui assoluzione dell'imputato dal primo duplice omicidio – interpretabile anche come elemento di debolezza di quella stessa sentenza – ne testimonia ulteriormente lo scrupolo. Non vi fu alcun complotto in quel processo; se poi la strategia difensiva dell'imputato fallì miseramente, questo è tutt'altro discorso.

Per quanto riguarda la responsabilità dei duplici omicidi, il libro rispetta le conclusioni processuali, sovrapponendo perciò all'originaria impostazione paccianista la sentenza, sanzionata dalla Cassazione, che vuole il contadino mugellano supportato da complici in occasione degli ultimi quattro delitti: viene perciò recepita la versione fornita dal pentito Giancarlo Lotti. Ciò sebbene tutto lasci supporre che, se sodalizio assassino vi fu, questo fosse già pienamente operativo sin dagli omicidi dell'81. Mentre per quelli di '68 e '74 è diverso: lì immaginare il Vampa da solo è non solo possibile, ma per certi aspetti imprescindibile. Non me ne vogliano in ogni caso gli amici paccianisti duri e puri: ai quali la mia opera prima deve comunque tanto.

La tesi del serial killer solitario era stata praticamente imposta all'opinione pubblica dai periti criminologi interpellati dagli inquirenti negli anni in cui duplici omicidi ed indagini si susseguivano convulsamente, e quindi fatta propria dal commissario Perugini, devoto alla dottrina americana dei delitti seriali, sui cui testi egli si era formato. Ciò tuttavia contro molte risultanze investigative; nonché contro lo stesso buon senso, specie in relazione alle circostanze dell'ultimo misfatto. Essa era stata conseguentemente sposata – almeno in un primo momento – dal pubblico ministero Canessa.

Invariata rimane altresì la formula semi-romanzata del racconto, che, in assenza di una confessione dell'assassino (e, da un certo momento in poi, degli assassini), supplisce alle numerose lacune – riguardanti i duplici omicidi non riferiti dal Lotti, e non solo – coniugando le risultanze del processo del '94 alle notizie e testimonianze da me raccolte (riferite nella maniera più fedele possibile alla parlata della gente di Mugello e Chianti nonché alla vivezza delle espressioni usatemi) e in ultimo alla mia fantasia.

Prima di congedarmi non posso mancare di rivolgere un commosso ricordo a coloro che non ci sono più, a cominciare dai cari amici così prematuramente mancati: oltre al già ricordato Vanni Bolognesi, Stefano Galastri, geniale quanto modesto maestro di mostrologia, sempre così affabile e disponibile con chi – come me – gli chiedeva lumi, e Renzo Rontini, livornese dal cuore grande e dall'immensa umanità, che alla giustizia in nome della figlia Pia dedicò la sua seconda disgraziata vita e che quel giorno, alla lettura della sentenza che mandava assolto Pacciani, iniziò a morire.

Il procuratore Pier Luigi Vigna, impareggiabile figura di fiorentino indomito e tenace.

Gli avvocati Rosario Bevacqua e Luca Santoni Franchetti, a diverso titolo fieri paladini del fronte innocentista, ma egualmente gran gentiluomini.


¹ V. G. Lo Bianco-S. Rizza, L'agenda rossa di Paolo Borsellino, Chiarelettere, Milano, 2007; A. Caruso, Milano ordina uccidete Borsellino, Longanesi, Milano, 2010.

I - Una vita da Mostro

La giovinezza

Pietro Pacciani nasce ad Ampinana di Vicchio di Mugello il 7 gennaio 1925, primogenito di Antonio e di Rosa Bambi. Originari del Pian di Segni, i genitori – entrambi del 1890 – sono, al pari dei padri e dei nonni, contadini mezzadri.

Il villaggio è inerpicato sulla costa del Crocione, alle falde del monte Peschiena – contrafforte dell'Alpe di San Benedetto – e assai isolato rispetto al capoluogo: da Vicchio si segue la Traversa del Mugello in direzione di Dicomano, si svolta per le Balze, si sale alle Piagge di Panìco e dalle Case Innocenti lo si raggiunge. La vita della gente di quassù viene scandita solo dalle ore di luce da trascorrere nei campi e accudendo alle bestie: mucche, pecore, conigli, pollame. Il piccolo podere gestito dai Pacciani si trova in località i' Barzo.

Presto una sorellina viene a fare compagnia a Pietro, il quale a sei anni fa il suo ingresso alla scuolina di Ampinana per diventare alunno del maestro Mario Lorini. Il padre lo chiama fringuello per la sua abitudine di fischiettare imitando gli uccelletti del bosco; finché un giorno, approntatagli un'apposita zappetta su misura, non comincia a portarlo nei campi con sé. Le sue maniere nei confronti del bimbo sono rudi e sbrigative, né gli lesina rimproveri e scappellotti. Pietro all'imparare a leggere, scrivere e far di conto preferisce il girovagare per la campagna; e imitando il padre che va a caccia con il fucile a bacchetta, prende a passare interi pomeriggi nei boschi, avendo un piccolo coltello quale compagno inseparabile delle sue giornate.

Dopo la prima comunione il fanciullo diventa chierichetto nell'oratorio di San Michele. Spesso, alla sera, il parroco lo vede sbucare dalla macchia: Paccianino, che un t' ha' paura a girà pe' i' bosco a i' buio? – Priore, e' c'ho sempr' i' cortellino dreto!.

Nel frattempo però il suo profitto a scuola lascia sempre più a desiderare. Nell'insegnamento dei rudimenti della lingua italiana Lorini si rifà alla vecchia grafia, ancora ben viva nell'uso popolare e che, nella coniugazione del verbo 'avere', consente di sostituire l'acca muta che precede la vocale con l'accento sulla stessa: io ò, tu ài, egli à...essi ànno. Pietro accusa le maggiori difficoltà proprio nell'apprendimento di grammatica e ortografia; le doppie in particolare non gli vanno giù. All'esame di terza elementare viene bocciato.

Prende così sempre maggior confidenza con il lavoro dei campi: specie nei giorni della mietitura, quando c'è da portare il grano all'aia e da batterlo, e per tutti i ragazzi del paese chiamati a contribuire a quel momento centrale della ruralità è una festa. Altra occasione di socializzazione con i coetanei sono le adunate dei balilla sulla piazza di Vicchio periodicamente imposte dal regime; nei confronti del quale il buon Antonio tiene una posizione spiccia quanto opportunista: Io sto con chi comanda: perché se è riuscito a prendere il potere, vuol dire che è il più furbo.

Ripetuta con maggior profitto la terza, a dieci anni il Paccianino esaurisce i suoi obblighi scolastici. Ora che può contare su due braccia in più per il lavoro nei campi, la famiglia lascia l'angusto Barzo per spostarsi alla Fornace. Il risultato non è però esattamente quello auspicato dai genitori; non avendo più nemmeno il freno della scuola, Pietro il monello può adesso dare sfogo a tutta la propria natura selvaggia, divenendo in breve il ras di Ampinana, non capo ma terrore degli altri ragazzi: violento, prepotente, attaccabrighe, sempre pronto a tirar fuori minacciosamente il coltello.

Un giorno la combina grossa: dopo una lite con un coetaneo che ha saputo tenergli testa, nel mentre questi si allontana vigliaccamente gli scaglia una pietra all'altezza del capo, che lo raggiunge all'orecchio spaccandoglielo. Il malcapitato dev'essere perciò trasportato a Vicchio al pronto soccorso, con l'orecchio ciondoloni.

A quel punto gli altri genitori del paese si mobilitano, preoccupati dalla presenza di quell'arnese che oltre a rovinare i momenti di gioco dei loro ragazzi ne mette costantemente a rischio l'incolumità. Il padre allora per evitare grane peggiori gli lascia sempre meno spazio per le sue bravate, portandoselo appresso il più possibile a lavorare la terra ed al contempo irrigidendo ulteriormente la propria manesca pedagogia.

Neppure Antonio è tuttavia un santo, avendo un debole per le donne e un altro per il vino; con il secondo che può talvolta favorire la sua stessa vena poetica. Quando alla domenica le campane di San Michele allietano la mattinata dei montanari, il capofamiglia ne trae lo spunto per ironizzare sulla povertà del desco.

Una campana è un po' incrinata: Da-rin-dan-dan, da-rin-dan-den...na-rin-gan-tre: un'aringa 'n tre le c'hanno le hampane, e no' ci se ne dee divide' una 'n quattro...No' siamo più poeri delle hampane!. E giù consigli al figliolo per avvezzarlo alla parsimonia, al risparmio: Quando tu guadagni du' lire, una spendila, ma l'artra mettila da parte: perché quand' e' piove no' hontadini un si pole lavorare, ma mangiare bisogna mangia' lo stesso! Allora tu c'ha la lira he t'ha risparmiato, e tu mangi!.

Pietro il tremendo, che nei tratti del volto assomiglia alla madre (gli occhi cangianti dal verde al blu, i capelli castano chiaro, il naso adunco), cresce forte e robusto; il coltello – nel frattempo divenuto a scatto – sempre con sé. Ma ormai i ragazzi più svegli hanno imparato a conoscerlo: Co' i' Pacciano, occhio alla penna!.

Un giorno se la passa brutta: c'è un nuovo scontro con quel coetaneo che ha già ferito, e al quale evidentemente la lezione non è bastata. Sono attimi: Pietro sguaina l'arma, ma l'altro è più lesto e gli infilza la coscia con il forcone; così stavolta al pronto soccorso deve andarci lui. Da allora gira alla larga da quello lì; ma con chi si mostra debole, maramaldeggia come gli pare. Gli unici con cui lega sono Testina e Marino; assieme a loro a volte scende anche giù a Villore.

Nei lavori agricoli Pietro si dimostra non solo forte ma anche appassionato e piuttosto in gamba. I suoi genitori decidono allora di trasferirsi in un bel podere – a dispetto del nome – situato un po' più a valle: l'Aiaccia, a Paterno.

Da qui in mezz'ora di alacre cammino attraverso i castagneti delle Maronete della Prioria si è a Villore, borgo assai più grande e vivace di Ampinana. La domenica sia a Paterno che a Trasassi si balla, e così Pietro ha modo di tentare i primi approcci con le ragazze; ma è troppo timido, vergognoso, impacciato, e non ha fortuna. Oltretutto il suo aspetto – la testa sempre bassa, lo sguardo torvo sul naso arcuato – non contribuisce certo a renderlo simpatico; mentre la fama di violento che ormai lo accompagna fa il resto.

Il ragazzo è parecchio irascibile anche coi familiari, volendo spadroneggiare pure con loro; il padre tuttavia non sempre è disposto a piegarsi. Quando addirittura non si mette a provocarlo: una volta si azzarda ad assaggiare un po' di polenta e delle salsicce dal figlio messe ad arrostire sulla gratella. Pietro lo coglie in flagrante, va su tutte le furie e la pena che gli decreta è delle più severe: Ora su i' treppiede tu ci va' te!. Detto fatto: non mancando neppure di calare i pantaloni al malcapitato genitore, lo sistema a sedere sul barbecue rovente.

Ma questo è niente in confronto a ciò che avviene qualche tempo dopo: nel corso di un violento litigio Pietro scaglia contro il babbo addirittura una scure, che non gli spacca la testa solo perché Antonio fa miracolosamente a tempo a scansarsi. Stavolta l'ha fatta troppo grossa: specie considerando la sacralità del rispetto che la civiltà contadina tributa ai genitori. Il padre lo denuncia: si arriva così ad un processo che si conclude con la condanna dello snaturato figliolo; il quale tuttavia, diciottenne, si vede condonata la pena per la minore età, evitando così il carcere. La sua turbolenta convivenza in famiglia può così continuare.

L'ora in cui il giovane vicchiese può finalmente dimostrare in altro modo il proprio valore scocca nel corso del '44, allorché, a causa della guerra, la situazione si fa critica in tutto il Mugello. Il 18 febbraio il bando Graziani rinnova la chiamata alle armi per la Repubblica di Salò alle classi '23, '24 e '25, decretando la pena di morte per renitenti e disertori. La gran parte dei giovani sceglie allora di non immolarsi per l'agonizzante regime, rifiutandosi di partire per il fronte di Cassino: Se devo morire, muoio a casa mia, la parola d'ordine che si diffonde rapidamente tra quei ragazzi, facendo prendere ai più la via della macchia.

Profittando della momentanea assenza tedesca nonché della debolezza delle strutture periferiche della Rsi, il 6 marzo un primo gruppo di partigiani occupa Vicchio, facendo prigionieri diversi simpatizzanti fascisti e passandoli per le armi. Il conseguente rastrellamento effettuato dai militi repubblichini porterà alla cattura di alcuni renitenti, condotti a Firenze e affidati alla banda Carità per essere fucilati al Campo di Marte.

Una volta perduta la battaglia dell'Arno, poi, la Linea gotica viene a rappresentare per i tedeschi l'ultimo baluardo con cui difendere i confini del Reich: nel tratto mugellano essa va dal Muraglione alla Futa, passando lungo la cresta di monte Peschiena e dell'Alpe di Vitigliano, giusto a ridosso di Vicchio. La formazione partigiana alla quale aderisce Pacciani pone il proprio quartier generale su monte Giovi: qui i ribelli si organizzano in previsione della inevitabile ritorsione germanica predisponendo fortificazioni, fossati, cunicoli. Ebbene, l'indispensabile nome di battaglia col quale Pietro verrà identificato in seno al gruppo gli deriverà dal familiare nomignolo con cui egli designa la vanga. Ogni volta che c'è da scavare suole infatti invitare il compagno al lavoro così: Piglia la paletta!.

Altro che coltello: quassù grazie ai rifornimenti americani il nostro Paletta potrà prendere confidenza con la machine pistol e la mitraglietta Thompson. Dai compagni disertori egli imparerà inoltre ad occultare le armi sotterrandole dentro ai fusti, smontate e avvolte in stracci, a bagno d'olio, in modo da mantenerle sempre pronte all'uso pulite, lubrificate ed efficienti.

In diverse occasioni il vicchiese dà prova di grande forza e coraggio: soprattutto il giorno in cui, in occasione di un assalto tedesco che miete numerose vittime fra quei banditen, invece di pensare a salvarsi corre in soccorso di un compagno ferito e terrorizzato, che sta perdendo molto sangue da una spalla. Con grande presenza di spirito Paletta si strappa un pezzo della camicia tamponandone la ferita; quindi si carica il poveretto sulle spalle, trasportandolo fin sulla strada e riuscendo a schivare il fuoco delle mitragliatrici nemiche. Fortunatamente i soccorsi non tardano ad arrivare: e così quell'uomo ha salva la vita. Mentre un'altra volta Pietro mette in salvo una bimba, sottraendola a un bombardamento. Così il giovane partigiano si sente un eroe e sogna che tutte le ragazze di Villore cadranno ai suoi piedi.

Ma allorché nell'aprile del '45 i tedeschi si ritirano definitivamente, al nostro tocca invece di ritornare alla trista vita di sempre. A ricordo dell'esperienza partigiana gli resteranno due pistole a tamburo, una foto che lo ritrae con la machine pistol a tracolla e dei pezzi di filo elettrico lasciati dagli americani, di quello utilizzato per i telefoni da campo: con l'anima di rame e acciaio fasciata nella tela gialla, son meglio del fil di ferro per legare le fascine.

Presto però Pietro è costretto a ripartire. Nel '46, ormai maggiorenne, scocca l'ora del servizio militare: diciotto mesi da trascorrere a Roma, presso la scuola di fanteria di Cesano. Prende parte al corso per mitraglieri, apprendendo la tecnica dello scontro alla baionetta: come sorprendere il nemico, come neutralizzarlo senza lasciargli neppure il tempo di fiatare, dove colpirlo per centrarne i punti vitali. Al termine della ferma Pacciani è mitragliere scelto, ma anche un bel gladiatore. Da un commilitone ha pure imparato a strimpellare la fisarmonica.

Al ritorno a casa lo attende di nuovo il duro lavoro nel podere dei suoi. Il giovane nei campi è imbattibile, una vera forza della natura. Magro, il collo taurino, la testa incassata tra le spalle larghe e spioventi, non arriva al metro e settanta; ma è tutto un fascio di muscoli, le braccia, i polsi, le mani che paiono tenaglie di acciaio massiccio: Ercole in persona. Gli altri contadini trascinano come possono un sacco di grano da cinquanta chili; lui ne agguanta due, sottobraccio, uno di qua uno di là, e via. Pure il suo modo di camminare è caratteristico e inconfondibile: le gambe arcuate, i piedi strascicati, il torso a barile che lo costringe a portare le braccia protese in avanti fanno sì che la sua goffa andatura assomigli più a quella di un gorilla che di un cristiano.

La dimostrazione di forza più impressionante la dà quando ha in mano la zappa, che è stata poi il suo primo attrezzo da lavoro: a guardarlo nel mezzo ai campi assestare alla terra certi colpi capaci di fare dei solchi che nemmeno un aratro, par quasi di vedere un leone. Altro spettacolo per il vicinato quando scanna il maiale: solitamente la povera bestia ha il tempo di rendersi conto, di reagire alle prime coltellate dimenandosi ed urlando. Ma quando a colpire è Pacciani, no: pochi energici fendenti ben assestati e in un amen il suino tira le cuoia.

Nella zona l'energumeno è parecchio temuto e possibilmente evitato dai più: se c'è qualche grana, se scoppia una rissa dev’esserci per forza di mezzo lui. Tutti cercano di girargli alla larga, ma la volta che ci si trovano nessuno osa contraddirlo, specie quando scende a Villore a giocare a carte; se poi ha pure bevuto un bicchiere di troppo, nessuno ha il coraggio di fiatare.

Pietro il prepotente l'ha vinta con tutti tranne che con Aldo Fezzi, l'energico e autoritario cantastorie di Corella sempre in giro per mercati e fiere del Mugello, talmente calato nel proprio ruolo da non presentarsi mai in pubblico in maniche di camicia, ma sempre rigorosamente con la giacca, pure nelle giornate di maggior calura; donde il suo soprannome: i' Giubba. Anche con lui l'attaccabrighe ci ha provato: ma gli è bastato discuterci una volta per capire che quello lì è meglio lasciarlo stare. Le uniche persone con cui va d'accordo sono due giovani del paese: il maestro elementare Bernardi e un contadino, Orazio Coveri.

Pacciani è inoltre un provetto bracconiere: di giorno è capace di restare per ore acquattato nel bosco in attesa che i fagiani in cerca di cibo vengano a posarsi sul terreno; la notte è tutto un lampeggiare con la lampadina per scovarli nelle macchie di quercia, di castagno ove essi vengono a dormire mimetizzati tra i rami e le foglie. All'avvistamento della preda scatta la rivoltella: per vederli venir giù come sassi.

La caccia alle ragazze gli va invece malissimo, per quanto lui ce la metta tutta: nonostante la sua goffaggine, si arrangia a ballare e se la cava pure a suonare la fisarmonica; ma la fama di bullo violento e privo di scrupoli che lo accompagna gli fa attorno terra bruciata. Per cui, quand'anche ci fosse una fanciulla alla quale potesse in qualche modo riuscire simpatico, ci sarebbe sempre un fratello, un parente, un amico di famiglia pronto a mettersi di traverso e a far troncare sul nascere la cosa. Il suo portamento non migliora certo la situazione: lo sguardo cupo sotto le folte sopracciglia perennemente aggrottate, il ghigno diabolico, la voce cavernosa, l'odore selvatico che emana mettono già in guardia; le sue maniere brutali fanno il resto.

Una volta a Villore invita al ballo una ragazza; lei cortesemente rifiuta, e lui per tutta risposta le molla un pestone col tacco dello scarpone. Minacciandola per dipiù: Te pe' stasera tu un balli più co' nessuno, capito?. Alla poveretta non resta che trascorrere il resto della serata aggiaccata in un angolo, mortificata e dolorante. Così le mamme del paese pensano bene di tenersi le figliole in casa ogniqualvolta possa esserci a giro quel bruto.

Lui allora prova ad allargare il suo raggio d'azione, a cambiare aria; ma il risultato non cambia. Finché, incapace di spuntarla sulle ragazze, non finisce col ripiegare sulle bambine; con il risultato che anche i genitori di San Godenzo, Portico di Romagna, San Benedetto in Alpe imparano a tenere gli occhi ben aperti quando in sala è presente il maniaco vicchiese a caccia di ragazzine da palpare: Occhio a quel maiale!. Pacciani rappresenta insomma una vera e propria emergenza pubblica.

Ha ormai venticinque anni quando mette gli occhi addosso alla più procace ragazza di Villore. Lei si chiama Miranda Bugli, ha sedici anni ma ne dimostra molti di più: alta, robusta, ben messa, una carnagione che fa voglia, il volto dai lineamenti forti, il colorito rubicondo di chi trascorre le proprie giornate all'aria aperta. Da tempo il suo fisico è quello di una donna fatta: e che pezzo di donna per i vicchiesi! Al ballo gli occhi maschili son tutti per le sue curve esplosive, ben attenti a scrutare sotto il volteggio della sua gonna. Degna epigona della locandiera goldoniana, la maggiorata villorese ricambia di buon grado tutte queste attenzioni senza stare a preoccuparsi troppo della fama non proprio di santa che già si è fatta in zona.

La ragazza ha alle spalle una situazione familiare un po' precaria: il padre Gino le è morto anni addietro, la madre Ida si è risposata con un contadino di Villore, Carlo Scarpi – anch'egli vedovo – che abita su alla Casanova del Poggiosecco, vicino al bosco della Tassinaia. Miranda vive in quella colonica assieme ai fratelli e ai figlioli dello Scarpi; nella piccola fattoria del patrigno la sua mansione è quella di portare a pascolare le pecore nei verdi Campi da Rio che dando il cambio ai castagni e alle querce della Tassinaia degradano verso il lago di Maioli.

Uomini di tutte le età fanno la corte alla avvenente e disponibile pastorella; finché un bel giorno...patatrac! A quattordici anni la ragazza resta incinta, vedendosi costretta ad abortire. Diventa così più che mai chiacchierata, nella zona le maldicenze che la vogliono protagonista pure di amori mercenari si sprecano e trovare un fidanzato appare adesso più difficile. Chi va a pigliarsi una simile lolita? Pacciani!

All'inizio del '50 i due si fidanzano ufficialmente; del resto il nostro sa bene di non essere neppure lui uno stinco di santo, e così mettere una pietra sopra all'imbarazzante passato della fanciulla non gli riesce troppo difficile. Presto però tra i due giovani emergono delle divergenze tutt'altro che secondarie circa il modo di concepire il proprio legame. Miranda continua infatti a non considerarsi troppo impegnata, non cogliendo la differenza che passa fra il tipo di rapporti coltivati sinora e un fidanzamento: per lei una cosa vale l'altra. Da parte loro la madre e il patrigno – che comunque pensano fin troppo a farsi gli affari propri – non vedrebbero certo di buon occhio quell'avanzo di galera; ma in considerazione dei trascorsi della ragazza si rendono anche conto di non avere grande scelta, vedendosi così costretti ad accettarlo.

Il modo in cui Pietro vive il suo primo amore è invece opposto. Morbosamente innamorato, geloso, possessivo, parla con orgoglio della fidanzata giù in paese: Da quando la sta co' me, la Miranda l'è diventaa più donna dell'artre donne...; così, giocando d'anticipo, egli prova a far tacere tutte quelle malelingue lì in agguato. Quando ha appuntamento con lei si mette la camicia bianca della domenica, si passa la brillantina tra le onde dei riccioli e si profuma perfino. Per darsi più tono, poi, si lascia pure crescere i baffetti.

Ben presto la vallata sperimenta un nuovo divertimento: quello di diffondere storielle sul conto di quella ragazza così facile, allo scopo di mettere la pulce nell'orecchio al suo fidanzato, l'iracondo villano di Paterno. La Miranda la va ni' bosco ho' una guardia forestale, la fa franella ho' i' cenciaiolo: ogni giorno se ne sente una nuova. Pacciani allora diventa ancor più geloso e sospettoso: chiede ai suoi amici se ne sappiano qualcosa, pedina la fidanzata, la spia, la sorveglia in continuazione sbucando improvvisamente fuori ad ogni passo che lei fa; deve verificare se quelle dei paesani sono solo gratuite provocazioni o se c'è sotto qualcosa di vero. Nessun uomo può provarsi a guardarla: La Miranda l'è cibo mio!; e per lei son dolori anche se solo si ferma a parlare con le amiche.

Finché a un certo momento la situazione non si fa per la ragazza del tutto insopportabile: per cui, preso il coraggio a quattro mani, gli comunica la propria decisione di mollarlo. La reazione di lui è però delle più minacciose; puntatale la rivoltella al cuore, la avverte: Se tu mi lasci, t'ammazzo!. Dopodiché, convintosi che sia il patrigno a plagiarla, una sera d'estate gli piomba nel podere come una furia, gli occhi fuori dalle orbite e dimenandosi come un ossesso, rincarando la dose e non mancando neppure di corroborare le proprie minacce facendo riferimento alla guerra da poco scoppiata in Corea: Tu se' te che tu la vo' fa' smette', la Miranda: ma bada che se la mi lascia v'ammazzo tutt'e due, e po' vo 'n Corea volontario.

A rendersi conto della gravità della situazione è allora la sorella maggiore della ragazza, consapevole del reale pericolo rappresentato da quel pazzo furioso. Fa quindi di tutto per convincerlo a lasciar perdere la Miranda: ma lui è irremovibile. Tenta allora di indurre la sorella a lasciare Vicchio, venendo a lavorare a servizio giù a Firenze; lei tuttavia non se la sente, terrorizzata com'è da quello spauracchio: Come fo a lasciallo e a veni' via da qui... questo m'ammazza davvero: e' me lo dice sempre!. I familiari si vedono così costretti a rassegnarsi: soltanto un miracolo a questo punto potrebbe togliere loro dai piedi quell'impiastro.

Una sera Pacciani è a veglia dall'amico Orazio assieme ad altri giovani. La discussione verte attorno alla fedeltà della propria donna: in particolare, ci si confronta sul miglior atteggiamento da tenere nel caso la si sorprendesse assieme a un altro. La linea che emerge dal dibattito è quella più logica: Se la fosse la mi' fidanzata, la mandere' subito a qui' paese; se la fosse la mi' moglie, la buttere' for di hasa!. A restare fuori dal coro è così il solo Pietro: Se succedess' a me, e' un fare' troppi discorsi: l'ammazzere' tutt' e due. E' mi vorre' proprio leva' la soddisfazione....

Con tali presupposti il fidanzamento procede; gli incontri si susseguono al ritmo di un paio la settimana, quando giù a Villore quando alla Tassinaia, nel mentre che la pastorella bada alle pecore.

Dai pressi della Casanova si diparte un sentiero che conduce a Maioli attraversando tutta la foresta: il tipico bosco mugellano che vede un fitto susseguirsi di querceti e castagneti. Percorso il primo tratto in cui la mulattiera discende più ripidamente, si giunge ad un punto della selva in cui la boscaglia si dirada, il terreno spiana per dar vita, a ridosso della mulattiera e ai piedi di un canalone, ad una radura dai boscaioli utilizzata come piazza di una carbonaia: la buca della Tassinaia. Quando piove vi scorre un ruscello che attraversato il sentiero prosegue la propria corsa verso il verde laghetto di Maioli, formatosi anni addietro a seguito di una frana qualche centinaio di metri più a valle.

È in tale bucolico scenario che hanno luogo i convegni amorosi di Pietro e Miranda. Il loro fidanzamento va avanti ormai da più di un anno: e per tagliare la testa al toro, lui insiste perché le nozze vengano celebrate entro l'estate.

Tassinaia

Severino Bonini è un cenciaiolo di Rostolena: quarantun anni, un pezzo d'uomo, da tempo è fidanzato con la Laurina, che abita al Poggiosecco di là. Lavorare la terra nel podere dei suoi non lo entusiasmava, per cui ha scelto d'intraprendere quest'altra attività; camminatore instancabile, è perennemente in giro per i casolari disseminati sulle colline ad acquistare e rivendere pelli secche – di pecora, di coniglio – e ferri vecchi. Ma in fondo al suo sacco possono trovar posto anche vestiti usati, stracci, cianfrusaglie, patate: di tutto. Qualora vi sia qualche buon affare da concludere in Romagna, l'uomo non esita a valicare a piedi l'Alpe di San Benedetto. Oltre al sacco caratteristico e inconfondibile, egli ha sempre con sé una piccola calamita, con cui suole saggiare il ferro.

Tutti nella zona conoscono Sévero, bonaria figura di rigattiere ambulante che con il suo peregrinare unisce come un filo tutta questa parte di montagna, non mancando di assecondare le richieste dei contadini con l'accettare anche il baratto. Quando non è in giro lo straccivendolo se ne sta a Vicchio a lavorare il materiale raccolto nel suo magazzino in via dell'Erta, accanto alla casa della sorella Nunziatina.

Eterno fidanzato, non possedendo una propria dimora al calar della sera lo straccivendolo fa un rapido conteggio di distanze: se è vicino al paese viene a dormire dalla sorella; se invece si trova ancora in montagna si ferma nella borgata di Cuccino, fra Rostolena e Maioli, ove abitano gli altri suoi quattro fratelli. Severino conosce bene anche i Pacciani: diverse volte è passato dall'Aiaccia ad acquistare le pelli, non mancando di salire al podere di Paterno anche nei giorni dei raccolti, a dare una mano a incestare la frutta.

Ai primi di aprile il Bonini nel corso di uno dei suoi giri capita al Poggiosecco, passando anche dallo Scarpi: il quale al momento non ha da dargli granché, ma gli promette per la settimana successiva un po' di stracci. Il cenciaiolo tuttavia un affare riesce a concluderlo lo stesso: con la Miranda, alla quale vende un golfino. La contrattazione va un po' per le lunghe, in quanto da buon mercante Severino lesina fin le dieci lire; il che gli dà modo di ammirare da vicino e senza possibilità di equivoci quelle possenti grazie di cui tanto si chiacchiera tra il popolo maschile. Ben a conoscenza della nomea della ragazza, incomincia così a fare un pensierino sull'unire l'utile al dilettevole in occasione del suo prossimo ritorno alla Casanova.

L'11 aprile '51 è un mercoledì. La sera prima il Bonini si è coricato a Cuccino: la pioggia lo ha sorpreso mentre batteva la collina. Quella mattina si leva di buon'ora; ci son da fare consegne e riscossioni saltate il giorno precedente, approfittando del fatto che non piove. Una veloce colazione, qualche battuta col nipotino al quale promette delle caramelle per la sera e poi, indossati camicia e giubbotto e infilati i pantaloni dentro agli scarponi chiodati, via con il sacco in spalla lungo il sentiero per Maioli. Una sosta al Poggiolo, un salto giù a Trasassi, la risalita al Poggiosecco...la Casanova.

È quasi l'una, e non a caso: sbrigate le incombenze più urgenti, Severino ha adesso il tempo per trattenersi dallo Scarpi, e magari piazzare il colpo con la Miranda. Consegnatigli gli stracci concordati, il padrone di casa, in considerazione dell'ora ed in ossequio alle buone usanze contadine, invita l'ospite a tavola; il cenciaiolo non se lo fa certo dire due volte, sedendosi con loro.

Quel giorno è trafficato anche per Pacciani: interrompendo il lavoro dei campi a metà mattinata deve infatti scendere a Villore, per portarvi ad affilare le lame delle zappe e le vangheggiole del coltro dell'aratro. Riposti gli attrezzi dentro a un sacco s'incammina così anche lui per i boschi, fino a raggiungere l'officina del fabbro. La precedenza spetta ovviamente al suo bel coltello a serramanico, dai nove centimetri di lama. Ma per i ferri agricoli deve aspettare: altri contadini sono difatti in coda davanti alle mole.

Per ingannare l'attesa si scherza, si dicono bischerate, ci si sfotte: con il nuovo arrivo che dà più che mai fiato alle trombe. Paccianino, 'n do' l'ha' messa la tu' bella? – Mah, la sarà ni' bosco holle su' pehore… – Se, le pehore: la sarà ma a fa' all'amore hon carcheduno! – E' ripasso dopo a riprend' e mi' feri!. La provocazione ha sortito l'effetto sperato: piuttosto che star lì a non far nulla se non il bersaglio delle malignità altrui, il nostro preferisce andar su per effettuare uno dei suoi controlli a sorpresa.

Imbocca perciò la stradina di Carbonaia che s'inerpica al Poggiosecco per andare dritto alla Tassinaia. Qui s'imbatte in due donnette, che lo guardano incuriosite: Che v' avee visto la Miranda? – Nooo...la vien più tardi!, come a dire: o grullo il fidanzato sei te e ce lo chiedi a noi… Pietro allora ritorna indietro fino alla Casanova: ove, scorto nell'aia il sacco del Bonini, intuisce che dentro casa dev'essere del movimento. A quel punto si ricorda pure di quel golfino mostratogli dalla fidanzata la domenica, trovandovi una conferma ai propri sospetti; si rimpiatta perciò dietro a un cespuglio, in attesa degli eventi.

Nel frattempo il pranzo va un po' per le lunghe: Severino scherza con la Miranda, con la madre e lo Scarpi che stanno al gioco. Alle due, finalmente, il cenciaiolo si congeda dicendo di doversi recare per un affare dal colono di un podere lì vicino. A Pacciani tuttavia non sfugge che, giunto all'imbocco del sentiero per la Tassinaia, il Bonini vi lascia il sacco, posandolo accanto a un cespuglio: ulteriormente insospettito, egli moltiplica allora la propria attenzione per tutto quanto accade lì attorno.

Difatti di lì a poco dal casolare esce anche la Miranda; la quale, tratte le pecore dall'ovile, si avvia lentamente lungo la mulattiera, sferruzzando a maglia. Presto il suo corteggiatore di giornata è di nuovo lì, e i due riprendono la loro allegra chiacchierata, con l'uomo che si lavora al meglio la pollastra e lei che ride di gusto alle sue battute. Naturale perciò che a un certo punto Severino si faccia più ardito e le proponga di inoltrarsi un altro po' nella foresta; lei dopo qualche timida schermaglia accetta, e i due riprendono la loro passeggiata. Pietro incomincia a sudare freddo: scattato furtivamente nella boscaglia sopra al viottolo e mimetizzandosi tra la vegetazione striscia in mezzo alle frasche tenendo sotto tiro la coppia.

Finché non giunge per il Bonini il momento di passare dalle parole ai fatti: lusingando la ragazza le passa un braccio intorno alle spalle. Lei finge di non accorgersene, mostrandosi concentrata sui suoi ferri; lui allora la cinge alla vita, continuando a chiacchierare con nonchalance. Mentre nel terzo incomodo dietro la siepe la rabbia sta ormai rapidamente montando, il sangue gli corre tutto alla testa e poco ci manca che gli esca pure il fuoco dalle orecchie; eppure fa forza su sé stesso per trattenersi dall'uscire allo scoperto adesso, volendo vedere fino a che punto saranno capaci di spingersi quei due svergognati. Dentro la tasca la mano stringe forte il coltello.

Giunta alla piazzola la coppia si ferma accanto al fosso; Pacciani è impietrito dietro al cespuglio, ormai al colmo del furore: ora può udire distintamente la corrispondenza d'amorosi sensi che i due stanno realizzando con una sorta di contrattazione. Già gli occhi però basterebbero: Severino adesso ha abbracciato la Miranda in maniera parecchio spinta, facendole al contempo proposte altrettanto esplicite; lei sorridendo abbozza un'ultima difesa, ma ormai è chiaro che ci sta. Ma se passa gente… – Via, o chi dee passare?! Giù, e' ti do dumila lire così domani tu ti ci hompr' un ber vestitino a i' mercato: mancava il colpo risolutore, il cenciaiolo lo assesta così.

Pietro dal canto suo si prepara ad agire: mentre la destra impugna già il coltello sguainato, con la sinistra raccoglie un sasso. Un attimo dopo vede quella sgualdrina della fidanzata mettere le chiappe per terra sopra le foglie e aprire le gambe: la gonna tirata su, le mutandine appoggiate su un ramo e la dirompente mammella sinistra che biancheggia fuori dalla veste alla mercé dell'uomo, il quale slacciatisi i pantaloni le si sdraia sopra.

Alla vista di quell'orrendo spettacolo Pacciani salta fuori dal nascondiglio con la furia di un tornado. Prontamente la Miranda nel vederlo apparire, credendolo sopraggiunto soltanto adesso, prende a gridargli: Picchialo, picchialo: m'ha voluta prendere a forza!; mentre Severino, ancora ignaro di quanto sta sopraggiungendo alle sue spalle, si ritrova carponi sull'erba. Non ha neppure il tempo di rialzarsi che l'aggressore lo tramortisce scagliandogli la pietra contro la tempia; dopodiché una tremenda coltellata gli squarcia il cuore.

Alte si levano nella foresta le urla, riecheggiando per la valle di Rio: sulla costa opposta della quale le sente la Bruna, dal Poggiolo di Maioli. Sportasi per osservare, la contadina scorge in lontananza due uomini che si azzuffano sulla mulattiera, per poi scomparire alla sua vista, riconoscendo accanto a loro la sagoma della Miranda.

Per impedire al Bonini di urlare, il carnefice gli assesta tre coltellate alla schiena, a triangolo, ai polmoni, fulminando al contempo la ragazza con un'occhiata: Sta' zitta, che dopo tocca a te!; dopodiché prosegue il macello colpendo selvaggiamente la vittima al cuore, al volto, alla testa. Invano il poveretto protende le braccia per parare i colpi, invano tenta barcollando e grondando sangue di sottrarsi alla mattanza; finché, al diciannovesimo fendente,

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