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Vita nell'antica Roma Repubblicana

Vita nell'antica Roma Repubblicana

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Vita nell'antica Roma Repubblicana

Lunghezza:
441 pagine
5 ore
Pubblicato:
26 mar 2017
ISBN:
9788869631269
Formato:
Libro

Descrizione

Per porre in chiara luce la vita di un popolo nelle sue molteplici varietà, la storia da sola non basta e necessita che sia integrata con gli aspetti societari che l’hanno accompagnata nel divenire. Fiumi d’inchiostro e montagne di carta sono stati impiegati per descrivere secoli e secoli di vita dell’antica Roma, sarebbe quindi pretenzioso volere aggiungere un minimo a quanto illustri letterati di ogni tempo hanno scritto su una civiltà millenaria tanto celebrata.
In un’epoca di globalizzazione verso un processo in cui persone e comportamenti si uniformano alle tendenze dominanti, cancellando così le peculiarità proprie distintive di ogni popolo, con un disinteressato lavoro frutto di notizie raccolte in anni di dedizione, rendo omaggio ai nostri progenitori che con i loro meriti hanno impresso al nostro paese un carattere ben definito che per il trascorrere del tempo è rimasto un distaccato ricordo. Se poi il contenuto del testo dovesse riscuotere il gradimento di qualche lettore, non potrei che essere felice per l’interesse suscitato, ma soprattutto per aver stimolato interesse verso un settore culturale collegato alle nostre origini.
Pubblicato:
26 mar 2017
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9788869631269
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Libro

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Vita nell'antica Roma Repubblicana - Pasquale Frisone

Pasquale Frisone

VITA NELL’ANTICA

ROMA REPUBBLICANA

Elison Publishing

Proprietà letteraria riservata

© 2017 Elison Publishing

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Le richieste per l’utilizzo della presente opera o di parte di essa in un contesto che non sia la lettura privata devono essere inviate a:

Elison Publishing

Via Milano 44

73051 Novoli (LE)

ISBN 9788869631269

INDICE

Un pensiero dell’autore

Prefazione

Cap. I – La famiglia

Cap. II – Il fidanzamento e il matrimonio

Cap. III – I rapporti coniugali e l’omosessualità

Cap. IV – I figli e l’adozione

Cap. V – I giochi dei ragazzi e l’istruzione

Cap. VI – Gli schiavi e i liberti

Cap. VII – I tria nomina e la cittadinanza romana

Cap VIII – Le abitazioni (la domus, le insulae, le villae)

Cap. IX – L’abbigliamento e l’imbellettatura

Cap. X – Gli alimenti (l’olio, il vino, il garum)

Cap. XI – La giornata romana (i patroni e i clienti, gli artigiani, i tonsores, le fullonicae, i mercati alimentari, le thermae)

Cap. XII – Le cene tricliniari

Cap. XIII – Il tempo libero (il gioco, la caccia, la pesca)

Cap. XIV – I ludi (i ludi circenses, il circo Massimo, i ludi gladiatori, l’anfiteatro Flavio, i ludi scaenici)

Cap. XV – La medicina

Cap. XVI – La morte e i funerali

Cap. XVII – La misurazione del tempo e il calendario

Indice dei contenuti

Un pensiero dell’autore

Prefazione

La famiglia

Il fidanzamento e il matrimonio

I rapporti coniugali e l’omosessualità

I figli e l’adozione

I giochi dei ragazzi e l’istruzione

Gli schiavi e i liberti

I tria nomina e la cittadinanza romana

Le abitazioni

L’abbigliamento e l’imbellettatura

Gli alimenti

La giornata romana

Le cene tricliniari

Il tempo libero

I ludi

La medicina

La morte e i funerali

La misurazione del tempo e il calendario

«….. gli Stati nascono, crescono e infine decadono per sazietà

e perché non hanno più nulla da esprimere»

Marco Tullio Cicerone

Un pensiero dell’autore

Per porre in chiara luce il comportamento di un popolo nelle sue molteplici varietà, la storia da sola non basta e necessita che sia integrata con gli aspetti societari che l’hanno accompagnata nel divenire. Fiumi d’inchiostro e montagne di carta sono stati impiegati per descrivere secoli e secoli di vita dell’antica Roma, sarebbe quindi pretenzioso volere aggiungere un minimo a quanto illustri letterati di ogni tempo hanno scritto su una civiltà millenaria tanto celebrata.

In un’epoca di globalizzazione avviata verso un processo in cui persone e comportamenti vanno a uniformarsi alle tendenze dominanti, cancellando così le peculiarità proprie distintive di ogni popolo, con un disinteressato lavoro frutto di notizie raccolte in anni di dedizione, intendo soltanto rendere omaggio ai nostri progenitori che con i loro meriti hanno impresso al nostro paese un carattere ben definito che per il trascorrere del tempo è rimasto un distaccato ricordo. Se poi il contenuto del testo dovesse riscuotere il gradimento di qualche lettore, non potrei che essere felice per l’interesse suscitato, ma soprattutto per aver stimolato interesse verso un settore culturale riconducibile alle nostre origini.

Prefazione

Nessun popolo ha saputo coniugare la qualità guerriera con l’attributo di esportatrice di civiltà come fu capace di fare la remota stirpe romano-italica: l’estensione dei territori conquistati e il numero dei popoli sottomessi lo dimostrano, al pari dei resti di grandiose opere, mute vestigia di un passato illustre, sparse in tutte le regioni che costituirono l’impero.

A Roma era tradizione che durante la guerra le porte del tempio di Giano rimanessero aperte; ebbene dalla nascita della Città fino all’avvento del principato furono chiuse soltanto una volta alla fine delle guerre puniche. Similmente a una valanga inarrestabile, le legioni romane prima travolsero la penisola italica, poi sottomisero tutte le regioni circostanti al bacino Mediterraneo e una grandissima parte dell’Europa, mentre all’interno della società scoppiavano contraddizioni sempre più violente e mai risolte. Nonostante le guerre che si succedevano senza soluzione di continuità, intervallate da lotte sociali, rivolte di schiavi e conflitti civili, il popolo romano progrediva, avvalendosi dell’opera di una smisurata massa schiavile, forza motrice di un’economia trainata dalla valente classe artigiana e commerciale.

Nel continuo ribollio del calderone cittadino, i Quiriti nel percorso della vita assolvevano le attività quotidiane nell’identica misura degli abitanti di qualsiasi epoca e di ogni altra città del mondo. Da bambini giocavano e andavano a scuola, da adulti, pur non trascurando il divertimento, diventavano abili artigiani, valorosi combattenti, si sposavano e come avviene a ogni essere vivente, si ammalavano e morivano, secondo un consuetudinario cliché in cui i cambiamenti, alla stessa stregua di tutte le società antiche, avvenivano quasi mai repentinamente, bensì per gradi e in tempi lunghi, a volta attraverso il trascorrere di secoli.

Ma quali erano i comportamenti quotidiani dei Quiriti? Cosa e come mangiavano? Dove andavano a divertirsi? Con quale rito si sposavano? E che avveniva quando morivano? Insomma quali erano gli aspetti della vita quotidiana che i nostri progenitori conducevano dalla nascita sino alla fine dei loro giorni?

Attingendo a fonti storiche classiche (Gellio, Livio, Plinio, Plutarco, Svetonio …) e moderne (Carcorpino, Michelet, Mommsen, Veyne, Finley …) e ad altre minori altrettanto credibili, ho cercato di dare a ciascuna di tante domande una risposta argomentata basata sull’età repubblicana, il periodo storico di Roma più affascinante, per i grandissimi personaggi che la Città eterna ha espresso. Talvolta, al fine di approfondire i temi esposti e per iniziare e chiudere col dovuto criterio un percorso intrapreso, ho esteso lo studio alle epoche attigue alla repubblica: monarchia e impero, e in qualche circostanza a suffragio di una riflessione, di un avvenimento o di una particolarità, mi sono avvalso di appropriati componimenti poetici, citazioni e racconti di famosi letterati della latinità, riportati in corsivo.

Ad esempio, nel capitolo primo dedicato alla famiglia, per presentare in tutta la sua durezza l’auctoritas esercitata del pater familias sui congiunti, ho ritenuto calzante riprodurre quanto Cicerone e Livio scrivono rispettivamente a proposito di Appio Claudio Cieco e di tre personaggi di tre generazioni contigue della gens Manlia. Nella parte riservata alla schiavitù e ai liberti, alla descrizione della forma di manumissione perfetta (manumissio vindicta) ho abbinato il racconto di Plutarco sullo schiavo Vindicio dal quale tale forma di liberazione prese il nome. E quando mi si è presentata l’opportunità, non ho rinunciato a condire l’argomento trattato, con salaci motteggi e poesie dei caustici Marziale, Giovenale e Orazio. Scrivendo dei gladiatori, non ho potuto fare a meno d’invadere il campo dell’impero e visitare fugacemente il Colosseo. Lo stesso criterio di sconfinare nelle epoche attigue alla repubblica, è valso per alcuni argomenti, quali le corse dei carri nel Circo Massimo, che hanno interessato tutti e tre evi della vita di Roma. E infine trattando il calendario elaborato in principio da Romolo e modificato dai governanti successivi, ho ritenuto opportuno portare a compimento il relativo capitolo con un compendio attinente all’epoca attuale.

Nella stesura dell’opera, per un sentito atto di amore verso una grande civiltà passata, ho provato con discrezione a osservare il modo di vivere dei nostri progenitori e cercare di comprendere quel mondo consumato dal tempo e ormai inesistente. L’indagine è incominciata dalla famiglia, la cellula più piccola della collettività, chiaro mezzo rivelatore dello stato evolutivo raggiunto dal popolo, ed è terminata col calendario, ovverosia col sistema adottato dall’uomo per suddividere il tempo in identici cicli ricorrenti, rimasto di soluzione imperfetta per parecchi secoli.

I

La famiglia

Fin dalle remote origini la tipologia della famiglia umana ha subìto trasformazioni, adattandosi di volta in volta alla società della quale è cellula costitutiva, ma pur assumendo nelle diverse situazioni sociali e culturali una straordinaria varietà di forme tali da rendere dubbiosa la precisazione di un tratto distintivo che la caratterizzi in ogni circostanza, ha conservato sempre come ultimo fine la volontà di riprodurre e perpetuare sul piano biologico e culturale la collettività di cui è parte essenziale.

Per quanto riguarda il significato sociale di famiglia, nel termine stesso latino di familia risiedono i concetti fondamentali sia della gens di appartenenza, comprensiva di persone con lo stesso nome gentilizio e dalla discendenza da un capostipite in comune, sia dell’insieme d’individui soggetti al pater familias (padre di famiglia), schiavi compresi, come il vocabolo famulus (schiavo, servo, domestico), identico nella radice fam a quello della voce familia, chiaramente richiama.

L’antica famiglia romana dissomigliava fondamentalmente da quella attuale, giacché nel raffronto con quella d’oggi, la sola caratteristica condivisa ed emergente sta nel legame di sangue tra i singoli membri. A tenerla unita non era il rapporto d’amore o l’affetto fra i suoi elementi, e nemmeno la parentela tra i congiunti, ma la completa sottomissione al pater familias, il capo assoluto che all’interno del piccolo nucleo sociale rappresentava nello stesso tempo il dio vivente e il sacerdote, dal momento che spettava a lui celebrare i riti familiari sacrificali, aiutato dai figli che col nome di camilli lo assistevano, porgendogli gli strumenti da utilizzare per l’immolazione delle vittime. Si trattava, in complesso, di un nucleo sociale di struttura patriarcale, impostato su schemi rigidi e fredde regole e sottomesso al padre padrone che esercitava un’autorità indiscutibile su tutto il micro-mondo a lui circostante.

Nella remota antichità per figli, moglie e schiavi il pater familias rappresentava un’autentica divinità vivente; tutti gli dèi s’invocavano con il nome di Padri, tuttavia soltanto lui era considerato il dio in vita di chi si raccoglieva dinnanzi al focolare domestico; soltanto al capo famiglia appartenevano la terra, il sacrificio e l’asta. Unicamente chi impugnava l’asta, simboleggiando di sostenere con le armi le sue legittime richieste, era padrone della terra e per lo ius Quiritium (diritto dei Quiriti) aveva anche il diritto di eredità e di entrare in possesso dei beni conquistati al nemico. La terra posseduta, secondo il primitivo ordinamento giuridico, passava con la lancia da padre in figlio, e se il capofamiglia avesse voluto stabilire altrimenti, avrebbe dovuto porre la questione davanti ai comizi curiati, l’assemblea popolare deputata ad approvare il cambiamento (Michelet). L’impegno morale del genitore nei confronti dei figli, per quel che riguardava la trasmissione dei beni, era tanto avvertito dai Romani, da essere considerato delitto la dissipazione del patrimonio avito a danno della prole (Mommesen).

La primitiva giurisprudenza romana reputava il potere assoluto (manus o conventio in manus) del capofamiglia un’emanazione del diritto di proprietà che valicava le mura domestiche e si estendeva anche alla parentela discendente e collaterale. Solo i figli delle figlie appartenevano al nonno paterno; i figli celibi o sposati e le nuore, erano considerati di proprietà del capofamiglia e per tale ragione potevano essere percossi, incarcerati, dati in pegno come forza lavoro (nexum) e per lo ius vendendi (diritto di vendita) essere venduti come schiavi e sottoposti a pena di morte (necis potestas). Perfino i figli maschi maggiorenni, sposati e usciti dalla casa paterna, sottostavano all’autctoritas (autorevolezza, autorità) del capo famiglia. Il padre durante la sua vita aveva il permesso di prendere misure dannose nei confronti dei figli, poiché la legge era moderata nelle limitazioni personali del proprietario e ordinariamente gli concedeva la facoltà di disporre liberamente di tutto il suo patrimonio.

Il rapporto giuridico tra i congiunti era molto simile, se non peggiore, da quello allora esistente tra padrone e persone completamente asservite, poiché se un padrone vendeva il servo e il padre vendeva il figlio, e l’acquirente concedeva la libertà a entrambi, il servo riacquistava la libertà mentre il figlio ritornava sotto la podestà del padre e affinché fosse svincolato definitivamente dall’autorità paterna, per legge doveva essere venduto e riscattato per ben tre volte. In pratica era più facile allo schiavo riacquistare la libertà dal padrone, anziché al figlio di liberarsi dall’oppressivo potere paterno. In questo genere particolare di compravendita se l’acquirente era uno straniero, il figlio venduto diventava suo schiavo, in caso di compratore romano, il figlio assumeva la posizione di servo di fatto e non di diritto, perché la legge vietava ai Quiriti di tenere in schiavitù persone di cittadinanza romana.

Raffrontati ai nostri tempi, quei rigidi rapporti familiari, peraltro sostenuti da un’altrettanta rigorosa legge, sono considerati di severità eccessiva, ma sulla loro durezza poggiava la stabilità e la compattezza delle famiglie, il cui insieme formava il solido fondamento dello Stato romano. Difatti le famiglie e non i singoli individui costituivano la salda base della società di allora.

I diritti di schiavi e dei familiari restavano quindi sospesi fin quando il padrone di casa era in vita. La sottomissione al pater familias veniva a cessare alla sua morte, solo allora i figli gli subentravano, diventavano a loro volta capi di casa e acquistavano sulle mogli e sui propri figli gli stessi diritti esercitati dal padre fino a quando era rimasto in vita; la madre passava sotto la loro tutela e le sorelle sotto la autorità dei fratelli, mentre gli schiavi conservavano l’identica posizione giuridica.

Lo Stato dava ai figli emancipati la capacità di diritto pubblico, cioè la possibilità di partecipare alla vita politica della repubblica (assemblee, votazioni, elezioni) - sia da elettori, sia da canditati -, ma titolare del diritto privato rimaneva sempre e unicamente il capo famiglia.

Appio Claudio, soprannominato il Cieco e ricordato per aver costruito da censore la via Appia (regina viarum) che da Roma andava a Capua, conservò per tutta la vita grande energia e forza d’animo. Da vecchio, non essendo più in grado di camminare, si fece trasportare nella Curia su di una lettiga e con un discorso di grande abilità oratoria convinse il Senato a rifiutare le proposte di pace offerte da Pirro in un momento di difficoltà per i Romani. Benché fosse diventato decrepito, non aveva perso il carattere forte e autoritario e comandava dispoticamente tutta la sua famiglia formata da quattro figli di rango consolare, cinque figlie e una schiera di clienti, oltre che da una pletora di schiavi. Scrive Cicerone in De senectude (La vecchiaia): «Appio, vecchio e cieco, comandava su quattro robusti figli, cinque figlie, una grande casa e una nutrita clientela. Aveva l’animo sempre teso come un arco che la vecchiaia non aveva potuto allentare. Possedeva non solo l’autorità, ma anche il comando sopra i suoi. I servi lo temevano, i figli lo riverivano; tutti lo tenevano caro. In quella casa si rispettavano gli antichi costumi e la disciplina».

Il cittadino romano anche se raggiungeva le più alte cariche dello Stato, per legge diventava proprietario di un patrimonio personale solo alla morte del padre; fino al funesto evento poteva disporre semplicemente di un’eventuale elargizione (peculio) in denaro o in terreno, messa a disposizione dal genitore e in ogni momento revocabile.

Quinto Fabio Massimo Rulliano, bisnonno del più conosciuto omonimo Quinto Fabio Massimo Temporeggiatore (cunctator), divenuto famoso per aver tenuto in scacco Annibale con una tattica di guerriglia durante gli anni bui della seconda guerra punica, era stato cinque volte console e aveva celebrato più di una volta il trionfo per aver vinto importanti guerre. In vecchiaia partecipò a una spedizione militare col grado di luogotenente del figlio console. Cessata la guerra, mentre a cavallo insieme con altri reduci seguiva il corteo trionfale del figlio vincitore, si vantava di essere il padrone di un discendente molto glorioso; per quel motivo considerava se stesso il più importante dei cittadini.

L’episodio evidenzia che un massimo magistrato della Repubblica, nei casi in cui rivestiva una carica dello Stato, deteneva il potere di comando politico e militare sul genitore, ma in àmbito familiare, in qualità di figlio aveva l’obbligo di sottostare al dominio del padre. Venendo a mancare i sentimenti d’amore che congiungono i padri ai figli e riducendosi il legame pressoché a un arido rapporto regolato dalle norme giuridiche, nei momenti di difficoltà economica i figli, per l’impossibilità di poter contare su di un patrimonio personale, ricorsero spesso all’assassinio del padre, quale unico mezzo per entrare in possesso dei suoi beni. Il parricidio, forma abbietta d’omicidio, e termine con cui oltre l’uccisione del genitore era definito l’assassinio di qualunque altro libero cittadino romano, percorse in lungo e in largo la società romana tanto da divenire un’autentica nevrosi nazionale (Veyne).

Lo Stato, per arginare l’efferato delitto, emanò una legge che puniva gli uccisori dei propri padri con una delle più atroci pene capitali: la morte dentro un sacco di cuoio (culleum). I carnefici dopo aver fustigato il condannato con verghe ricavate da rami di alberi sacri alle deità infernali, lo cucivano dentro un sacco di cuoio o di tessuto ricoperto di pece, simboleggiante la separazione del parricida dal resto dell’universo, causata dall’orrendo crimine commesso. Nel contenitore che sarebbe stato la sua tomba, con il reo venivano chiusi una scimmia (o un’ape), un cane, una vipera, e un gallo. Interpretazioni simboliche divergenti e dubbie sono state date nel tempo ai quattro animali. L’unica certezza è che le bestie, sentendosi intrappolate, si rivoltavano contro l’uomo tenuto prigioniero e lo tormentavano in attesa che sopraggiungesse la morte. Completate le operazioni preliminari, i giustizieri issavano il sacco su un carro trainato da un bue nero e lo trasportavano verso un vicino fiume o in riva al mare e appena giunto a destinazione lo scaraventavano in acqua.

Nella rigidità dei rapporti quotidiani tra padre e figlio il rispetto delle regole prevaleva sul vincolo di sangue e raggiungeva l’eccesso nella vita militare: espressivi gli episodi legati a tre personaggi di tre generazioni contigue, tutti appartenenti alla famiglia dei Manlii. A volerli giudicare con un metro adoperato ai giorni d’oggi, le vicende ci raccapricciano, ma nello stesso tempo ci illuminano sulla durezza delle relazioni esistenti tra i padri e i figli.

Lucio Manlio era stato nominato dittatore dal Senato, affinché potesse essere celebrata una particolare pubblica cerimonia chiamata fissione del chiodo, un rito particolare che richiedeva la partecipazione del magistrato più alto in grado. Da due anni gli dèi sembravano accanirsi contro Roma; a una pestilenza, si era aggiunta l’inondazione della città dovuta allo straripamento del Tevere e nonostante si fosse fatto tutto l’umanamente possibile per placare l’ira degli dei, anche con l’istituzione di ludi scenici in cui partecipavano danzatori e suonatori chiamati per l’occasione dall’Etruria, le sventure non erano cessate nemmeno dopo le suppliche rivolte alle divinità. Gli anziani si ricordarono allora di una cerimonia istituita un anno dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo. Il rito dal III secolo avanti Cristo era caduto in disuso e consisteva nella fissione di un chiodo da parte del dittatore, sul lato destro del tempio di Giove Ottimo Massimo, dalla parte della cappella di Minerva, la dea della memoria (mens, menervare) alla quale si attribuiva l’invenzione dei numeri. Si credeva che i chiodi rappresentassero il segno del passaggio degli anni e fin dai tempi remoti erano piantati a scopo di purificazione nel tempio di Bolsena, dedicato alla divinità etrusca Norzia. La cerimonia della fissione del chiodo si svolgeva nel giorno delle idi di Settembre (13 Settembre), e in principio era stata assegnata ai consoli, però quando fu istituita la magistratura della dittatura, la competenza passò al dittatore, la massima autorità – anche se straordinaria – dell’ordinamento statale.

Quasi che fosse stato eletto non per compiere una funzione religiosa, ma per un’estrema necessità militare, Lucio Manlio, uomo d’indole bellicosa, e desideroso di muovere guerra agli Ernici, indisse un reclutamento tra i cittadini e multò e dispose che i renitenti alla coscrizione fossero puniti con il carcere e con pene corporali. Il comportamento odioso travalicò il limite nei confronti dei concittadini, ma soprattutto nei riguardi del figlio Tito Manlio, tanto da meritargli il soprannome di Imperioso. Le colpe del ragazzo, se tali si potevano definire, erano quelle di essere rozzo nel parlare e di non avere la lingua sciolta. Tali motivazioni furono più che sufficienti al padre per proibirgli di frequentare il Foro, vietargli la compagnia degli altri giovani e, alla stregua di un troglodita, relegarlo a una vita di campagna, privandolo delle cure e di un trattamento di cui ogni essere umano nei casi del genere avrebbe avuto bisogno. Per il comportamento spietato nei confronti della cittadinanza romana e soprattutto verso il figlio, Lucio Manlio fu citato in giudizio dal tribuno della plebe Marco Pomponio e costretto a dimettersi.

Le accuse mosse a Manlio Imperioso colpirono l’animo del figlio Tito, che mal sopportando di essere lui il motivo dell’incriminazione, prese una decisione degna di un animo nobile e d’inaspettato amore filiale, nonostante fosse stato sottoposto dal padre a un trattamento rozzo e brutale. Il giovane si avviò dalla campagna verso la città e quando giunse presso l’abitazione del tribuno Marco Pomponio chiese di essere ricevuto e di appartarsi con lui per parlare.

Pomponio, credendo che Tito Manlio avrebbe prodotto nuove prove necessarie a far condannare il padre Lucio, lo ricevette in privato. Appena tutti gli altri abitanti della casa si allontanarono, inaspettatamente Manlio afferrò il tribuno tra le sue robuste braccia, estrasse un coltello che teneva nascosto sotto la tunica e puntandoglielo al collo lo costrinse a giurare di non convocare mai l’assemblea della plebe, in modo che le accuse mosse al padre decadessero.

Marco Pomponio in futuro rivelò pubblicamente il motivo del ritiro dall’accusa, dichiarando di essere stato costretto con la forza, ma nell’animo del popolo l’amore filiale dimostrato da Tito Manlio prevalse sulla volontà di procedere nei confronti di un imputato altezzoso e crudele. A Lucio Manlio Imperioso fu evitata l’umiliazione di difendersi in tribunale dalle accuse di aver maltrattato il figlio, e l’atto di forza nei confronti di Pomponio tornò a merito del giovane che fu eletto dal popolo tribuno militare.

Sotto le armi il giovane Tito Manlio era impegnato in una campagna di guerra nella quale i Romani su una sponda del fiume Aniene si contrapponevano ai Galli schierati sull’altra riva. A separare i due eserciti c’era un ponte che nessuno dei contendenti voleva tagliare per non dimostrare al nemico segni di paura. Le forze in campo si equilibravano e nessuna parte riusciva a prevalere sull’altra, quando un Gallo di statura gigantesca s’incamminò sul ponte sfidando a viva voce chiunque dei Romani avesse voluto battersi con lui. L’esito della sfida avrebbe sancito quale dei due popoli fosse il più valoroso in guerra.

La grande corporatura del Gallo solo a guardarla incuteva paura e nessuno dei romani osava farsi avanti, fuorché Manlio che si presentò al dittatore e gli chiese il permesso di battersi. Ricevuto il consenso, il giovane Manlio fu aiutato dai commilitoni ad armarsi di tutto punto, e si avviò ad affrontare il nemico in duello.

Dopo che i due eserciti si disposero in cerchio attorno ai due sfidanti, il combattimento ebbe inizio.

A sferrare il primo colpo fu il guerriero gallico il quale con la sua lunga spada calò un fendente. Il Romano riuscì a schivarlo e prima che l’altro duellante potesse alzare nuovamente la spada per replicare, con due veloci colpi consecutivi di gladio lo trafisse alla pancia e al ventre.

Il Gallo stramazzò al suolo ma Tito Manlio non infierì sul suo corpo, lo spogliò soltanto da un’appariscente collana e la indossò sebbene fosse intrisa di sangue.

I commilitoni abbandonarono i ranghi e gli vennero incontro, si complimentarono con lui e insieme andarono dal dittatore che lo elogiò pubblicamente davanti alla legione schierata e in premio al valore dimostrato gli regalò un’altra collana d’oro.

Da quel giorno Tito Manlio, in ricordo del nemico ucciso al quale strappò la collana, fu chiamato Torquato (con la collana al collo), da torques (collana), e tutti i discendenti famigliari si fregiarono di quel soprannome.

Erano trascorsi ormai una quindicina d’anni dal giorno dell’epico duello col guerriero gallico e Tito Manlio Torquato era diventato console e comandava un esercito impegnato nella guerra contro i Latini, un popolo simile ai Romani per lingua, costumi e armamento militare, inoltre, soldati, centurioni e tribuni militari, sia Latini sia Romani si erano trovati nel tempo passato a militare sotto le stesse insegne. Per impedire ai soldati romani di commettere l’errore di scambiare i nemici per commilitoni o viceversa, i consoli in persona ordinarono a tutti i loro uomini di non ingaggiare battaglia fuori dalle proprie fila.

Un giorno avvenne che al comando di uno squadrone di cavalleria mandato in esplorazione vi fosse Tito Manlio, figlio di Tito Manlio Torquato, uno dei due consoli che aveva imposto il divieto. Giunto vicino al campo nemico, al giovane Tito andarono incontro alcuni cavalieri tuscolani guidati da Gemino Mecio, un graduato che lo conosceva, così come si conoscevano tutti i personaggi più illustri delle due parti in guerra, e lo provocò sfidandolo a duello per dimostrargli quanto i Latini fossero più abili dei Romani nel combattimento.

Punto nell’orgoglio e immemore dell’ordine ricevuto dal padre console, il giovane romano accettò la sfida. Dopo che tutti gli altri cavalieri si furono messi da parte, i duellanti si scagliarono lancia in resta l’uno contro l’altro. Al primo scontro Gemino fu disarcionato dal cavallo e Manlio ne approfittò per trapassarlo con la lancia dal collo al costato. Tolte le spoglie al nemico caduto, il giovane romano rientrò trionfante tra i cavalieri amici e con loro si diresse verso l’accampamento, ignaro dell’atroce destino che lo attendeva. Appena giunse al campo, corse felice incontro al padre e gli consegnò le armi del cavaliere vinto, mentre gli narrava i particolari della sfida; per la vittoria riportata sul nemico, credeva di riscuotere gli elogi dal genitore, ma alla fine del discorso il console volse lo sguardo da un’altra parte e smettendo di guardare il figlio in viso ordinò al suonatore di corno di battere l’adunata.

Dopo che la legione fu schierata, Manlio Torquato tenne un discorso di natura opposta a quella che Tito Manlio si aspettava; invece di lodare il figlio, inveì contro di lui, perché ingaggiando battaglia contro il nemico, aveva trasgredito l’ordine che egli, console e allo stesso tempo padre, aveva impartito. Non osservando la consegna ricevuta, aveva violato la disciplina militare, elemento basilare della potenza romana. Pertanto, invece di far pagare alla Repubblica le colpe della disobbedienza del figlio, era meglio che a risponderne fosse la famiglia dei Manlii. Un esempio, anche se doloroso, sarebbe servito da monito per la gioventù futura. Certo che il coraggio dimostrato dal giovane nel duello e l’amore filiale rendevano ardua la severa decisione da prendere, ma se quella trasgressione fosse rimasta impunita, il rispetto degli ordini sarebbe divenuto facoltativo e i comandi dei consoli avrebbero corso il rischio di essere trasgrediti. Se Tito quindi si riteneva suo degno figlio, doveva accettare l’estrema punizione causata dalla disobbedienza verso di lui, padre e console.

Finita l’arringa, Torquato ordinò a uno dei suoi ventiquattro littori di legare il figlio al palo e di decapitarlo.

Tirando le fila degli episodi che interessarono tre generazioni, si desume che: Lucio Manlio l’Imperioso aveva trattato con disumanità il figlio poco felice nell’esposizione orale e ruvido nei modi, colpevole per quelle limitazioni di apparire indegno all’appartenenza di una nobile famiglia romana. Da dittatore aveva usato il pugno duro con i cittadini, quindi non poteva farsi intenerire dall’amore filiale, anzi affinché tutti fossero informati che la sua autorità non poteva e non doveva essere influenzata da alcuno, e a maggior ragione da chi era legato a lui da uno stretto vincolo di parentela, aveva dimostrato una severità assoluta nei confronti del figlio, emarginandolo con la costrizione di vivere ai limiti della società.

Il giovane Tito Manlio, per quelle che noi oggi avremmo considerato delle vere e proprie vessazioni, non covò risentimento, accettò le imposizioni del genitore e quando il padre fu citato in giudizio dal tribuno della plebe Marco Pomponio, dentro di lui non prevalse il rancore, bensì la devozione filiale e pur di scagionarlo arrivò a minacciare il tribuno. L’asprezza della vita cui era stato sottoposto servì a far crescere Tito Manlio secondo lo schema rigido dei rapporti esistenti tra genitori e figli, forgiandolo nello stesso tempo al rispetto della gerarchia militare e paterna; mentre militava nella legione, infatti, raccolse la sfida del guerriero gallico solo dopo aver avuto l’assenso del comandante, perché qualora gli fosse stato negato, non si sarebbe mai battuto nemmeno se avesse avuto la certezza della vittoria. E divenuto console non esitò a punire con la pena capitale la disobbedienza del figlio; cresciuto nella convinzione dei valori inculcatigli dal padre, non intendeva permettere, indulgendo nei confronti del figlio, che fossero messi in discussione i princìpi fondanti sui quali poggiava la Repubblica. Sopra di tutto c’erano le rigide regole da rispettare dalle quali non si doveva deviare; al primo posto veniva l’obbedienza incondizionata all’autorità paterna e consolare, i rapporti di amore o di affetto dovevano essere considerati secondari.

E’ vero che la patria potestas conferiva al pater familias il potere assoluto sui familiari, ma si deve anche riconoscere che il capo famiglia ne abusò raramente e piuttosto si avvalse dell’incontrastabile autorità genitoriale per imporre ai congiunti una salutare disciplina; quando si manifestava la necessità di prendere decisioni di una certa importanza, di solito si consultava con i parenti più prossimi, il parere dei quali sebbene non fosse vincolante dal lato legale, era senz’altro costrittivo dal punto di vista etico.

Nell’ultima parte di vita della Repubblica l’opinione pubblica risentì dell’allentamento morale dei costumi e ritenne eccessiva la severità del passato; l’autorità (auctoritas) del capo famiglia seguì il declino dei valori etici della società e divenne più mite. La patria potestà che era stata fino allora esercitata in atrocitate (durezza) fu resa meno oppressiva e finì per essere praticata in pietate (indulgenza): patria potestas in pietate debet non in atrocitate consistere (il diritto di potere sulla famiglia deve consistere nell’indulgenza, non nella durezza). Nell’animo del padre incominciava a crescere, nei confronti degli altri membri familiari, la sensibilità che per secoli era stata un sentimento sconosciuto.

Quanto a sottomissione al capo famiglia non erano certo le donne a stare meglio dei figli nella Roma repubblicana; indicativa l’espressione di Cicerone il quale sosteneva che laddove non si riusciva a impartire ordini agli schiavi e alle donne, la stabilità sociale correva un grave rischio. L’evoluzione femminile, ritenuta un elemento destabilizzante del sistema costituito, era tenuta a freno, ma ovviamente come a ogni buona regola che si rispetti non mancavano le eccezioni.

Cornelia, figlia del glorioso Scipione l’Africano, amava circondarsi da retori e sofisti greci, suoi consueti commensali; donna superba e ambiziosa, assunse come maestri i filosofi Diofane e Blossio da Cuma per insegnare ai figli Tiberio e Gaio Gracco, l’eloquenza, l’arte di usare la parola con estrema facilità, nella quale i due famosi tribuni della plebe superarono tutti i coetanei. E Fulvia, erudita moglie del triumviro Antonio e conoscitrice dei classici greci, non disdegnava conversare nei salotti frequentati dagli uomini.

Qualche rondine non faceva però primavera. Le donne non avevano diritti politici, vale a dire non potevano votare, eleggere o essere elette, e non avevano piena personalità giuridica. Al pari degli schiavi, pur rimanendo incontrastate padrone di casa, non erano titolari di diritti civili. Sottoposte alla manus del padre o del marito, che su di loro esercitavano funzioni di tutori, non avevano la facoltà di condurre operazioni finanziarie o di produrre testamento, né potevano adottare o testimoniare e tanto meno avere in affido i figli minori e qualora fossero rimaste orfane o vedove, la tutela sarebbe passata al parente maschio più prossimo.

Tirando le somme, una femmina di malaffare si differenziava da una matrona di nobili virtù soltanto sotto l’aspetto etico-sociale; quanto a diritti civili o politici entrambe stavano pressappoco sullo stesso piano.

Le donne che facevano parte del mondo della prostituzione o dello spettacolo, di solito venivano da fuori Roma e appartenevano a una classe sociale infima. Una legge di stampo maschilista e impregnata di perbenismo le opprimeva più di quanto gravasse sulle donne di buona famiglia. Su di esse pesava la proibizione di sposarsi, di trasmettere diritti civili, di coprirsi il capo o portare il mantello, simboli di distinzione e rispettabilità, questi ultimi, riservati alle matrone romane.

A suffragio del machismo e della discriminazione delle donne, i giuristi romani portavano a pretesto le qualità negative, che a loro avviso erano proprie del sesso femminile: ignoranza della legge, debolezza sessuale, inferiorità naturale, leggerezza d’animo.

Soltanto le vergini Vestali sfuggivano alle ferree regole che vessavano le persone di sesso femminile, però l’emancipazione avveniva dopo un servizio sacerdotale trentennale durante il quale, sotto la tutela del Pontefice Massimo, avevano l’obbligo di alimentare il fuoco perpetuo sacro alla dea Vesta e di mantenere la verginità. Al termine dell’opera religiosa prestata, cessava il divieto di matrimonio connaturato ai voti presi, ed erano ricompensate con notevoli privilegi per i doveri e i sacrifici cui erano state sottoposte per tanti anni; ricevevano il diritto di testare ed erano salvaguardate dalla tutela e della capitis deminutio minima (diminuzione minima dei diritti), applicata a chiunque avesse cambiato lo stato familiare non riguardante la perdita della cittadinanza o della libertà. Inoltre potevano testimoniare senza prestare il giuramento di rito e a morte avevano diritto di essere sepolte dentro il pomerium (la sacra cintura cittadina).

II

Il fidanzamento e il matrimonio

Com’è naturale, i rappresentanti dei due sessi si univano in connubio per formare la famiglia, ma affinché l’unione potesse essere celebrata, la donna doveva avere almeno l’età di dodici anni, anche se iscrizioni funerarie attestano che ragazze andarono in spose più giovani, mentre per l’uomo l’età minima stabilita era di diciassette anni. In ogni caso il matrimonio al compimento del rito, era valido a tutti gli effetti, non necessitava che fosse consumato, poiché la mancanza di rapporti tra i due coniugi non era ritenuta un motivo valido per scioglierlo. La legge ammetteva l’unione tra cugini, ma la vietava tra i parenti più stretti: tra fratello e sorella o tra zio e nipote, difatti l’imperatore Claudio per sposare in quarte nozze la nipote Giulia Agrippina dovette sottoporre all’approvazione del Senato una variante sulla legge che regolava il matrimonio fra parenti.

Il fidanzamento e il successivo matrimonio, nella maggioranza dei casi, non avvenivano per libera scelta dei futuri sposi, ma erano combinati dai genitori. Sui sentimenti di amore prevaleva la volontà delle famiglie che tramite l’intreccio matrimoniale dei figli cercavano di perseguire l’interesse del casato o di accrescere il peso politico in seno alla società, però nulla impediva che tra due coniugi sposati per convenienza potesse sbocciare l’amore, come accadde tra Marco Giunio Bruto e Porcia. Porcia era figlia di Catone Uticense che si tolse la vita conficcandosi la spada nel ventre dopo la sconfitta subita dalla fazione degli Ottimati a Tapso, e per opportunità politica era stata data in moglie a Bruto, uno degli uccisori di Giulio Cesare. La donna, quando venne a sapere della morte del marito che si era suicidato in seguito alla disfatta di Filippi, entrò in crisi depressiva e cercò in tutti i modi di uccidersi. I parenti per impedirle il suicidio portarono via dalla casa qualunque oggetto potesse essere usato come arma ma Porcia, addolorata per la perdita del marito che amava, e ferma nella decisione di uccidersi, si mise in bocca i carboni ardenti tolti dal camino e li inghiottì per non sopravvivere al dolore che una sorte malevola le aveva riservato.

In età repubblicana le famiglie d’elevato rango sociale combinavano il matrimonio dei figli per allacciare, con lo sposalizio, rapporti commerciali o

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