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Ancona 1848-1870. Storia narrativa della città: Dallo Stato Pontificio a Roma capitale

Ancona 1848-1870. Storia narrativa della città: Dallo Stato Pontificio a Roma capitale

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Ancona 1848-1870. Storia narrativa della città: Dallo Stato Pontificio a Roma capitale

Lunghezza:
366 pagine
5 ore
Pubblicato:
17 mar 2017
ISBN:
9788898275540
Formato:
Libro

Descrizione

Il volume traccia narrativamente la storia di Ancona nel passaggio dall'età pontificia all'unificazione politica del Regno, un arco di tempo compreso tra il pontificato di Pio IX e la proclamazione di Roma capitale. Di questa evoluzione, in un tentativo di storia “totale”, vengono delineate le varie componenti: politica, amministrativa, economica, sociale, culturale e urbanistica. Una particolare attenzione è dedicata al ruolo che l'importante comunità israelitica cittadina ha svolto in questa vicenda.

L'autore
Ercole Sori (Pievebovigliana, 1943), già professore ordinario di storia economica presso la Facoltà di Economia dell'Università politecnica delle Marche, attualmente dirige il Centro Sammarinese di Studi Storici presso l'Università degli studi di San Marino. I sui lavori, oltre alla storia economica, hanno riguardato temi come la storia dell'emigrazione italiana, la storia urbana, la demografia storica e l'ecostoria.
Pubblicato:
17 mar 2017
ISBN:
9788898275540
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Libro

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Ancona 1848-1870. Storia narrativa della città - Ercole Sori

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Tramonto e risorgimento: 1848-1860

Anacronismi

Ciò che accade tra 1848 e 1860 può essere condensato nelle due formule di tramonto dello Stato Pontificio e di risorgimento nazionale, cioè il percorso che conduce i diversi Stati della Penisola verso l'unificazione politica dell'Italia. Per la verità entrambi i processi sono iniziati prima, ma è dal '48 che si comincia a fare sul serio in tutta l'Europa occidentale e centrale. Il quarantotto matura in alcuni grandi contenitori. Il primo è la crisi economica del 1845-47, ancora una volta innescata dai cattivi raccolti agricoli del 1845 e 1846. Il secondo accoglie le contraddizioni di un'incipiente industrializzazione e del manifestarsi di una questione sociale, che in Francia e, soprattutto, in Inghilterra sta assumendo i contorni dello scontro di classe. Il terzo condensa malumori e aspirazioni frustrate in tema di democratizzazione politica e di riscatto nazionale, che le borghesie liberali rivendicano in Francia, negli Stati tedeschi, in Prussia, nell'Impero Asburgico e in Italia. Nello Stato Pontificio, in particolare, l'ascesa al soglio di Pio IX (1846) e il suo blando riformismo agiscono da fomite della dinamica e del dissenso politici[1].

Il quarantotto segna dunque il punto di massima crisi della Restaurazione post-napoleonica e indica come non più sostenibile lo stridente attrito tra i diversi livelli di sviluppo economico, di libertà e di partecipazione politica esistenti in Europa, un campo di variabilità ai cui estremi si collocano l'Inghilterra liberale e cartista, da un lato, e l'autocrazia feudale russa, dall'altro. In mezzo, l'Europa rivoluzionaria.

Nello Stato Pontificio, alle tensioni sopra citate si somma una questione per così dire istituzionale. Com'è possibile che, verso la metà del secolo dell'industria, del progresso scientifico, della ferrovia, della navigazione a vapore, esista ancora in Europa uno Stato ove regna un capo religioso, ove le gerarchie ecclesiastiche si occupano di finanza, attività produttive, lavori pubblici, istruzione, amministrazione locale? Questa patente contraddizione è chiaramente percepita dalla colta signora Gretton, nipote del console britannico ad Ancona, in visita alla città negli anni che precedono di poco l'Unità[2]: «tutte le cariche più prestigiose e remunerative in questi uffici sono affidate invariabilmente a qualche ecclesiastico», quasi sempre di nobile origine, poiché le famiglie aristocratiche reputano poco dignitosa qualsiasi altra occupazione, che delegano a una borghesia degli affari e delle libere professioni[3].

L'anacronismo, ovviamente, salta agli occhi dei paesi più avanzati d'Europa, Francia e Inghilterra in primo luogo, e delle aree più moderne della Penisola: Liguria e Piemonte sabaudi, Lombardo-Veneto austriaco, Toscana granducale e territori settentrionali pontifici, che sono quelle politicamente più irrequiete[4].

La «teocrazia» romana, oltre che per un anacronismo istituzionale, si sta disgregando per debolezze e contraddizioni intrinseche. A partire dagli anni '30 è in netta crisi fiscale, una crisi scandita dalle commozioni politiche del 1831 e del 1848, nonché dalle crisi agricole del 1846-47 e del 1853-54. Spese militari e oneri finanziari relativi al debito pubblico provocano un grave dissesto nel bilancio dello Stato, cui si è incapaci di rimediare, se non con maggiore debito estero e inflazione di mezzi di pagamento[5].

«La politica fiscale pontificia – osserva Woolf – si dimostrò del tutto inadeguata e, a partire dal 1818, il peso delle tasse aumentò costantemente, poiché lo Stato passò molte di esse alle amministrazioni provinciali. Le tariffe doganali provocarono dispute fra i pochi industriali e i commercianti dei porti di Ancona e Civitavecchia»[6],

dispute legate agli interessi contrastanti in materia di franchigie e dazi doganali. L'evasione fiscale, d'altronde, è molto elevata e non rimane che indebitarsi. Negli anni successivi al 1845, il governo contrae con i Rothschild prestiti per un valore nominale che supera i 16 milioni di scudi[7]. In aggiunta, la Restaurazione ha ripristinato i tradizionali privilegi ecclesiastici, tra i quali spicca l'odiosa esenzione dalle imposte.

Malgrado ci sia un'espansione della spesa pubblica complessiva, il peso già scarso dei capitoli di spesa che si possono considerare promotori di sviluppo e modernizzazione (istruzione e belle arti, spese a favore dell'agricoltura e dell'industria, opere pubbliche, assistenza sociale, igiene e sanità, poste e telegrafi, ferrovie – una voce quasi inesistente) si riduce dal 15,4% del 1827-29 al 9,7% del 1858-60[8]. Tra il 1818 e il 1858 il saldo della bilancia commerciale con l'estero è quasi sempre negativo e a renderlo tale, tra 1832 e 1858, è il forte deficit causato dai prodotti manufatti, sintomo di estrema arretratezza industriale[9]. La base economica dello Stato Pontificio, infatti, è l'agricoltura, un settore che un acuto osservatore inglese, in viaggio tra 1767 e 1770 per queste terre, ha giudicato gravemente manchevole: «La sola regione granaria di ampia dimensione – annota John Symonds – è la Marca di Ancona, bellamente diversificata da colline e pianure»[10]. Dell'impotenza del riformismo pontificio, nella seconda metà del '700, Stuart Woolf traccia questa sintesi: «L'agricoltura era stagnante, l'industria e il commercio in alcune città come Bologna e Ancona stentavano penosamente»[11]. Da allora, le cose non sono molto cambiate nella prima metà dell'Ottocento, quando l'agricoltura pontificia risulta incapace di fronteggiare la concorrenza del grano russo, che provoca erosione delle rendite e scontento tra i nuovi proprietari terrieri borghesi delle Legazioni (Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì) e delle Marche[12].

In generale la politica economica che il governo pontificio continua a praticare, anche nel secolo del liberismo e dell'industrializzazione, appare autolesionistica, infarcita com'è di regolamenti di proibizione e protezione, di tariffe, premi, privative e privilegi, tutti arnesi di regolazione dell'economia forgiati tra XVI e XVIII secolo dal mercantilismo e dal colbertismo. Le merci sbarcate nei porti franchi di Ancona e Civitavecchia, ad esempio, oltre a filtrare con il contrabbando all'interno dello Stato e a insidiare le manifatture nazionali, desertificano quelle delle due città-porto e avvantaggiano industria e marinerie straniere[13]. Oltre tutto si tratta di orientamenti incerti e oscillanti. Le limitazioni alla franchigia, che nel 1821 la escludono per le manifatture di cotone, seta e lana, provocano le proteste di Ancona poiché avvantaggiano Trieste, il porto franco che compete, assieme a quello di Fiume, con quello anconitano. Dunque meglio abolirle in fretta, nel giro di pochi mesi[14]. Ma tanta variabilità e aleatorietà non incoraggiano certo gli investimenti e le strategie di sviluppo di lungo periodo.

Una città politicamente inquieta

Un comune destino sembra connotare le città-porto, rendendole più permeabili agli impulsi culturali e alle notizie provenienti dall'esterno, socialmente più fluide, politicamente più reattive al mutare dei tempi e delle ideologie. Boston, col tea party, fa scoccare la scintilla della rivoluzione americana; Marsiglia dà il nome al canto rivoluzionario dei suoi patrioti; Nizza e Genova danno i natali ai due vessilliferi del riscatto nazionale italiano; Livorno e Venezia sono sempre in prima linea nei moti e nelle guerre risorgimentali. In tono un po' minore, anche Ancona ricopre un posto di rilievo nel risorgimento italiano, qualificando, semmai, il suo carattere di movimento politico urbano e interclassista, comune a tante altre città, con un sovrappiù di mazzinianesimo repubblicano e di anarchismo e con un gruppo ebraico particolarmente attivo, grazie al commercio di idee che intrattiene con il mondo contemporaneo attraverso le sue ampie relazioni estere[15]. In un porto come Ancona, poi, instabilità e inquietudine politica possono essere accentuate dall'ampio distacco che esiste tra una società civile mediana, fluida e soggetta a forte ricambio, che guarda verso il mare, da un lato; e un radicato ceto dirigente autoctono arroccato sul colle Guasco, privilegiato sul piano economico e conservatore su quello delle idee, dall'altro.

Ben poco accade ad Ancona fino al 1831, cioè fino all'inizio del grande giuoco tra le potenze europee intorno al puzzle degli Stati italiani: la nascita di una «vendita» carbonara (1816), un tentativo di sommossa (1817) e uno di rivolta della guarnigione (1821), entrambi falliti[16]. Tra i protagonisti della «vendita» carbonara, tuttavia, non ci sono nativi anconitani, e questo carattere allogeno del risorgimento cittadino tenderà a ripresentarsi.

Sull'onda della rivoluzione di Luigi Filippo in Francia, nel 1830, e del contagio che essa trasmette allo Stato Pontifico, nel 1831 i rivoltosi anconitani prendono possesso della città, invero con eccessiva facilità per poterlo qualificare come eroico episodio d'armi, dato che gli austriaci hanno smantellato le difese di Ancona fin dal 1815. Anche in questo moto eversivo abbondano i forestieri, gente inurbata da poco, gente di passaggio. I nomi e le casate dei partecipanti al governo provvisorio iniziano a riempire le cronache risorgimentali cittadine: il conte Andrea Malacari, l'avvocato Raffaele Campitelli, il conte Pietro Ferretti, il nobile e banchiere Lodovico Sturani, Pietro Orlandi[17]. Il quadro sociale sembra dunque già definito. Si tratta di nobiltà irrequieta e borghesia degli affari e delle professioni che chiedono cose ragionevolmente liberali: più rappresentanti possidenti in consiglio comunale, libertà d'esportazione per il grano, moralistici e poco pertinenti[18] provvedimenti suntuari per frenare il lusso. Al governo rivoluzionario delle Province Unite, che si riunisce in assemblea a Bologna, Ancona partecipa con Lodovico Sturani, ministro delle finanze, e Pietro Orlandi[19]. I recanatesi vorrebbero spedire a Bologna Giacomo Leopardi[20], ma il poeta non si muove da Firenze. Incalzato dalla truppe austriache e minato al suo interno da contrapposizioni, il governo delle Province Unite si trasferisce da Bologna ad Ancona, ove, in vista dell'imminente assedio austriaco, viene nominato un triumvirato composto da Pietro Ferretti, dal perugino Tiberio Borgia e dal comandante Zucchi. Qui affluiscono volontari da tutta Italia e l'intero governo bolognese «in fuga da Bologna senza alcun progetto e senza alcuna voglia di combattere»[21]. Dopo la firma della resa, circa trecento patrioti abbandonano la città via mare, su due imbarcazioni, la Isotta e il Leon d'Oro, entrambe dirette all'isola inglese di Corfù, e su altri navigli. La prima incappa nella flotta austriaca e gli occupanti finiscono per un anno nelle carceri di Venezia, prima che l'amnistia romana li consegni all'esilio perpetuo. La seconda peregrina per due mesi tra i porti della Penisola, inseguita da navi napoletane, prima di riparare a Marsiglia. Qui, dopo la quarantena, chi non ha mezzi di sostentamento può arruolarsi nella neo-costituita Legione straniera o essere smistato verso una delle colonie francesi in Algeria, oppure verso uno dei depositi di emigranti italiani dispersi nelle campagne della provincia francese, per sottostare a un regime di lavoro quasi forzato in cambio di un modesto sussidio[22].

L'intervento dell'Austria è stato possibile perché la Francia, nel frattempo, ha proditoriamente rinnegato il principio del non intervento, da poco enunciato, spalancando così le porte di Ancona alle truppe austriache, il 3 marzo 1831[23]. Gli austriaci se ne devono andare a metà maggio, dopo che le grandi potenze si sono accordate su come trattare il rompicapo dello Stato Pontificio. Inizia così una seconda Restaurazione, con esìli in Francia e Gran Bretagna e un nuovo gonfaloniere, il conte Girolamo Bosdari[24]. Pietro Ferretti esula prima in Francia, dove per vivere alterna l'insegnamento dell'architettura ad altri lavori, poi a Napoli, dove questa volta si dà al commercio internazionale, che ben conosce[25].

Ma la ruota della storia gira. Nel febbraio 1832 sbarcano, tra il giubilo degli anconitani, le truppe francesi che, dopo aver occupato la fortezza di Capodimonte, danno inizio al periodo di occupazione della città. Si tratta di un «provvedimento tardivo preso per calmare l'opinione pubblica francese indignata per il mancato aiuto alla rivoluzione nell'anno precedente»[26], ma anche del solito aggiustamento compensativo di politica internazionale per ristabilire l'equilibrio tra le grandi potenze. La convenzione del 24 aprile con la Chiesa romana fissa il numero massimo di soldati francesi, la temporaneità della loro permanenza, il divieto di costruire fortificazioni e l'attribuzione alla Francia delle spese di mantenimento del distaccamento militare[27].

Il 1° marzo, sette giorni dopo lo sbarco, per iniziativa di Lorenzo Lesti, Tommaso Galletti, Luigi Pignotti, Felice Rossi, Nicola Ricciotti (da Frosinone), Camillo Meloni (da Macerata) e di Domenico Schelini, nel palazzo di quest'ultimo a piazza Grande (poi del Plebiscito), nasce e si riunisce il primo nucleo della Giovine Italia, che chiude il ciclo cospiratorio carbonaro[28]. È la Congrega Anconitana e, di fatto, marchigiana, dalla quale dipendono le «case» di Ascoli Piceno, Macerata, Pesaro, Senigallia e Fano. Nell'agosto 1833 conta 40 adepti, tra i quali Lorenzo Lesti, Luigi Pignotti, Serafino Candelaresi, Felice Rossi, Carlo Saltara, Ferdinando Cresci e i conti Giorgio Pichi e Giovanni Bonarelli[29]. Nella Congrega, che funge anche da anello di congiunzione tra Nord e Sud della Penisola, il personaggio di spicco è il Lesti (n. 1802, m. 1867), un procuratore la cui famiglia proviene dal vicino paese di Agugliano. La comunità ebraica collabora e la stampa mazziniana arriva a un impiegato della ditta David Almagià tramite la bottega di Domenico Costantini. Le truppe pontificie lasciano Ancona, sostituite da un corpo speciale di polizia urbana denominato «Colonna mobile» il quale, in termini di adesioni, riscuote un grande successo, quasi sovrapponendosi a quello della Giovine Italia. Quest'ultima ha «alle spalle l'incoraggiamento di Pietro Ferretti [...], di Giacomo Casaretto, uomo d'affari titolare di una importante casa commerciale, di famiglia ligure [...] e di Daniele Beretta, banchiere e industriale comasco trasferitosi ad Ancona» e qui accasatosi[30].

Un documento di polizia austriaco del 1835, Elenco nominativo degli Individui conosciuti che nell'Anarchia 1832 facevano parte della Colonna mobile in Ancona, offre un vivido spaccato sulla natura sociale di questo moto risorgimentale cittadino. Vi compaiono, in ordine decrescente di importanza numerica, calzolai (19), membri o ex membri di corpi armati (13), commercianti (10), esercenti professioni legali (9), facchini (8), industrianti (8), possidenti (7), scrivani (7), canepini (6), lavoratori del legno (5), barbieri (5), esercenti locali pubblici (5), impiegati (4), fornai (4), marittimi (4), orefici (4), studenti (3), oziosi (3), muratori (3) e una ventina di titolari di altri mestieri con una o due presenze[31]. Colpiscono e sorprendono alcune presenze, sia per la loro elevatezza (i 19 calzolai e gli 8 causidici), sia, al contrario, per la loro esiguità (3 studenti); più ovvie quelle dei sempre irrequieti facchini (8) e degli appartenenti a corpi armati (13). Completano questo quadro socio-professionale del patriottismo tre nobili e otto ebrei. Tra i 23 componenti di cui non si conosce il mestiere, ci saranno pur stati uno o due contadini, ma la natura urbana, piccolo borghese, artigiana e bottegaia del risorgimento cittadino e regionale viene qui, ancora una volta, confermata[32].

Nicola Ricciotti comanda la «Colonna mobile», il cui polimorfismo sociale non sembra giovare alla tenuta dell'ordine pubblico cittadino[33]. Nel clima inizialmente liberaleggiante instaurato dall'occupazione francese, la «città dorica diventa il centro di raccolta degli esuli e compromessi politici dello Stato, un'atmosfera accesa»[34] entro cui si susseguono violenze, insulti e canzonature nei confronti del clero, parte del quale è in fuga dalla città.

«Ad Ancona, – scrive Fioretti – indicata nei rapporti delle polizie quale temibile focolaio di rivoluzione con collegamenti internazionali dopo l'occupazione francese e dove è presente anche la setta buonarrotiana dei Veri Italiani, fanno capo le altre congreghe marchigiane della Giovane Italia»[35]

È in fuga verso la sua tenuta di campagna anche il vescovo Nembrini, al quale una sassaiola ha rotto i vetri del palazzo di città[36]. Scrive Nicola Sbano.

«La Colonna, a parte qualche aiuto deciso dalla magistratura comunale per tenere buono il ceto basso della truppa, aveva problemi per il suo mantenimento, non disponendo né di danaro, né di una caserma con la sussistenza, né di una armeria, né di un programma di lavoro con definiti obiettivi [...] Il bisogno rendeva i volontari sforniti di mezzi propri, maneschi, specie nei confronti del Clero e delle famiglie devote alla Chiesa e di agiata condizione economica, costrette a forza di intimidazioni e di bastonate ad essere tributarie di elargizioni in danaro e in viveri»[37].

Agli occhi dei liberali e dei francesi, tuttavia, patriottismo e anarchismo non fanno rima. Il generale Cubrières, comandante del corpo di spedizione, temendo che la situazione degeneri in aperta ribellione, il 18 aprile 1832 fa imbarcare con la forza molti patrioti forestieri, spedendoli «ad Algeri come carne da cannone della Legione straniera»[38]. È in questa atmosfera torbida che matura l'uccisione di due sacerdoti e l'assassinio, il 23 maggio, del gonfaloniere Girolamo Bosdari, che si era rifiutato di consegnare le chiavi dell'armeria comunale. Un mese dopo, come risposta di segno opposto, nasce una milizia volontaria sanfedista e violenta, nota come «centurioni», una specie di banda priva di regole e uniformi riconoscibili, cresciuta in breve tempo fino a cinquantamila uomini, «presto autori di violenze e nefandezze»[39]. Il ceto dirigente è atterrito dalla fine fatta da Bosdari[40] e nessuno degli Anziani presenti in Consiglio se la sente di assumere la carica di gonfaloniere.

Gregorio XVI, da parte sua, ha decretato la scomunica di tutte le persone ostili al papato. Di qui un deciso giro di vite nella gestione dell'ordine pubblico. Ai primi di giugno, per rafforzare l'immagine legalitaria dei moti, una manifestazione di 1.500 persone in piazza del Teatro chiede riforme, nuovi codici e una guardia nazionale. Infine, la repressione si consolida mediante la sostituzione del console francese Pavet, ritenuto fomentatore di disordini, con il codino marchese Bourbon del Monte e il rimpatrio forzoso dei forestieri presenti in città, mentre altri individui compromessi espatriano[41]. Tra i 180 inquisiti della «Colonna mobile» sono 25 i patrioti che lasciano lo Stato Pontificio, dirigendosi verso la Francia (13, prevalentemente via Livorno e con destinazione finale Marsiglia, Tolone e Parigi), verso la britannica Corfù (10), grazie all'intenso traffico marittimo tra Ancona e la vicina isola, e verso gli stati italiani tolleranti (Granducato di Toscana e Ducato di Modena e Reggio)[42]. Il potere pontificio è alfine ristabilito e fanno ritorno in città carabinieri e truppe papaline, più cinquanta dragoni per la difesa personale del nuovo delegato apostolico, mons. Grassellini[43].

Tra i 44 affiliati citati in un elenco che gli inquirenti scoprono nella latrina dell'avvocato Tommaso Galletti, arrestato nell'agosto 1833 in relazione al progettato moto insurrezionale[44], figurano ben cinque nobili, i conti Pichi, Rinaldini, Bonarelli, Torriglioni e Cresci, che tuttavia vengono prosciolti nel corso di quell'anno. Nel 1836 non scampano all'arresto, invece, Giovanni Salvatori e Domenico Schelini, incarcerato per qualche tempo nell'eremo di monte Cònero, ma poi collocato dal 1833 al 1836 in un più confortevole convento di Chiaravalle[45].

Tra il 1834, anno in cui si segnalano società clandestine nei rioni San Pietro e Porta Pia, il novembre 1837, data di partenza degli austriaci dalle Legazioni, e il 1838, data di smobilitazione dei francesi da Ancona, accade ben poco[46]. Lo Stato Pontificio ha ora un esercito e i «centurioni» vengono sedati e derubricati a volontari pontifici[47]. Gli esiliati restano in esilio e comunicano tramite un bastimento greco che fa servizio settimanale tra Ancona e Corfù. Con il colera del 1835-36, d'altra parte, c'è poco da cospirare: «le botteghe – si scrive in un diario – quasi tutte chiuse, i fondachi, i magazzini serrati, i negozianti, gli artieri tutti a spasso, senza lavori ed è perciò una grandissima miseria»[48]. Le autorità ecclesiastiche, in fase di recupero della stima popolare, si fanno sollecite, anche per evitare possibili collegamenti tra epidemia e politica. Il comandante della guarnigione francese, scandalizzato dall'inerzia delle autorità pontificie, annota: «alcuni adunque spacciavano essere i medici la cagione vera della malattia, i quali davano ai colerici una cert'acqua, che appena bevuta destava orribili coliche e vomiti spessi [...]. Si levavano altri più furiosi e dicevano essere la malattia opera del governo, de' preti, e de' frati, i quali avvelenavano le pubbliche acque», concludendo che gli sembra di essere precipitato nel XVI secolo[49]. Le voci popolari, tuttavia, insistendo sull'acqua come veicolo del contagio, sono andate molto vicine alla verità scientifica.

Nelle Marche il colera colpisce solo sei comuni, tra i quali una Ancona in festa per i buoni affari che sta facendo con la fiera di Senigallia, qui dislocata a causa dell'epidemia. Alle prime notizie del contagio il delegato Grassellini visita i 450 detenuti stipati nel bagno penale che, com'è noto, sono sempre i primi a soccombere durante le epidemie[50]. Per la verità ci lasciano la pelle anche in altre occasioni, come quando devono togliere i puntelli durante il varo delle navi costruite presso l'Arsenale, un compito pericoloso che, se il varo fila liscio, può regalare la grazia agli scampati[51].

La Congrega Anconitana entra in sonno fino al 1839, quando Carlo Faiani, un osimano figlio di anconitani, le dà nuovo impulso. Circa in quell'anno un Comitato segreto conta 1.200 associati, tra i quali non figurano più conti e marchesi, fatta eccezione per il conte Angelo Pichi. Durante la repressione Pichi, anziché al carcere, verrà più opportunamente condannato a due anni di «opera pubblica», una specie di affidamento ai servizi sociali. Dopo il fallimento dei moti del 1843, 1844 e 1845, quest'ultimo con la partecipazione di anconitani alla cosiddetta rivolta di Rimini, si esaurisce ad Ancona la stagione cospirativa della Giovine Italia[52]. Un altro ciclo sta dunque per chiudersi. Il papa, rassicurato, visita Ancona nel 1841 e, tra le parature effimere che addobbano il porto e la città, si dimostra benevolente e prodigo. Tra i moderati, d'altronde, c'è ormai evidente sfiducia nei moti insurrezionali mazziniani: se ne conteranno ben nove tra 1833 e 1857, tutti falliti[53].

Va notato come la vicenda politica ad Ancona, specie nei suoi momenti caldi, coinvolga spesso persone che provengono da centri e piccoli paesi dell'immediato intorno territoriale (Agugliano, Osimo, Loreto, Fano, Macerata) o da più lontano, come dire: è sulla piazza anconitana che si fa la rivoluzione e l'Italia. Quanto al già segnalato carattere allogeno del risorgimento cittadino, Sbano ha potuto concludere che: «Alla incapacità della città di esprimere una classe di comando importante nata nella città, si accompagna il numero limitato di patrioti militanti»[54].

Alla morte di Gregorio XVI, il papa che aborrisce le ferrovie definendole «opera del demonio»[55], dalla periferia dello Stato e dai vari livelli dell'organizzazione civile ed ecclesiastica provengono pressioni sul collegio cardinalizio affinché elegga un papa di vedute un po' più consone allo spirito del secolo. La magistratura di Ancona invia, anche a nome di altre città, un promemoria con le istanze di riforma più urgenti[56].

L'elezione a pontefice, nel 1846, di Giovanni Maria Mastai Ferretti, un marchigiano di Senigallia, apre al movimento liberale scenari fino ad allora impensabili nello Stato Pontificio. Ad Ancona l'amnistia decretata da Pio IX il 21 agosto, ad appena un mese dalla sua elezione, viene accolta con manifestazioni che al delegato mons. Grassellini sembrano più una rivoluzione che una dimostrazione di giubilo[57]. La tempera dipinta da Evaristo Masi per illustrare l'evento mostra una piazza Grande affollata da popolo e guarnigione, illuminata e decorata a festa come se il pontefice fosse presente. Sulla Torre Civica del palazzo del Governo sventola un grande stendardo con su scritto: «Al immortale Pio IX Ancona riconoscente»; in epigrafe il Masi scrive che: «ineffabili beni dal suo glorioso pontificato si prevedevano»[58].

La svolta politica sembra un affare di famiglia. Pietro Ferretti, reduce dall'esilio e destinato a diventare ministro delle finanze nel governo costituzionale del Regno delle Due Sicilie del 1848, collabora alla fase di gestazione delle riforme piiane come segretario particolare scelto dal segretario di Stato cardinale Gabriele Ferretti, che è suo fratello ed è a sua volta cugino del papa che lo ha preposto all'alta carica: il nepotismo è ancora vivo e vegeto[59]. Si scioglie l'ambiguo corpo dei «centurioni» e vengono istituite la guardia civica e la Consulta di Stato, presso la quale Ancona è rappresentata dal principe Annibale Simonetti, di famiglia osimana ma residente in città[60]. Una legge più permissiva sulla stampa consente la nascita ad Ancona del Piceno, foglio che andrà smorzando la sua verve filo-papale a mano a mano che Pio IX attenua il suo piglio riformatore. Nel 1847 il conte Luigi Perozzi lascia la carica di gonfaloniere, che ha tenuto per ben sei anni, ed è sostituito dal conte Filippo Camerata Passionei, deciso patriota. Nello stesso anno inizia ad aprirsi la faglia politica tra le varie anime ideali e politiche che albergano nel risorgimento italiano. Alla nascita di un Circolo Anconitano, che raccoglie i liberali favorevoli al papa, fa da contrappunto un Circolo Popolare mazziniano, presieduto da Gaetano Pullini[61]. La concessione dello Statuto, che sancisce la parità dei diritti tra i cittadini, ebrei compresi, frena il calo di popolarità di Pio IX. Per festeggiare la sua promulgazione, dopo qualche tergiversare del gonfaloniere, sfilano in città i ragazzi dell'orfanotrofio, gli alunni delle scuole notturne e del ginnasio, la guardia civica e le autorità tutte[62].

Il gradualismo piiano, com'è noto, subisce un improvviso arresto di fronte alla rivoluzione europea del '48 e alla prima guerra d'indipendenza. Da Roma, Pio IX sconfessa l'adesione alla guerra di liberazione nazionale, ma ad Ancona il padre Ugo Bassi interrompe le sue prediche quaresimali nella chiesa del Gesù e parte con i volontari per il Nord[63]. Il battaglione civico di Ancona dà buona prova di sé, con Alessandro Orsi, Felice Schelini (uno dei sei patrioti proliferati entro la famiglia Schelini), Carlo Rinaldini e Luigi Daretti, mentre Antonio Elia e il figlio Augusto danno filo da torcere, sul piroscafo Pio IX, alle navi austriache nell'assalto ai forti di Caorle e Trieste.

I due Elia meritano una breve parentesi biografica, dato il loro spessore. Nel 1821, Antonio Elia, un mozzo di diciotto anni, uccide ad accettate un intero manipolo di corsari turchi che ha sequestrato il trabaccolo diretto a Tripoli e Tangeri e ha fatto prigioniero l'intero equipaggio. Nel 1841, sotto gli occhi di papa Gregorio XVI in visita ad Ancona, un Elia vince la regata e l'intraprendente Antonio non è affatto turbato dal soprannome di «mondezzaro», che si è guadagnato grazie all'appalto della nettezza urbana, che, a latere, consente una profittevole incetta di stracci per cartiere. Entrato nella carboneria nel 1829, è uno dei protagonisti del '48, tanto che, come detentore di un'arma bianca e ai sensi della legge stataria, viene fucilato nel 1849[64]. La sua eredità politica viene raccolta dal figlio Augusto, futuro eroe garibaldino, parlamentare del regno e grand patron della vita politica ed economica cittadina. Augusto promette bene e, all'epoca, si comincia presto a lavorare e a far politica. A diciannove anni partecipa alla guerra d'indipendenza e nel 1849 alla difesa di Ancona dall'assedio austriaco in qualità di sottufficiale di artiglieria. Durante quell'assedio è presente nel porto il bastimento Roma, sul quale sono imbarcati Antonio e Augusto, che «seppero efficacemente disturbare i vascelli nemici e recare loro seri danni»[65]. Le vicende dei due anni rivoluzionari mostrano che la città è un punto strategico nella geopolitica del risorgimento italiano. A settembre del 1848 la flotta sarda staziona nel porto e tra ottobre e novembre passano per la città Goffredo Mameli e Giuseppe Garibaldi, che dorme all'albergo Pace e che in seguito ricorderà Antonio come «il più valoroso dei figli di Ancona»[66].

Alla Costituente Romana, proclamata il 29 dicembre 1848, partecipano gli anconitani Filippo Camerata, Gaetano Pullini e Guglielmo Baldi, latori della piena adesione da parte del Comitato esecutivo di Ancona, ma nella votazione i contrari e gli astenuti, rispetto all'ipotesi istituzionale repubblicana, sono particolarmente numerosi tra i marchigiani e, sopratutto, tra gli anconitani[67]. È una «riprova della lentezza conservatrice del ceto dei maggiorenti di allora e della intera città»[68].

L'immagine radiosa di una repubblica insediata e governante a Roma si stempera, non solo ad Ancona, in un clima fosco di vendette

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