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La Bela Caplera: e altre donne sole o malaccompagnate nella Torino napoleonica
La Bela Caplera: e altre donne sole o malaccompagnate nella Torino napoleonica
La Bela Caplera: e altre donne sole o malaccompagnate nella Torino napoleonica
E-book209 pagine2 ore

La Bela Caplera: e altre donne sole o malaccompagnate nella Torino napoleonica

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Info su questo ebook

Il 28 febbraio 1807, la lama della ghigliottina eretta a Torino in Piazza Carlina cala, col suo cigolio sinistro, sul collo della più famosa donna condannata nella Torino napoleonica, la Bela Caplera. È una brunetta di 23 anni, accusata di tentato avvelenamento ai danni di una sua collega, che praticava come lei il mestiere più antico del mondo, che non è quello della cappellaia... Il boia alza la testa mozzata tenendola per i capelli, la mostra agli astanti e, si racconta, gli occhi ormai fissi della morta si mettono a lacrimare.
Rimasti racchiusi per oltre duecento anni nei registri del Tribunale criminale conservati all’Archivio Storico della Città di Torino, gli atti del processo e il verbale di esecuzione vengono ora a raccontare un pezzetto di storia della nostra Città.
Insieme alla Bela Caplera, si fanno avanti tante altre donne…
LinguaItaliano
Data di uscita17 mar 2017
ISBN9788866903727
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    La Bela Caplera - Piera Rossotti Pogliano

    Piera Rossotti Pogliano

    La Bela Caplera

    e altre donne sole o malaccompagnate nella Torino napoleonica

    EEE-book

    Piera Rossotti Pogliano, La Bela Caplera e altre donne sole o malaccompagnate nella Torino napoleonica.

    © EEE-book

    ISBN: 978-88-6690-372-7

    Edizioni Esordienti E-book

    Str. Vivero, 15

    10024 Moncalieri (TO)

    In copertina: Antoine Wiertz (1806-1865), Donna seminuda alla finestra (dettaglio). Bruxelles, Musée Wiertz.

    A mia figlia Elisa,

    con l’augurio che sia sempre benaccompagnata

    come sono stata io

    La Bela Caplera è esistita davvero?

    Alla base di questa ricerca c’è, come spesso accade, la curiosità. Ho letto, qua e là, in opere di eminenti esperti di storia torinese, quali Alberto Viriglio e Renzo Rossotti, che cito nel corso del testo, di una giovane, denominata la Bela Caplera, ghigliottinata durante il periodo napoleonico a Torino, forse prima donna condannata in Piemonte a questo genere di pena capitale per aver assassinato il marito, ma non ho mai trovato riferimenti precisi né al suo nome, né alla sua età, né all’anno effettivo dell’esecuzione.

    I Francesi erano molto precisi nel registrare ogni cosa, sicuramente doveva esistere qualche documento scritto, oppure si trattava soltanto di una leggenda? Tentare di svelare l’arcano era una sfida troppo ghiotta.

    Le sentenze del Tribunale Criminale della Torino napoleonica, attivo dal 1802 al 1811, sono raccolte in sedici, grandi registri, conservati all’Archivio di Stato di Torino, nella sede di via Piave, il vecchio ospedale San Luigi.

    Così, ho iniziato con entusiasmo a leggere quelle pagine pazientemente vergate dai cancellieri, in un francese per lo più corretto, che racchiudono le sintesi dei processi, le sentenze e le loro motivazioni, e poi anche i verbali delle esecuzioni capitali.

    Della Bela Caplera, per lungo tempo, nessuna traccia. Strano se, come si dice, sia stata davvero lei la prima donna decapitata in Piazza Carlina, come continuò ad essere denominata la piazza nel periodo imperiale (mentre, nel periodo repubblicano, era divenuta per breve tempo Place de la Liberté).

    Un po’ delusa, non ho tuttavia smesso di leggere, incuriosita dalle storie che si celavano dietro un fraseggio burocratico, volutamente neutro.

    Ho trovato in quelle pagine progetti di vita e fallimenti di tanti uomini e donne. Sono state soprattutto le storie di queste ultime che mi hanno colpita: talvolta, mentre leggevo, quelle donne balzavano davvero fuori da quei grandi registri manoscritti, a tutto tondo, con la solitudine, magari davanti a una gravidanza non voluta, la sofferenza per i maltrattamenti, la disperazione, la miseria morale e materiale. Qualche volta, ma meno spesso di quanto si potrebbe credere, si sentiva anche la malizia e la cattiveria, il cinismo o il desiderio di vendetta. Qualche altra volta, una disarmante ingenuità.

    Un bel giorno, in un caldo pomeriggio di luglio, è arrivata pure lei, la Bela Caplera, a raccontarmi di sé… ma ho voluto scrivere anche altre storie di donne che ho incontrato in quelle pagine, che mi si affollavano nella mente e che chiedevano a gran voce di essere raccontate.

    Sicura come sono che la storia sia fatta di documenti da interpretare, e che il nostro passato sia importante, perché ci dice come siamo e perché siamo così, ho cercato di far parlare alcune di queste donne, di unire al rigore della testimonianza scritta di quei verbali asettici la comprensione umana, per far sentire le loro ragioni e, forse, anche il loro ultimo grido senza voce.

    Piera Rossotti Pogliano

    Le donne davanti al Tribunale Criminale, in carcere, al patibolo

    Il 28 febbraio 1807, la lama della ghigliottina eretta a Torino in Piazza Carlina¹ cala, col suo cigolio sinistro, sul collo della più famosa donna condannata nella Torino napoleonica, la Bela Caplera. È una brunetta di 23 anni, accusata di tentato avvelenamento ai danni di una sua collega, che praticava come lei il mestiere più antico del mondo, che non è quello della cappellaia... Il boia alza la testa mozzata tenendola per i capelli, la mostra agli astanti e, si racconta, gli occhi ormai fissi della morta si mettono a lacrimare.

    Si fa il possibile, nella Torino napoleonica, per spettacolarizzare la morte per giustizia o la punizione dei crimini più gravi, senza però ricorrere alle torture e alle crudeltà consuete nell’antico regime. La prescrizione del codice penale è perentoria: la pena di morte consisterà nella semplice privazione della vita, senza che si possano esercitare torture sui condannati². Ma la pena deve seguire sollecitamente la condanna, deve essere pubblica ed esemplare, eseguita sulla piazza designata, verso mezzogiorno, con i condannati vestiti di una vistosa camicia rossa. Il codice napoleonico del 1810 riserverà una particolare attenzione al reato di parricidio: il condannato, in questo caso, non soltanto sarà in camicia e a piedi nudi, ma dovrà avere fino all’ultimo momento il volto coperto da un velo nero, gli verrà mozzata la mano destra e, immediatamente dopo, sarà giustiziato³.

    È il commissario Jourde, incaricato di riordinare il sistema giudiziario nel Piemonte, diventato 27a divisione militare francese dopo la vittoria di Napoleone a Marengo, a sollecitare l’amministratore generale Jean-Baptiste Jourdan all’intro-duzione del fatal instrument dit guillotine, e a farlo con prontezza, per non dare un’apparenza di impunità al crimine dilagante⁴. A Torino, la macchina umanitaria cominciò a funzionare il 20 fiorile anno X (10 maggio 1802), per tagliare la testa dei fratelli Bonzano, condannati dal Tribunale Criminale⁵, che pronunciava le sentenze capitali e le sentenze che comportavano pene afflittive e infamanti, che venivano precedute dalla pubblica esposizione, ad esempio e monito per tutti:

    "[…] prima di subire la pena, il condannato sarà condotto sulla pubblica piazza, legato a un palo posto su un palco, e resterà esposto agli occhi del popolo […]. Al di sopra della testa, sarà apposto un cartello recante a grandi caratteri il suo nome, la sua professione, il suo domicilio, la causa della condanna e la pena inflitta".

    Tra i condannati alla pena capitale, le donne costituiscono una percentuale molto bassa, il 2%: su un totale di 306 condanne eseguite in base alle sentenze del Tribunale Criminale nel periodo considerato, solamente tre sono le donne effettivamente ghigliottinate a Torino: Elisabetta Bressi, Anna Maria Perrino e Maria Bel detta la Bela Caplera, tutte e tre per tentato avvelenamento. Maria Argentera, un’infanticida, è condannata a morte ma poi rinviata al tribunale di Cuneo, e sono invece eseguite in contumacia, cioè con l’esposizione di un cartello indicante il nome della condannata e il reato, le sentenze di Teresa Rigoletti per tentato avvelenamento e di Caterina Grand per infanticidio⁷.

    La situazione socioeconomica, è ben noto, è estremamente grave, nel Piemonte del primo Ottocento: pauperismo dilagante, abbandono di bambini, mancanza di lavoro, mendicità. Si contano circa 21.000 mendicanti a Torino, città di 80.000 abitanti. Anche nelle campagne, spesso i contadini non hanno da mangiare, fanno il pane con la segatura e, quando manca anche quella, quando hanno mangiato tutto quello che di vagamente commestibile sono riusciti a racimolare, si riversano sulla città per vivere di espedienti⁸, o si danno al brigantaggio. Briganti e vagabondi infestano le campagne, rendono malsicure anche le strade maestre, derubano i ricchi, ma anche i poveri, di qualunque cosa: pochi spiccioli, un fazzoletto, un pezzo di pane e formaggio, scarpe o vestiti che poi rivendono ai rigattieri.

    Le vagabonde, sole o con i loro compagni, si aggirano per la campagna rubacchiando quello che possono. A volte, i loro nomi rilevano anche troppo impietosamente la loro origine: Maria Bastarda ha 18 anni, è accusata di vagabondaggio e arrestata con alcuni compagni, e dice di essere una venditrice ambulante di nastri; Francesca Bastarda, che gira per le campagne con un bambino in braccio, ignora la sua età e dove è nata. Viene arrestata a Castellamonte per aver rubato dei vestiti in una cascina dove il mezzadro ha dato il permesso di dormire nella stalla a lei e ai suoi amici, due uomini e una ragazza che occasionalmente si prostituisce.

    La giustizia francese colpisce, talora in modo sorprendentemente veloce ed efficiente. Maria Felicita Bicocca, con i suoi compagni Pietro Bottino e Giovanni Bastardo, chiede ospitalità a un certo Bortolo di Casalborgone, poi, con una scala e spaccando una finestra, gli entra i casa e ruba vestiti e altri oggetti. Bortolo se ne accorge, un vicino gli dice che i vagabondi si sono avviati verso Mombello e il sindaco, subito avvertito, fa suonare le campane a martello: una pattuglia entra in azione, i tre vengono catturati e tutta la refurtiva recuperata. La Gendarmeria francese non era molto amata, soprattutto perché uno dei suoi compiti era mettere in atto la coscrizione obbligatoria, ma i pattugliamenti giornalieri nelle campagne erano provvidenziali per il mantenimento dell’ordine pubblico, tanto che nessuna comunità, pur avendone l’opzione, richiese mai la rimozione o il trasferimento della brigata locale⁹.

    Può anche accadere che la giustizia creda alla buona fede delle persone. È il caso di Luisa Micol, una giovane donna di Rubiana: il marito Michele Isabel, di 25 anni, fa parte di una banda di poco di buono, otto giovani violenti che compiono furti nelle campagne, anche con scasso e a mano armata, per procurarsi orzo, segale, patate, granturco, fieno. Il marito, ogni tanto, obbliga anche Luisa a partecipare alle scorribande, contro la sua volontà. Il giudice le crede, la rimette in libertà, ma condanna alla ghigliottina suo marito e altri due componenti della banda.

    Il crimine più diffuso è senza dubbio il furto domestico, che viene severamente punito con otto anni di reclusione, aumentati sovente da circostanze aggravanti, quali lo scasso, il fatto di che sia compiuto nottetempo e con il concorso di più persone. Ognuna di queste voci comporta un aumento di pena di due anni¹⁰. Le domestiche generalmente pattuiscono con i loro datori di lavoro un compenso mensile, sia pure molto modesto, ma non sempre questo viene corrisposto regolarmente: ecco, allora, che le donne pensano di indennizzarsi rubando qualcosa e cercando di rivenderlo. Si tratta, talvolta, di furti minimi, fazzoletti o ritagli di stoffa di un vestito della padrona; altre volte, invece, le serve riescono a mettere mano all’armadio della biancheria, e rubano tovaglie, lenzuola, coperte, o riescono a sottrarre stoviglie, denaro, gioielli. Maria Porello, una diciottenne di Carmagnola, ruba un coltello e una forchetta d’argento e, scoperta mentre tenta di rivendere a Bra la modesta refurtiva, viene condannata a otto anni di lavori forzati e a sei ore di esposizione. Dieci anni di reclusione e sei ore di esposizione toccheranno alla diciassettenne Maria Porta di San Mauro, ingaggiata da un agricoltore di Leinì: dopo soli quattro giorni di lavoro, la giovane mette in un cesto due lenzuola di canapa grossolana e due coperte, e fugge via nottetempo. L’uomo, coadiuvato dal figlio, la insegue, la riacchiappa e la consegna alla giustizia. È lui che mi ha dato questi panni, si difende lei, "per entrare

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