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In sicilia, un'estate.

In sicilia, un'estate.

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In sicilia, un'estate.

Lunghezza:
266 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
27 feb 2017
ISBN:
9788869150999
Formato:
Libro

Descrizione

Sullo sfondo è Milano, in primo piano la Sicilia: un viaggio nella terra d’origine che si prolunga fra i ricordi dell’età giovanile.
Un manager e, fra gli altri, una moglie, un professore di liceo, un nostalgico “mal di Sicilia”, ma anche una cosca mafiosa e il mare – uno Jonio più azzurro che mai, mitologico e reale – con indagini di polizia e finanza su traffici internazionali di armi.
E ancora antagonismi aziendali, un matrimonio in crisi, un delitto. 
Tutto In Sicilia, un’estate
Massimo Polimeni, nato a Catania, è giornalista e dirigente d’azienda. Ha realizzato documentari per la RAI e diretto IN.TEA (Iniziative Teatrali). Ha vissuto a lungo all’estero (Seul, Tokio, New York), vive a Roma.
Editore:
Pubblicato:
27 feb 2017
ISBN:
9788869150999
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

In sicilia, un'estate. - Massimo Polimeni

padre

I

Che tornare in Sicilia sarebbe stato un rischio, nelle condizioni di spirito in cui si trovava, Enrico lo sapeva bene. Voleva incontrare suo padre. L’uomo era caduto da una scala cercando alcune carte su un armadio: lui e la madre vi nascondevano i documenti più importanti.

Pura follia, aveva sempre pensato Enrico. Una battaglia persa tentare di far loro cambiare idea. Doveva vederlo di persona e sincerarsi delle sue condizioni. Aveva imparato a non fidarsi di quello che gli raccontavano i genitori, soprattutto suo padre che tendeva a minimizzare ogni problema per non creargli preoccupazioni.

Fortunatamente il padre, ultraottantenne, se l’era cavata con forti contusioni e qualche escoriazione. Enrico avrebbe voluto raccontargli i nuovi turbamenti da cui non riusciva a sciogliersi. Una volta messo piede nella sua Sicilia lui, Enrico Anastasio, quarantadue anni, sposato, due figli, si sentiva come impantanato. Era rimasto per almeno un paio di minuti davanti al portone di casa dei suoi genitori, guardando la pulsantiera dei citofoni. La targhetta con il nome di famiglia era sempre la stessa, con la scritta in rosso su un fondo oro. Cercava di sfuggire ai ricordi che riaffioravano, uno sull’altro. Fortunatamente erano talmente numerosi e sovrapposti che gli era difficile focalizzarsi su qualcosa di specifico e abbandonare la mente al proprio lavoro di ricostruzione. Si sarebbe dovuto concentrare almeno un po’. Non lo fece deliberatamente. Toccò il pulsante e attese che la madre rispondesse. Sentiva forte il bisogno di confidarsi con il padre e finalmente ne aveva la possibilità. Lo aveva trovato in attesa all’ingresso, in piedi, appoggiato a un bastone. Si era intenerito alla vista di quel vecchio così profondamente dignitoso e forte, di una coerenza immarcescibile, sopravvissuto al decadimento morale delle generazioni a lui successive.

Una specie di alieno, portatore sano d’integrità e valori che gli uomini sembrano voler insabbiare per concentrare la propria attenzione su se stessi. Enrico ebbe la sensazione che il padre avesse gli occhi lucidi. Impossibile stabilire se quel luccichio fosse dovuto all’emozione o all’irritazione cronica della cornea che lo affliggeva da anni. Adesso poteva ben dire che suo padre era vecchio. Il portamento eretto, quasi nobile che gli aveva sempre conferito una naturale eleganza, aveva ceduto a un leggero inarcamento della schiena. I pochi capelli, mai completamente bianchi, erano sempre appiccicati al cranio smagrito e ossuto. Il viso scavato portava i segni della recente sofferenza oltre a quelli dell’età. Ma la cosa che più lo colpì fu il sorriso infantile, intriso di dolcezza e rassegnazione, con cui lo accolse. Enrico cercava nella memoria immagini che potessero sovrapporsi alle fattezze di quell’uomo vecchio, con lo sguardo disincantato e inabissato in chissà quali pensieri. Non voleva ricordarlo così, come in quell’incontro.

Era difficile rivedersi mano nella mano con suo padre, rivivere un attimo di tenerezza o anche di solitudine a due. Loro da soli, insieme, avevano passato pochi istanti ormai persi nel tempo.

Al padre rimandò un sorriso, un sorriso a distanza, da una generazione all’altra, da un mondo a un altro mondo.

Forse se lui fosse rimasto lì, in Sicilia, nella stessa città, accanto a lui...

Forse lo avrebbe visto invecchiare, giorno dopo giorno, e non si sarebbe accorto del suo cambiamento.

Forse si sarebbero confidati e si sarebbero tenuti per mano.

Forse.

Comprese che anche il padre avrebbe voluto dirgli tante cose. Erano probabilmente quelle che i vecchi genitori vorrebbero che rimanessero inflitte nel cuore dei figli, per sopravvivere a sé stessi e all’impossibilità di ripeterle a ogni occasione e di testimoniarle con i gesti. Parole di amore e richieste di perdono per non essere stati capaci di comprenderli sino in fondo, per non averli sostenuti come avrebbero voluto, e rimpianti per il tempo, mai sufficiente, trascorso insieme. Il padre non le disse, ma fu straordinario nel parlargli di altro trasmettendogli calore e tristezza. Lui si limitò a chiedere della sua salute.

Null’altro.

Lasciato il padre, era tornato a casa, nel paesuzzo, e si era sbracato sulla sdraio di plastica rossa. Seguiva alla televisione la solita insulsa partita estiva. Se non altro, quella sera era riuscito a vestirsi con una certa cura. Superata l’indolenza che gli si era appiccicata addosso come il caldo di quei giorni d’agosto, aveva indossato un paio di jeans, una polo blu e le scarpe sportive di tela bianche che una volta, quando era adolescente, si chiamavano scarpe da tennis. Non era certo si chiamassero ancora così. Forse sneakers, o qualcosa del genere.

La partita era maledettamente noiosa. Le due squadre erano troppo diverse per classe e categoria. Differenze che avrebbero dovuto generare un minimo di divertimento per la presunta facilità della squadra più forte nello schiacciare la più debole, o di quest’ultima di esaltarsi dinanzi ai più famosi avversari. Al contrario, i più deboli mostravano in maniera atroce i propri limiti, e i più forti facevano del loro meglio per emularli.

«Papà sta bene. Mi fermo qualche tempo con lui. In ufficio pare non abbiano problemi particolari. Un paio di giorni, poi vengo su a prendervi e andiamo da qualche parte.»

«A prenderci?» aveva ribattuto la moglie. «A prendere chi? Solo me e Riccardo, perché Francesco si è organizzato con i suoi amici. È già un miracolo che Riccardo, a tredici anni, abbia deciso di stare con noi.»

«Bene. Verrò a prendere te e Riccardo.»

«Vedo che il resto non ti turba.»

« Il resto non mi turba... Quando ti esprimi così, non capisco cosa vuoi dire...»

«Di’ pure che non vuoi capire, come al solito.»

Ecco che la frittata era fatta. Dall’esordio carico di aggressività e di astio, sua moglie era passata alla riprovazione, alla delusione per non essere stata compresa. In ogni caso Enrico aveva deciso di non litigare.

Era successo sin troppo spesso negli ultimi mesi e lui ne era stanco. Quel giorno non intendeva affrontare un nuovo conflitto. Era lontano da lei quanto bastava per tentare di allentare le tensioni.

E poi c’era qualcosa di strano nell’aria. Una sorta di attesa.

«Enrico, lo fai apposta a non capire. Non chiedi dove vanno i tuoi figli, non chiedi cosa vorrebbero fare. Dove vorrei andare io, se abbiamo voglia di partire... Insomma, non te ne frega niente. Solo adesso hai deciso che noi andremo da qualche parte. Ad agosto, senza aver programmato nulla. È da troppo tempo che sei lontano dalla famiglia. Non sai neanche più niente di noi. Ora vorresti portarci da qualche parte, magari potresti traslocarci, mettendoci in un bel container.»

«Laura, ma cosa mi rimproveri? L’hai detto tu che dobbiamo fare le vacanze insieme, che almeno una volta l’anno bisogna stare insieme. È colpa mia se i figli se ne vanno per i fatti loro?»

Sapeva che la moglie aveva ragione. Sì, c’erano state discussioni sulle vacanze, ma più per affermare la necessità di fuggire dallo stress, di fermarsi per un po’, che per fare programmi. Negli ultimi mesi, però, il lavoro l’aveva sopraffatto: un’intollerabile lotta contro il tempo, lo stress e l’ambiente. Forse anche contro se stesso. Il suo istinto di conservazione gli suggeriva di non fermarsi a riflettere sulla sua vita, su quanto gli stava cambiando attorno e soprattutto su quanto valesse la pena di continuare così.

Adesso percepiva forte il riproporsi di un istinto di fuga da tutto quanto gli era estraneo. Voleva rimanere lì, in quell’isola, assecondare quel suo maledetto temperamento che lo teneva legato alla sua terra.

«Noi siciliani siamo come la caponata» soleva dire ai suoi colleghi d’oltre stretto. «Tanti ingredienti diversi. Tutti frutto di una terra forte. Ciascuno cotto separatamente, in modo che la cultura greca, quella araba e quella normanna si mantengano integre e distanti. Fritti, in modo che il sapore rimanga appiccicato a ciascun ingrediente. Poi, mescolati insieme. E mentre questo avviene, spruzzati d’aceto e di zucchero, per aumentare la violenza dello scontro.»

«Ma che cazzo dici, Enrico?» gli aveva chiesto una volta un suo amico, ufficiale dei carabinieri, siciliano trapiantato in continente da tanti anni. «Non ho mai sentito una descrizione più streusa di questa.»

«Se non altro è saporita, eh?» aveva aggiunto un altro amico, romano, buongustaio che aveva gradito il riferimento a uno dei piatti siciliani che amava di più.

«Non capite e non capirete mai. Siete troppo lontani dalla nostra cultura» sentenziava Enrico. Questo suo proclamarsi diverso finiva per piacere a chi gli stava attorno. Una pennellata di esotismo, di spiritualità ellenica.

«Lascia perdere, Enrico. Anzi, sai che ti dico? Resta in Sicilia e passa le ferie a casa tua.»

A casa tua. Laura aveva chiuso il telefono senza un saluto.

Poco importava. Era stata una liberazione. Era stremato: stanco del lavoro, della famiglia, della moglie nordista che quando parlava della sua terra gli diceva casa tua. Stanco dei figli che si erano staccati da lui senza che quasi se ne accorgesse. Eppure lui era convinto di aver fatto del suo meglio per essere un buon padre. Il suo meglio però non era stato abbastanza, questo gliel’aveva detto sua moglie.

Era stato così, progressivamente, conquistato da un senso d’inadeguatezza. Se sul lavoro, nelle relazioni sociali, in famiglia le cose non andavano bene, era solo colpa sua. E questa ormai era per lui una certezza. Era giunta l’ora di cogliere un’opportunità, una qualunque, pur di sfuggire a quella realtà che, giorno dopo giorno, lo deprimeva sempre più.

Vigliaccamente, e lo riconosceva, era rimasto in Sicilia. Per poco, aveva detto a sua moglie. Poi, dopo la prima settimana, aveva telefonato al figlio più piccolo perché dicesse a Laura che lui rimaneva lì qualche giorno in più. Aveva scelto con cura il momento, in modo che la moglie con quasi assoluta certezza non fosse a casa. Aveva chiamato Riccardo e gli aveva detto che papà sarebbe rimasto ancora qualche giorno in Sicilia, ma non a casa dei nonni, aveva specificato. Sarebbe andato in quel piccolo villaggio di pescatori sulla riviera jonica, dove avevano passato tante estati sino a qualche anno fa, quando tu e tuo fratello non eravate così presi da altri progetti.

Un paese di pescatori divenuto nel tempo luogo di villeggiatura, ma che non si era mai attrezzato turisticamente, giusto per garantire a chiunque si trovasse lì in vacanza di annoiarsi a morte, una volta lasciata la spiaggia.

Le vacanze le avevano trascorse sempre in quel luogo, quando i figli erano piccoli. Interminabili passeggiate sul lungomare, la granita o il gelato la sera in piazza. Poi sul muretto, a raccontare agli amici di viaggi e d’incontri. Loro, gli amici, erano rimasti lì. Immutabili come le pietruzze dell’arenile, sballottate su e giù dalle onde, un po’ in acqua e un po’ all’asciutto, ormai rassegnate ai moti della risacca.

E lui e Laura, la sera, raccontavano la loro vita, stando attenti a non mettere troppa enfasi nelle loro storie, preoccupati di poter suscitare invidie.

Giunto in quel paesino non gli era stato difficile trovare un appartamento, proprio di fronte al mare. Non aveva contrattato sul prezzo, pur sapendo che il proprietario doveva ritenersi più che fortunato di poter affittare quella casa a qualunque cifra, a stagione ormai inoltrata, anche se solo per un paio di settimane.

«La casa è bellissima, qui si vede il mare da tutte le camere. Poi è fresca.» L’anziano padrone di casa l’aveva accolto con un gran sorriso e quelle maniere cerimoniose che i vecchi siciliani usano nel dare il benvenuto all’ospite.

« Duttureddu, lei la mattina si accomoda su questo terrazzino e si arricrìa la vita. Da qui vede un panorama che, con rispetto parlando, a Milano se lo sogna.»

Su questo nessuno gli avrebbe mai dato torto.

«E d’altra parte, i milanesi non scenderebbero qui in Sicilia, se avessero questo mare e questo clima. Anche da noi, dottore, ne arriva qualcuno. Ma dico io, come fanno a sapere che esiste un paisuzzu come il nostro? Tutto sanno, questi. Eh, loro sanno come organizzarsi. Gente industriosa, intelligentissima. Noi qui abbiamo la cultura degli arabi. Ma non quelli di allora, che quelli hanno insegnato al mondo i numeri e l’astronomia. No, dottore, quella degli arabi scaltri e scansafatiche. Insomma, quella del cuscus.»

«Che intende dire, professore, per cultura del cuscus?»

Il professor Nocìta, ex docente di Storia e Filosofia presso un liceo classico catanese, da anni in pensione, aveva avuto un sussulto di piacere di fronte alla curiosità del suo nuovo inquilino. Di Enrico si sapeva in paese che era un ottimo professionista. In diverse occasioni era anche stato intervistato dai quotidiani nazionali. Informazioni che non potevano rimanere nascoste in quel piccolo villaggio di mare.

«La cultura del cuscus merita una lunga spiegazione, che le darò se mi concederà l’onore di accettare una granita da Nino.»

Nino. Senza dubbio era stato lui a spargere la notizia dell’ultima intervista a Enrico apparsa sui giornali, qualche settimana prima. Di sicuro aveva sperato che Enrico quell’estate arrivasse in paese, cosa tutt’altro che scontata negli ultimi anni. Non appena questi si era presentato al suo bar, gli aveva offerto una granita di fragole, prima ancora che lui la ordinasse.

«Ho letto la sua intervista. Veramente me l’ha letta mia moglie perché quel giornale non lo guardo mai. Non sopporto quel suo direttore. Quando parla in tv, mi fa calare il latte. Bella, complimenti. Io di quelle cose comunque non ne capisco niente, e di scienza non ne dobbiamo neanche parlare. Lei prende sempre la granita di fragole, vero? È speciale. Bentornato, dutturi

Da allora tutti avevano saputo che Enrico era tornato in paese. Naturalmente, anche il professor Nocìta, dal quale lo stesso Nino aveva indirizzato Enrico per affittare l’appartamento.

Che gran personaggio Nino, il proprietario del bar-ritrovo della piazza, i migliori gelati della riviera jonica, pitoni caldi e brioche con il gelato, cornetti appena sfornati alle quattro del mattino, tè freddo con granita di limone. Granite di mandorla, cioccolato, caffè, fragola, pesca. E di gelso. Panna in fondo al bicchiere, poi granita di gelso, ancora panna e in cima i gelsi interi. Una vera poesia.

«Signor Nino, ma com’è che in un paesino come questo può esistere un tifoso della Roma come lei? Dico non dell’Inter, della Juve, del Milan. Capirei anche del Napoli che è stata la squadra simbolo del Sud. Ma della Roma... È inspiegabile.»

« Storia lunga. Ma la Roma è la Roma.»

Niente. Gli aveva rivolto quella domanda tanti anni prima. Non era riuscito a saperlo. Eppure le vetrine del suo locale parlavano chiaro. Foto della squadra campione d’Italia prima con il mitico Falcão e poi con Totti. Ritagli di giornali, gagliardetti giallorossi, una zolla del terreno di gioco dell’Olimpico... Ma la follia più autentica di Nino era stata quella di far imprimere lo stemma della Roma sui piattini da caffè: l’effige stilizzata della lupa circondata da due cerchi, uno giallo e l’altro rosso.

La prima volta che li aveva visti, Enrico era rimasto stupefatto.

Poi, in quei lunghi pomeriggi noiosi, aveva giocato a fantasticare su quale ne fosse stata la causa. Si era convinto che doveva essere stato un amore di gioventù.

Ne aveva parlato con il suo compagno di liceo, Angelo Maccari, asino matricolato a scuola, poi divenuto stimato pediatra. Una mutazione rara e inspiegabile.

« Enricuzzu, forse fu per una bella turista romana che corteggiò per un’estate, coccolandola a gelati e brioche calde. La turista, certamente tifosa romanista era. E magari su quel tema intrattennero lunghe conversazioni. La cosa poi finì così. Innocentemente nato durante un servizio al tavolo, il desiderio di Nino si arenò il giorno della partenza della donna per il continente. Lei non si vide più. Tuttavia lasciò un segno nel cuore di Nino, la passione per la squadra di calcio. Quella non gliel’avrebbe potuta contestare nessuno, e tantomeno la moglie. Già perché a lei, che il marito tifi per la Roma o per la Juve, non può importare di meno.

Eccola la trasgressione. Non la Juve e manco il Milan ma la squadra di quella donna che gli rapì il cuore.

E non è tradimento quello? Non lo è per la gente del Nord, naturalmente. Per un siciliano, quella era invece un’autentica relazione d’amore. Covata e alimentata per anni. Tanto forte da aver bisogno poi di testimonianze vere, inequivocabili. Ed ecco le foto della squadra, il gagliardetto e le altre reliquie. Ma poi anche quello non bastava più. Lui quella passione la doveva sentire palpabile, la doveva toccare. Ed ecco che ha fatto incidere la lupa sui piattini. E bada bene che la lupa non è casuale, pensa a Verga... La Lupa, capisci. Sui piattini. Corna, corna vere. Ogni volta che serve un cliente al tavolo lui la tocca. Ogni volta che sciacqua un piattino, la accarezza.»

Angelo si divertiva a raccontare quella storia, elaborata lì per lì con la perizia dialettica che tutti gli riconoscevano.

Però la cosa quadrava. Non viviamo forse immersi in situazioni paradossali e attorniati da gente che adotta comportamenti, almeno in apparenza, inspiegabili?

Enrico non aveva riso. Aveva ascoltato l’amico con attenzione, quasi rapito da quella storia di sentimenti repressi, di passioni mai rivelate.

« Enrico, ma che, sei scemo?» lo sfotteva Angelo. « Invece di farti una risata ci stai ancora pensando. Ah, ma allora sei veramente da ricovero. Enrico, fattelo dire da un amico, tu hai bisogno di riposo.»

« Ma che ne sai? Questa è una storia che spiegherebbe tante cose.»

« Certo, Enrico, spiegherebbe perché la granita ora costa più dello scorso anno. Con tutte ’ste minchiate di piattini con la lupa, magari l’anno prossimo ci mette la foto del sindaco di Roma e la granita la paghiamo il doppio. Poi scopriamo che l’ha fatto perché vuole presentarsi alle elezioni comunali e gli definiamo un altro quadro psichico. E intanto lui ci fotte i piccioli.»

Aveva chiuso subito il contratto di locazione con il professor Nocìta.

Il professore gli aveva chiesto settecento euro per due settimane, pronto ad accontentare il suo ospite rinunciando a un terzo del prezzo di mercato. Enrico gli aveva risposto che andava bene e si erano stretti la mano. Il professore, tuttavia, si era un po’ dispiaciuto per avergli tolto quel denaro di tasca: avrebbe molto volentieri stabilito con Enrico una relazione d’amicizia.

«Dottor Anastasio, lei mi deve però permettere di farle la prima spesa.»

La spesa è in Sicilia, da sempre, competenza del maschio. Sì, sono le donne in genere a occuparsene, ma solo perché gli uomini lavorano. Il sabato, e oggi anche la domenica nei supermercati aperti sette giorni su sette, così come durante le vacanze, sono gli uomini ad assumersi quel compito.

Così ogni giorno, alle otto del mattino, davanti al pescivendolo più popolare del paese, si formava una lunga fila di uomini: chi per il pescespada, chi per la spatola, chi per i totani e via di seguito.

Stessa storia per acquistare il pomodoro. La salsa in estate è obbligatoriamente preparata con il pomodoro fresco. Con melanzane fritte e ricotta salata per la pasta alla norma, oppure semplice pomodoro e basilico. E

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