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La libertà, per esempio
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E-book349 pagine5 ore

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Paolo L. Bernardini Raccoglie qui i suoi scritti liberal-libertari, per la maggior parte composti tra l’autunno 2015 e quello del 2016. Alcuni sono stati pubblicati in varie sedi e altri sono inediti. Alcuni di essi poi sono stati sottoposti a revisione per questo libro, altri sono ripubblicati nella forma originaria, con minime variazioni. Il nucleo del libro è dedicato a questioni mediterranee. Gli altri scritti riguardano invece questioni ed episodi per dir così “continentali” e suddivisi in sei sezioni: “Venezia”, “Adriatico”, “Mediterraneo”, le tre sezioni “marine”; “Storia e teoria”, “Terraferma”, e “Mondi lontani”, le tre sezioni generali. La prima sezione è quella “adriatica”, l’ultima quella “veneziana”, per ragioni di affezione dell’autore verso queste terre. Ma non solo per quello, ovviamente. La nascita del Montenegro indipendente nel 2006, i timidi fermenti indipendentistici veneti, la crisi economica veneta (che riflette quella nazionale), la questione triestina più che ormai urgente, dato il degrado raggiunto dalla città, insieme alla situazione greca, alla frammentazione in Bosnia, e ad una serie di altre situazioni “critiche”, pongono di nuovo l’Adriatico al centro della politica, mentre nel Mediterraneo occidentale il destino catalano rimane per ora l’unico polo di attenzione, dal momento che, almeno dal punto di vista dell’indipendentismo, sia Sardegna sia Corsica segnano, per ora, il passo. Da Ceuta a Melilla, dalla Tunisia alla Libia, certamente, per altri rispetti, il Mediterraneo non adriatico mostra straordinari motivi di interesse. Il volume completa una tetralogia, iniziata con Minima libertaria. Meditazioni dalla libertà offesa (2011), proseguita con Il liberalismo come visione del mondo. Otto studi di liberalismo classico (2014), quindi con Le altrui scale. Scritti di liberalismo classico e indipendentismo (2015). Si tratta di cinquantatré interventi, oltre a questa prefazione. Come di consueto, è stata una curiositas che ha costituito il file rouge di questi scritti.
 
LinguaItaliano
Data di uscita16 feb 2017
ISBN9788865125212
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    La libertà, per esempio - Paolo Bernardini

    Paolo L. Bernardini

    La libertà, per esempio

    © 2017, Marcianum Press, Venezia

    Marcianum Press

    Edizioni Studium S.r.l.

    Dorsoduro, 1 – 30123 Venezia

    t 041 27.43.916 – f 041 27.43.971

    marcianumpress@marcianum.it

    www.marcianumpress.it

    In copertina: Santorini, luglio 2007. Foto di Paolo Bernardini

    Impaginazione: Tomomot, Venezia

    ISBN 978-88-6512-559-5

    ISBN: 9788865125212

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

    http://write.streetlib.com

    Indice dei contenuti

    PREFAZIONE

    RINGRAZIAMENTI

    I. ADRIATICO

    II. MEDITERRANEO

    III. MONDI LONTANI

    IV. STORIA E TEORIA

    V. TERRAFERMA

    VI. VENEZIA

    APPARATI

    INDICE DEI NOMI

    INDICE DEI LUOGHI

    BIBLIOGRAFIA

    Paolo L. Bernardini

    La libertà, per esempio

    Questioni mediterranee

    e idee liberali

    Per Aldo Canovari, amico della libertà e della verità

    Un fiume di dolore inconsapevole sempre

    attraversa le genti. È prossimo alla fine

    prima ancora che inizi e dopo il suo principio

    avidamente ritorna e solo dopo la prova

    diventa deserto. La sua prova vivente

    ci toglie molte cose e molte cose dà.

    La libertà, per esempio…

    Jiří Orten

    20-21. 2. 1941

    (Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

    da La cosa chiamata poesia, Einaudi, 1969

    PREFAZIONE

    Raccolgo qui i miei scritti liberal-libertari, per la maggior parte composti tra l’autunno 2015 e quello del 2016. Alcuni sono stati pubblicati in varie sedi e altri sono inediti. Alcuni di essi poi sono stati sottoposti a revisione per questo libro, altri sono ripubblicati nella forma originaria, con minime variazioni. Il nucleo del libro è dedicato a questioni mediterranee. Gli altri scritti riguardano invece questioni ed episodi per dir così continentali. Li ho dunque suddivisi in sei sezioni. Venezia, Adriatico, Mediterraneo, sono le tre sezioni marine; Storia e teoria, Terraferma, e Mondi lontani, sono le tre sezioni generali. La prima sezione è quella adriatica, l’ultima quella veneziana, per ragioni di affezione verso queste terre, ormai la mia prima dimora. Ma non solo per quello, ovviamente. La nascita del Montenegro indipendente nel 2006, i timidi fermenti indipendentistici veneti, la crisi economica veneta (che riflette quella nazionale), la questione triestina più che ormai urgente, dato il degrado raggiunto dalla città, insieme alla situazione greca, alla frammentazione in Bosnia, e ad una serie di altre situazioni critiche, pongono di nuovo l’Adriatico al centro della politica, mentre nel Mediterraneo occidentale il destino catalano rimane per ora l’unico polo di attenzione, dal momento che, almeno dal punto di vista dell’indipendentismo, sia Sardegna sia Corsica segnano, per ora, il passo. Da Ceuta a Melilla, dalla Tunisia alla Libia, certamente, per altri rispetti, il Mediterraneo non adriatico mostra straordinari motivi di interesse.

    Il volume completa una tetralogia, iniziata con Minima libertaria. Meditazioni dalla libertà offesa (2011), proseguita con Il liberalismo come visione del mondo. Otto studi di liberalismo classico (2014), quindi con Le altrui scale. Scritti di liberalismo classico e indipendentismo (2015). Si tratta di cinquantatré interventi, oltre a questa prefazione. Come di consueto, non una linea guida, né un thema probandum hanno accompagnato, e inizialmente ispirato codesti scritti. Piuttosto, una curiositas che è un poco la grande fortuna, e il grandissimo limite, che accompagna da sempre la mia scrittura, e, per dir così, la mia vita. Un soggiorno di cinque mesi ad Amburgo, ospite della locale università, mi ha consentito, mentre ero immerso in complesse questioni di scetticismo secentesco, di dedicare ampio spazio alla Germania, mentre un recentissimo soggiorno in Montenegro mi ha permesso di soffermarmi con tre scritti su questo interessante e giovanissimo stato in occasione dei dieci anni di indipendenza (2006). I miei diuturni soggiorni in una delle mie città del cuore, Venezia, e in Veneto, mi hanno consentito una ripresa di temi veneziani e veneti, indipendentisti e no, temi che mi sono cari da almeno dieci anni, declinati in forme politiche, erudite, e varie. I più recenti, cronologicamente, sono dedicati ad una terra che amo, da ben prima rispetto al mio incontro con il Veneto e Venezia. Questa terra è la Sardegna. Uno dei territori più belli e vari al mondo.

    Lo stile di questi scritti è molto ineguale. Alcuni sono interventi accademici, pensati o per riviste o per convegni. Altri, la maggioranza, hanno uno stile eminentemente giornalistico, comprendono interviste, e addirittura una poesia. Almeno per quanto riguarda le espressioni di un medesimo pensiero (ma non per i suoi contenuti, ovviamente), vale il detto veritas sive varietas. Almeno credo. Una eterogeneità di forme espressive per un medesimo pensiero.

    Difficile tener dietro alle evoluzioni del liberalismo e del pensiero libertario in generale, che sono molteplici, e rapide. Ma esse sono meno importanti rispetto a quel che accade nel mondo, per dirla in questo modo. Fare il punto della teoria non è come fare il punto della prassi, e l’inevitabile iato tra ciò che è giusto in teoria, e la sua mancata applicazione nella realtà – che fu già oggetto dell’ineguagliabile riflessione di Kant – costringe a privilegiare la prospettiva sulla prassi, poiché è nel mondo reale che noi tutti viviamo. E dunque alla fine sono le sensazioni, piuttosto che le considerazioni razionali, a prevalere, e mi pare, davvero, di vivere in un mondo sempre meno liberale, e sempre più, naturalmente, statalistico e miserabile. Questo naturalmente è vero per l’Italia, da sempre, ma non che gran parte del resto del mondo viva il sogno della libertà. E neppur vive più nel sogno della libertà, poiché di essa, della sua vera natura, si sono perse le tracce, e molti pacificamente accettano l’esistenza e la nequizia dello Stato – senza neppur percepire la seconda – come se fosse qualcosa di naturale, o di quasi naturale, di tendente al naturale, per citare, dopo Kant, il suo infedele prosecutore Fichte, rovesciandone le prospettive: per restare dunque nell’ambito dell’idealismo tedesco in cui, prima di incontrare Mises e Rothbard, l’autore di queste pagine si è formato. Nella assoluta purezza e logicità delle sue strutture di pensiero, il liberalismo classico e la sua evoluzione libertaria sembrano confliggere con la prassi, e fornire al più un correttivo ideale, un’istanza di moderazione, piuttosto che la vera vita e la vera realtà come dovrebbero essere, secondo giustizia. Ma questo è vero per ogni norma morale, e per ogni società. Dunque non abbiamo motivo di essere stupiti.

    Se liberalismo vuol dire decrescita felice dello Stato, ebbene certo non siamo testimoni di questo, in nessuna parte del mondo, mi pare, o in ben poche. Se liberalismo vuol dire nascita di nuovi piccoli Stati, potenzialmente meno liberticidi rispetto a quelli grandi da cui si sono distaccati, anche questo fenomeno ha subito un rallentamento, e appare, per ora – ma le cose potrebbero poi cambiare in fretta, subire, come la Storia insegna, accelerazioni repentine – molto frammentato, rallentato, ed incerto. Certamente, vi sono entità da guardare con estremo interesse, il Montenegro nato nel 2006, il Sud Sudan nel 2011, e molteplici realtà, in tutto il mondo, che stanno prendendo faticosamente forma, in Africa, nella ex-Jugoslavia, e anche nella vecchia Europa occidentale, in particolare la Catalogna e la Scozia. Quanto di liberale vi sia in queste nuove formazioni statuali, è tutto naturalmente da verificare, ma intanto ci sono e generalmente promettono bene. Certamente, nel momento in cui scrivo queste righe, né la Catalogna né la Scozia sono indipendenti. In Italia, i vari indipendentismi sembrano in una situazione di stallo, ma i fermenti non mancano, certamente. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha significato (unico evento concreto), tra l’altro, l’affermarsi della possibilità di vie d’uscita, democraticamente deliberate, dei popoli, tornati sovrani, da organismi statuali o meta-statuali, come la UE, ritenuti a torto o ragione soffocanti. Un salutare principio disgregativo si è dunque non solo affermato, ma posto come vittorioso (si era già affermato con il referendum scozzese, ma non era stato appunto vittorioso). Può darsi che segnali l’inizio di ulteriori scissioni, ma è bene ricordare che le ideologie nefastamente aggregative poi reagiscono massicciamente nei confronti delle realtà effettuali disgregative; e allora può darsi che l’iniezione indotta di anticorpi collettivistici funzioni per un po’.

    In ogni caso, questi miei scritti mi pare testimonino di un tempo sospeso, che potrebbe essere prodromico per un avvenire di (maggiore) libertà, ma che potrebbe anche durare a lungo. Per questo, essi hanno una connotazione eminentemente culturale, con poche eccezioni, in quanto una cultura della libertà, o cultura dell’individuo, è ancora estremamente necessaria, dopo che per decenni in Italia, ma non solo in Italia, la cultura collettivista, in mille forme e guise come i diavoli dell’inferno dantesco, ha prevalso, e certamente ancora prevale. Il mio sguardo si è posato là dove germi di libertà, o nuclei di oppressione, hanno attirato di volta in volta la mia attenzione. Il fatto che il Mediterraneo, un mare da cui separo l’Adriatico per una serie di ragioni, anche e soprattutto storiche, prenda così tanto spazio è quasi casuale, anche se scrivendo dall’Italia e in Italia, alla fine ciò si comprende benissimo. Nella mia ultima visita a Como, la città dove da dieci anni insegno, scendendo dal treno mi sono imbattuto in centinaia, letteralmente, di migranti, provenienti dall’Africa, gabellati per profughi – ma la fame comunque e le malattie non sono forse flagelli come la guerra? – accampati nei miserabili giardini dinnanzi alla Stazione ferroviaria, in attesa di essere ricollocati altrove in città. La Svizzera tiene chiuso il confine. Molti sono giunti a questa destinazione di montagna attraversando fortunosamente il Mediterraneo. E molti giungono dal Corno d’Africa, ex-colonia italiana. Tout se tient. Mentre il tempo della libertà è sospeso, sono i destini individuali a rimanere in movimento. E il mondo continua, col suo governo globale ad ammannire circenses, come le Olimpiadi di Rio, per distogliere lo sguardo verso possibili, ancorché non mai certe, catastrofi. Per questo, in tempi sospesi, è meglio guardarsi intorno, e guardare indietro, al Passato, piuttosto che azzardare ipotesi per il futuro. Almeno per quanto mi riguarda, e come storico di professione la cosa dovrebbe riuscirmi più agevole.

    La principale differenza, nell’impostazione teorica, rispetto ai miei volumi precedenti, si trova in una nuova acquisizione concettuale, per me, almeno, fondamentale. Se il sogno liberale può, almeno parzialmente, realizzarsi nella costruzione di piccoli Stati, che eccellenti pensatori libertari italiani, naturalmente appoggiati da altri stranieri, come Pascal Salin, vedono possibile in Veneto, in Lombardia, in Sardegna, Sicilia e Toscana, ebbene, la convinzione che ora mi accompagna è che non sia possibile staccare brutalmente il destino del Veneto, poniamo, da quello italiano, e che l’indipendenza del primo debba collocarsi in un progetto di rifondazione generale per l’Italia. Ho già espresso in diverse sedi il mio pensiero, cui debbo ancora certamente dare un esito pratico. Solo un referendum generale in cui ogni cittadino di ogni regione si pronunci sull’eventuale trasformazione della propria regione in Stato libero, potrebbe portare insieme alle indipendenze, e alla rifondazione generale italiana, un Paese nato come espansione di una dinastia potrebbe finalmente costituirsi come Paese nato dalla volontà generale dei suoi abitanti, che ne diverrebbero per la prima volta e a pieno titolo cittadini. Uno scritto tra quelli raccolti fa esplicito riferimento a questo, ma tutti, in qualche modo, anche se sembrano lontanissimi come temi trattati, si volgono a tale meta, implicano tale esito. Scindere brutalmente la questione veneta dalla questione italiana non porterà alla soluzione né dell’una né dell’altra, o porterà soltanto a soluzioni provvisorie. Gli scarsi consensi ottenuti dai partiti indipendentisti alle elezioni regionali venete è un indice di questo. Lo scarto tra la purezza del pensiero libertario e la contaminazione della prassi è evidente, e non è neppur detto, alla fine, che la nascita di nuovi Stati sia la nascita di entità liberali, potrebbe essere il contrario, ad esempio se si guarda ai programmi dello Scottish National Party, almeno quelli di Alex Salmond.

    La creazione di nuovi Stati è soluzione di emergenza, provvisoria – fosse pure una provvisorietà di secoli – finché i tempi non porteranno alla fine di ogni Stato, e al trionfo necessario dell’individuo, l’unica vera Apocalisse auspicabile.

    Montegrotto Terme, Autunno 2016

    RINGRAZIAMENTI

    Nell’atto di congedare per le stampe questo libro, desidero ringraziare, innanzi tutto, Leonardo Facco, Gianluca Marchi, Luca Fusari, e tutta la redazione del Miglioverde, per aver generosamente ospitato la più parte di questi scritti. Ringrazio poi il Prof. Dr. Giuseppe Veltri, per avermi ospitato per cinque mesi nell’Istituto che dirige ad Amburgo, il Maimonides Center for Advanced Study, dove dividevo il mio tempo tra scettici secenteschi e liberali del terzo millennio. Ringrazio coloro che hanno ospitato alcuni di questi scritti non pubblicati sul Miglioverde: la redazione del sito UMI, Unione Monarchica Italiana, e Giulio Vignoli, illustre collega ed amico, per lungo termine ordinario presso quello che è ora l’attuale DISPO, il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova; la redazione del blog dell’Istituto Bruno Leoni di Torino; il direttore, e caro amico e collega, della Nuova Rivista Storica Italiana, Prof. Eugenio Di Rienzo; Dino Messina de Il Corriere della Sera. Ringrazio poi Paolo Sensini, Paola Villani, Alessandro Mocellin, Massimo Angelini, per i loro importanti suggerimenti. Ringrazio gli amici e sodali dei due movimenti indipendentistici di Trieste, e il Prof. Giorgio Conetti, emerito presso l’Università dell’Insubria, che, pur da posizioni affatto contrapposte alle mie, ha saputo generosamente darmi numerose indicazioni e consigli, e non solo per quel che riguarda la questione triestina. Il debito che ha verso di lui l’Ateneo presso qui insegno è grandissimo. Ringrazio poi, sempre in terra insubre, l’attuale Rettore Vicario dell’Università dell’Insubria, professor Giuseppe Colangelo, per avermi invitato a tenere una relazione (qui ripubblicata, sez. I, 2), al convegno Le Zone Economiche Speciali: uno strumento di sviluppo per i territori di confine?, tenutosi a Como il 4 novembre 2014 (si tratta anche dello scritto più risalente di questa raccolta). Ringrazio la Dr. Stefania Pagliara che mi ha concesso un’intervista sul Lussemburgo, Paese dove vive da tempo, una tra i circa 900.000 italiani che hanno lasciato l’Italia per l’estero negli ultimi dieci anni. Ringrazio poi i miei studenti del corso di States, Economy, and Global Markets, tenuto a Como nell’a.a. 2015-2016 e dedicato ai Paesi del Mediterraneo; la Prof. Dr. Racheli Haliva che mi ha accompagnato nelle mie scorribande tedesche; la Prof. Anna Lissa, ora all’Università di Paris-Vincennes (Paris VIII), per essermi stata vicina, insieme al marito Gaetano, nel mio lungo soggiorno amburghese e la mia assistente Marlene Heider, ora all’Università di Leeds, per la sua simpatia e solerzia. Il mio giovane allievo all’Università dell’Insubria, Francesco Mascellino, è stato come al solito puntuale ed intelligente collaboratore. Ringrazio ugualmente la Prof. Elisa Bianco, per avermi occasionalmente sostituito durante il mio soggiorno tedesco. Ringrazio Sarena Savata (Università dell’Insubria) per l’attenta lettura di questo scritto. Ricordo ugualmente Alessio Morosin, Alessandra Zanella, Cristiano Dal Toso, Caterina Ossi, Andrea Favaro, e numerosi altri amici veneti che si battono per l’indipendenza. Spero che questo mio lavoro possa risultare loro di qualche utilità. Ringrazio i lettori del Miglioverde, e tutti coloro che in altre sedi hanno letto e commentato questi scritti. Ringrazio poi numerosi editori, Nicola Erba di Milieu, Ferruccio Mazzariol di Santi Quaranta, e l’Avv. Cristiano Caracci; ringrazio Guglielmo Piombini e Giovanni Birindelli, come me collaboratori del Miglioverde, da cui molto ho appreso e nel cui pensiero mi riconosco, sentendomi dunque meno solo; Jonathan Steinberg, dell’Università di Pennsylvania, per avermi fatto avere in anteprima l’ultima edizione (2016) del suo libro, qui recensito, Why Switzerland?. Ringrazio Laura Orsi, che da anni mi è vicina, e che guarda con la sua tipica, salvifica cautela sia ai miei slanci indipendentistici, sia a quelli liberali, alla fine ben più eretici, a ben vedere, dei primi.

    Come per ogni lavoro dello spirito, il solo responsabile di quanto qui scritto è l’Autore.

    I. ADRIATICO

    1. Dilemma trivelle, dilemma democrazia

    Non vi è nulla di più inutile, si dice, di un giornale del giorno prima. Figuriamoci uno del 24 marzo 2016, a Ferragosto. Ma si tratta di un luogo comune, che, come ogni luogo comune, è passibile di essere sfatato, assai semplicemente. Ad esempio, rileggendo con attenzione le pagine che il numero 668 di Ravenna & Dintorni, del 24 marzo 2016, appunto, dedica alle trivelle e al mondo offshore di Ravenna, su cui tutti gli italiani, ma proprio tutti, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, sono stati chiamati a votare in Primavera, senza che il quorum sia stato raggiunto, come si sa, e così le concessioni rimangono, e tutto è caduto nel dimenticatoio. Eppure, sia il mondo dello offshore ravennate, sia quello del pensiero (e della prassi) politica, molto hanno da riflettere su questo referendum, sul significato della democrazia, e, meno, assai meno in astratto, su quell’affascinante mondo fuori dalla costa, dove ci fu quell’episodio autenticamente libertario dell’Isola delle Rose, indimenticato ed indimenticabile. Era Rimini e non Ravenna, ma la piattaforma abbandonata divenne esperimento di libertà ovviamente represso, e duramente, dal tiranno.

    Il numero di Ravenna & Dintorni dà un quadro storico preciso, ed uno attuale altrettanto accurato, del mondo dello offshore ravennate, segnalando anche un bel libro fotografico di Luigi Tazzari, intitolato Offshore, appunto, e pubblicato nel 2015 dalle edizioni LGN. Foto davvero suggestive, che documentano una forma di lotta, e di rapporto, dell’uomo con il mare, iniziato nel 1960, gli anni del boom, e ancora non concluso. Ci sono anche i numeri precisi del business, 32 piattaforme interessate dal referendum, 770 kmq di mare, 15 trivelle a rischio chiusura in caso di vincitore, l’1% del fabbisogno di gas nazionale coperto dalle acque bizantine; 550 dipendenti diretti dell’ENI, nel distretto adriatico centro-settentrionale, 7.000 posti di lavoro nell’indotto stimati da Regione e contrattisti offshore. A tutto questo si aggiungono le iniziative universitarie, un corso di laurea in ingegneria dell’offshore con 34 studenti al momento iscritti. Insomma, una realtà locale senz’altro importante, con una storia di quasi sessant’anni, che contempla, anche, le tragedie, qui ricordate: un elicottero caduto mentre tentava di raggiungere una piattaforma; una piattaforma in fiamme, per mesi, con tre morti al momento dell’esplosione. Decisamente, l’estrazione di gas è entrata non solo nel mondo economico, ma anche in quello culturale, e, per dir così, antropologico di Ravenna e del ravennate.

    Il giornale riporta diligentemente le opinioni dei sostenitori del , e quelle del no, in modo, mi pare, equilibrato. Racconta la storia delle prime trivellazioni e finalmente della scoperta del gas. Dà insomma un quadro generale del caso, che certamente gli elettori italiani, le diecine di milioni di elettori italiani, difficilmente avranno avuto la possibilità, la voglia, il desiderio di acquisire. Certamente, il fatto che negli ultimi quattro anni ENI abbia versato al Comune di Ravenna 1,4 milioni, mostra l’importanza anche per le casse comunali di questa impresa. Ma la cosa poteva davvero toccare il cuore di milioni di votanti il 17 aprile? Non avrebbero dovuto se mai essere chiamati a votare solo gli abitanti di Ravenna e zone interessate, che conoscono la vicenda bene, che possono informarsi da fonti dirette, ed avere cognizione degli eventuali danni ambientali provocati da queste piattaforme? L’ottimo articolo di Andrea Alberizia, il primo dei vari dedicati alle trivelle in questo numero del giornale, conclude: In questo contesto [di calo drastico del prezzo del petrolio, n.m.] le estrazioni di idrocarburi non sono più convenienti, e sono le compagnie petrolifere a bloccare gli investimenti a livello mondiale, dove l’incidenza delle 79 piattaforme italiane in 12 miglia di costa è irrisoria.

    E allora, dal fuori-costa ravennate, da questo piccolo mondo con le sue storie di tragedie e vittorie, di complicato rapporto con la natura – certamente meno devastata nell’Adriatico trivellato rispetto alla Cina con cui le potenze occidentali e l’Italia continuano a fare bellamente affari – ecco che scaturiscono riflessioni di ben più ampia portata.

    Gli italiani sono stati chiamati ad esprimersi democraticamente sul rinnovo delle concessioni per le piattaforme adriatiche, ma non sono chiamati ad eleggere il proprio governo.

    Quando la democrazia declina in farsa, i primi a veder violata la loro più o meno sacra memoria sono proprio i padri fondatori della democrazia italiana. E coloro che ancora, in buona fede, alla democrazia credono. Ovviamente, si tratta di una strategia chiara: far credere al cittadino che vi sia ancora qualcosa come una democrazia, e conferirgli il supremo potere di poter decidere sul destino di qualche piattaforma che non ha mai visto, probabilmente, e neanche sa bene come funzioni e cosa tiri fuori dalla crosta terrestre.

    Come se agli internati nei lager venisse concesso di votare sul menu del giorno: fagioli o fave, oggi, a Auschwitz?

    La tragedia della fine dei cicli storici si manifesta a volte in forma di farsa. Nell’interesse di tutti, è che la farsa continui, e che la tragedia non mostri, appunto, i tratti tragici, che sono connotativi, però, non denotativi di essa. Ovvero, tragedia è, e tragedia rimane.

    Altre domande certamente si pongono. Se i cittadini del Veneto fossero chiamati a decidere sull’indipendenza dello stesso, sarebbero consapevoli di quale responsabilità storica sarebbe loro affidata? Si raggiungerebbe un quorum, posta l’assoluta contraddittorietà del concetto stesso di quorum in un contesto di democrazia pura? Perché operazioni come il referendum del 17 aprile sono anche condotte per minare lo stesso concetto di democrazia, e la stessa consapevolezza di quel che la democrazia sia, nelle masse dei votanti. Ovvero, raffinati psicologi delle masse, eredi di Gustave Le Bon, sanno bene che concedendo il diritto di voto al popolo sulle trivelle di Ravenna, si crea un meccanismo per cui le masse stesse sanno che il loro campo di azione sarà ristretto alle trivelle o casi consimili. Insomma, che non potranno certo cambiare il mondo. E invece dovrebbe essere così. Ambientalisti, personaggi felicemente decresciuti nello spirito, sono gli alleati di menti raffinate che per il vantaggio loro e dei poteri che servono, fanno strame della democrazia con operazioni come quella del 17 aprile. Materiali su cui riflettere.

    2. Trieste porto franco o città libera

    Perché ci dovremmo battere? Povero il Trentino, poverissimo il Carso, ­l’Istria e la Dalmazia, inferiori a molte delle peggiori terre del Regno.

    Unica ricchezza, il Porto di Trieste, il quale perderebbe però gran parte del suo valore nel giorno che fosse separato dal suo retroterra tedesco e slavo ed aggregato all’ Italia la quale stenta a dare alimento al suo vecchio e non ancora risorto porto di Venezia.

    Trieste vive come un punto di intermediazione tra i porti d’ oltremare e il retroterra slavo tedesco. Sopprimere questo traffico vorrebbe dire ridurre Trieste ad un porto di pescatori. Slavi e tedeschi non ce lo permetterebbero. Un programma di sfruttamento del porto di Trieste a pro dell’Italia ci apparecchierebbe nuove guerre a breve scadenza coi popoli vicini, che hanno bisogno del porto più settentrionale ed orientale dell’Adriatico.

    Noi siamo convinti di non avere alcun diritto ad ipotecare per noi i vantaggi della posizione e della potenza economica d Trieste.

    Se l’Italia dopo averla conquistata vorrà conservare Trieste lo potrà fare a condizione di non voler sfruttare il porto a vantaggio esclusivo degli italiani.

    Angariare gli slavi ed i tedeschi, frastornare con dazi doganali e tariffe ferroviarie il traffico verso le regioni rimaste all’ Austria od assegnate alla nazione Serbo/Croata sarebbe un suicidio, per noi. Sarebbe la rovina del porto di Trieste. Per il traffico dell’entro terra veneto–lombardo basta il porto di Venezia.

    Luigi Einaudi

    Il mio intervento è fondamentalmente l’intervento di uno storico, e dunque per una serie di motivi non sarò in grado di addentrarmi più di tanto nelle questioni di economia portuale, e di economia in generale, gestionali e tecniche, che riguardano il Porto Franco di Trieste. È bene specificare, in via preliminare, che il Porto Franco triestino è un unicum a livello nazionale, ed europeo, per quanto si inserisca idealmente in un contesto che, secondo una fonte triestina e italiana, ovvero l’Autorità portuale, lo definisce nella sua dimensione storica e giuridico-istituzionale nel modo che segue:

    "Il Porto Franco di Trieste rappresenta un unicum nell’ordinamento giuridico italiano e comunitario, soprattutto in considerazione delle vicende

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