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Questo Mondo Non Mi Appartiene
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E-book327 pagine4 ore

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Info su questo ebook

"Questo mondo non mi appartiene" nasce da uno stato di insoddisfazione nei confronti della società in cui viviamo, confermato quotidianamente dalla bassa qualità dei rapporti sociali: siamo in un mondo dove le persone – noi – hanno perso di vista il vero significato dell’esistenza, distante anni luce dalle potenzialità umane.
Perché? Affrontando materie che ci riguardano da vicino, come la psicologia, la sociologia, la pedagogia, la comunicazione, la politica, il testo cerca di rispondere a questa domanda – e a trovare una chiave per provare a modificare lo status quo – tramite una sorta di biografia
intellettuale di Vera True, una persona qualunque. Una mamma di quarant'anni, che denuncia il proprio malessere nei confronti della società del terzo millennio, generata da un progresso cieco; il quale, invece di sviluppare i valori necessari per migliorare l’esistenza dell’umanità, si identifica – semplificando – nel guadagno, nella ricchezza materiale. Contaminando inevitabilmente qualunque tipo di relazione, in qualsiasi contesto. Abbiamo costruito una società basata sull'inganno, sull'ipocrisia e sul malaffare. Mi riferisco all'Italia, ma in generale il discorso si può estendere al mondo globalizzato. Tutto ruota intorno al valore assoluto che assegniamo al denaro, per cui siamo disposti a fare “carte false” pur di impossessarcene. Tramite i soldi crediamo di poterci permettere ogni cosa, tutto; e in questo modo siamo sicuri di conquistare il benessere ed una vita soddisfacente.
Ma è davvero così? I soldi sono l’elemento più importante per l’autorealizzazione?
Vera è convinta di no e non si capacita del fatto che nessuno la pensi come lei. Il punto è che stiamo perdendo (abbiamo perso?) la capacità di riflettere, di confrontarci e condividere: sembriamo (siamo?) tutti ipnotizzati e crediamo di essere felici solo se soddisfiamo le nostre brame consumistiche e il nostro egocentrismo. Per questo, grazie soprattutto al contributo di autorevoli pensatori del passato, costruisce la sua opera con l’obiettivo di far conoscere il suo punto di vista: la qualità della vita deriva non certo, o non solo, dalla ricchezza.
È un invito alla riflessione, necessaria a dare vita ad un’idea propria, scelta liberamente e non imposta in maniera subdola. È un invito a considerare “l’altro” degno di attenzione, perché il nostro benessere dipende dalla qualità dei rapporti sociali. È un invito alla condivisione. E soprattutto è un invito a coltivare il gusto per la conoscenza, per la cultura, quindi per la lettura.
L’opera si rivolge a un pubblico che non sente propri le scelte e gli stili di vita della società odierna, ma anche e soprattutto alla maggioranza che li sposa, per persuaderli che si stanno sbagliando.
 
LinguaItaliano
Data di uscita6 feb 2017
ISBN9788826016955
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    Anteprima del libro

    Questo Mondo Non Mi Appartiene - Massimo Trucco

    Massimo Trucco

    QUESTO MONDO NON MI APPARTIENE

    L'illustrazione in copertina è una foto scattata dalla Nasa che ritrae il Golfo del Messico.

    UUID: 3d8160da-ec6d-11e6-b97d-0f7870795abd

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

    http://write.streetlib.com

    Ringraziamenti

    Non sarei mai riuscito a scrivere questo libro senza la preziosa e costante presenza di Anna, che mi sta accompagnando nel viaggio su questa Terra. Condividendo la vita con lei da oltre cinque lustri, mi ha dimostrato come sia possibile esprimere le enormi potenzialità dell'essere umano, indipendentemente dalle gigantesche difficoltà che ha dovuto affrontare nel corso della sua esistenza. Il suo comportamento naturalmente altruistico, lontano anni luce dalla quasi totalità delle persone che la circondano, mi ha sempre spinto a cercare di comprendere – partendo da chi siamo, che cosa abbiamo creato e, dunque, quali sono i valori e gli obiettivi della società che plasmiamo ogni giorno – se esiste ancora la possibilità di migliorare il futuro dei nostri figli. Ecco, i nostri figli. Sono proprio loro la motivazione principale dell’essere al mondo: Nicole mi ha fornito la determinazione a perseverare, soprattutto nei tanti momenti di sconforto di fronte all'ineluttabile cruda realtà circostante.

    Ovviamente, come tutti gli scrittori contemporanei, sono in debito con gli autori che mi hanno preceduto nella storia. Grazie ai loro contributi ho condiviso ragionamenti profondi che migliorano il vivere quotidiano, sviluppando lo spirito riflessivo necessario alla consapevolezza.

    Indice dei contenuti

    Ringraziamenti

    Antefatto

    Introduzione

    Legenda

    PARTE PRIMA: COME SIAMO

    Sezione I: ACQUE TORBIDE

    Libertà no!

    Bugiardi e non solo

    Distruttività umana

    Cattivi si diventa

    Sezione II: ACQUE SEMPRE PIÙ TORBIDE

    Avere o essere

    La sfera emotiva

    I neuroni specchio

    La memoria è ignorante

    PARTE SECONDA: CHE COSA ABBIAMO PRODOTTO

    Sezione I: SUI TRONCHI GALLEGGIANTI

    La post-modernità globalizzata

    Rischio

    Incertezza

    Liquidità

    Sorveglianza

    Sezione II: SE LA NAVE DIVENTA IL COMANDANTE

    L'essenza del capitalismo

    Le multinazionali

    La flessibilità

    La dittatura dell'Io

    La società contemporanea

    Sezione III: LA NAVE AMMIRAGLIA

    La Cultura

    Gli italiani e la Cultura

    Siamo italiani

    Conclusioni iniziali

    PARTE TERZA: FRAMMENTI DI VITA QUOTIDIANA

    Sala d'attesa

    Il colloquio di lavoro

    Pronto Soccorso

    Scuola dell'infanzia

    Giostraterapia

    PARTE QUARTA: SPERANZA

    Sezione I: IL SALVAGENTE

    Albert Einstein: Come io vedo il mondo

    Erich Fromm: Da avere a essere

    Erich Fromm: L'arte di amare

    Dalai Lama: La felicità al di là della religione

    Martin Seligman: La costruzione della felicità

    Sezione II: «FAR VENIRE A GALLA»

    Educere

    Jean Jacques Rousseau: Emilio

    Rocco Quaglia: Adamo. L'infanzia inesistente

    Rocco Quaglia: La scatola nera. Psicologia del sentimento

    Michael Tomasello: Altruisti nati

    Thomas Gordon: Genitori efficaci

    Finto epilogo

    Bibliografia

    Antefatto

    Una sera, mentre sto controllando la posta elettronica, mi imbatto in un messaggio inviato da Vera True. Vera True? Immediatamente la mia memoria comincia a lavorare alacremente. Ho conosciuto Vera all'inizio del terzo millennio, nelle aule dell’Università di Torino, dove frequentavamo il corso di laurea in Scienze della Comunicazione. Tra tutte le persone incontrate in quegli anni, Vera è stata quella con cui ho condiviso maggiormente l’esperienza di studio, se così posso dire. Io mi sono iscritto all'università a trentacinque anni, ero sposato da quasi un decennio e lavoravo in fabbrica come operaio. È facile comprendere che la mia situazione era molto diversa rispetto a quella dei miei compagni di viaggio dell’ateneo. Ma con Vera – che mi passava gli appunti dei corsi che non potevo frequentare –, nei momenti in cui ci siamo confrontati tra una lezione e l’altra, o nella preparazione di qualche esame, è nata una sorta di affinità intellettuale, di condivisione dei valori umani che raramente ho vissuto. Poi, naturalmente, una volta raggiunto l’agognato traguardo della laurea, ognuno ha seguito il proprio percorso e ci siamo persi di vista.

    Incuriosito, apro il messaggio: «Ciao Max, come stai? Quanto tempo è passato! Prima di fare altre ricerche, provo a scriverti sull'account in mio possesso. In questi anni, per me tante cose sono cambiate e non sono più la ragazza idealista che hai conosciuto ai tempi dell’università. E solo adesso riesco a comprendere lo scetticismo che nutrivi rispetto alla bontà umana. Sono felicemente sposata con una Persona (con la P maiuscola, come dicevi tu quando ti riferivi ad esseri umani degni di questo nome) e ho un figlio, Mirko, che amo alla follia. Ovviamente, ti chiederai il motivo per cui ti ho contattato. Cerco di spiegarmi in poche parole, ma spero di potertene parlare a voce al più presto. Rispetto al passato, la nostra società è peggiorata, e di molto. O meglio, ha accelerato la regressione verso un mondo sub-umano. Il mare di egoismo e di ipocrisia in cui nuotiamo tutti i giorni – distante anni luce da un’umanità compiuta – è diventato per me sempre più insopportabile. Sono in perenne crisi esistenziale, mi sento incapace di rimediare al disastro che la nostra generazione sta lasciando in eredità ai nostri figli. E tu che c’entri? Beh, da molto tempo lavoro ad un progetto che sembra essere destinato al fallimento: a questo punto sei l'ultima carta che mi gioco per riuscire a realizzarlo. In allegato ti lascio il mio numero di cellulare. Chiamami! Non mi dilungo oltre. A presto, spero. Vera».

    Le parole di Vera mi lusingano a tal punto che rispondo di getto: «Ciao Vera, che piacere sentirti! Sono molto curioso, ma aspetto di incontrarti di persona. Ti chiamo domani. max». Contemporaneamente compaiono i ricordi che la mia memoria ha mantenuto dei tempi passati. La maggior parte delle immagini evocate rimandano al senso di diversità che provavo quando ero circondato da ragazzi appena diplomati. Riflettendo, però, emergono alcuni flashback relativi a Vera, che mi rammentano il suo ottimismo e la sua fede incondizionata nei rapporti sinceri; ma, nel contempo, anche le sue critiche feroci nei confronti dell’ipocrisia umana, tanto che diversi studenti del nostro gruppo di studio la trovavano terribilmente ingenua. Domani la chiamerò di sicuro.

    Ci siamo incontrati qualche giorno dopo in un bar del centro di Torino. Il viso di Vera non è più quello di una volta: le rughe intorno agli occhi e vicino alla bocca – soprattutto quando sorride – testimoniano il lavoro incessante e meticoloso che il tempo svolge sul nostro corpo. In quel momento penso che, probabilmente, anche lei avrà avuto gli stessi pensieri guardandomi in faccia. Per almeno un’ora ci siamo raccontati le nostre storie personali post laurea. Poi Vera comincia ad elencare le sue esperienze professionali con un entusiasmo tipico dei neofiti: giornalista sottopagata in un periodico locale, addetta al marketing con funzioni organizzative, responsabile della comunicazione in una piccola impresa di servizi, segretaria tuttofare in un’azienda metalmeccanica, selezionatrice del personale presso una società di e-recruitment, agente di commercio nel campo editoriale; fino ad arrivare al mestiere che sente suo, la formazione aziendale. Mi spiega subito – per capire se sono in sintonia con lei – che nella sua professione non mette in campo solo, o soprattutto, le conoscenze teoriche, ma l’esperienza concreta maturata in questi anni nei contesti aziendali. In particolare rispetto ai rapporti con colleghi e superiori. All'inizio di ogni lezione ascolta i suoi allievi per comprendere chi ha davanti e identificare l’approccio corretto. In sostanza, è sinceramente interessata a loro, così trova il modo di comunicare in maniera efficace i contenuti da trasmettere. E la maggior parte delle volte raggiunge l’obiettivo. L’elemento cruciale – ciò che la gratifica maggiormente – è che i suoi interlocutori sentono che lei li comprende davvero: ad esempio, quando provano un forte senso di umiliazione di fronte agli ingiusti rimproveri del loro capo; quando non sono trattati da esseri umani; quando i loro superiori affermano di voler fare squadra e poi si comportano da individualisti incalliti. Anche Vera, nel contesto professionale, ha vissuto direttamente sulla sua pelle questi episodi. Certe volte sembra quasi una di loro: essi ascoltano le sue parole e interagiscono volentieri, perché ciò che dice non è solo frutto di pura teoria astratta, ma si avvicina alla loro realtà. E allora si realizza la vera condivisione.

    A differenza delle esperienze professionali precedenti – dove il guadagno ha sempre condizionato qualunque tipo di rapporto con gli altri – qui può veramente essere se stessa. Mentre mi sto chiedendo che cosa c’è che non va nella vita di Vera, afferma che da oltre un anno ha chiuso la partita IVA perché, con la crisi economica che stiamo vivendo, non riesce più a guadagnare: le aziende non rimborsano le spese di trasferta e la paga oraria è diminuita; ma, soprattutto, nonostante i contratti stipulati, le società di formazione retribuiscono le docenze molto in ritardo, tanto che nell'ultimo periodo di lavoro è riuscita a malapena a raggiungere il pareggio tra ricavi e costi. I soldi, ancora una volta, stanno facendo la differenza. A fronte di queste evidenze è stata costretta, a malincuore, a rinunciare all'insegnamento, dedicandosi completamente a suo figlio. Tirando un po’ la cinghia. Da quel momento è cominciata una parabola depressiva, che adesso ha raggiunto livelli quasi insostenibili. Ripete che, a parte suo marito, tutte le persone con cui è entrata ed entra in contatto sono, a vari livelli, interessate prevalentemente – e spesso solamente – all'arricchimento materiale. E lei fa molta fatica ad accettarlo.

    Smette di parlare e mi fissa intensamente negli occhi: il suo sguardo esprime la sua sofferenza. Io non posso far altro che annuire malinconicamente; ma, mentre sto cercando di capire come posso aiutarla, Vera ricomincia a parlare. Mi dice che non ha perso completamente la speranza di un mondo migliore. O meglio, prima di mettersi definitivamente il cuore in pace, vuole tentare un’ultima strada, per verificare se è una visionaria oppure se esistono altri esseri umani come noi (dice proprio così). Comincia a parlare del suo progetto, che è partito qualche anno fa, proprio in risposta alla sua crescente difficoltà ad instaurare rapporti umani soddisfacenti in questa società individualista ed egoista. Non riesce a capacitarsi del fatto che viviamo un’esistenza qualitativamente inferiore rispetto alle possibilità umane. Eppure, esistono innumerevoli studi che spiegano come funziona la nostra mente, come si esprimono positivamente le nostre potenzialità, quali valori e comportamenti portano al benessere, individuale e collettivo. Ma poi si è chiesta: quante persone leggono libri? Poche, in percentuale. E che libri leggono? Come li scelgono? In base al numero di pagine, all'immagine di copertina, al prezzo? Oggi l’editoria comprende un numero sterminato di prodotti, che si possono fruire – oltretutto – in formato sia cartaceo, sia elettronico. Studiando il mercato editoriale ha potuto verificare, come succede in tutti gli altri settori commerciali, che il successo di un libro è direttamente proporzionale alla forza della sua campagna pubblicitaria. A prescindere dal contenuto dello stesso ( sic!). È il potere della comunicazione persuasiva, che si fonda sul denaro. Non si può che essere d’accordo con lei: la nostra società è dominata dal marketing, che ha l’unico obbiettivo di aumentare le vendite, per guadagnare sempre di più.

    Nonostante tale scenario, Vera è convinta che la cultura (e il libro come suo massimo rappresentante) sia il principale, se non il solo mezzo grazie al quale la razza umana può progredire. Si è messa in gioco e ha deciso di scrivere lei un libro, per raccontarsi attraverso alcune significative esperienze sociali e intellettuali. In parole povere – almeno così mi sembra di aver capito – vuole condividere le idee e i principi che le hanno consentito di conoscere e comprendere, migliorando il suo atteggiamento verso se stessa e verso gli altri. Un libro che esprima i valori in cui crede. A suo dire, con queste premesse si può scorgere la possibilità di costruire una società veramente umana.

    Il mio primo pensiero è che la sua iniziativa sia tanto interessante quanto irrealizzabile. Innanzitutto, il motivo della scelta di Vera di chiudere la sua attività dimostra che il denaro, oggi più di ieri, condiziona ogni ambito della nostra vita. E poi, a chi vuoi che gliene importi dei turbamenti esistenziali di una madre e dei suoi propositi, se non portano soldi a qualcuno? Inoltre, sarebbe facilmente classificata come la solita millantatrice che cerca di spargere falso buonismo per ottenere un guadagno personale. Io sono sicuro che è profondamente sincera, ma penso che l’umanità del terzo millennio, almeno quella attuale, non sia ancora abbastanza attrezzata per il grande salto di qualità.

    Si accorge che la guardo con scetticismo e cerco di dissimulare. Lei continua e mi dice che ha selezionato e ordinato molte riflessioni sull’enorme importanza della qualità dei nostri rapporti sociali (soprattutto delle persone con cui interagiamo quotidianamente); sul tempo che utilizziamo per crescere i nostri figli; sui condizionamenti esterni che influenzano il nostro agire; sul valore assoluto che il denaro assume in ogni circostanza; sulla mancanza di compassione; sull'istituzionalizzazione dell’ipocrisia; sul lavoro considerato unicamente un mezzo per guadagnare soldi e non volto all'autorealizzazione. Mentre sta continuando ad elencare quelli che considera i mali dell’uomo contemporaneo, mi sembra di parlare in prima persona e mi inserisco con trasporto nel discorso, rinforzando i suoi pensieri. Vera – in quel preciso istante – ha la certezza di essere compresa e se ne compiace. Allora afferma che il problema è che da tempo si trova di fronte a due ostacoli insuperabili: primo, non si decide a scegliere tra i tanti argomenti selezionati, perché ci sono troppe cose importanti da dire. Secondo, non riesce a trovare lo stile narrativo giusto: è partita con l’idea di fare un saggio, che poi ha cercato di trasformare in un romanzo, ma che romanzo non è, almeno nel senso tradizionale del termine.

    Vera mi sta chiedendo di aiutarla ad organizzare il mare di appunti e riflessioni che ha scritto in questi anni, perché non riesce più a orientarsi, a concentrarsi; e teme che tutto il tempo e le energie che ha dedicato a questo progetto siano stati vani. Ha provato innumerevoli volte a condividere il suo pensiero con amici e colleghi; ma, puntualmente, si è accorta che i suoi interlocutori consideravano il suo pensiero una stravaganza, un’utopia. E prima di dar loro ragione ha pensato a me. Ecco perché sono qui a parlare con lei dopo tanto tempo.

    Mi sento molto gratificato per l'attestato di stima che Vera mi ha appena espresso. E la sua idea è veramente interessante, anche se – come ho detto – pare proprio un’impresa impossibile. Non glielo faccio intendere; anzi, le chiedo di dirmi di più su ciò che ha scritto, sui testi degli autori analizzati. A quel punto, mi sorprende con la sua reazione immediata: il suo viso si illumina ed emana una raggiante soddisfazione. Mi ripete tre volte: «Allora accetti? Accetti, vero?». Ho accettato la sua proposta. Vera è felice come una bambina. Dal suo borsone tira fuori un grosso fascicolo che contiene – ad occhio e croce – un migliaio di fogli scritti al computer e me lo consegna. Il suo lavoro è tutto lì. Aggiunge che invierà sul mio account tutte le copie in formato elettronico, compresa la bozza completa del testo. Decidiamo di pianificare il lavoro: comunicheremo via e-mail e ci incontreremo periodicamente per confrontarci e fare il punto della situazione. Vera è entusiasta come se avesse già pubblicato il suo libro. Mi ringrazia per la collaborazione e si congeda con un raggiante: «A presto!».

    Mi sono subito messo al lavoro a tempo pieno sul materiale cartaceo a disposizione. Ho impiegato più di due settimane per leggere attentamente gli appunti di Vera. Buona parte di essi sono una breve sintesi ragionata di altri libri, di autori diversi – anche molto conosciuti – che affrontano tematiche prevalentemente psico-sociologiche, dunque riguardanti l’essere umano e la società in cui vive. Sono rimasto piacevolmente sorpreso, perché conosco bene molti dei testi che ha selezionato. In più, un centinaio di pagine descrivono alcune esperienze ordinarie vissute dalla scrivente, alcune riflessioni personali, l’introduzione e le conclusioni. La bozza completa contiene un primo tentativo di mettere insieme tutti i pezzi, come lei mi aveva già anticipato. In effetti, si è bloccata e non è più riuscita a terminare la sua opera perché ci sono tanti, troppi contenuti di un certo spessore culturale, ma manca la visione d’insieme, manca l’organizzazione interna del testo. Credo che abbia vissuto – e viva tuttora – la sensazione di possedere un materiale prezioso che non riesce a plasmare, a renderlo fruibile. Soprattutto perché è troppo coinvolta nelle vicende che racconta.

    Sono molto motivato e comincio il mio lavoro cercando di scegliere le parti utili alla stesura finale. Ma dopo qualche giorno, anche per me, tutto il materiale sembra importante allo stesso modo, non riesco a eliminare alcunché, non riesco a «decidere». Riaffiora la sensazione che si tratti di un’opera irrealizzabile: non trovo il bandolo della matassa. Allora scrivo un messaggio a Vera per aggiornarla sui miei dubbi e confrontarmi con lei.

    Vera non ha mai risposto alle mie e-mail. Ho provato a telefonare più volte, ma una voce metallica dall’altra parte del ricevitore gracchia che il numero è inesistente. Ho cercato in rete qualche sua traccia – ne avevo trovate alcune qualche giorno prima –, ma inspiegabilmente, adesso, il web non conosce Vera True. Sembra sparita. Ricordo che mi aveva promesso che avrebbe inviato i file del suo lavoro in formato elettronico. Non l’ha fatto. Riprovo a comunicare attraverso la posta elettronica e il messaggio ritorna indietro con la dicitura: «Indirizzo non trovato». Pazzesco! Sto forse sognando? E il faldone su cui ho riflettuto finora come si spiega? Decido di andare a casa sua, cioè al domicilio che mi aveva comunicato quando ci siamo incontrati. Vi lascio immaginare la mia espressione quando, al numero civico indicato, trovo un caseificio specializzato in mozzarelle di bufala. L’insegna recita: «BUFALINA, LA MOZZARELLA SOPRAFFINA. DAL PRODUTTORE AL CONSUMATORE».

    Resto basito. Non capisco e mi sento preso in giro. Improvvisamente, proprio come il prodotto del caseificio, tutta questa storia sembra una bufala. E subito cerco di autogiustificarmi e convincermi che, in fondo, avevo capito fin dall'inizio l’impossibilità di realizzare il progetto. Come Vera, mi sono posto innumerevoli volte le sue domande, ma non sono mai riuscito a trovare delle risposte soddisfacenti. E alla fine sono stato costretto ad accettare la cruda realtà. O meglio, a cercare di resistere – all'interno del mio microcosmo – all'inevitabile condizionamento del sistema sociale che mi circonda. Ed ho quindici anni più di lei. Ma di lei chi? Penso che archivierò questa breve esperienza come l’illusione di un cinquantenne in buona fede, che ha pensato di poter cambiare il mondo e migliorare le persone. Come credere agli elefanti volanti! Sì, è proprio così: voltiamo pagina e torniamo nel mondo reale.

    Nella vita, tuttavia, spesso le aspettative non corrispondono a quello che poi si realizza in concreto. Infatti, nei giorni seguenti non sono più riuscito a distaccarmi dall’ipotesi di un mondo migliore, dove le persone aspirano alla comprensione di se stesse e degli altri, per diventare veramente umane. Mi sono verizzato: riflettendo sui suoi scritti ho ritrovato un po’ di speranza. Il fatto più stimolante, come ho già accennato, è che le opere e gli autori che ho ritrovato sono quelli che – in generale – leggo con maggiore interesse. Da quel momento non mi sono più sentito solo: ho rimosso senza indugio dalla mente il mistero della sua repentina irreperibilità e mi sono tuffato nei suoi appunti con una buona dose di ottimismo. Ho continuato a ragionare su quel progetto ed ho ricominciato – all’inizio quasi solo per piacere intellettuale – a lavorare sul materiale a mia disposizione. Mentre il coinvolgimento emotivo cresceva progressivamente, mi sono ripromesso di terminare il lavoro a qualunque costo.

    Dopo molti mesi posso dire che ho finito. La difficoltà maggiore è stata quella di scegliere i contenuti e i linguaggi capaci di comunicare efficacemente le intenzioni dell’autrice. Sono soddisfatto, perché rispetto alla prima bozza completa di Vera, il testo è cambiato principalmente dal punto di vista della sua costruzione e della sua lunghezza, che è stata ridotta notevolmente. A parte questa premessa, le parole sono rimaste quelle che lei ha scritto: è stata un’operazione di sfoltimento, imperniata sulla decisione, nel senso etimologico della parola («decidere», dal latino decidĕre: ‘tagliar via’).

    La delusione di Vera nei confronti del progresso umano, almeno per come si è sviluppato, è quella che provano molti di noi, chi più chi meno. Ma poi accettiamo, volenti o nolenti, in una sorta di adattamento perverso, le regole del gioco e ci abituiamo alla violenza, alla menzogna, all'egoismo, alle ingiustizie. Le istituzionalizziamo e ci convinciamo fatalisticamente – è la scelta più facile – che il mondo funziona proprio così; e che non possiamo fare niente per modificarlo.

    Questo libro vuole essere – prima di tutto – una fonte di motivazione verso la lettura, un punto di partenza che aumenti la curiosità, l’interesse nei confronti del sapere. Perché? Per il semplice motivo che dobbiamo essere consapevoli che la quantità e la qualità delle parole che utilizziamo determinano la nostra realtà, le nostre esperienze, ciò che pensiamo e sentiamo, come ha chiaramente spiegato Gianrico Carofiglio: «L’abbondanza, la ricchezza delle parole è dunque una condizione del dominio del reale: e diventa, inevitabilmente, strumento del potere politico. […] Ma il numero delle parole conosciute non ne esaurisce lo straordinario potere sugli uomini e sulle cose. Un ulteriore segnale dello sviluppo della democrazia e, in generale, della qualità della vita pubblica si può desumere dalla qualità delle parole: dal loro stato di salute, da come sono utilizzate, da quello che riescono a significare». E ancora, citando Austin: «Le parole fanno le cose in primo luogo quando hanno valore performativo, cioè esecutivo, e dunque generano direttamente effetti nel mondo materiale e delle relazioni umane. Una frase, o anche una sola parola, può descrivere, narrare un’azione, ma può altresì identificarsi essa stessa con l’azione, essere l’azione». Ad esempio: «Chiudo la finestra».

    Inoltre, «anche quando le parole e le frasi sono non direttamente performative, ma narrative e descrittive, esse – raccontando – possono realizzare una peculiare funzione costruttiva del mondo. La narrazione dei fatti non è un’operazione neutra: la comunicazione spesso letteralmente crea quella che noi chiamiamo la realtà, come ha affermato, con toni solo in apparenza paradossali, Paul Watzlawick».

    Vera e i suoi autori ci accompagnano in un viaggio che svela, senza ipocrisia e retorica, come funzionano realmente i rapporti con i nostri simili; e quali sono i valori e le viltà che li sorreggono. Si parla di noi, di alcune fondamentali virtù e debolezze, di come ci lasciamo sfuggire volontariamente la possibilità del benessere in favore di una più agevole falsa felicità, costruita su un mondo materiale egoista, ingannevole e invidioso. Conoscendo meglio noi stessi – le potenzialità umane e i benefici derivanti da esse, ma anche i lati oscuri e i danni che possono causare – avremo una buona ragione per impegnarci a migliorare la nostra vita. Se non altro, per migliorare l’esistenza dei nostri figli.

    Introduzione

    Quella sera avevamo appena finito di cenare e mio marito – la regola è che non si mangia con il televisore acceso – si sintonizzò sul TG. Le immagini sullo schermo rimandavano alla guerra in Medio Oriente, dove potenti aerei bombardavano i villaggi sottostanti. Stavo sparecchiando la tavola quando, ad un certo punto, notai gli occhi sgranati di Mirko, ipnotizzato da quello che stava osservando. Era completamente coinvolto. Lo sguardo rapito cercava disperatamente un senso, una spiegazione a ciò cui stava assistendo. Ma sul momento non diedi importanza alla sua espressione estraniata. Terminato il servizio giornalistico – stavo sistemando i piatti sporchi nel lavandino della cucina – Mirko, con la soddisfazione di chi finalmente ha capito, esclamò sorridendo: «Mamma, mamma, quegli uomini giocano alla guerra, vero?». Improvvisamente, un senso di gelo attraversò la parte posteriore del mio corpo, dalla nuca ai talloni. Cercai subito rifugio negli occhi di mio marito, che comunicavano altrettanta impotenza. Dopo un po’ di esitazione, cominciai a farfugliare che quelle persone, purtroppo, non stavano giocando, ma combattevano seriamente tra di loro fino a farsi così male da

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