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Passaggio a Nord: La colonizzazione mafiosa

Passaggio a Nord: La colonizzazione mafiosa

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Passaggio a Nord: La colonizzazione mafiosa

Lunghezza:
342 pagine
3 ore
Pubblicato:
4 gen 2017
ISBN:
9788865791318
Formato:
Libro

Descrizione

«La mafia fa parte integrante della storia d’Italia. Vi ha messo lunghe e larghe radici. Ma la storia lontana e recente d’Italia viene scritta ignorando la sua esistenza. Come se la mafia non l’avesse attraversata dalla nascita del Regno unitario fino a oggi. La Grande Rimozione di cui si parlerà in questo libro incomincia qui. Dai libri di storia. […] Questa rimozione vale esponenzialmente per il Nord, dove le organizzazioni mafiose stanno attivamente partecipando alla costruzione della storia presente, dopo averne gettato la loro parte di fondamenta nei decenni passati. Mafia, camorra e soprattutto ’ndrangheta muovono e condizionano oggi la storia civile e culturale, economica e amministrativa, politica e urbanistica, delle regioni settentrionali. Al Nord stanno anzi provando a verificare la loro capacità di produrre storia in tutto il Paese dopo averla già prodotta per tutto il Paese. Già la Regione più importante, la Lombardia, ha visto franare la sua amministrazione, andando a nuove elezioni, per vicende di mafia. Già nei partiti politici figurano e crescono a ogni livello esponenti in rapporti elettorali con i clan. Già amministrazioni comunali (sempre meno di quanto accadrebbe, a parità di condizioni, al Sud) vengono sciolte per mafia. Già settori economici rilevanti sono presidiati dalle imprese mafiose e dai clan retrostanti».
Pubblicato:
4 gen 2017
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9788865791318
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Libro

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Anteprima del libro

Passaggio a Nord - Nando dalla Chiesa

Nando dalla Chiesa

Passaggio a Nord

La colonizzazione mafiosa

Edizioni Gruppo Abele

© 2016 Gruppo Abele Onlus

corso Trapani 95 - 10141 Torino

tel. 011 3859500 - fax 011 389881

www.edizionigruppoabele.it / edizioni@gruppoabele.org

isbn 978-88-6579-131-8

La foto in copertina è tratta da Inchiesta Piemonte, in Narcomafie, 2013, n. 12, p. 27.

Si ringraziano Rosy Bindi e l’Ufficio di Presidenza della Commissione parlamentare antimafia per la fiducia, Livio Pepino e Francesca Rascazzo delle Edizioni Gruppo Abele per la pazienza creativa, i magistrati e i rappresentanti delle Forze dell’ordine che hanno contribuito con le loro informazioni e valutazioni all’inquadramento di fatti e problemi, Benedetto Rho per la consulenza tecnica sull’organizzazione del sistema sanitario.

Il libro

«La mafia fa parte integrante della storia d’Italia. Vi ha messo lunghe e larghe radici. Ma la storia lontana e recente d’Italia viene scritta ignorando la sua esistenza. Come se la mafia non l’avesse attraversata dalla nascita del Regno unitario fino a oggi. La Grande Rimozione di cui si parlerà in questo libro incomincia qui. Dai libri di storia. […] Questa rimozione vale esponenzialmente per il Nord, dove le organizzazioni mafiose stanno attivamente partecipando alla costruzione della storia presente, dopo averne gettato la loro parte di fondamenta nei decenni passati. Mafia, camorra e soprattutto ’ndrangheta muovono e condizionano oggi la storia civile e culturale, economica e amministrativa, politica e urbanistica, delle regioni settentrionali. Al Nord stanno anzi provando a verificare la loro capacità di produrre storia in tutto il Paese dopo averla già prodotta per tutto il Paese. Già la Regione più importante, la Lombardia, ha visto franare la sua amministrazione, andando a nuove elezioni, per vicende di mafia. Già nei partiti politici figurano e crescono a ogni livello esponenti in rapporti elettorali con i clan. Già amministrazioni comunali (sempre meno di quanto accadrebbe, a parità di condizioni, al Sud) vengono sciolte per mafia. Già settori economici rilevanti sono presidiati dalle imprese mafiose e dai clan retrostanti».

L’autore

Nando dalla Chiesa, è ordinario di Sociologia della criminalità organizzata all’Università degli Studi di Milano, presso cui dirige l’Osservatorio sulla criminalità organizzata e insegna Organizzazioni criminali globali e Sociologia e metodi dell’educazione alla legalità. è presidente onorario di Libera, presidente del Comitato antimafia del Comune di Milano ed editorialista de il Fatto Quotidiano. Parlamentare per tre legislature, è autore di numerosi testi sociologici e di narrativa civile sul fenomeno mafioso.

Indice

Prefazione

Concetti in cammino

Fatti e pregiudizi

Quando. Dalla necessità al libero arbitrio

Quanto e dove. La diffusione sul territorio

Che cosa. Occupazioni e specializzazioni

Come. La strategia

Perché: 1) La rimozione

Perché: 2) La corruzione

Perché: 3) Il capitale sociale

Conclusioni. Attori insieme, attori contro

Focus

1. Le forme di insediamento territoriale della ’ndrangheta nelle regioni del Nord Italia

di Ilaria Meli

2. La sanità settentrionale: tra contaminazioni mafiose e anomalie ambientali

di Federica Cabras

3. La criminalità straniera nel Nord Italia

di Roberto Nicolini

4. Mafie al Nord. Una bibliografia ragionata

di Martina Bedetti

Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali:

su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta

a Cross, luogo di studi e di amicizie

Prefazione

La mafia fa parte integrante della storia d’Italia. Vi ha messo lunghe e larghe radici. Ma la storia lontana e recente d’Italia viene scritta ignorando la sua esistenza. Come se la mafia non l’avesse attraversata dalla nascita del Regno unitario fino a oggi¹. La Grande Rimozione di cui si parlerà in questo libro incomincia qui. Dai libri di storia. Ci sono state commissioni parlamentari antimafia sin dagli anni Settanta dell’Ottocento, ci sono stati rapporti e processi, fatti politici pesanti come macigni, denunce drammatiche, talora anche disperate, di uomini politici di primo piano, da Napoleone Colajanni² a Gaetano Salvemini³, da Girolamo Li Causi⁴ a Pio La Torre⁵. Sottosviluppo civile e arretratezze esemplari, picchi di sindacalisti e magistrati uccisi e sconosciuti al mondo occidentale, compromissioni di parlamenti e complicità acclarate di capi del governo, poteri occulti e soldi sporchi che hanno cambiato la geografia del potere economico nazionale, nella lotta alla mafia sono caduti molti tra gli uomini migliori dello Stato. Ma la storia d’Ita­lia è senza mafia. I manuali scolastici più impegnati dedicano qualche cenno alla strage di Portella della Ginestra; precisano in una riga, dopo avere parlato del terrorismo degli anni Settanta, che il generale dei carabinieri che lo sconfisse sarebbe stato poi ucciso dalla mafia nel 1982 come prefetto di Palermo; riservano cinque righe alle stragi del 1992 e ai giudici-dioscuri Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Per il resto è rimozione. La storia può annoverare guerre e mattatoi senza essere pessimista, senza gettare ombre sul Paese che le fa. Ma diventa inutilmente pessimista e antipatriottica se parla di mafia. Allora scatta l’autocensura: vince il timore di raccontare un Paese attraversato da una storia sotterranea (ma in realtà niente affatto sotterranea) o che non ha saputo essere portatore di civiltà e progresso⁶. Perché mai offrire una storia oscura di se stessi quando tante sono le conquiste civili e sociali da vantare?

Ebbene, questa rimozione vale esponenzialmente per il Nord, dove le organizzazioni mafiose stanno attivamente partecipando alla costruzione della storia presente, dopo averne gettato la loro parte di fondamenta nei decenni passati. Mafia, camorra e soprattutto ’ndrangheta muovono e condizionano oggi la storia civile e culturale, economica e amministrativa, politica e urbanistica, delle regioni settentrionali. Al Nord stanno anzi provando a verificare la loro capacità di produrre storia in tutto il Paese dopo averla già prodotta per tutto il Paese. Già la Regione più importante, la Lombardia, ha visto franare la sua amministrazione, andando a nuove elezioni, per vicende di mafia. Già nei partiti politici figurano e crescono a ogni livello esponenti in rapporti elettorali con i clan. Già amministrazioni comunali (sempre meno di quanto accadrebbe, a parità di condizioni, al Sud) vengono sciolte per mafia. Già settori economici rilevanti sono presidiati dalle imprese mafiose e dai clan retrostanti.

Il Nord è oggi lo snodo, il passaggio cruciale. Qui si sta decidendo il ruolo spettante alla mafia nella storia nazionale futura. Qui si sta decidendo la natura del Paese, la sua identità di domani. E questo avviene in un vuoto di consapevolezza civile e istituzionale impressionante. Un vuoto che investe tutt’intorno anche il Nord europeo, persuaso, sia nei suoi singoli Stati (Germania in testa) sia nelle istituzioni comunitarie, che la mafia rappresenti cosa lontana e italiana, e ignaro che proprio perciò è candidato ideale a trasformarsi in preda eccellente del metodo mafioso.

Il libro intende spiegare la storia passata e delineare la storia presente delle mafie nel Nord Italia così come risulta dai fatti e dagli studi e non dall’auto-immaginazione della classe colta o delle classi popolari. Vuole mettere in luce i fattori che hanno aiutato decisivamente questa storia a crescere. Lo fa cercando di indicare il più possibile il cuore delle questioni e dei problemi⁷. Nella convinzione che solo così si possano allestire strategie di contrasto adeguate. Purché si capisca che i tempi sociali, culturali e istituzionali sono intollerabilmente lenti rispetto alla velocità con cui le mafie capiscono, decidono, conquistano, e avanzano. E che se già è difficile contrastare la violenza organizzata, ancora più difficile è farlo quando essa porta, come dono avvelenato, soldi e voti. Allora, una società disposta a perdonarsi le sue comprensibili lentezze e le sue umane debolezze, è semplicemente destinata alla sconfitta.

Il libro è il punto di arrivo di un lungo percorso di studio e di impegno civile dell’autore, di cui viene dato conto nel primo capitolo per rendere più chiaro e comprensibile il bagaglio di categorie interpretative che lo animano. In particolare esso si avvale dei risultati di circa due anni di ricerca condotti dall’Osservatorio sulla criminalità organizzata (Cross) dell’Università degli Studi di Milano per la Presidenza della Commissione parlamentare antimafia. Anni di lavoro intenso che hanno portato alla stesura di quattro rapporti sulle regioni settentrionali. Non si è trattato, non si tratta, di uno studio e neanche di un impegno individuale. Perciò, il libro si chiude con tre contributi o focus scritti da tre giovanissimi allievi (Ilaria Meli, Federica Cabras, Roberto Nicolini) che condividono con il sottoscritto l’attività di ricerca e che ben rappresentano la nuova generazione di studiosi del fenomeno mafioso che sta fortunatamente emergendo da alcune università. Distribuzione geografica dei clan calabresi nelle regioni settentrionali, assalto alla sanità (massima voce di spesa di ogni regione), sviluppo delle mafie straniere come elemento in grado di modificare lo scenario criminale, costituiscono tre approfondimenti utili a gettare ulteriore luce sui tratti di questo Passaggio a Nord. A essi fa seguito una breve ma densa bibliografia ragionata del fenomeno mafioso al Nord, curata da Martina Bedetti.

Il testo è composto da tre parti.

– La prima (capitoli I e II) serve a gettare le fondamenta della discussione. Esplicita i concetti e le prospettive teoriche che ho progressivamente elaborato e adottato nel mio impegno di studio e ricerca sul fenomeno mafioso e che dunque animano l’impianto del libro. E indica i (molti) pregiudizi, grandi e piccoli, che impediscono o appannano la comprensione dei fatti.

– La seconda (capitoli III, IV, V e VI) cerca di mettere a fuoco la vera identità della mafia al Nord rispondendo ad alcune fondamentali domande: le tappe della sua evoluzione storica, ovvero quando; i gradi e le forme della sua diffusione territoriale, ovvero quanto e dove; le sue attività economiche legali e illegali, ovvero che cosa; la sua strategia di sviluppo, ovvero come.

– La terza (capitoli VII, VIII e IX) richiama direttamente le responsabilità dello Stato, della politica e della società civile. È il momento del perché, al di là delle intenzioni soggettive e della strategia delle organizzazioni mafiose. È, in successione, il momento delle tre grandi cause: la rimozione, la corruzione, il capitale sociale.

Il capitolo conclusivo, portando a sintesi lo svolgimento del libro, propone un cambiamento di prospettiva – teorica e pratica – per contrastare il Passaggio a Nord.

Come quasi ogni testo sulla mafia, anche questo è stato scritto con l’obiettivo di contribuire agli esiti del conflitto civile che vede contrapporsi Stato di diritto e poteri criminali. È una speranza che si rinnova. A volte con il conforto dei fatti. A volte a dispetto dei fatti. Ma sempre nella convinzione che la conoscenza sia la materia prima per costruire un futuro diverso.

Milano, gennaio 2016

1 Sugli intrecci tra storia della mafia e storia nazionale si rinvia a: Salvatore Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma, 2004; e Giuseppe Carlo Marino, Storia della mafia, Newton Compton, Roma, 2009; ma si veda anche il classico Salvatore Francesco Romano, Storia della mafia, Mondadori, Milano, 1966. Più aneddotico John Dickie, Cosa nostra. Storia della mafia siciliana, Laterza, Roma-Bari, 2007. Sulla ’ndrangheta, Enzo Ciconte, ‘Nadrangheta dall’Unità a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1992. Sulla camorra, Francesco Barbagallo, Storia della camorra, Laterza, Roma-Bari, 2010. Utile come manuale di sintesi, Umberto Santino, Breve storia della mafia e dell’antimafia, Di Girolamo, Trapani, 2008.

2 Napoleone Colajanni, Nel regno della mafia, Sandron, Palermo-Milano, 1900.

3 Gaetano Salvemini, Scritti sulla questione meridionale, Einaudi, Torino, 1955.

4 Si veda Girolamo Li Causi, Terra di Frontiera. Una stagione politica in Sicilia 1944-1960, a cura di Davide Romano, Edizioni La Zisa, Palermo, 2009.

5 Pio La Torre, Le ragioni di una vita, scritti di Pio La Torre, De Donato, Bari-Coop. Ciclope, Palermo, 1982. Si veda anche la raccolta di articoli e interviste in Franco La Torre, Sulle ginocchia, Melampo, Milano, 2015.

6 Si deve il merito di avere affrontato da precursori il tema della storia sotterranea o parallela a Sergio Turone, Corrotti e corruttori dall’unità d’Italia alla P2, Laterza, Roma-Bari, 1984, e a Giorgio Galli, L’Italia sotterranea. Storia, politica e scandali, Laterza, Roma-Bari, 1983. Recentemente, con riguardo specifico agli intrecci mafia-Stato nella storia post-unitaria dell’Ottocento, Francesco Benigno, La mala setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878, Einaudi, Torino, 2015.

7 Nella ricerca, anche quando si tenga doverosamente conto della complessità della materia trattata, vanno compiute a volte, altrettanto doverosamente, operazioni di semplificazione intellettuale («Ci sono milioni di facce della verità, ma una sola verità»; Hermann Hesse, Letture da un minuto, Rizzoli, Milano, 1983).

Concetti in cammino

Questo libro sta dentro un percorso. Una volta si sarebbe detto dentro un programma scientifico. Ricostruire, chiarire questo percorso, è un modo per dotare le pagine che seguono di una ragione e di una funzione più precise. Per dare a ogni concetto, rovello teorico e morale, una cornice, formatasi progressivamente nel vivo delle sollecitazioni storiche e sociali. Perché, anzitutto, Passaggio a Nord? Perché il Paese sta vivendo un processo di accomodamento e contaminazione con culture e interessi di natura mafiosa. Lo fa per tante ragioni e in tante forme, che cercheremo progressivamente di spiegare. Lo fa in particolare nelle aree che una volta ne erano esenti, le regioni del Nord. Che appena decidono di guardarsi allo specchio scoprono insospettate linee di continuità o compatibilità con quella cultura e con quegli interessi, tanto che non è azzardato sostenere che oggi lo scontro decisivo tra lo stato di diritto e il potere mafioso si giochi proprio nella parte più ricca della nazione. Qui è avvenuta e sta avvenendo da tempo una straordinaria accumulazione di mezzi, di relazioni e di persone da parte delle organizzazioni mafiose, e in particolare, in questo momento storico, da parte di quella calabrese, la ’ndrangheta, in assoluto la più potente e più ricca di radicamento territoriale.

Approccio scientifico e impegno civile

È questo processo, gravido di implicazioni di ordine generale, che preoccupa da molti anni il sottoscritto e ne spinge le opzioni scientifiche e l’impegno civile, singolarmente entrati, per forza di cose, in un rapporto di reciproca alimentazione. Da qui la necessità di studiare senza interruzione gli accadimenti, i fatti, e anche i retrostanti fattori di ordine culturale che riguardano la soggettività mafiosa e le differenti soggettività ambientali o di contesto. Da qui la necessità di produrre conoscenza in una società svagata e irresponsabilmente (e tenacemente) digiuna di informazioni proprio su ciò che ne minaccia le libertà e la cultura civile. La necessità di scuoterla per quanto possibile da torpori intellettuali diffusi.

È in una tale prospettiva che vanno inquadrati anche i numerosi impegni universitari assunti in sequenza a partire dal 2008-2009, primo anno accademico dopo la fine di una lunga esperienza parlamentare e di una assai più breve di governo. Impegni che hanno visto la crescente partecipazione di giovani e giovanissimi studiosi. In sintesi: la fondazione e lo sviluppo di una prima scuola sulla criminalità organizzata nella storia dell’università italiana, con una sua ricchezza e articolazione di offerte disciplinari e di metodologie didattiche e di ricerca. Da realizzare in tempi di risorse scarse e di vincoli burocratici capaci di frustrare anche gli slanci più entusiasti. E la trasformazione dell’Università degli Studi di Milano in un punto di riferimento nazionale per giovani e giovanissimi desiderosi di costruirsi una cultura avanzata su questi temi.

In questo progetto si sono collocati gli studi e le tesi cosiddette di comunità che aiutano a ricostruire, dal sud al nord dell’hinterland milanese, dalla Brianza ai comuni lecchesi o al Ponente ligure, le concrete, specifiche modalità di penetrazione delle organizzazioni mafiose nelle regioni settentrionali¹. Studi e tesi che non fanno concessioni alle ideologie politiche o alle convenzioni mentali. Ma interrogano con acribia la realtà. Che non partono dagli scenari più eccitanti, la trattativa Stato-mafia o l’elenco sempre eclatante delle collusioni politiche. E indagano invece sul campo le forme vere dell’insediamento mafioso nei differenti territori. Le ricostruiscono con attenzione ai protagonisti, ai luoghi, alle logiche minute. E scoprono le logiche di azione dei clan: pazienti, capillari, sapienti, indifferentemente pacifiche o violente, combinazioni di caso e strategia, dotate di interessanti denominatori comuni, e spesso smentite viventi di convinzioni diffuse. Studi che in questo modo elaborano una rappresentazione realistica dell’organizzazione mafiosa, delle sue varianti e dei rapporti che essa sviluppa di volta in volta – senza fondamentali differenze di luogo – con l’ambiente che le dovrebbe risultare ostile e che le si va dimostrando invece così confacente.

Mafia e potere

Ebbene, questa attività di insegnamento e di ricerca è stata orientata da una bussola, a sua volta frutto di studi anche molto risalenti nel tempo, costituita da una precisa nozione di mafia, intesa come specifica forma di esercizio del potere, fondata su una altrettanto specifica e solida visione delle relazioni sociali². In effetti, il dibattito su che cosa sia la mafia è stato condizionato nel tempo da ciò che veniva di volta in volta acquisito sul piano giudiziario, ma anche da corposi sistemi di interessi, così come dalle ubbie culturali di molti esegeti. È anzi possibile che, se nel 1984 non vi fossero state le confessioni di Tommaso Buscetta, ci si confronterebbe ancora con una dotta e surreale discussione se la mafia sia una forma di organizzazione criminale o se sia invece soprattutto una mentalità, tesi – questa – sposata ineluttabilmente dalle intelligenze più complesse, inclini a non credere all’idea fantasiosa di «un’associazione a delinquere centralizzata, retta duramente, con riti di iniziazione e statuti»³. E questo a prescindere dalle sbalorditive anticipazioni già contenute a fine Ottocento nei rapporti del questore di Palermo Ermanno Sangiorgi⁴ o dalle dettagliate analisi proposte negli anni Sessanta e Settanta del Novecento alla Commissione parlamentare antimafia dal colonnello dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, allora comandante dell’Arma nella Sicilia occidentale⁵. Nulla di trascendentale, se è vero che negli Stati Uniti vi fu perfino chi, in nome della lotta alla xenofobia, negò l’esistenza della mafia irridendo pure alle celebri confessioni di Joe Valachi nel 1963⁶. E peraltro, passando alla storia di un’organizzazione mafiosa più recente, è ragionevole sostenere che se non vi fosse stato l’imponente materiale probatorio, con tanto di filmati e intercettazioni telefoniche e ambientali, dell’operazione Crimine-Infinito del 2010 che ha colpito i clan calabresi da Reggio Calabria a Milano, ancora si discuterebbe – per la ’ndrangheta – di un arcipelago di famiglie slegate tra loro, prive di una struttura unitaria.

Dell’andamento e dei filoni del dibattito teorico si discuterà però soprattutto nel capitolo successivo. Qui si voleva appunto sottolineare la lunga fedeltà personale a questa bussola, proposta già in gioventù sfidando l’interpretazione allora cara alla sinistra (sessantottina e non solo) della mafia come forma alternativa di giustizia, ordinamento parallelo di autodifesa da uno Stato che sa presentarsi solo con gli esattori e i carabinieri. Una specie di ordinato brigantaggio, insomma⁷. La nozione della mafia come forma di potere (e non di contropotere) non esclude naturalmente la modalità organizzativa-associativa, anzi la suppone; perché non esiste potere privo di nervature e strutture organizzative che weberianamente lo mettano in grado di imporre la propria volontà contro quella altrui. E nemmeno esclude la dimensione culturale o della mentalità, poiché ogni potere esprime, è portatore di una specifica visione del mondo, di un suo specifico codice di ciò che è giusto e ingiusto.

Ed è poi alla luce di questa nozione che acquista un senso compiuto più preciso, e più conforme ai risultati della ricerca sul campo, la stessa impresa mafiosa: generatrice di profitti, anche incalcolabili, ma sempre rigorosamente ancorata anzitutto alla logica del potere. Che ha nel potere il suo prius logico⁸, anche se chi ne osserva i fasti economici e la spinta acquisitiva è indotto a non coglierlo o a sottovalutarlo.

Il potere, dunque. Un potere prolungato nei secoli, violento, corrotto e corruttore, anticostituzionale. E però tollerato. Per complicità e più spesso per rassegnazione. Dimensione ineliminabile, insostituibile del fenomeno mafioso. A proposito della quale vorrei introdurre un elemento di riflessione che mi ha sollecitato di recente. Mi sono reso conto infatti che è possibile rintracciare nella storia della nozione di mafia e nella relativa, eterogenea, letteratura un insieme di punti di vista volti proprio a privilegiare l’interpretazione della mafia come potere. Vi troviamo Giovanni Falcone, Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa, Gian Carlo Caselli, Roberto Scarpinato. O, ancora prima, Giuseppe Alongi e lo stesso Sangiorgi. Autori di libri, interviste, documenti istituzionali, in cui con approcci molto diversi l’essenza della mafia viene comunque ricondotta a questa dimensione. Al suo essere non semplice gruppo di potere, ma sistema di potere (Falcone)⁹, variamente declinato: dal potere mafioso (dalla Chiesa, Caselli)¹⁰ al potere politico-mafioso (La Torre)¹¹, al fuori scena del potere (Scarpinato)¹²; e, più indietro, l’antico prepotere (Sangiorgi)¹³. Ebbene, è difficile non riflettere sul fatto che gli autori citati, pur appartenendo a generazioni e culture diverse, hanno privilegiato questa prospettiva analitica. Come se la scelta e la necessità di confrontarsi con essa non nel dibattito teorico, ma nel fuoco di un conflitto istituzionale serrato e anche mortale, li avesse portati o costretti a vedere plasticamete quel che gli studiosi tendono a subordinare ad altre angolature teoriche o classi di definizioni o a mantenere nella sfera dell’implicito. Basta d’altronde una lettura di insieme per cogliere come non si tratti di semplici sfumature semantiche ma di impianti concettuali. Che si distanziano da quelli più accreditati nella comunità scientifica, benché quest’ultima fornisca frequentemente strumenti linguistici e concettuali importanti agli stessi esponenti istituzionali più esposti sul fronte della lotta alla mafia¹⁴. Si delinea, insomma, almeno a livello di tentazione intellettuale, la differenza tra contenutisti e calligrafi richiamata da Gramsci in Letteratura e vita nazionale¹⁵. Ossia la differenza, decisamente interessante, tra i protagonisti e gli esegeti.

In effetti, così come nella medicina è la lotta concreta contro il male a generare le scoperte più importanti e a orientare e sospingere i percorsi della ricerca, altrettanto avviene di fronte ai mali sociali. Si può anzi dire che la più grande ricerca sul campo sulla mafia sia quella che si fa combattendola. Ed è qui che interviene un’altra componente organica del percorso di studio e ricerca a cui facevo riferimento. Perché, a proposito di potere, è stato giocoforza interrogarsi, e sempre di più, su quali fossero le alleanze e le complicità a disposizione della mafia (intesa nelle sue diverse varianti), comprese le complicità innocenti. Quali i requisiti di forza, al di là dei capitali sporchi e della violenza armata. Da qui la ricerca dei rapporti effettivi tra mafia e società, mafia e cultura e la valorizzazione del concetto cruciale di convergenza (così diverso da quello di complicità) nei rapporti tra mafia e politica ma non solo¹⁶. O l’attenzione continua alla zona grigia, crogiuolo umano e sociale in cui si formano le fortune della mafia, e alle sue sfere o gradazioni interne, con l’elaborazione della teoria dei quattro gironi¹⁷. Fino all’esplicitazione e allo sviluppo, sin da anni lontani¹⁸, della tesi secondo cui la forza della mafia sta fuori dalla mafia, che in questo libro troverà conferma e puntualizzazione.

Fuori dalla mafia… È importante capire come è fatto e come si muove il mondo esterno al fenomeno mafioso. Quali sono le forme che vi assume via via la dialettica sociale, quale sia l’identità dei protagonisti il cui conflitto può riverberarsi sulle dimensioni di quel fenomeno e sulla sua potenza. Per questo ho dedicato un’attenzione continuativa allo studio del movimento antimafia, tema quasi del tutto trascurato dalla letteratura sulla mafia¹⁹ (i cattivi attraggono la curiosità più dei buoni), fatta salva naturalmente la sfortunata e lunga fila degli eroi. A causa del coinvolgimento personale vi ho dedicato un’intensa osservazione partecipante già dai primi anni Ottanta²⁰. Ma ho continuato e continuo a farlo in questi anni, aggiungendo all’osservazione partecipante la ricerca istituzionale²¹, con l’obiettivo di dare a questo patrimonio dignità sulla scena pubblica, perfino di restituirlo alla storia nazionale, se è vero che oggi, ad esempio, chi volesse conoscere qualcosa del movimento antimafia calabrese farebbe fatica a trovare sul tema testi o appunti di qualsiasi genere. Ho cercato di capire di questo movimento, che è poi l’altro attore sulla scena, le ragioni di forza e di debolezza. Di non lasciare disperdere le sue molte buone e spesso coraggiose esperienze (dal movimento degli insegnanti alle imprese nate sui beni confiscati) e di produrre le necessarie notazioni critiche sulle sue degenerazioni e contraddizioni, direttamente proporzionali all’estensione formale del campo antimafioso. Per questo ho voluto anche riscoprirne le radici, ritenendo che la loro conoscenza fosse il migliore antidoto alla superficialità e all’approssimazione di entusiasmi posticci. Di recuperarne

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