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Legio M Ultima: Sfida all'impero

Legio M Ultima: Sfida all'impero

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Legio M Ultima: Sfida all'impero

Lunghezza:
326 pagine
4 ore
Pubblicato:
5 dic 2016
ISBN:
9788899768317
Formato:
Libro

Descrizione

Si apre come una partita a scacchi, anzi all’antico gioco romano dei latrunculi, questo primo capitolo della saga dedicata alla Legio M Ultima.
Due uomini si ritrovano ai lati opposti di una scacchiera a determinare le sorti dell’impero, in una partita decennale. Tra mosse scorrette e pedine sacrificabili, l’indomabile Azia Medea e il condottiero Elios, unico sopravvissuto di Atlantide, sfideranno imperi, magister e creature mitologiche, instaurando alleanze con uomini e dei.
Il tutto sotto l’egida di Diocleziano, che trova in loro i degni guerrieri della Specula, un corpo militare speciale di cui la Legio M Ultima è il braccio armato.
Pubblicato:
5 dic 2016
ISBN:
9788899768317
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Legio M Ultima - I demiurghi

forma.

Apertura di milites

Era notte, la pioggia cadeva fitta sull’Urbe deserta. Il silenzio avvolgeva la capitale come una coltre di nebbia, interrotto ogni tanto solo dal rumore dei cani alla ricerca di cibo, tra i rifiuti gettati per strada.

Tutti erano chiusi in casa per non violare l’editto di Diocleziano, emanato il giorno prima: quella notte le strade della città dovevano essere vuote, non ci sarebbero stati feste o banchetti, nessuno avrebbe trasportato mercanzie alle varie tabernae che si affacciavano in strada. Chiunque fosse stato trovato in giro, sarebbe stato arrestato e condannato alla damnatio ad bestias nell’anfiteatro Flavio.

Non era la prima volta che veniva istituita la Legge delle Legioni. Era sempre stata giustificata come una necessità per la sicurezza dell’impero e, anche se ad alcuni appariva una bizzarria pensare Diocleziano troppo preoccupato per la propria incolumità, nessuno gli dava torto vista la fine dei suoi predecessori. Anche i senatori a lui ostili liquidavano la cosa come accettabile, essendo comunque ben lontana dalle follie di altri regnanti, come Caligola che aveva nominato senatore il suo cavallo.

Le vie intorno al palazzo imperiale risuonavano solo della lugubre eco dei passi dei soldati di guardia, che nascondevano quelli di figure furtive che lasciavano il palazzo in quella notte di pioggia, correndo sull’acciottolato bagnato. Una incespicò, scivolando, con il rischio di farli scoprire. Si allontanarono muti tra le vie deserte. Stretti nei loro mantelli passarono dietro alle terme di Traiano e, attraversando veloci la strada, imboccarono una laterale scoscesa e scivolosa che li condusse ai piedi del Colle Oppio, sull’Esquilino. Entrarono in un buco scavato nel fianco della collina, nascosto da una grata avvolta da una pianta rampicante.

All’interno, protetti da occhi indiscreti, accesero delle torce per rischiarare il cammino. Le fiamme danzarono al ritmo dei passi affrettati; illuminando le pareti della grotta svelarono ai loro occhi, pochi passi più avanti, qualcosa di stupefacente. Terra e roccia avevano lasciato il posto a un corridoio ben conservato, con affreschi alle pareti che scendevano oltre il pavimento e mosaici impreziositi da tasselli in oro sul basso soffitto. La terra che calpestavano era battuta e, vista l’altezza esigua del passaggio, non doveva essere stato scavato del tutto. Ai lati si aprivano, come fauci, alcuni cunicoli secondari che si perdevano nell’oscurità.

Erano all’interno della Domus Aurea di Nerone, scoperta di recente, nella sede segreta della Specula, l’élite imperiale appena costituita. E, come i titolari di quel luogo che avevano profanato, ai piedi del cippo delle stelle si riunirono per decidere le sorti dell’impero.

«Siamo qui per prendere una decisione importante. Diocleziano si è imposto imperator con la forza dei suoi eserciti, come nell’ultimo secolo hanno fatto i suoi predecessori. Cosa ci riserverà il futuro? Ve lo dico io, miseria e carestia! Non solo per il popolo di Roma, ma anche per noi, patrizi che discendiamo dalle antiche e nobili gentes dei tempi di Romolo. Noi che dovremo abbassarci alla stregua dei contadini a zappare la terra per un tozzo di pane, questo è quello che ci aspetta sotto il tallone di un generale plebeo! È forse questo il destino che volete per i vostri figli? Vedere i confini cedere alle invasioni dei barbari, la grandezza di Roma fatta a pezzi giorno dopo giorno, da fuori e da dentro i confini del nostro grande impero?».

L’uomo fece una pausa, poi riprese con enfasi: «Guardate! Guardatevi intorno! Hanno scavato per riportare alla luce la Domus Aurea, sepolta dalla terra e dalla vergogna che il nome di Nerone ancora si porta appresso... Hanno ripulito questa sala, vi hanno messo questo obelisco di marmo nero su cui incastonano stelle in oro purissimo. Quanti soldi pubblici sprecati per questa illusione chiamata Specula! A che mai servirà? A prendere il territorio, a dare importanza a schiavi fuggiaschi e plebei, fino ad arrivare alla distruzione sistematica degli oppositori di Diocleziano, fino a devastare Roma stessa, violentando l’ideale che essa rappresenta».

Al coro di dissensi, l’uomo guardò i suoi alleati, scelti con oculatezza nel corso di quegli ultimi mesi, e riprese: «Bene, perché è questo che ci aspetta, se restiamo sotto il giogo di un barbaro generale arricchito. Ci vorranno anni di sopportazione e di falsi sorrisi; lavoreremo con scrupolo, attenzione e meticolosità e riformeremo una volta per tutte il nostro mondo, riportandolo alla grandezza e alla predominanza su tutti i popoli così come era ai tempi dei sette grandi re».

Lasciò passare l’ovazione, che rimbombò per la sala sotterranea e, come un padre paziente, attese che gli animi che aveva infuocato si quietassero, prima di porre la fatidica domanda: «Allora, signori, avete deciso?».

Un coro di assensi rispose all’interlocutore, che strinse le labbra soddisfatto. Levò in alto il pugno, armato con la lunga lama di un pugio, e il Colle Oppio riecheggiò di un’unica invocazione: «MORTE ALL’IMPERATORE!».

*

Alle prime luci dell’alba l’uomo estrasse da una madia, nel suo studio privato, una vecchia tabula lusoria, disponendo le pedine bianche e nere del latrunculi su due file contrapposte. Per ultima mise giù quella che lo rappresentava, il dux nero. Quindi fece la prima mossa, spostando una pedina laterale.

La partita era iniziata.

I

Un corpo, un’anima

Prologo

«Pensi di farcela?».

«Ce la farò».

«Sono passati quasi tre millenni, dall’ultima volta che hai tentato una cosa del genere».

«E ho capito che un rapporto diretto con i mortali può essere dannoso. Sarà più semplice e sicuro manipolarli tramite i loro sogni, in modo da non farli impazzire subito».

Plutone sorrise, annuendo. «Stai attenta, Keris. Minerva tiene molto a quella piccola intrigante».

«E Marte tiene molto alla sorella. Stai tranquillo, mio signore, non fallirò di nuovo».

«Me lo auguro. Non mi va di rifare tutto un’altra volta».

«Bah, non credo che sarà necessario. I mortali si sono rivelati piuttosto coriacei. Nemmeno la distruzione di Atlantide ha messo loro un po’ di sale in zucca».

«Ad alcuni sì, quindi non essere troppo dura».

«Le visioni di Apollo sono sempre catastrofiche. Il lupo non uscirà da quel mondo».

«Le anime divise favoriscono il suo ritorno, possono aprire le porte di Faerie».

«Farò in modo che non succeda per mano sua».

Plutone ridacchiò. «Vuoi forse imbrogliare le trame del Fato?».

Keris rise, raccogliendo da terra il suo scudiscio. Avvicinatasi al braciere, guardò il dio con i suoi inquietanti occhi rossi. «Scherzi? Le Parche sono troppo mugugnone, non possiamo fare loro uno scherzo simile. Te lo immagini come si litigherebbero quell’occhio, per guardare tutte il sommo divo Giove mentre esternano tutto il loro disappunto?».

Plutone, suo malgrado, sorrise dell’impietosa descrizione. «Ringrazia che non sei mortale, Keris, o Atropos l’Inevitabile non solo reciderebbe il tuo filo per vendetta, ma addirittura lo sminuzzerebbe in mille e più pezzettini con la sua forbice, per assicurarsi della tua morte».

I serpenti che Keris aveva per capelli si agitarono, reagendo all’allegria della furia intenta a raccogliere dal braciere un tizzone ardente per stringerlo nel pugno sinistro.

«Perché continui a prenderlo?».

«Per non dimenticare mai che anche gli dèi possono fallire e tutto può essere perduto».

«Beh, ricorda solo che con lei dovrai essere attenta. Sia Marte che Minerva la vogliono, ma tu no. Tu sei mia».

Keris guardò il dio con curiosità. «Ma perché Giove non ordina ad Atropos di tagliare il suo filo, in modo da finirla lì?», chiese.

«Perché sai bene anche tu che le Parche non prendono ordini da nessuno».

Keris sbuffò.

«Vacci piano», raccomandò di nuovo la divinità dell’oltretomba. «Non la vogliamo pazza e fuori controllo».

Mentre lei si accingeva a svanire, gli sorrise. «Tranquillo. Non sono mica come mia sorella Tisifone, io!».

Plutone rise forte, appena la furia si trasferì nel piano dei mortali. Guardò nel fumo del braciere e la vide lì, bella e splendente nel fodero antico, frutto dell’arte dimenticata e perduta di Atlantide, gabbia in cui lei stessa si rinchiudeva da millenni.

Keris, la Plutonis furia.

La mano dell’uomo si allungò e la prese. La sfoderò. E Plutone vide la potenza divina sprigionarsi e avvolgere la minuta figura della donna, quasi come fosse un abbraccio materno. Vide la piccola donna sussultare, un filo rosso che si apriva sulla gola, sotto la sevizia del marito. Tutto era iniziato.

Erano due. E dovevano tornare a essere una.

Due sorelle

Azia Antinea si guardava intorno. Nella grande sala rumoreggiavano una trentina di persone. Alcuni li conosceva dal magisterium martii, colleghi violens con i quali aveva studiato e si era addestrata a combattere e uccidere per la Specula e Roma. Sorrise contenta, incapace di frenare la felicità e la soddisfazione di essere diventata un mastino dell’impero. Il volto, altrimenti anonimo, si animò di nuova vita, le fossette si delinearono birichine sulle guance, come a dare un nuovo significato alla parola bellezza.

Molti degli speculatores, soprattutto degli altri corsi, si accorsero del cambiamento nell’unica donna guerriera. Ve n’erano altre nel corso, ma solo lei era riuscita a superare tutte le prove. Nessuno avrebbe mai immaginato che in realtà, su quasi un centinaio di candidati, solo trentacinque di loro fossero stati selezionati; il meglio che Roma poteva offrire, a solo un anno di distanza dalla nascita di quell’istituzione.

Diocleziano, dal suo trono posto in un angolo buio della grande sala sotterranea, osservò attento i candidati. La figlia illegittima del suo amico di sempre spiccava con quei capelli fiammeggianti, come una gemma sulla seta scura.

«Bene, signori e signore. Da oggi voi andrete a comporre le prime sei coorti della Specula». La voce profonda del praefectus urbi, Adriano Livio Valerio, zittì tutti. «Con il beneplacito del Consiglio della Specula, formato dai vostri magistri, dal sottoscritto e dall’imperator Diocleziano, queste sono le coorti. Coorte I...».

I nomi si persero nella confusione di pensieri che attanagliava la mente di Azia. Era così contenta, non vedeva l’ora di andare a trovare suo padre e comunicargli la bella notizia; Lucio Rubinus Antineo sarebbe stato felice della sua riuscita? Dopotutto, era stato grazie al suo nome se era potuta entrare nella Specula. Ciò nonostante aveva dovuto fare affidamento solo su se stessa per restarci e far parte poi della Legio M Ultima, la divisione operativa della Specula.

«Azia Antinea!».

«S-sì!».

La voce perentoria del prefetto la riportò alla realtà. «Hai capito quello che ti ho detto?!».

«Ehm... No. Chiedo venia, prefetto».

«Sei nominata vicecomandante».

«Oh».

Antonio Silvano, conciliator e comandante della coorte VI, soffocò a fatica la risata, sperando che la scelta del Consiglio si rivelasse saggia; la ragazza non gli sembrava molto sveglia. Carina lo era di certo e, quando sorrideva, diventava una vera bellezza, ma forse era un po’ troppo svanita per il compito che le veniva affidato.

Il resto della cerimonia fu pomposo e lungo, lo stesso Diocleziano volle renderlo un po’ più sbrigativo. Dopotutto, quello era un corpo scelto e la cui esistenza doveva rimanere segreta il più a lungo possibile.

Vennero consegnati agli speculatores dei papiri attestanti l’appartenenza alla Specula e il numero di matricola. A chi ancora non lo possedeva, venne dato anche il certificato di cittadinanza. Terminata la cerimonia, le coorti furono dirottate al castra peregrinorum, dove avrebbero alloggiato mescolandosi alle truppe ausiliarie delle altre provincie e dove, l’indomani, avrebbero ricevuto i loro primi incarichi.

Azia Antinea era felice e sapeva che nulla avrebbe mai potuto distruggere la sua felicità.

*

Medea non ricordava eventi felici nella sua vita. Ricordava, invece, di aver sempre pianto tanto.

Aveva pianto da bambina, quando era morta sua madre; aveva pianto a tredici anni, quando il padre l’aveva mandata in sposa a un suo conoscente, vecchio tanto quanto lui, Simplicio Ulpio Deiano, suo avversario politico e governatore di Bithynia-et-Pontus.

Adesso riviveva quei quattro anni di matrimonio come il peggiore degli incubi. Krizia, la schiava bambina che aveva salvato dalle grinfie del suo pessimo marito, le tamponò il labbro spaccato.

«Domina, perché fai questo per me? Sono solo una schiava».

«Che Giove mi fulmini, se lo so».

«Non dovevi metterti contro il padrone».

«Non avrei nemmeno dovuto sposarlo, se è per questo».

«Hai obbedito a tuo padre, sai che è orgoglioso di te».

«Per quel che gli importa».

«Ti ama e tiene a te. Ho letto alcune delle sue lettere ed è molto preoccupato del tuo silenzio. Crede che sia una punizione per questo matrimonio disgraziato».

Medea sorrise acida, sussultando quando il labbro spaccato tirò. «Sarà».

«Le ho viste, quelle lettere, ti dico».

«E pensi anche di poterne spedire una per me?».

Krizia guardò sicura la sua domina. «Ci riuscirò. Tu scrivila».

Medea sentì riaccendersi la speranza. «La porterai a Marco Emilio Rufo, con la preghiera di inoltrarla a mio padre».

«Sì, domina».

La schiava non aveva mostrato esitazioni di sorta, nonostante la sua padrona le avesse ordinato di andare nella casa del peggior nemico di Simplicio Ulpio Deiano.

Due giorni dopo, Medea fu convocata nello studium della grande domus di Nicea in cui abitavano, dove suo marito curava tutti i suoi affari, leciti e meno leciti. Lui la guardò severo; il viso della donna era una maschera deformata dalle percosse che le aveva inflitto.

«Markep, il mio curatore, ha visto la tua amata schiava andare dagli Emilii. Sai dirmi perché?».

Medea tremò. «Che ne hai fatto di Krizia?». Negare non sarebbe servito a nulla.

«L’ho venduta. Dopo averle dato una bella lezione». Sorrise al vedere lo sguardo vitreo della moglie. «Consolati, avrei potuto farti trovare la sua testa nel letto».

Medea strinse le labbra, barricandosi dietro una maschera di fredda indifferenza. Non disse nulla, rimase solo in attesa. Sapeva che sarebbe arrivata la tempesta, ne sentiva la puzza nell’aria.

Posso salvarti, se tu lo vuoi.

Medea sbarrò appena un po’ gli occhi, ma Simplicio non si accorse di nulla, proseguendo imperterrito: «Donna, sono stufo di te e della tua disubbidienza! Io sono il dominus e dispongo di te e di tutti quelli che vivono sotto questo tetto. Sono stato chiaro?».

Chi aveva parlato? Medea si guardò intorno, in cerca della fonte di quella proposta di aiuto; non vide nulla, oltre le solite cose.

«Rispondi!».

L’ordine imperioso riportò la giovane donna coi piedi per terra che, sarcastica, replicò: «Cristallino».

L’uomo digrignò i denti. Il pugno si abbatté sul visetto della moglie con inusitata violenza. «Stanotte verrò nel nostro talamo nuziale, preparati». La vide barcollare per il colpo, tremare e sbiancare e, con gran soddisfazione, sorrise. «Sarà una notte interessante».

Medea faticò a reprimere i conati alla prospettiva.

«Un’ultima cosa, moglie».

Lei chinò il capo a quella parola enfatizzata, pesante come un macigno sulla sua coscienza.

«Non voglio più sentire nulla al riguardo di un tuo contatto con gli Emilii. Di nessun genere, sono stato chiaro?».

Il ringhio sortì l’effetto desiderato, facendo tremare di terrore la donna. Lei lo guardò, dapprima stranita e poi con odio palese. «Sei stato chiaro, domine».

«Ora vai».

Medea, rigida per le ecchimosi e per la tensione, salutò e uscì.

La Plutonis furia

«Domina, il padrone desidera parlarti. È nello studio».

Medea si bloccò sulla porta; era già pronta per uscire, ma aveva imparato, a proprie spese, a non farlo aspettare. Si tolse la palla che aveva messo sul capo e intorno alle spalle per uscire e si diresse, rapida, verso lo studium, dopo aver consegnato la lunga stola di seta alla schiava.

Strano, pensò. È la seconda volta che mi chiama lì dentro... In effetti è l’unica stanza della domus che non mi ricorda niente di davvero brutto.

Venne scossa da un brivido, mentre bussava alla porta.

«Entra».

Lui era lì, seduto alla grande scrivania. La spiò senza tradirsi, mentre lei entrava, si chiudeva la porta alle spalle e si portava al centro della stanza. Deiano era nella tipica posa del burocrate, seduto nella grande poltrona di pelle, le mani occupate a sfogliare documenti e a prendere appunti su un costoso foglio di pergamena.

«Mi hai fatto chiamare, marito mio?».

«Hai cominciato bene la giornata, mia dolce Medea?», rispose l’uomo, senza guardarla.

Non era da lui parlare del più e del meno; la cosa la innervosì mentre, in tono leggero, elencava le sue attività nella direzione della casa, le visite alle famiglie influenti di Nicea e ai clientes più importanti e più o meno potenti, a cui il marito elargiva favori e denaro in cambio dell’appoggio politico... Da brava domina Ulpia qual sono, insomma.

L’uomo l’ascoltò con una studiata indifferenza, giocherellando con uno stilo. Quando lei tacque, lui non disse nulla per un tempo lungo, troppo lungo.

«Medea, mia cara... non ti avevo ordinato di non avere contatti con nessuno della gens Emilia?».

Sulle prime, Medea non capì. Non vedeva nessuno degli Emilii dal giorno in cui aveva tentato di far avere una lettera a suo padre. «Di cosa stai parlando? Non ho visto nessuno; la tua spia, Lucilla, te lo può confermare».

«Sto parlando di domina Valentina».

Lei scoppiò a ridere, sprezzante. «L’ho incontrata al foro, al ritorno. Abbiamo scambiato due chiacchiere, le solite cose da donne su quanto sia gravoso mandare avanti una casa!».

«Medea...», Deiano si alzò in piedi, «non ti avevo ordinato di non avere contatti con nessuno della gens Emilia?».

«Non vedo come delle chiacchiere da mercato possano influire sulla tua carriera politica!», ribatté lei, irritata. Il cuore cominciò a batterle forte, quando lui si voltò verso la parete di fondo e staccò una delle splendide armi che vi erano appese.

«La dote migliore di una moglie è l’obbedienza, oltre a un ventre fecondo e degno di un figlio maschio».

Se vuole offendermi, dovrà fare di meglio, pensò lei. C’erano donne per cui i doveri coniugali erano una noia, per altre erano un motivo per sognare il ritorno a casa del marito, così da inchiodarlo al talamo. Per lei, invece, erano incubi senza fine. Il fatto che non riuscisse a concepire era solo l’ennesima riprova dell’odio che provava verso il marito.

«Se non hai ancora imparato che, per te, i miei ordini sono legge, come quelli dell’imperatore, penso che dovrò insegnartelo un’altra volta».

Tacque di nuovo e, con un gesto fluido, sfilò la spada dal fodero.

Anche se non era un’esperta di armi, Medea capì subito che si trovava di fronte a un pezzo eccezionale; l’elsa era particolare, realizzata con lo stesso metallo rosso brunito della lama cesellata, raffigurava un uccello sconosciuto, con un lungo becco. I rubini incastonati negli occhi erano fredde schegge di sangue. Per un attimo pensò che avessero brillato di soddisfazione, ma non era possibile. Il paramani non era da meno, l’eccezionale lavorazione l’aveva reso simile a un paio di ali spiegate; i tre rubini affondati nel metallo erano enormi e purissimi, tanto da vederci attraverso, tagliati da un abile artigiano in tre falci di luna, tutte con le punte rivolte verso la lama.

«È un bottino di guerra della mia famiglia, frutto di una delle prime campagne militari nel Ponto. Così affilata...», Deiano si passò la lama sul dorso del braccio, decantandola, «che potrei usarla per radermi. Se la scagliassi, con tutte le mie forze, contro quella colonna, non perderebbe mai il filo. Mio nonno, negli ultimi anni, non ne sopportava neanche la vista; sul letto di morte ha rivelato a mio padre che solo un folle o un disperato potrebbe farne uso. Condizioni che non mi riguardano, però. Vedi, è proprio con questa spada che il mio caro fratello maggiore si è suicidato. Era impazzito, poveretto; doveva farlo in modo più pulito, secondo me, ma ha opposto resistenza...».

Medea era così inorridita che non si accorse che Deiano si stava avvicinando a lei, fingendo di studiare la spada. Quando alla fine lui alzò lo sguardo, occhi neri piantati in occhi verdi, lei si rese conto che aveva preso quella spada per usarla. Su di lei.

Che mi uccida una volta per tutte. Almeno non avrò più paura, pensò Medea.

Con una mossa fulminea, Deiano afferrò lo scollo ricamato della tunica di lino, strappandole la veste di dosso in un unico movimento, lasciandola nuda e tremante.

«Imparerai una volta per tutte, stupida cagna, che la tua vita non vale niente, a meno che io non decida altrimenti».

La lama della spada le premette contro la gola, obbligandola a inarcarsi verso il basso, piegando le ginocchia. Fece per indietreggiare, ma lui la prese per i capelli, prevedendo quella mossa. Sentì una linea bruciante che le si apriva sulla gola; il pazzo le stava facendo provare il filo della lama. Paralizzata dal terrore, non riuscì a reagire mentre il marito la costringeva supina sul pavimento di marmo, bloccandola con tutto il suo peso e facendo forza, con il ginocchio, per aprirle le gambe. Sapendo cosa stava per succedere, lei piombò nell’incubo. Mille Medea si cristallizzarono in un urlo muto ed esplosero in migliaia di frammenti.

Quando rinvenne, era ormai il tramonto. Come mi ha ridotta, stavolta?, si chiese.

La bocca era secca, le labbra coperte di sangue raggrumato. Si toccò il viso; l’occhio destro, ormai cieco, era gonfio e non riusciva ad aprirlo. La testa le pulsava, Deiano gliel’aveva sbattuta più volte sul pavimento. Il resto del corpo non era in condizioni migliori. L’indolenzimento tra le cosce le ricordò come l’avesse brutalizzata in molti modi, tutti umilianti e degradanti.

Dèi, portatemi via, liberatemi da questo incubo, pregò disperata tra sé per l’ennesima volta, mentre allungava una mano verso la grande spada che era rimasta accanto a lei, dimenticata. Un solo attimo e tutte le sofferenze sarebbero finite... Peccato che non possa fargliela pagare, si rammaricò appena.

Non farlo, bambina.

La voce estranea, metallica, la fece sussultare per lo spavento. Medea si guardò intorno; non c’era nessuno. Riprese la spada che, per la paura, le era caduta di mano e passò la lama sul suo polso destro con decisione, solcando pelle, carne, vene. Il sangue cominciò a sgorgare a fiotti e lei si stupì nel non sentire dolore. Quello venne dopo, una scia bruciante.

Impugnò l’arma con l’altra mano, stupita della sua leggerezza, per passare all’altro polso.

Affidati a me e avrai la tua vendetta, tornò a dire quella voce nella sua testa.

«Chi sei?», mormorò Medea, mentre si sentiva in balia di una vertigine. Continuò con la sua opera e la lama recise anche il polso sinistro.

L’unica che può aiutarti. Avrai la tua vendetta e sarai libera. È questo che vuoi, no?.

Lei riuscì appena ad annuire al vuoto.

La spada sembrò brillare nel buio e il torpore calò di nuovo, ottenebrandole i sensi. Sentì una carezza sulla tempia, il dolore sparire dai polsi, mentre quella voce metallica la consolava, trasformandosi in un dolce e morbido sussurro: Mi prenderò cura io di te, piccola.

A tarda notte, la nuova ancella della domina riuscì a entrare nello studio del padrone. La padrona non ne era più uscita e lei aveva iniziato a preoccuparsi; tirò un sospiro di sollievo quando la trovò addormentata e, per una benedetta volta, senza lividi né ferite.

Forse il padrone sta cominciando ad affezionarsi a lei, pensò, coprendola con quanto restava della bella veste,

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