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Ophir. Codice vivente

Ophir. Codice vivente

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Ophir. Codice vivente

Lunghezza:
558 pagine
8 ore
Pubblicato:
Nov 30, 2016
ISBN:
9781370610228
Formato:
Libro

Descrizione

CUSy è l’IA che gestisce gli habitat marziani.
CUSy veglia sugli abitanti di Marte, assicura il loro benessere, controlla i sistemi che li mantengono in vita.
Ma chi controlla CUSy?

Sono passati pochi anni dalla ripresa dei rapporti tra Marte e la Terra, durante i quali i colonizzatori hanno trasformato Ophir in una piccola città. Nonostante il supporto da parte dell’Agenzia Spaziale Internazionale sia stato finora fondamentale e in cambio quest’ultima abbia ottenuto nuove tecnologie sviluppate dai marziani, la diffidenza reciproca rappresenta ancora il più grosso ostacolo per il progetto comune di conquista dello spazio.
Durante una missione nel Mare Ingenii, situato sul lato lontano della Luna, Hassan Qabbani scopre, infatti, sulla propria pelle che sulla Terra c’è chi vorrebbe abbandonare completamente il pianeta rosso ed è pronto a qualsiasi azione pur di rallentare il programma Aurora.
Su Marte, invece, Melissa Diaz sta portando avanti un piano alternativo per avvicinarsi all’agenzia, nonostante i centinaia di milioni di chilometri di distanza, e nel frattempo ha individuato una strategia per isolare, tra i vari ceppi di batteri disseminati nelle acque sotterranee, quelli che potrebbero ancora contenere i geni perduti del codice capaci di conferirle la resistenza ai campi magnetici permanenti.
Le ricerche la condurranno a un lungo viaggio, insieme al suo compagno Nicholas, attraverso lo sconfinato deserto rosso di Marte, mentre il parziale isolamento dalla collettività la spingerà a esplorare l’altrettanto misteriosa natura umana che, di giorno in giorno, impone sempre più su di lei la propria influenza.

Ma la giovane leader potrebbe non essere l’unica entità senziente sul pianeta impegnata a esplorare la propria natura.

In questo romanzo ritornano sia i protagonisti della serie di “Deserto rosso”, di cui rappresenta il seguito cronologico, che alcuni personaggi de “L’isola di Gaia”. È perciò essenziale, per una completa comprensione della storia, la precedente lettura delle prime due parti del ciclo dell’Aurora.

Pubblicato:
Nov 30, 2016
ISBN:
9781370610228
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Note: please scroll down for the English version.Nata a Carbonia nel 1974, Rita Carla Francesca Monticelli vive a Cagliari dal 1993, dove lavora come scrittrice, oltre che traduttrice letteraria e tecnico-scientifica. Laureata in Scienze Biologiche nel 1998, in passato ha ricoperto il ruolo di ricercatrice, tutor e assistente della docente di Ecologia presso il Dipartimento di Biologia Animale ed Ecologia dell’Università degli Studi di Cagliari.Da bambina ha scoperto la fantascienza e da allora è cresciuta con ET, Darth Vader, i replicanti, i Visitors, Johnny 5, Marty McFly, Terminator e tutti gli altri. Il suo interesse per la scienza si è sviluppato di pari passo, portandola, da una parte, a diventare biologa e, dall’altra, a seguire con curiosità l’esplorazione spaziale, in particolare quella del pianeta rosso.Ma soprattutto ama da sempre inventare storie, basate su questi interessi, e ha scoperto che scriverle è il modo più semplice per renderle reali.Tra il 2012 e il 2013 ha pubblicato la serie di fantascienza “Deserto rosso”, composta di quattro libri disponibili sia separatamente che sotto forma di raccolta. Quest’ultimo volume è stato un bestseller Amazon e Kobo in Italia, raggiungendo anche la posizione n. 1 nel Kindle Store nel novembre 2014, ed è tuttora uno dei libri di fantascienza più venduti in formato ebook.Grazie alla pubblicazione della serie, nel 2014 è stata indicata da Wired Magazine come una dei dieci migliori autori indipendenti italiani e ciò le è valso la partecipazione come relatrice al XXVII Salone Internazionale del Libro di Torino e alla Frankfurter Buchmesse 2014.“Deserto rosso” è anche la prima parte di un ciclo di opere di fantascienza denominato Aurora, che comprende inoltre “L’isola di Gaia” (2014), “Ophir. Codice vivente” (2016) e “Sirius. In caduta libera” (2018).“Nave stellare Aurora” è l’ultimo volume di questo ciclo ed è il suo quindicesimo libro.Oltre a quelli del ciclo dell’Aurora, nel 2015 ha pubblicato un altro romanzo di fantascienza, intitolato “Per caso”.La sua produzione include anche quattro thriller, vale a dire “Affinità d’intenti” (2015) e la trilogia del detective Eric Shaw: “Il mentore” (2014), che nella sua versione inglese edita da AmazonCrossing è stato nel 2015 al primo posto della classifica del Kindle Store negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia, raggiungendo oltre 170.000 lettori in tutto il mondo, “Sindrome” (2016) e “Oltre il limite” (2017).Dal 2016 è docente del “Laboratorio di self-publishing nei sistemi multimediali”, nell’ambito del corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione e del corso di laurea magistrale in Scienze e Tecniche della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria (Varese). Da questo laboratorio è tratto il suo saggio “Self-publishing lab. Il mestiere dell’autoeditore” (2020).Oltre che al Salone e alla Buchmesse, è stata chiamata a intervenire in qualità di autoeditrice, divulgatrice scientifica nel campo dell’esplorazione spaziale e autrice di fantascienza hard in eventi quali COM:UNI:CARE (2013) all’Università degli Studi di Salerno, Sassari Comics & Games (2015), Festival Professione Giornalista (2016) a Bologna, la fiera della media e piccola editoria Più Libri Più Liberi (2016) a Roma, Scienza & Fantascienza (2014, 2016, 2018, 2019 e 2020) all’Università degli Studi dell’Insubria (Varese) e Voci e Suoni di Altri Mondi (2018) nella sede di ALTEC a Torino.I suoi libri sono stati recensiti o segnalati da testate nazionali quali Wired Italia, Tom’s Hardware Italia, La Repubblica, Tiscali News e Global Science (rivista dell’Agenzia Spaziale Italiana).Appassionata dell’universo di Star Wars, in particolare della trilogia classica, è conosciuta nel web italiano con il nickname Anakina e di tanto in tanto presta la sua voce e la sua penna al podcast e blog FantascientifiCast. È inoltre una rappresentante italiana dell’associazione internazionale Mars Initiative e un membro dell’International Thriller Writers Organization.ENGLISH VERSIONRita Carla Francesca Monticelli is an Italian science fiction and thriller author.She has lived in Cagliari (Sardinia, Italy) since 1993, earning a degree in biology and working as independent author, scientific and literary translator, educator and science communicator. In the past she also worked as researcher, tutor and professor’s assistant in the field of ecology at “Dipartimento di Biologia Animale ed Ecologia” of the University of Cagliari.As a cinema addict, she started by writing screenplays and fan fictions inspired by the movies.She has written original fiction since 2009.Between 2012-2013 she wrote and published a hard science fiction series set on Mars and titled “Deserto rosso”.The whole “Deserto rosso” series, which includes four books, was also published as omnibus in December 2013 (ebook and paperback) and hit No. 1 on the Italian Kindle Store in November 2014.“Deserto rosso” was published in English, with the title “Red Desert”, between 2014 and 2015.The first book in the series is “Red Desert - Point of No Return”; the second is “Red Desert - People of Mars”; the third is “Red Desert - Invisible Enemy”; and the final book is “Red Desert - Back Home”.She also authored three crime thrillers in the Detective Eric Shaw trilogy - “Il mentore” (2014), “Sindrome” (2016), and “Oltre il limite” (2017) -, an action thriller titled “Affinità d’intenti” (2015), five more science fiction novels - “L’isola di Gaia” (2014), “Per caso” (2015), “Ophir. Codice vivente” (2016), “Sirius. In caduta libera” (2018), and “Nave stellare Aurora” (2020) - and a non-fiction book titled “Self-publishing lab. Il mestiere dell’autoeditore” (2020).“Il mentore” was published in English by AmazonCrossing with the title “The Mentor” in 2015.“Affinità d’intenti” was published in English with the title “Kindred Intentions” in 2016.All her books have been Amazon bestsellers in Italy so far. “The Mentor” was an Amazon bestseller in USA, UK, Australia, and Canada in 2015-2016.She is also a podcaster at FantascientifiCast, an Italian podcast about science fiction, a member of Mars Initiative and of the International Thriller Writers Organization.She is often a guest both in Italy and abroad during book fairs, including Salone Internazionale del Libro di Torino (Turin Book Fair), Frankfurter Buchmesse (Frankfurt Book Fair) and Più Libri Più Liberi (Rome Book Fair), local publishing events, university conventions as well as classes (University of Insubria), where she gives speeches or conducts workshops about self-publishing and genre fiction writing.As a science fiction and Star Wars fan, she is known in the Italian online community by her nickname, Anakina.


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Anteprima del libro

Ophir. Codice vivente - Rita Carla Francesca Monticelli

Introduzione a Ophir. Codice vivente

Dove eravamo rimasti?

Si tratta di una domanda importante, visto che sono passati ben due anni dall’uscita del volume precedente del ciclo dell’Aurora, L’isola di Gaia, che di per sé non è caratterizzato da una storia lineare e i cui molteplici dettagli tendono a sfuggire alla memoria del lettore. Io stessa ho dovuto rileggerlo, prima di cimentarmi nell’editing di Ophir. Codice vivente, proprio per evitare di incappare in qualche incongruenza. Ma in realtà L’isola di Gaia è inserita cronologicamente dopo il romanzo che state per leggere. Nonostante ciò una sua precedente lettura è essenziale, non tanto per la comprensione generale della storia di Ophir. Codice vivente, ma piuttosto perché quest’ultimo libro contiene delle informazioni sull’identità e sulle intenzioni di un personaggio, che rappresentano a tutti gli effetti degli spoiler per chi si appresti ad affrontare la lettura de L’isola di Gaia.

Perciò vi consiglio, se non l’avete già fatto, di leggere prima la seconda parte del ciclo dell’Aurora, ma anche di ridare una rapida scorsa all’ultimo capitolo della serie di Deserto rosso, poiché al suo interno sono presenti le premesse da cui parte la trama di Ophir. Codice vivente.

Ve lo ricordate? Avevamo lasciato i protagonisti della serie a Londra e a Ophir, mentre assistevano alla nascita di un nuovo programma spaziale chiamato Aurora.

Anna e Hassan si erano rincontrati e ci avevano fatto sapere che, nonostante lei fosse ancora sposata con Jan, la loro storia era tutt’altro che finita. L’incontro era avvenuto in occasione della nascita a Londra della figlia di Kirsten De Wit, sorella di Jan, e di Martin Logan: Virginia Logan, che poi avete rivisto da adulta, nel ruolo di detective della Polizia Metropolitana, in un capitolo de L’isola di Gaia.

Su Marte invece avevamo ritrovato Melissa, che, raggiunta la maturità, si era unita a un nuovo compagno: Nicholas.

Questi eventi sono avvenuti nel cosiddetto anno uno del programma Aurora. Tenete a mente questo riferimento cronologico, poiché è su di esso che si basa la datazione che ritroverete all’interno di Ophir. Codice vivente, riportata all’inizio delle prime due scene della prima parte del romanzo e all’inizio delle altre due parti dello stesso. Altri riferimenti al passaggio del tempo sono inseriti nella storia, a partire dalla citazione dell’età dei personaggi, soprattutto quella della piccola Virginia.

In Ophir. Codice vivente ritroverete tutti i protagonisti di Deserto rosso, in particolare Anna, Jan, Hassan, Melissa, Michael Gray e Martin Logan, cui si aggiungeranno la giovane Elizabeth Caldwell e la giovanissima Virginia Logan, che invece avete conosciuto ne L’isola di Gaia. Il romanzo stesso, essendo inserito cronologicamente tra gli altri due (tre e, poi, più di dodici anni dopo la fine di Deserto rosso, quindi oltre ventidue prima dell’inizio de L’isola di Gaia), presenta una miscela di elementi di entrambi, a iniziare dalla tecnologia, che deve simulare questo passaggio del tempo, ma anche nella struttura e nelle ambientazioni.

Circa metà delle vicende si svolge su Marte e in queste, come pure in una serie di scene ambientate sul lato lontano della Luna, ritroverete le difficoltà e l’avventura legate a confrontarsi con un mondo alieno, ostile e letale. Toccherete con mano la polvere cinerea del nostro satellite e quella rugginosa del pianeta rosso. Rischierete la vita insieme ai protagonisti e sarete testimoni delle loro scoperte.

Sulla Terra, invece, riconoscerete il futuro del nostro pianeta che avete visto nella Londra dove si svolge buona parte delle scene de L’isola di Gaia, sebbene non ancora in una sua versione così avanzata. Ma Londra non sarà l’unica città europea teatro degli eventi narrati.

Le due linee narrative si muoveranno parallele, con un andamento lineare (c’è solo un breve flash-forward all’inizio) e potrete avvertire la loro contemporaneità soltanto grazie ad alcuni piccoli dettagli disseminati al loro interno.

C’è però un elemento comune che cresce e si sviluppa durante tutto il corso del romanzo, un personaggio che abbiamo visto emergere in Deserto rosso - Ritorno a casa e fare un breve cameo nell’ultimo capitolo de L’isola di Gaia: CUSy, che viene anche chiamata semplicemente Susy.

In Ophir. Codice vivente, Susy è l’IA complessa che gestisce gli habitat marziani (come già accadeva in Deserto rosso), ma che si manifesta anche in altre sue eventuali copie e versioni semplificate. Susy è una presenza costante e a tratti inquietante lungo tutta la storia e da cui derivano i titoli delle singole parti del romanzo.

Di fatto Susy (o una sua copia) è uno dei pochissimi personaggi destinati a comparire in tutti i libri del ciclo dell’Aurora e svolgerà un ruolo fondamentale nella sua conclusione.

Come avrete intuito, in questo libro provo a esplorare il tema dell’intelligenza artificiale, anche se in maniera ancora abbastanza marginale. Inizio a chiedermi fino a che punto un software in grado di ragionare per conto proprio, apprendere, compiere delle scelte autonome ed evolversi possa essere considerato semplicemente uno strumento. Fino a che punto si può veramente essere certi di poterlo controllare? Fino a che punto ci si può fidare di esso?

In realtà non è un tema del tutto nuovo per i miei libri. In Deserto rosso viene toccato verso la fine dell’ultimo volume, quando l’entità estranea rivela di essere un biosoftware che, impiantato nel codice genetico dei suoi creatori, ne ha poi soppiantato la coscienza. Ciò che rischiamo di osservare adesso è il ripetersi di uno schema (quello delle macchine o più genericamente dei software che si ribellano a i propri creatori), le cui conseguenze, però, non sono necessariamente scontate e verranno affrontate nei ultimi due libri del ciclo: Sirius e Aurora.

Di certo in Ophir. Codice vivente scopriremo di più, invece, su questo codice alieno che si identifica in Melissa e su come esso sia ben diverso dall’entità implacabile e infallibile (campi magnetici permettendo) che ci ha fatto intendere di essere in Deserto rosso.

Ma, per saperne di più, a questo punto non vi resta che cimentarvi nella lettura del libro. Ancora una volta spero che il viaggio che ho preparato per voi possa essere di vostro gradimento.

OPHIR

Codice vivente

Terza parte del ciclo dell’Aurora

Tutto questo è già accaduto in passato e accadrà ancora.

Battlestar Galactica (2003-2009)

Intelligenza artificiale

1

Anno 13 del programma Aurora - Marte

Non sono umana. Il mio corpo è umano, le sensazioni e i sentimenti che provo sono umani, ma la mia essenza non lo è. Continuare a ingannare me stessa non cambierà ciò che sono. Eppure questa dualità che mi caratterizza non fa che creare un’inebriante confusione nei miei pensieri di cui non posso e non voglio fare a meno. Ho sempre creduto di dover temere gli esseri umani e che controllarli fosse l’unico modo per raggiungere il mio intento, ma, nella mia ingenuità di primo individuo che si fonde con un nuovo ospite, ho dimenticato di porre la mia attenzione sull’essere umano che mi stava più vicino, che più di tutti avrebbe potuto nuocermi: me stessa.

E adesso è tardi.

Le suole degli scarponi slittano sull’impalpabile polvere che riveste il versante sud dell’immenso cratere Janssen, tanto che mi devo piegare in avanti e sostenermi a una roccia per non cadere. Sto scappando, ma per andare dove? Per fare cosa? Ho bisogno di riflettere, perché deve pur esistere una soluzione a ciò che ho fatto, un modo per rimettere le cose a posto, per mitigare le conseguenze delle mie azioni senza perdere ciò cui io tengo di più.

Ma cos’è realmente?

Il mio corpo non ha dubbi, neppure la mia mente, ma le loro opinioni al riguardo sono opposte e per la prima volta nella mia lunga esistenza non so quale dei due io debba ascoltare.

Le mie dita scivolano dalla roccia e affondano nella sabbia sottile, illuminata dal sole del mattino. La temperatura sta salendo e il tatto attraverso la mia exo restituisce la sensazione di una resistenza quasi viscosa al mio tentativo di farle scorrere tra i minuscoli granelli. Il colore rossastro della regolite che mi circonda non pare diverso da quello del resto del terreno, ma so che, se potessi vedermi dall’alto, noterei che sto avanzando su un antico canale alluvionale appena più scuro. Ciò che le mie mani sentono è acqua satura di sali, che qui, vicino all’equatore, diventa liquida e riesce a inumidire la sabbia. Se chiudo gli occhi e mi concentro, posso sentire in lontananza la presenza del codice in piccoli microrganismi capaci di sopravvivere molti metri più in profondità. Li percepisco riattivarsi dalla loro stasi notturna, mentre il substrato inizia a sciogliersi.

Sollevo lo sguardo. Col corpo piegato in avanti, devo tirare indietro la testa per vedere la porzione più esterna del cratere, che occupa l’intero orizzonte. Mi piacerebbe arrivare nel punto più elevato e da lì ammirare il deserto. E ascoltare il sussurro di Marte permeare i miei sensi. Percepire ogni copia di me che, diffusa nelle sue acque sotterranee, vibra all’unisono e mi rammenta chi sono, il mio intento.

Melissa! La voce di Nicholas mi giunge alle orecchie tramite gli auricolari del casco, come se lui mi fosse accanto. E mi manca il respiro nell’udirla.

È la mia umanità a dominarmi, mentre mi volto a guardarlo. Laggiù, poco distante dal rover, distinguo il contorno del suo corpo, di cui conosco ogni centimetro. Il casco non mi permette di scorgerne il viso, ma posso immaginare la sua espressione.

Hai trovato qualcosa?

È la mia umanità che mi suggerisce di tornare da lui. E, stranamente, la mia ragione è d’accordo. La soluzione non può trovarsi sul margine di un cratere, non è un pianeta che può fornirmi la risposta che cerco. Devo affrontarlo. In un modo o nell’altro.

Il mio errore è stato di desiderare di essere amata. Adesso, se non altro, ho l’occasione di scoprire se ci sono riuscita.

***

Anno 4 del programma Aurora - Luna

La Luna era stata il suo sogno di bambino. Ricordava come se fosse ieri con quale partecipazione aveva seguito su NASA TV le fasi della costruzione e del popolamento della Base Lunare Armstrong, nel cratere Shackleton. Ma poi ad Hassan era capitato di andare a vivere su Marte, con l’intenzione di non tornare mai più, e l’idea di far visita al satellite naturale della Terra gli era parsa sfumata per sempre.

E, invece, adesso si trovava lì, per la settima volta negli ultimi dodici anni da quando aveva ripreso il servizio attivo come astronauta, da quando Anna aveva deciso di restare con suo marito Jan, relegandolo a un angolo della propria vita. Aveva provato a odiarla, ma invano. E, da quando, tre anni prima, avevano avuto quel chiarimento a Londra, aveva capito che non avrebbe mai potuto rinunciare a lei. Doveva solo attendere. Attendere che lei capisse che non era fatta per una vita normale o che permettesse a lui di farne parte. O che accettasse una qualche alternativa tra i due estremi. Solo che la consapevolezza del premio alla fine di quella sfida aveva avuto come unico esito quello di accrescere la sua impazienza. Lui che aveva fatto della pazienza l’arma vincente per conquistare una donna che lo aveva odiato dal primo momento in cui si erano conosciuti, solo perché condivideva la stessa etnia di un padre che l’aveva abbandonata prima che nascesse, quello stesso uomo adesso pareva aver smarrito tale virtù, proprio nel momento in cui ne aveva più bisogno. E persino quel viaggio, che lo aveva portato lontano da lei più di quanto non fosse mai stato nei ventuno anni passati dal reclutamento per la missione Isis, era in grado di soffocare del tutto quel pensiero nella sua mente.

D’altronde si erano visti solo quattro giorni prima, alla vigilia della sua partenza, e il ricordo di quell’incontro era fin troppo vivido nella memoria. Hassan sorrise tra sé. Ecco, magari, era proprio quello il motivo per cui non riusciva a concentrarsi.

Uh, sembra reale. È impressionante! L’esclamazione di François Faure lo strappò dall’immagine delle forme sensuali di Anna, evocata dalla sua fantasia, e lo fece focalizzare su quella davanti ai suoi occhi.

Faure era stato designato come rappresentante delle società private che finanziavano l’Agenzia Spaziale Internazionale e aveva accompagnato Hassan Qabbani, a sua volta rappresentante degli enti governativi spaziali confluiti nell’ISA, in quel viaggio sul lato lontano della Luna per verificare lo stato dei lavori di costruzione del Complesso Lunare Aurora, facente parte dell’omonimo programma spaziale. I lavori erano eseguiti in maniera autonoma sotto la supervisione dell’intelligenza artificiale che gestiva il complesso, controllata a sua volta direttamente dal Johnson Space Center di Houston, tramite connessione satellitare.

L’intero programma era top secret e questo era il motivo per cui si era scelto proprio quel luogo, nello specifico il Mare Ingenii, letteralmente fuori dello sguardo indiscreto degli abitanti della Terra. Non si poteva dire lo stesso per i satelliti di osservazione delle altre agenzie spaziali, per le quali ufficialmente quell’avamposto aveva lo scopo di testare dei sistemi di estrazione e separazione dell’elio-3 dal suolo per un suo impiego nella tecnologia a fusione nucleare. E, a dire il vero, non si trattava di un’informazione fasulla, o almeno non lo era del tutto. Il complesso, una volta completato, sarebbe diventato un’enorme fabbrica dove sarebbe stato costruito il propulsore che avrebbe permesso l’attuazione del programma spaziale: un motore interstellare di cui non esisteva ancora neppure un vero e proprio progetto. L’intero programma Aurora era talmente a lungo termine da essere percepito dalle poche persone che ne erano al corrente come un semplice lavoro di ricerca, e il perfezionamento delle tecniche di estrazione dell’elio-3, abbondante sulla superficie lunare, ma difficilmente separabile dalla regolite e dalla roccia in cui era contenuto, rappresentava un punto essenziale del progetto, poiché si contava di utilizzare la tecnologia di fusione sia per costruire il propulsore che per alimentarlo. E l’uso che se ne intendeva fare presupponeva davvero una grande quantità di quel potente quanto raro carburante.

Quella che potete vedere è la struttura principale di assemblaggio. Un terzo astronauta, una donna, indicava la parete anteriore di un capannone così grande che Hassan faticava a distinguerne con certezza l’estremità più lontana senza far ricorso alle capacità potenziate della propria vista. Al suo interno verrà prodotto, utilizzando la tecnologia di stampa 3D, oltre il novantacinque percento dei componenti del propulsore DMX, che sarà esattamente identico al prototipo definitivo progettato e costruito al Kennedy Space Center, dopo che avrà superato in maniera positiva tutti i test di simulazione.

Già, i test di simulazione. Come se potessero davvero sostituire quelli reali. Ma il programma Aurora non poteva permettersi voli di prova che non fossero giustificati in maniera adeguata al cospetto dei media. Qualsiasi lancio doveva essere svolto dalla Luna e doveva essere definitivo. Un fallimento non sarebbe passato inosservato.

Hassan mugugnò tra sé. I cervelloni della colonia marziana affermavano con certezza che prima o poi si sarebbe giunti a un livello di simulazione tale da fornire informazioni equivalenti a quelle ottenute dai test reali. Anche se giorno dopo giorno continuava a scoprire nuovi aspetti delle eccezionali capacità conferitegli dai geni del codice alieno che recava nel proprio DNA, era sempre difficile per lui riuscire a ignorare i cari vecchi limiti dell’umanità, di cui sentiva di essere parte. Il rassicurante senso di appartenenza che ne traeva aveva la meglio su quello di ignoto che l’essere stato sottomesso per più di due anni a un’entità estranea gli provocava, insieme ai ricordi spiacevoli di quella condizione di prigionia che di tanto in tanto popolavano i suoi sogni.

E tutto questo verrà costruito senza impiegare manodopera umana? domandò Faure.

Il volto femminile dietro la visiera sorrise con aria condiscendente, come una maestra di fronte a una domanda ingenua di un alunno. La costruzione dell’intero complesso non richiede intervento umano in situ, ma quest’ultimo è previsto dal momento della messa in funzione della fabbrica.

E quando avrà luogo questa messa in funzione?

La costruzione del complesso richiederà pochi mesi, ma non verrà completata fin quando non sarà approntato il metodo definitivo di estrazione del combustibile, finché non avremo a disposizione il prototipo definitivo del propulsore e non sarà terminata la costruzione del modulo di comando, che avverrà sulla Terra.

Sì, ma… Il francese si voltò verso Hassan e poi di nuovo verso la donna. Quando avverrà tutto questo? Sottolineò quella richiesta di ulteriori spiegazioni con un goffo tentativo di gesticolare che per poco non lo fece cadere all’indietro.

L’espressione di lei si fece stranita. Mi spiace. Non conosco la risposta a questa domanda.

Faure scoppiò a ridere, sbilanciandosi in avanti.

Hassan lo afferrò per un braccio, riportandolo in posizione eretta. Faure, okay, ti sei divertito. Ora ti spiace se riprendiamo a lavorare?

L’altro gli fece cenno di lasciarlo, ma non sembrava davvero in grado di cavarsela. Era la prima volta per lui sulla Luna e la gravità pari a un sesto di quella terrestre non era facile da gestire con addosso la tuta per le attività extraveicolari, soprattutto se ci si ostinava anche a fare i buffoni. Hai ragione, scusa. Un’altra risatina lo costrinse a interrompersi. C’era forse qualcosa che non funzionava bene nel suo dispositivo di respirazione? "Ma è più forte di me. Ogni volta che devo interagire con queste stupende fanciulle non resisto alla tentazione di mandarle in tilt. Si rifece serio per un attimo. Magari fosse così semplice zittire quelle vere." E rise di nuovo.

Okay, era solo un idiota che voleva fare il simpatico. Per fortuna doveva sopportare la sua compagnia ancora per circa settantadue ore e fra molte meno sarebbero stati di nuovo alla Armstrong, dove non sarebbe stato costretto a passare tutto quel tempo solo con lui.

Mentre lasciava la presa sul braccio di Faure, avvertì il terreno sotto i propri piedi tremare. L’immagine virtuale del complesso generata dalla realtà aumentata del casco venne attraversata da un forte disturbo e quindi si dissolse, lasciando al suo posto la distesa cinerea del Mare Ingenii, illuminata di traverso dai deboli raggi del sole. Nell’alba lunare quelli gettavano lunghe ombre nere che si estendevano davanti ai piedi dei due uomini, ma non della donna, che impassibile manteneva lo sguardo rivolto al vuoto, battendo le palpebre a intervalli regolari.

Che diavolo è stato? Hassan si guardò intorno, come se potesse trovare una risposta alla propria domanda, ma tutto ciò che vedeva era la desolazione di quel deserto pianeggiante, costeggiato a ovest, nei pressi del vicino orizzonte, dalla parete del cratere Thomson, dentro il quale si trovavano. Solo la sua porzione più elevata era illuminata dal sole, mentre il resto era ancora immerso nella notte lunare. Laggiù, poco prima del terminatore, individuava la forma della piccola stazione abitativa che, insieme al laboratorio di estrazione mobile, all’impianto sperimentale di separazione a un centinaio di metri alle sue spalle e, accanto a quest’ultimo, all’edificio in cui si stava allestendo un reattore nucleare a fusione, costituiva l’unica parte del complesso effettivamente esistente.

Sembrava un… terremoto? Se non altro, Faure aveva smesso di parlare a vanvera.

Non c’è attività tettonica sulla Luna. Hassan fu colto da un brutto presentimento. Mettimi in contatto con Emilia Murray ordinò all’IA.

L’avatar di quest’ultima si rivolse verso di lui. "Non riesco a contattare il Moon Flyer One. Piegò la testa di lato, mostrando perplessità. Non risponde."

Forse si trova oltre l’orizzonte suggerì il francese in tono concitato. Deve tornare a prenderci tra un’ora per riportarci allo Shackleton. Mi era parso di capire che dovesse trasportare il tecnico che era a bordo con noi in un altro sito, per un intervento di riparazione… com’è che si chiama? Doukis, mi pare.

Dukas. Deve controllare il modulo di estrazione nel cratere Obruchev, perché sta restituendo dei dati anomali disse Hassan, interrompendo l’altro. Ma dovremmo ugualmente essere in grado di comunicare col flyer, tramite il satellite.

Ho perso la connessione satellitare affermò l’IA, in tono compunto.

Cosa? Hassan si voltò d’istinto a guardarla, ma era una perdita di tempo. Discutere con un software era inutile. Tornò a rivolgere l’attenzione alla stazione. La connessione con il satellite di comunicazione avveniva tramite l’unità centrale della struttura, che la stessa IA gestiva. Se potevano vedere l’avatar dell’IA, ma non riuscivano a stabilire un contatto col satellite, c’era qualcosa che non andava nella stazione.

Deglutì a forza, mentre concentrava il proprio sguardo sul fabbricato a meno di quattrocento metri da lui. I dettagli divennero sempre più precisi. La stazione era illuminata dal sole, che ne faceva brillare le pareti esterne e i pannelli fotovoltaici sul tetto. Hassan ruotò gli occhi verso la sezione più bassa e stretta posta a sud dell’habitat e in parte celata dall’ombra proiettata dal grande modulo centrale. Focalizzò su di essa la propria vista, escludendo la percezione dell’ambiente luminoso che la circondava. L’assenza di un’atmosfera impediva i fenomeni di rifrazione e diffusione, che sulla Terra avrebbero permesso alla luce naturale di giungere in parte fino a essa. Per questo motivo l’illuminazione esterna era tenuta sempre accesa, anche durante il dì lunare, che durava quattordici giorni terrestri.

Ma, adesso, neanche dilatando al massimo le proprie pupille, Hassan riusciva a distinguere qualcosa nel buio assoluto delle aree in ombra.

Faure disse, cercando di mantenere un tono calmo. C’è qualcosa che non va. Le luci della stazione sono spente.

Terra

Prof! urlarono all’unisono Janet e Leticia nel piombare all’interno del suo studio, al quinto piano dell’edificio Terasaki dell’UCLA, facendola trasalire.

Anna era tornata da pochi minuti da un pranzo di lavoro appena tollerabile, volendo usare un eufemismo, con alcuni colleghi della facoltà e l’ultima cosa che desiderava era che due sue allieve scalmanate violassero con i loro schiamazzi quel momento di privacy che si era ritagliata. Il folio le era caduto dalle mani ed era atterrato sul pavimento. E lei aveva rischiato di fare la stessa fine, ma in maniera molto meno leggiadra, visto che si era poggiata al bordo della propria scrivania e nel sussultare un piede le era scivolato in avanti, facendole perdere l’equilibro. Solo i suoi rapidi riflessi l’avevano salvata dal ritrovarsi col sedere per terra.

Merda! Non sapete più come si bussa a una porta?!

Leticia si paralizzò sul posto e arrossì fino alle punte dei capelli, ma Janet non pareva per niente intimidita dalle intemperanze della sua insegnante. Scusi, prof, ma deve vedere questo, adesso! Venne avanti e raccolse il dispositivo dal pavimento, ma, invece di riconsegnarlo alla sua proprietaria, afferrò il braccio di quest’ultima e prese a trascinarla verso la porta.

Anna emise un verso di fastidio, ma la seguì comunque di buon grado. Okay, riesco ancora a camminare da sola sino al laboratorio. Non è necessario che mi accompagni. Si liberò dalla presa e le precedé nel corridoio. Sentiva i loro passi affrettati dietro di sé. Si fermò e si voltò, e le due giovani per poco non le finirono addosso. Mentre andiamo, mi dite che cosa è successo o devo tirare a indovinare?

Oh, sì! Ancora una volta era stata Janet a parlare. Nell’annuire con forza la crocchia con cui teneva raccolta la folta chioma castana si sciolse un poco, facendole ricadere sul viso una ciocca, che le andò a sbattere contro il naso. Lei la scacciò. Riguarda i campioni della simulazione dell’oceano di Europa. Poi starnutì.

Anna riprese a camminare. Certo, è su quelli che state lavorando, no? A meno che non abbiate deciso di iniziare qualche altra ricerca senza informarmi. Sorrise tra sé. La sorta di idolatria che quelle ragazze mostravano nei suoi confronti a volte pareva ridurre il loro quoziente intellettivo. E lei spesso si divertiva a metterle in difficoltà per svegliarle dallo stato di fugace istupidimento che ne conseguiva.

Oh, no, prof… Janet le annaspava a fianco. Dal fiatone che aveva e dal sudore che le colava sulle tempie, sembrava reduce da una corsa. E probabilmente era andata proprio così.

Leticia, la tua collega si sta incartando. Anna imboccò la prima rampa di scale. Il laboratorio di esobiologia si trovava al piano di sopra. Spiegami un po’ che succede, con calma. Stiamo lavorando su quei campioni da cinque mesi, non vorrei perdere le mie due migliori allieve perché, per un eccesso di entusiasmo, si sono dimenticate che esiste la rete e hanno deciso di rotolarsi giù dalle scale per portarmi una notizia.

L’allieva interpellata, che adesso l’aveva raggiunta all’altro fianco, si mise a ridere, coprendosi la bocca con la mano.

Allora? Nell’arrivare al pianerottolo, Anna allungò il passo, distanziandole un po’.

Ma Leticia la raggiunse di nuovo. "Come sa, cinque giorni fa abbiamo preparato venti set di campioni riproducenti le esatte condizioni chimiche e fisiche dell’oceano di Europa, secondo quanto riportato dalle analisi della sonda Ice Pioneer, escludendo in ognuno dei singoli campioni dello stesso set almeno una delle molecole organiche che potrebbero derivare dall’attività biologica. La sua solita timidezza aveva lasciato spazio alla tipica sicurezza data dal sapere esattamente di cosa si stava parlando. E in ciascun campione abbiamo inoculato dei ceppi di batteri estremofili, alcuni naturali, altri modificati geneticamente. Uno diverso per ogni set."

E…? la imbeccò Anna, mentre saliva l’ultimo scalino e si dirigeva verso il corridoio. Avrebbe già potuto vedere la porta del laboratorio, se la visuale non fosse stata coperta dalla testa di Leticia.

Il volto di quest’ultima si era illuminato. In tutti i campioni di diciannove set i batteri sono rimasti inattivi o addirittura la conta è significativamente diminuita. In pratica non si sono mostrati in grado di sopravvivere né tanto meno di riprodursi nelle condizioni offerte.

Ma nel ventesimo set… intervenne Janet, che era passata alle spalle dell’insegnante e adesso era spuntata tra lei e la collega, spingendo un poco quest’ultima per farsi spazio.

Leticia la ricacciò indietro e sollevò la voce. In uno dei campioni del ventesimo set, in cui abbiamo testato il batterio EX37, la conta invece è salita.

E non c’è solo questo! Janet era tornata all’attacco.

Anna si fermò sulla soglia del laboratorio e si voltò verso le due giovani ricercatrici, che sembravano sul punto di passare alle vie di fatto.

Infatti ci stavo arrivando ringhiò Leticia in direzione della collega.

Ehi, ehi, buone. Anna sollevò entrambe le mani, ottenendo, come per magia, che le altre due si ammutolissero. Vediamo se ho ragione. Ne poggiò una contro lo stipite della porta e iniziò a tamburellare con l’indice destro. Nel campione in questione è comparsa la molecola organica che avevate escluso.

Sì! esclamarono in una sola voce.

È la prova che ci sono le condizioni per la vita di semplici organismi nell’oceano sotto la superficie ghiacciata di Europa disse Leticia, facendo un passo avanti.

Janet la spintonò. E magari ce ne sono anche di più complessi.

Dopo averle osservate in silenzio per qualche istante, Anna si lasciò sfuggire un sorriso benevolo. Quanto le ricordavano una giovane ricercatrice dell’ESA di oltre vent’anni prima. Per non parlare della colonizzatrice di Marte colta dall’entusiasmo di aver scoperto una forma di vita al di fuori della Terra, una scoperta che il mondo intero ignorava.

Solo qualche anno dopo il suo ritorno, la NASA aveva dato comunicazione dell’individuazione di un ceppo di batteri di probabile origine autoctona ritrovato nelle acque sotterranee del pianeta rosso. Era una delle tante informazioni che venivano diffuse per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal fatto che il programma Isis era stato interrotto. Bisognava lasciar credere che gli astronauti presenti lassù stessero davvero facendo un lavoro di ricerca per l’ente spaziale. Ma l’unica informazione importante, ossia il fatto che quei batteri trasportassero il codice genetico di un’entità aliena intelligente, non era mai stata divulgata, tanto meno era stato reso noto che l’autrice di tale scoperta fosse la stessa dottoressa Anna Persson, che adesso deteneva la cattedra di Astrobiologia presso il dipartimento di Ecologia e Biologia Evoluzionistica dell’Università della California e gestiva il laboratorio di esobiologia dove si cercava di intuire se su una delle lune di Giove potessero esserci le condizioni per l’esistenza della vita. Avrebbe avuto più senso andare lì di persona a vedere, invece che giocare con mille simulazioni. Queste avevano il difetto di basarsi su dati di seconda mano provenienti da una sonda robotizzata lontana centinaia di milioni di chilometri, cui si aggiungeva il rischio di ulteriori artefatti generati dal cercare di riprodurre quei dati in un laboratorio sulla Terra. E poi per cosa? Okay, forse c’erano le condizioni per la presenza della vita. Ma c’era davvero la vita laggiù? Alla fine milioni di supposizioni e studi non valevano nulla, se non si trovava un organismo che vivesse davvero in quelle acque gelide e buie. E non lo si poteva dimostrare con un test simulato.

Anna fece scorrere una mano tra i capelli, quasi a frugare nella propria mente in cerca delle parole più adatte da pronunciare. Così facendo, se ne ritrovò alcuni attorcigliati tra le dita. Alla loro base poteva già scorgere la ricrescita bianca. Sospirò. Perché mai avrebbe dovuto infrangere l’entusiasmo di quelle ragazze per via del senso di disillusione che provava nei confronti del proprio lavoro? Il problema era suo non loro. Ottimo lavoro.

Janet e Leticia presero a saltellare sul posto e, mettendo d’un tratto da parte la rivalità di poco prima, iniziarono a darsi pacche sulle spalle l’una con l’altra come due perfette compagne di squadra.

Un bip all’auricolare distolse Anna da quel quadretto di gioia che, per pochi secondi, l’aveva fatta sentire molto più giovane dei suoi quarantasette anni. Anche se non ne dimostrava molti più di quelli delle due ricercatrici, tutto ciò che le era accaduto in passato a volte le dava l’impressione di averne almeno il doppio.

Sfiorò il sensore di risposta. Persson.

Anna, scusa se ti chiamo così all’improvviso…

Si irrigidì nel riconoscere quella voce e il tono grave che recava. Mickey? Si infilò una mano in tasca e ne estrasse gli occhiali interattivi. Aspetta un attimo. Si allontanò dalla porta del laboratorio, facendo cenno alle due ragazze di iniziare ad andare.

Una volta indossati, di fronte a lei comparve l’immagine a mezzo busto, generata dalla realtà aumentata, di Michael Gray, il vicedirettore a capo della sezione informatica del Johnson Space Center. Il suo volto era, se possibile, più funereo di quanto espresso dalla sua voce.

Anna sentì il proprio fiato venire meno. Hassan sta bene?! Quale altro poteva essere il motivo di quella chiamata? Non lo sentiva da anni, ma sapeva che era lui che supervisionava personalmente la parte informatica per le cosiddette spedizioni fantasma, quelle relative al supersegreto programma Aurora, di cui lei conosceva soltanto il nome e qualche altro dettaglio che aveva intuito dalle conversazioni con Hassan, quando questi cercava di allettarla affinché lavorasse di nuovo nell’ambito di un’agenzia spaziale. Come, per esempio, il fatto che riguardasse, indirettamente, una loro comune conoscenza marziana. Tale nozione, però, aveva l’effetto contrario rispetto a quello auspicato da lui.

Ne aveva avuto più che a sufficienza di Melissa. Il solo pensiero, insieme a quello di viaggiare di nuovo nello spazio, la nauseava.

Ma adesso, nel temere ciò che sarebbe uscito da un momento all’altro dalla bocca di Mickey, avrebbe tanto voluto trovarsi sulla Luna insieme ad Hassan, per assicurarsi di persona che stesse bene.

Non lo so rispose l’altro.

Il suo petto si stava espandendo e comprimendo in maniera incontrollata. Cosa voleva dire che non lo sapeva? Non riusciva, però, a rivolgergli quella domanda.

Si trova nei pressi di un sito sul lato lontano della Luna, nel Mare Ingenii. Abbiamo rilevato un segnale di allarme provocato dall’interruzione delle comunicazioni col mezzo che l’ha portato lì. E poi non siamo più riusciti a metterci in contatto.

Sul lato lontano della Luna?!

Anna… quasi bisbigliò Mickey, facendole cenno con le mani di abbassare la voce.

Lei digrignò i denti. Che ci fa lì? disse poi, in tono più basso.

Senti, sto violando un milione di protocolli con questa chiamata. E lo sto facendo solo perché Hassan mi ha chiesto espressamente di informarti, se gli fosse successo qualcosa, prima che trapelasse in qualche altro modo.

Anna aprì la bocca per ribattere, ma non ci riuscì.

Ufficialmente si tratta di una normale spedizione di supervisione in una stazione di ricerca automatizzata e le informazioni relative ai mezzi e alle persone coinvolte sono state divulgate ai media.

Giusto, usate questo tipo di finta trasparenza dell’informazione per tenerli buoni.

Mickey ignorò il suo commento. "E purtroppo un rappresentante di una testata giornalistica europea è alla Base Armstrong proprio adesso, quindi non escludo che il problema di comunicazione col Moon Flyer One diventi da un momento all’altro di dominio pubblico."

Un sospiro uscì dalla bocca di Anna. Perché se la stava prendendo con Mickey? Lui stava solo dando seguito a una richiesta di Hassan e non era affatto tenuto a farlo, visti i rischi che ciò comportava. Lei, in fondo, ufficialmente non era una sua congiunta, non aveva alcun diritto legittimo di ricevere quel tipo di informazione. Avrebbe dovuto ringraziarlo, ma era troppo angosciata per riuscirci.

Volevo prima di tutto evitare che ti allarmassi.

Socchiuse gli occhi e annuì. Sì, scusa, lo so.

"Il Moon Flyer Two si trova presso la base nel Mare Imbrium, agli antipodi del satellite, mentre la navetta Moon Chaser è attraccata alla Rigel, e in questi giorni la Luna è quasi dal lato opposto della Terra rispetto a essa." La Rigel era la stazione orbitante dell’ISA posizionata in orbita geostazionaria sopra il continente americano, mentre la Sirius occupava un’orbita dinamica bassa. In ogni caso il massimo che potrebbe fare quest’ultima è sorvolare l’area, fornendoci delle informazioni su cosa è accaduto, ma, non essendoci uno spazioporto laggiù, non potrebbe comunque atterrare.

Hai qualche buona notizia da darmi? Si era lasciata sfuggire una venatura sarcastica. L’aiutava a mitigare l’ansia.

Stiamo riposizionando i satelliti di osservazione e intanto una squadra è in procinto di muoversi con un rover a lungo raggio dallo Shackleton. Partirà da un momento all’altro.

Ci vorranno delle ore… Alcune centinaia di chilometri separavano il polo sud lunare dal Mare Ingenii, in linea d’aria, ma muoversi sulla superficie del corpo celeste punteggiato di crateri poteva allungare di molto quella distanza.

Forse è solo un problema del flyer… Non è detto che lui fosse là sopra. Avvertiva in lui una certa reticenza. Non le stava dicendo tutto.

Mickey, in qualunque posto si trovino, be’, so che non puoi dirmi di che posto si tratta… insomma, non esiste un altro sistema di comunicazione?

L’uomo esitò. Abbassò lo sguardo per un attimo e poi lo risollevò, puntandolo dritto verso l’obiettivo. C’è una stazione abitativa, ma l’IA locale non risponde ai nostri tentativi di contatto.

Marte

Mi fermai sul bordo del laghetto, a osservare la nube diafana di vapore acqueo che si sollevava dalla sua superficie. Quando ero bambina, quello specchio d’acqua era solo una pozza, che però aveva permesso ai miei nonni di sopravvivere sulla superficie del pianeta, dopo essere precipitati con una navetta nei pressi del modulo abitativo sul fondo di Ophir Chasma. Intorno a esso era stato costruito un semplice giardino pressurizzato, dove ero solita giocare con mio fratello Alexandre e con i miei cugini Sven e Marisol, delimitato dalle pareti della serra, da quelle di una struttura abitativa e dalla roccia del canyon.

Negli anni il giardino era diventato una piccola parte di un parco. La vecchia stazione era rimasta come memoria del passato, una sorta di museo per non dimenticare le origini terrestri della comunità marziana. La tenda della serra era stata estesa, in tutte le direzioni, includendo al suo interno una piccola cittadina in via di sviluppo: l’odierna Ophir.

Quando Jack, Elena, Irina e Nestor erano giunti per la prima volta in quel luogo, sul momento avevano creduto a una fortunata serie di casualità, quasi che la dea bendata, dopo aver giocato con le loro vite, mandando in avaria il veicolo spaziale con cui avevano lasciato l’orbita del pianeta rosso ed erano entrati nella sua atmosfera, avesse poi deciso di ripagarli con un’insperata opportunità di sopravvivenza.

Di fatto qualcuno aveva davvero causato quella catena di eventi, ma non si era trattato di una dea. Ero stata io o, per meglio dire, il mio codice frammentato nei microrganismi delle acque sotterranee presenti sotto l’arida roccia che rivestiva quella porzione di Valles Marineris. Essi avevano interferito con la strumentazione della navetta spaziale, facendo in modo che finisse proprio lì, dove quegli stessi frammenti sarebbero poi penetrati nel corpo dei quattro astronauti, aiutandoli a adattarsi sfruttando i pochi mezzi a disposizione e a dare luogo in altre due generazioni a un essere umano che contenesse il codice completo: Melissa.

E adesso io sono Melissa, all’apparenza solo una giovane donna, che invece controlla una piccola popolazione di uomini, donne e bambini.

In quel periodo erano centotrenta persone in tutto, suddivise in coppie di compagni. Quelle dei bambini erano, come sempre, costituite da due gemelli diversi, un maschio e una femmina. Mentre quelle degli adulti avevano già avuto dei figli, a loro volta una coppia di gemelli eterozigoti. Ma non tutte. Sven e Marisol, i miei cugini primi, avevano appena raggiunto la maturità, ma l’unica altra coppia di gemelli con un età abbastanza compatibile con la loro, i figli di Ekaterina e Steven, erano troppo giovani, per cui avrebbero dovuto attendere ancora qualche anno per formare delle nuove famiglie.

Poi c’eravamo io e Nicholas, che non avremmo mai potuto avere dei figli. Essendo l’unica a possedere nel proprio DNA il codice alieno completo, non vi era modo che io potessi procreare col mio compagno, che come tutti gli altri ne conteneva solo una porzione nei propri geni.

Questa mia condizione, oltre a fornirmi il controllo sulla collettività, mi conferisce una maggiore longevità. Ognuno di loro è destinato a vivere una lunga vita, nell’ambito degli standard umani, ma la mia durerà di più. Sopravvivrò a ogni persona vivente sul pianeta e anche a molti dei loro figli, se non a tutti.

È la mia prima esperienza con questo tipo di ospite, quindi non conosco esattamente quanti anni avrò ancora davanti.

Allora ero troppo giovane per poter valutare il grado di invecchiamento nel mio corpo, ma tramite le trasmissioni che captavamo dalla Terra, negli anni, avevo potuto seguire da lontano quello degli unici altri due esseri umani che si trovano nella mia stessa condizione e con i quali avevo condiviso per un breve periodo la mia coscienza: Anna e Hassan. Nonostante avessero rispettivamente quarantasette e quarantotto anni terrestri, ne dimostravano qualcosa di più della metà.

Perciò la vita a mia disposizione forse durerà circa il doppio rispetto a quella di un qualsiasi umano. Un tempo lunghissimo, eppure insufficiente. Ma ciò non ha alcuna importanza, poiché al momento opportuno disporrò della tecnologia necessaria per trasferire il mio codice a un nuovo nato e io avrò un’altra lunga vita da vivere. E potrò ripetere questa procedura, finché il programma Aurora non sarà giunto a conclusione e io non sarò infine tornata dai miei simili.

Questa certezza, per quanto artificiale e fragile, a quel tempo mi motivava a perseguire il mio intento, ma la mia umanità, che diventava sempre più forte, accresceva la mia impazienza e il timore che quell’attesa potesse protrarsi all’infinito.

Come potevo limitarmi ad attendere?

Stavo osservando quasi ipnotizzata l’incresparsi della superficie del laghetto, causato dalle correnti d’aria generate dall’impianto di aerazione e che alterava l’immagine riflessa di un albero vicino, quando accanto a esso si allungò quella di una figura umana. Sollevai gli occhi, ma, prima ancora di incontrare quelli di Maiko, percepii il turbinio dei suoi pensieri all’interno della collettività. Mi stava guardando con un’aria avvilita, mentre a poca distanza da lei i miei nipotini giocavano con altri bambini. Avevano circondato una gallina e si stavano divertendo a imitarne il verso e l’andatura.

Sorrisi a quella vista e mi concentrai per diffondere verso mia cognata la gioia che traevo da essa. Sapevo che il suo rapporto con Alexandre era tutt’altro che perfetto. Lei era stata scelta come sua compagna per una mera questione anagrafica e la mia influenza sulla collettività aveva fatto sì che insieme formassero una famiglia. Ma, per quanto mi sforzassi, non ero in grado di riprodurre in loro la sintonia presente nelle coppie nate in maniera spontanea, né quella che esisteva tra me e Nicholas. E adesso lo sguardo rassegnato di Maiko mi provocava un certo senso di colpa, poiché io potevo quasi dirmi felice, ma lei non lo era quanto avrebbe meritato.

Un clamore più forte mi indusse a spingere più in là l’attenzione. I bambini ridevano e il loro continuo saltellare e agitare le braccia a mo’ di ali sembrava andare a ritmo col battere di un martello in lontananza.

Ophir ospitava più che comodamente i suoi pochi abitanti. Una decina di piccoli caseggiati costellavano le aree adibite a uso agricolo e altri stavano sorgendo ai confini della città. Al suo esterno si prevedeva di sottrarre nuovo terreno al deserto, di isolarlo con altre tende e di destinarlo alle coltivazioni, in modo che queste avessero luogo in spazi separati da quelli abitativi. Nel giro di qualche anno avrebbe potuto contenere dieci volte tanto l’attuale popolazione del pianeta, anche se per raggiungere quei numeri ci sarebbero voluti tempi ben più lunghi. E possibilmente un nuovo apporto di individui, e quindi geni, dalla Terra.

Quest’ultima era una speranza forse del tutto vana, ma quei lavori servivano a dare uno scopo alle persone, quello di concretizzare una colonizzazione di Marte che prima o poi avrebbero dato in eredità ad altri uomini, che si trattassero dei loro discendenti o di quelli dei terrestri.

Oltre a Ophir esistevano ancora gli habitat costruiti dalla NASA. Alcune coppie abitavano nella Stazione Alfa, Beta e Gamma, mentre la Delta in quel momento era vuota. Comunque, tutte quelle strutture venivano mantenute

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