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Cicci Pasticci in the wrong season
Cicci Pasticci in the wrong season
Cicci Pasticci in the wrong season
E-book218 pagine2 ore

Cicci Pasticci in the wrong season

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Info su questo ebook

Terzo capitolo dei fantastici viaggi targati U.S.A. dei Cicci Pasticci!
L'esilarante avventura di Silvia e Pier lungo le coste della Florida nell'oscura stagione degli uragani.
Riusciranno i nostri eroi a raggiungere le isole Bahamas senza essere inceneriti da un fulmine e inghiottiti dal Triangolo delle Bermuda?
LinguaItaliano
Data di uscita7 nov 2016
ISBN9788892501744
Cicci Pasticci in the wrong season
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    Anteprima del libro

    Cicci Pasticci in the wrong season - Silvia Guadagni

    Note

    26 AGOSTO 2015

    Ore 8:50.

    Siamo a Francoforte, in attesa del volo per Miami.

    Stamattina, all’aeroporto di Bologna, una signora dalle origini poco chiare si è rivolta a voce alta ai suoi figlioli:

    «GUAGLIÒÒÒÒÒ, JAMME GUAGLIÒÒÒ, AMMA SALIRÈ O’ PIANÒ E’ ‘NCOPPA!!!»

    Pier ed io ci siamo guardati come per dire: Ma ‘ncoppa dove???

    L’aeroporto di Bologna ha il piano terra e il primo piano signora, e noi siamo già al primo… vuole salire sul terrazzo panoramico per un aperitivo prima di partire? O fare un salto in mansarda magari? La piscina sul tetto è in progetto, non tema, manca solo qualche firma per l’autorizzazione definitiva.

    È arrivata addirittura a chiedere al barista perplesso dove fosse l’ascensore.

    Non so a lei, ma a me hanno insegnato che sui cartelli che segnalano le varie direzioni, la freccia a destra vuol dire VAI A DESTRA, la freccia a sinistra vuol dire VAI A SINISTRA, e la freccia in alto, in assenza di scale, significa VAI DIRITTO, non STÀCCATI DA TERRA E FLUTTUA VERSO LA VOLTA CELESTE.

    Evidentemente non per tutti è così chiaro.

    Ai controlli, quando sono passata sotto al metal detector, la tizia di turno mi ha detto di fermarmi.

    Ma io non ho sentito suonare niente! Che c’è? Cosa ho fatto di sbagliato?? Cammino diritta, non barcollo, sono di un bel colorito roseo… eppure mi ha chiesto di mostrarle sia il palmo che il dorso delle mani per poi lisciarmi con una linguetta di carta moschicida. Alle 5 del mattino di sicuro non ho l’aspetto di un fiore di campo bagnato dalla rugiada, ma da qui a credermi una drogata ce ne corre!

    Sul volo verso Francoforte, dietro di noi abbiamo sentito due ragazzi che dicevano di essere diretti a Riga. Si sono chiesti:

    «Chissà se potremo fare il bagno in mare?»

    ...

    Ma dico, state andando in Lettonia, Estonia o Lituania – non ricordo dove sia Riga e quei tre Stati per me sono assolutamente intercambiabili – e pensate al BAGNO in MARE?? A RIGAAA?!? Nel Mar BALTICO????? Ma cos’è oggi, siamo circondati da squilibrati mentali??? Donne che cercano piani che non esistono e ragazzi che sognano l’Isola d’Elba ma hanno comprato un biglietto per Riga.

    Noi siamo diretti alle Bahamas, passando prima da New Orleans e gran parte della Florida.

    Sto allegramente sfogliando la mia guida quando leggo con orrore che questa è LA STAGIONE DEGLI URAGANI. C’è proprio scritto: da giugno a novembre, non è possibile sbagliarsi. Non è concesso nemmeno il beneficio del dubbio, settembre è proprio quel bel mese che sta tra agosto e ottobre, lo sanno tutti.

    «Pier ma tu lo sapevi che questa è la stagione degli uragani???»

    «Be’ insomma, si sa che alle Bahamas bisogna andarci quando qui è inverno…»

    Io non lo sapevo. So quand’è la stagione delle zanzare a Cesenatico, non quella degli uragani alle Bahamas.

    «E per quale sfuggevole motivo stiamo andando là il 26 di agosto???»

    Non mi risponde nemmeno, lui non si preoccupa di queste quisquilie. È esaltatissimo perché ha appena scoperto che per arrivare negli States viaggeremo su un airbus A380, l’aereo più grande del mondo. 555 posti, 2 ali da panico e 4 motori mastodontici. E ha più piani lui dell’aeroporto di Bologna.

    Ore 18:50 (ora locale).

    Il volo verso Miami fila liscio come l’olio, 10 ore di scomodità micidiale arricchite da 3 film, 2 pasti caldi e aria condizionata sparata nei coppini di tutti noi poveri passeggeri. Passa la hostess a darci il foglietto da compilare con i nostri dati e da consegnare poi alle autorità.

    Appena atterrati, scatteranno come al solito la solita foto a ciascuno di noi per poter giocare a Indovina Chi? nei momenti di noia, rileveranno le nostre impronte digitali per divertimento, e chiederanno cosa siamo venuti a fare in America per pura ed incontrollabile curiosità.

    Finalmente tocca a me! Consegno subito il foglietto e vengo inaspettatamente redarguita.

    «Signorina, lei non ha scritto l’indirizzo esatto del primo hotel dove alloggerà, ma solo il nome.»

    Oh poveri noi, quanti Hotel Villa Convento ci saranno mai a New Orleans? Non credo che pulluli! E poi non hai Google su quello sfigatissimo computerino? Guardaci tu, no?!

    Subito dopo, come se non bastasse:

    «Ha anche scritto la data di oggi nella riga sbagliata, vede? Guardi qui», dice mostrandomi il foglietto incriminato. Ho scritto 0,3 millimetri più in basso di quello che avrei dovuto.

    Senti amico, quanti e quali problemi hai? La data di oggi non è valida se non combacia perfettamente con la convergenza dei tuoi begli occhietti sonnacchiosi?

    Cominciamo male, iniziano già a rompere le balle ancor prima che io pensi di posare il mio piedino scarpa-munito sul loro suolo sacro.

    Mi fa tornare indietro, a ricompilare da capo un nuovo fogliettino. Che dù maròn[1].

    Il nuovo controllore è estremamente più gentile del primo, stavolta nessuna storia. Mi chiede solo quali siano le tappe del mio viaggio e la mia professione (che, a meno che io non risponda: la spacciatrice o la terrorista islamica, non vedo cosa gliene possa fregare. E poi lo verrei vedere un terrorista islamico che dice: Ehilà, sono un kamikaze!).

    Mentre ci dirigiamo verso il ritiro bagagli, viene giù il diluvio universale. Siamo costretti ad aspettare la valigia circa un’ora e mezza.

    Il nostro volo per New Orleans è in ritardo di 75 minuti a causa del maltempo.

    No, ma… tranquilli, non sono stanca… sono sveglia solamente da una ventina di ore, un così insignificante contrattempo non logora i miei nervi né scalfisce la mia proverbiale pazienza.

    Ore 22:20 (ora locale).

    Partiamo da Miami mentre fulmini e saette sgattaiolano nei cieli plumbei. L’aereo è di quelli piccoli e vecchiotti, spero ardentemente che riesca a superare le insidie. In effetti il volo dura mezz’oretta in più del previsto, forse il pilota sta slalomeggiando tra i cumulonembi per trarci in salvo… io guardo atterrita fuori dal finestrino e ne vedo di tutti i colori. Centinaia di fulmini ovunque mi giri. Chissà se questa carretta resisterebbe a una saetta ben piazzata.

    Quattro anni fa un fulmine colpì in pieno l’ala dell’aereo su cui stavo viaggiando, New York – Parigi, me lo ricordo bene.

    Il rumore fu paragonabile a quello di una bomba atomica. Tutti i passeggeri urlarono disperati, io sentii il cuore saltare a piè pari numerosi battiti. Mi rassegnai al peggio, vidi 25 anni e mezzo della mia vita passarmi davanti agli occhi in un decimo di secondo circa e riuscii soltanto a pensare: Ciao amici, è stato bello.

    Bastò quell’attimo a farmi capire cosa significa farsela sotto dalla paura. Ricordo che a tal proposito chiesi a una hostess di poter andare urgentemente in bagno, e lei mi disse:

    «Non può signorina, deve tenere allacciate le cinture, stiamo attraversando una forte turbolenza…»

    «Guardi, è di vitale importanza per me, per lei, e per tutti i passeggeri di questo volo che io vada in bagno ADESSO, turbolenza o non turbolenza. Mi creda.»

    Questa rispose un po’ seccata:

    «Va bene, ma si ricordi che la responsabilità è sua.»

    «Lei provi a immaginarsi cosa potrebbe accadere se io non me la prendessi, e vedrà che lasciarmela sarà stata la decisione più saggia della sua carriera.»

    Quando mi alzai e attraversai il corridoio per raggiungere il bagno, notai uomini adulti e padri di famiglia che piangevano come neonati. Pazzesco. E quello era un Boeing gigantesco, mentre io, al momento, sono su un furgoncino dei gelati con le ali. Qui di Boeing c’è solo il rumore che fa il sedile quando mi ci siedo sopra.

    Atterriamo miracolosamente e andiamo subito alla Dollar a ritirare la nostra auto a noleggio. La tassa prevista per portare l’auto dalla Louisiana alla Florida ammonta a 300$. Ma non siete Uniti voi Stati americani? Tra l’altro la Louisiana e la Florida sono vicinissime! Dov’è questo gran spirito di fratellanza?? Perché se porto in Florida un’auto targata Louisiana devo darvi 300 bigliettoni? Vi sta sulle balle la Florida? Siete forse invidiosi? Ragazzi non è mica colpa mia se quando uno dice: Vado in vacanza in Florida, tutti rispondono: Oooooooh che belloooooo!!, mentre se dice: Vado in Louisiana la reazione è: Loui che???

    Ci danno una Chevrolet Spark bianca, una scatoletta di tonno con le ruote, con un bagagliaio dove ci sta a malapena una delle nostre due valigie. La mia finisce sul sedile posteriore.

    «Ecco l’Hotel Villa Convento! Lì, sulla destra… Lo vedi?», dico a Pier dopo una trentina di minuti di strada.

    «Dove c’è quell’orrida insegna giallastra impolverata?»

    «Esattamente... Be’, dai, magari dentro è carino…»

    Mentre aspetto sul marciapiede che Pier trovi un parcheggio, una pantegana di mezzo metro - esclusa la coda - sbuca dal retro di un pick-up.

    Ok, di sicuro fuori NON è carino. Tento di essere ancora fiduciosa. La spensieratezza mi ha già mollato da un pezzo, ma si dice che la speranza sia sempre l’ultima a morire.

    Entriamo nella reception, completamente arredata in stile casa dell’orrore. In fondo alla stanza, balza subito agli occhi un pianoforte davanti al quale è seduto uno scheletro.

    Finto, spero.

    La speranza vacilla.

    Esce una tizia con i capelli radi e legati alla bell’e meglio. Quei pochi che ha sono fucsia. Non so se cercare negli angoli le telecamere nascoste di Scherzi a parte, piangere, o dare un cuccio allo scheletro, mettermi al pianoforte e cantare a squarciagola finché non avrò più fiato in corpo. Come minimo vorrei perdere conoscenza.

    Nel frattempo la speranza si è chiaramente ammutinata.

    Per raggiungere la nostra camera, bisogna passare per un cortiletto interno pieno di immondizia e cianfrusaglie varie grande quanto una cabina telefonica, salire una scala malmessa dove crescono muschi e licheni in abbondanza, e arrivare al primo pianerottolo dove una porta scricchiolante si apre con la forza di un sospiro davanti a noi.

    Buttiamo l’occhio dentro con molta titubanza. L’aria condizionata ci iberna le palpebre, che rimarranno sbarrate a lungo. Pareti scrostate, moquette di almeno cent’anni fa mai lavata. Alla vista del bagno l’occhio si ritrae. Questo sì che possiamo definirlo cesso senza appello.

    Ai piedi del letto, dalla parte di Pier troviamo un quarto di dollaro della metà del diciottesimo secolo, dalla mia una pillola bianca non ben identificata. Preferisco di gran lunga non sapere cosa sia, né da dove venga. Tantomeno chi l’abbia persa.

    Fortuna che quando abbiamo prenotato siamo stati ben attenti a scegliere il French Quarter, il quartiere più in di New Orleans… Chissà gli altri! Ho come il presentimento che in periferia avremmo condiviso il letto con un ratto da compagnia e dormito con una tinozza di barbiturici sul comodino.

    27 AGOSTO 2015

    Saliamo sulla nostra scatoletta di tonno ad un orario indecente, la città sta ancora dormendo e noi siamo gli unici svegli nel raggio di una cinquantina di chilometri. Parcheggiamo di fronte al French Market, dove c’è una zona a pagamento in cui si può sostare al massimo 2 ore al costo di 3$.

    La prima cosa che noto di questa città? La puzza. La seconda? I musicisti jazz agli angoli delle strade. La terza? I bidoni della spazzatura in ogni angolo non occupato dai musicisti.

    Se non fai il sassofonista, a New Orleans potresti fare fortuna come netturbino. Se non fai il netturbino, potresti imparare a suonare il sax. Se non sai suonare il sax e non fai il netturbino, il pericolo è che tu abbia una vita silenziosa e costellata di rusco.

    Ci dirigiamo verso un chiosco informazioni per capire cosa poter fare in questa città. La crociera sul Mississippi sembra essere l’attività più gettonata.

    29,50$ per la sola crociera alle 11:00 o alle 14:30, o 46$ per quella che parte alle 19:00. Se poi volessimo anche cenare con i piatti tipici della Louisiana, che consistono in PESCE GATTO (ma perché, è commestibile??) e brodaglie di riso e carne, i dollari salirebbero a 77.

    «Alle 19:00 c’è anche l’orchestra jazz che suona!», ci dice entusiasta la tizia del chiosco.

    Cocca, non so se ti sei resa conto che qui posso ascoltare la musica jazz ad ogni striscia pedonale che incontro.

    «Ci pensiamo su…», le rispondiamo.

    Certo che deve essere una bella esperienza vedere New Orleans dal Mississippi tutta illuminata. Ma per 77$ me ne dovete far vedere di roba (e soprattutto non rifilarmi del PESCE GATTO da mangiare)!

    Andiamo quindi a fare colazione. Pier ordina un enorme toast farcito sormontato da uova strapazzate e insalata.

    «Per caso hai molta fame??»

    Si gira verso di me: «La conversazione in inglese con la tipa del chiosco di prima, ha prosciugato le mie ultime energie residue.»

    CONVERSAZIONE??!!! Ha detto quattro parole in croce, collegate tra loro da un imbarazzante silenzio e precedute da un prolungato ehmmmmmmm….

    Va be’, facciamogli credere che questa sia conversazione

    Saliamo sul tram di St. Charles, che permette di fare un bel giro panoramico per le strade di New Orleans. Venti chilometri di rotaie a 1,25$. Il tram è stupendo, un po’ stile cable car di San Francisco, e dentro ha tutte le panche di legno.

    Dopo una decina di minuti di corsa, l’autista si ferma improvvisamente e ci fa salire su una banalissima corriera che ci sta aspettando a lato della strada. Ma da dove sbuca?? Io non volevo andare in

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