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La mafia fece l’Italia?
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E-book566 pagine3 ore

La mafia fece l’Italia?

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Info su questo ebook

Manuale di storia: dall’armistizio di Vignale del 1849 alla Nuova Costituzione repubblicana e ai trattati di pace del 1947.

L’autore ha inteso guardare a quella parte di storia che va, dal Risorgimento, fino alla nostra nuova Costituzione repubblicana ed ai trattati di pace del 1947, per cogliere i difetti e le colpe della classe dirigente succedutasi nel tempo.

Particolare attenzione ai rapporti di questa con la criminalità organizzata, spesso richiamati, ma su cui la storia ufficiale, almeno sembra, non si è mai intrattenuta.

E, non è poca cosa se questi presupposti storici ci vedono condizionati e attratti dal “sospetto” di una possibile avvenuta trattativa Stato-mafia.
LinguaItaliano
Data di uscita11 ago 2016
ISBN9788822831156
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    La mafia fece l’Italia? - Nisio Palmieri

    Nisio Palmieri

    La mafia fece l’Italia?

    Nisio Palmieri

    La mafia fece l’Italia? 

    Manuale di storia: dall’armistizio di Vignale del 1849

    alla Nuova Costituzione repubblicana e ai trattati di pace del 1947

    Al piccolo Edoardo,

    aspettando che impari a leggere

    perché questa è anche la sua storia

    Nisio Palmieri

    La mafia fece l’Italia?

    Manuale di storia: dall’armistizio di Vignale del 1849 alla Nuova Costituzione repubblicana e ai trattati di pace del 1947

    Prima edizione

    Tutti i diritti riservati ©2015-2016 Nisio Palmieri

    ISBN: 

    lavorazioni editoriali

    Eido Lab APS

    www.eidolab.it

    UUID: 7ecad9b6-5f98-11e6-9341-0f7870795abd

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write (http://write.streetlib.com)

    un prodotto di Simplicissimus Book Farm

    UUID: b1a57548-5f9e-11e6-934c-0f7870795abd

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write (http://write.streetlib.com)

    un prodotto di Simplicissimus Book Farm

    Indice dei contenuti

    PREMESSA

    1849 1878

    L’armistizio di Vignale – lo Statuto albertino

    L’insurrezione di Genova

    La Repubblica romana

    Venezia si difende

    Vittorio Emanuele II, padre degli italiani

    Le trattative di pace, D’Azeglio

    La guerra contro l’Austria, gli annessionisti della Toscana e dei Ducati

    Dopo la pace di Villafranca, Savoia e Nizza

    L’altra storia

    Crispi

    Lo sbarco dei Mille

    La camorra a Napoli

    I brogli elettorali e due morti sospette

    La mafia parte della nuova classe dirigente siciliana

    Il Regno d’Italia

    L’Italia unificata

    Il brigantaggio

    Non erano briganti

    Una nuova fase della storia d’Italia

    1878 – 1900

    La morte di Vittorio Emanuele II, il re Umberto I

    Caratterizzazione dell’età umbertina

    I governi Depretis-Cairoli, la nuova legge elettorale

    Il trattato della Triplice alleanza

    II governi Crispi

    Da Rudinì a Giolitti, lo scandalo della Banca Romana

    La politica della repressione

    Intanto la mafia in Sicilia

    Il regime di impunità

    La copertura ideologica della mafia

    L’evoluzione della camorra plebea

    Gli sviluppi della politica, il colera a Napoli

    Il regicidio

    1900 - 1943

    L’età giolittiana, la trasformazione economica

    L’Europa del 1914

    La grande guerra

    L’Italia: interventismo e neutralismo, la settimana rossa

    Il dopoguerra

    I fasci di combattimento, la marcia su Roma

    Italia, Paese totalitario. Si instaura il regime

    I gruppi antifascisti

    L’ordine fascista

    Cesare Mori, il prefetto di ferro

    I regolamenti di conti tra le famiglie mafiose

    I camorristi e i guappi

    La ‘ndrangheta

    La grande crisi, la situazione tedesca

    La seconda guerra mondiale

    L’atteggiamento dell’Italia fascista

    Le dichiarazioni di guerra

    Cosa nostra negli Stati Uniti, il ruolo strategico della Sicilia

    Alla conquista della Sicilia

    Come usare le cosche, controllandole

    La fine del fascismo, l’armistizio

    La verità sull’armistizio, la mancata difesa di Roma

    L’epilogo

    1943 – 1947

    Le insurrezioni nel Mezzogiorno

    Le clausole dell’armistizio, alleanza o cobelligeranza?

    Il fascismo occulto, un capitolo imbarazzante della nostra storia

    I marò di Borghese, la conferenza di Yalta

    La fine del separatismo antifascista

    Salvatore Giuliano

    I partiti antifascisti, le condizioni difficili del Mezzogiorno

    La Resistenza

    La deportazione degli ebrei, le avanguardie americane entrano a Roma

    Il re affida la Luogotenenza al principe Umberto, la formazione del governo Bonomi

    La capitolazione dei tedeschi

    Il secondo dopoguerra

    Il governo Parri

    La Sicilia verso un centrodestra moderato, la ricompensa alla mafia

    Miseria e mercato nero a Napoli

    16.4 Il governo De Gasperi e l’abdicazione di Vittorio Emanuele III

    Il referendum e l’elezione della Costituente

    La Costituzione

    L’impunità ai mafiosi, Vito Guarrasi

    Il narcotraffico

    Disturbare il meno possibile

    Il trapasso per la ‘ndrangheta

    I trattati di pace

    Bibliografia

    Nisio Palmieri

    Note

    PREMESSA

    Svolgo questa premessa in prima persona, firmandola con nome e cognome, perché intendo assumere tutte le mie responsabilità per un’avventura che ho voluto velleitariamente, e con non poca presunzione, intraprendere, pur non essendo uno storico, tanto meno un accademico. Solo, quindi, un dilettante appassionato di storia, che ha inteso guardare alla storia del Risorgimento per coglie re i difetti e le colpe della nostra classe dirigente ma soprattutto i suoi rapporti con la criminalità organizzata spesso richiamati ma su cui la Storia ufficiale, per quello che io sappia, non si è mai intrattenuta. E non è poca cosa di questi tempi che ci vedono condizionati ed attratti dal sospetto di una possibile avvenuta trattativa Stato-mafia.

    Questo lavoro mi è costato ben quasi due anni di ricerche, di consultazioni, anche di interviste con alcuni storici, in primis Antonio Leuzzi, perché volevo assicurarmi di aver intrapreso il cammino giusto nell’enucleare i fatti significativi che avevano caratterizzato il processo di unificazione. 

    Dico subito che, pure avendo consultato diversi testi, (li troverete puntualmente elencati nella Bibliografia), ho particolarmente saccheggiato La Storia dell’Italia moderna di Giorgio Candeloro, Feltrinelli Ed. e I Savoia di Gianni Oliva, Arnoldo Mondadori Editore; per gli avvenimenti storici e per la presenza criminale Una lunga trattativa di Giovanni Fasanella, chiare lettere, per la mafia; Storia della camorra di Francesco Barbagallo, Laterza Ed; ’Ndrangheta dall’Unità ad oggi di Enzo Ciconte, Laterza Ed. Insomma, quello che mi sono proposto come obiettivo, anche questo lo ammetto presuntuosamente, è la ricostruzione storica del rapporto tra potere dello Stato, potere politico e potere criminale. 

    D’altra parte, i fatti di oggi molte volte e in molti casi lo hanno gravemente sottolineato, non potevano risiedere se non in un rapporto antico, quasi una tara genetica. Non poteva che essere nato e cresciuto con l’Italia, sin dalle sue origini. 

    Ecco perché ho tentato, con quel tanto di costanza e buoni propositi, a rileggere, e riscriverli letteralmente, gli avvenimenti storici contrappuntandoli con quelli della storia della criminalità, in particolare siciliana, ma non solo. A partire dallo sbarco dei Mille a Marsala. 

    Ho preso il via dal Risorgimento per fermarmi al 1947 perché quella parte della nostra storia per molti versi gloriosa (e tale appare giustamente nei testi ufficiali, in particolare in quelli destinati alle scuole sui quali, più o meno, tutti abbiamo studiato) si è incontrata e, a volte, contaminata con quella delle nefandezze, dei soprusi, e anche dei delitti. 

    La criminalità organizzata, se si vuole dare un volto veritiero e non ingannevole dello stesso Risorgimento, si intreccia costantemente con le sue vicende politiche interne e con le dinamiche geopolitiche internazionali. 

    "Sin dal Risorgimento entra con tutto il suo peso nei passaggi cruciali della vicenda unitaria, condizionando la vita pubblica e contaminando il tessuto economico-finanziario, la cultura e persino la psicologia di una nazione. Difficile ammetterlo, però è così: lo Stato convive con la mafia, ora in modo conflittuale ora pacificamente, sin dai suoi albori unitari. Se ne serviva quando occorreva, garantendole favori e impunità; salvo poi scaricarla nelle fasi in cui diveniva zavorra ingombrante. È qui la verità, in questo rapporto perverso, patologico. Ecco perché è così complicato, se non impossibile, scriverla nelle sentenze giudiziarie. Eppure la si può intravedere nitidamente solo se si prova ad allungare lo sguardo oltre le carte processuali. Se si colloca l’epicentro geografico del fenomeno, la Sicilia, nel suo contesto storico, politico e geopolitico. Perché è la chiave per aprire quelle porte".[1] 

    Forse è proprio questo l’indizio che potrebbe aiutarci a comprendere quali siano i rapporti di forza in gioco, cosa è successo e cosa potrà accadere in Italia, e sotto la regia di chi. Perché esiste un marchio, una sorta di brand istituzionale che dimostra quanto sia preciso e cogente il legame indissolubile e mai confessato tra le istituzioni e i figli delle varie mafie. 

    Sia ben chiaro, i fatti criminali che riporto non sono certo sconosciuti, ricca è la letteratura in proposito, ma quello avvertito, spero di non sbagliarmi, è che la storia classica e quella della criminalità hanno camminato su due binari diversi, ognuna con la sua dinamica, senza mai incontrarsi. 

    L’operazione tentata è stata semplicemente quella di riportarle su un unico binario, tenuto conto del percorso identico e, tra l’altro, si sarebbe facilitato così ai passeggeri, qualora lo avessero voluto, un cambio di vagone. Tutto qui. 

    Gli esponenti principali di quel glorioso movimento risorgimentale furono Mazzini, Cavour, Garibaldi e anche i Cairoli, Manara, Berchet, Mameli, Bixio, Pisacane e molti altri segregati nelle carceri austriache (questi ultimi non li incontrerete nel mio racconto). 

    Anche il Risorgimento ebbe le sue ombre che segnarono profondamente il movimento e in parte ancora si protraggono con il dualismo economico tra Nord e Sud che proprio allora ebbe inizio. Proprio in quegli anni si manifestò anche il fenomeno mafioso che è andato via via crescendo fino a diventare un’organizzazione delinquenziale le cui radici restano al Sud ma le cui propaggini sono ormai arrivate fino a Roma, all’Emilia, alla Lombardia, al Piemonte, al Veneto e addirittura a Marsiglia e ad Amburgo. 

    La storia è sempre e ovunque molto complessa, il che non toglie che, nel periodo di cui mi sono impegnato a scrivere, il contenuto etico-politico e sociale sia stato comunque positivo. Ma il nostro Paese è arrivato alla sua unità e alla trasformazione economica e sociale con grande rispetto al resto d’Europa. Questo sfasamento temporale ha avuto effetti profondamente negativi sulla democrazia italiana che è stata fin dall’inizio dello Stato unitario fragilissima. La causa è evidente: molti italiani hanno considerato e tuttora considerano lo Stato come un’entità estranea e addirittura nemica. 

    La diffusione non solo della mafia ma delle clientele e della corruzione così radicata sono fenomeni che hanno come causa prima il ritardo di secoli della nascita dello Stato unitario, sorto centocinquanta anni fa mentre in Francia, in Inghilterra, in Austria, in Spagna era nato quattro secoli prima e con esso economie molto più avanzate rispetto alla nostra. 

    Ogni tanto ci sono in Italia ventate di patriottismo, ma sono fenomeni passeggeri e non a caso avvengono quando al vertice dello Stato si insedia col favore del popolo un dittatore. 

    Vi è, poi, un altro vizio politico che voglio banalmente e saccentemente richiamare: il trasformismo. In verità, in Italia ci fu la destra storica dopo la quale cominciò il gioco malandrino del trasformismo, con interruzioni di governi autoritari comunque mascherati. 

    Nella nostra storia politica e culturale, a bollare il trasformismo come una malattia che corrode le fibre del paese è stata una folta schiera di autorevoli scrittori. Valgano per tutti i nomi di Salvemini, Dorso, Gobetti, a cui è da aggiungere quello di Denis Mack Smith, che nella sua Storia d’Italia ha letto pressoché interamente la politica italiana dal Risorgimento in poi alla luce della mala pianta del trasformismo ovvero alla tendenza di gruppi e di singoli a cambiare casacca abbandonando la sponda della opposizione per passare a quella del governo. Nel caso migliore il trasformista è uno che cambia opinione e intende concorrere ad una linea ritenuta più idonea; nel peggiore un opportunista che si aspetta di essere ripagato ottenendo vantaggi personali in termini di influenza e potere; nel più deteriore una persona che si fa comprare in cambio di moneta sonante. Sugli ultimi due casi che attengono a forme di corruzione pura e semplice, ancorché diverse tra loro e nonostante la loro importanza, non intendo soffermarmi. Non c’è molto da dire. Conviene invece riflettere sul primo di essi, che, per distinguerlo dalle altre forme, possiamo definire politico

    Questo ha avuto le sue radici nel connubio di cui fu artefice Cavour nel 1852, quando – per mettere ai margini nel Parlamento subalpino da un lato la destra reazionaria e clericale, dall’altro la sinistra democratica e repubblicana – invitò le forze a convergere sul centro di cui era il leader, Ma a fare entrare nel lessico politico il termine trasformismo fu Depretis, che, a capo del governo dal 1876, nel famoso discorso tenuto a Stradella nel 1882 sostenne che la distinzione tra la Destra e la Sinistra del partito liberale aveva perso di significato e pertanto invitò in particolare i membri della prima a raggiungere i banchi della seconda, trasformandosi in progressisti. Da allora in avanti, l’Italia ha assistito ad un susseguirsi di ondate di trasformismo. 

    Il fenomeno è andato manifestandosi tanto nei lunghi periodi di monopolio o oligopolio di potere esercitato da un partito o da un’alleanza di partiti in assenza della possibilità di alternative di governo, vale a dire nei sistemi politici bloccati, quanto durante le fasi di riassestamento provocate dalla caduta o dalla forte erosione di un sistema precedentemente consolidato. Il trasformismo politico si afferma (intrecciandosi all’opportunismo personale, ma non sempre) in due situazioni: allorché individui e gruppi già di opposizione, sentendosi privati di prospettive raggiungono i luoghi del potere (ad esempio, Crispi e i suoi da democratici mazziniani diventarono zelanti monarchici conservatori); oppure quando, in presenza di un intero sistema che frana, vecchi partiti e raggruppamenti fattisi obsoleti e svuotatisi si ricollocano intorno ad un nuovo centro aggregatore (liberali, popolari e altri ancora raggiunsero il carro di Mussolini nella fase conclusiva del primo dopoguerra). Alla luce di queste considerazioni, si può comprendere come il trasformismo costituisca una costante assai significativa della storia d’Italia, che, per quanto la si carichi di connotazioni negative, ne rispecchia comunque caratteristiche ad essa organiche. 

    Niente di nuovo, quindi. Non vi era necessità di particolari sottolineature, bastava raccontare gli avvenimenti così come si presentavano. 

    Se mai manca una considerazione sui diritti e sui doveri. Gran parte degli italiani è politicamente indifferente. Odiano lo Stato, le istituzioni, la politica. Per secoli hanno visto la loro terra governata da Stati stranieri e tirannici, Signorie, altrettanto tiranniche, una borghesia inesistente, una cultura ristretta a ceti privilegiati, un’economia di rapina. Di qui il ritirarsi nel proprio interesse particolare, il disprezzo dell’interesse pubblico, la fragilità d’ogni tentativo di modernizzazione affidato ad élite presto trasformatesi in caste. Questa è stata la storia del Paese e di questa paghiamo il prezzo, sperando in una svolta che ci consenta di uscirne. Talvolta queste svolte ci sono state, ma sono durate poco e il vecchio andazzo è ricominciato. 

    E poi, i diritti degli uomini e quelli del cittadino. Quelli dell’uomo dovrebbero essere estesi e attribuiti a tutti. Questi diritti furono riconosciuti agli inizi della Rivoluzione francese dell’Ottantanove, ma affiancati dai diritti di cittadinanza che spettano appunto ai cittadini di quella nazione. Così nacque la democrazia e le nazioni cessarono di essere proprietà dei sovrani assoluti. Così nacquero l’eguaglianza, di fronte alla legge, il popolo sovrano, il patto costituzionale e la divisione dei poteri. Questo fu lasciato dall’Illuminismo, deturpato ma anche arricchito nel corso del XIX e del XX secolo. Così nacquero il liberalismo, il socialismo, il liberal-socialismo, ma anche e purtroppo il fascismo, il nazismo, il comunismo leninista e stalinista. Vi è oggi una discrasia tra i diritti dell’uomo e quelli del cittadino in un fine d’epoca che mette i nazionalismi in discussione trasformandoli in una regressione populista che nega ogni ipotesi di costruire una patria europea. Il rischio di questo regresso è molto grave ed è la causa del contrasto tra i diritti dell’uomo e quelli del cittadino; il populismo usa infatti i secondi come barriera contro i primi, combatte la società globale anziché correggerne gli errori e il predominio che oggi hanno le grandi banche d’affari e le multinazionali. 

    Si insorge contro il malgoverno; ma al nostro paese è mancata, dall’unificazione in poi, una classe dirigente capace di governare con giudizio. Il malgoverno suscita reazioni furiose, che peggiorano una crisi economica estremamente grave, dovuta in gran parte a cause esterne: non nasce in Italia, e ben poco può fare l’Italia per risolverla. Prima o dopo, inevitabilmente, qualcuno cercherà di servirsene per conquistare il potere. Così nasce e si rafforza quel che chiamiamo, per brevità, con una definizione molto generica, di scarsa raffinatezza politologica: il populismo. 

    Gli italiani non hanno mai amato lo Stato, l’hanno sempre considerato – prima e dopo l’Unità – un elemento estraneo e spesso addirittura nemico, da ingannare, da frodare, privilegiando il fai da te che in certe condizioni può essere una forza dell’individuo consapevole ma in altre (le più frequenti) una debolezza estrema dalla quale nascono clientele e addirittura mafie e camorre. Stati nello Stato, con propri codici di comportamento e finalità delinquenziali. 

    Al di là di questi fenomeni di malaffare e malavita, l’Italia è sempre stata dominata dal populismo: un capo capace e deciso a conquistare il potere, mantenerlo, rafforzarlo, basando quella conquista sulle capacità di seduzione. Insomma un grande attore che considera il potere come obiettivo e non come strumento per la realizzazione del bene comune, anche se è questo che dice. 

    Per fortuna non sempre è così, ma questo è il connotato italiano più appariscente. Ogni generazione nella sua parte consapevole si è trovata a combattere questo fenomeno. Talvolta con successo ma più spesso uscendo sconfitta dal confronto. 

    Non è, infatti, un caso che in Italia abbiamo fatto negli ultimi cento anni, in materia di populismo, le nostre esperienze. Rientrano nella categoria, nel senso generico del termine, i movimenti politici messi insieme e guidati da capi carismatici, privi di scrupoli, esterni ai partiti e per lo più immuni dalle ideologie tradizionali. Vi rientrano Benito Mussolini e Silvio Berlusconi, diversissimi fra di loro, ma capaci, l’uno e l’altro, di dominare la scena per un ventennio. Si è detto che in Italia abbiamo fatto le nostre esperienze, ed è comprensibile che le abbiamo fatte più di altri in Europa, perché le strutture tradizionali, da noi, sono più deboli. Ma una deriva verso il populismo è visibile in tutto il continente. Naturalmente ogni nazione produce esemplari diversi, secondo il suo livello: fra i Salvini e i Le Pen, prima e seconda generazione, vi sono le stesse differenze culturali, duole dirlo, che esistono tra la Francia e l’Italia. E diverse sono le probabilità di successo. Può darsi che qualcuno, oggi sconosciuto, stia preparandosi per trarre vantaggio dalla rabbia, dalla volontà di ribellione e di rivalsa che la crisi economica, la disoccupazione, la povertà accendono nel nostro paese. Gli ingredienti della ribellione sono sempre gli stessi: ostilità contro gli immigrati, contro i ricchi, contro gli ebrei, considerati ricchi per antonomasia. 

    Il rapporto diritti-doveri viene spesso dimenticato. Qualcuno sostiene che una comunità, anzi una nazione, ha il dovere di avere diritti. È vero e giusto, ma troppo spesso ci si scorda che ogni diritto crea un dovere. Giuseppe Mazzini, che non era certo un uomo qualunque e al quale la nostra nazione riconosce d’essere stato uno degli artefici della nostra unità, metteva addirittura i doveri prima dei diritti. Le lotte del nostro Risorgimento, la coscienza nazionale al di sopra dei localismi, l’indipendenza dal servaggio, imposto da paesi stranieri, le repubbliche di Venezia e Roma, le guerre contro gli austriaci, la spedizione di Sapri e quella dei Mille di Garibaldi, furono doveri dai quali nacque la nostra democrazia e lo Stato che ne ebbe e ne ha la rappresentanza. 

    Voglio infine chiarire che non mi sono certo proposto un testo per l’educazione democratica, ma solo quello di far comprendere, ed anche questo so che è difficile, come è stato costruito il nostro Paese, i compromessi subiti ed accettati. Tutto ciò poteva produrre solo una classe politica-dirigente, salvo le non poche eccezioni, con sulle spalle un fardello di cui non è certo facile sbarazzarsene, ripulirlo. Opera titanica, ma sempre possibile.

    Nisio Palmieri

    1849 1878

    L’armistizio di Vignale – lo Statuto albertino

    Il quartier generale degli austriaci era nel villaggio Vignale, pochi chilometri a nord di Novara in una cascina della Bassa padana. Nel pomeriggio del 24 marzo 1849 vi giunse Vittorio Emanuele II, re di Sardegna da qualche ora, per incontrare il feldmaresciallo Radetzky. Il re era un giovane non ancora trentenne; il Radetzky era un generale ottuagenario che si muoveva con lentezza. Giunto nell’aia, il re di Sardegna si avvicinò a colui che il giorno prima aveva sconfitto l’esercito piemontese e indotto suo padre Carlo Alberto all’abdicazione.

    I due parlarono per un’ora, stando in piedi appartati da tutti. Gli osservatori notarono l’intensità del colloquio e, ad un certo punto, un gesto di diniego del re e un moto di insofferenza del feldmaresciallo. Che cosa esattamente si dicevano i due uomini in realtà, non è dato sapere. Di questo colloquio fu data poi una versione leggendaria, secondo la quale il giovane re avrebbe rifiutato sdegnosamente l’offerta del maresciallo di un possibile ingrandimento del Regno sabaudo in cambio dell’abolizione dello Statuto e della bandiera tricolore. Nacque di qui il mito del re galantuomo, salvatore del regime costituzionale e campione della fedeltà della casa sabauda alla causa italiana. In realtà la conservazione e lo sviluppo del regime costituzionale in Piemonte e la funzione di guida che il Piemonte stesso assunse nel movimento nazionale italiano furono il risultato di una complessa situazione storica, nella quale l’azione di Vittorio Emanuele II influì in modo notevole ma non esclusivamente determinante ed ebbe anche in molti casi un peso negativo.

    In una lettera scritta la sera stessa alla consorte Maria Adelaide, il re di Sardegna sottolineava il merito di una difesa vigorosa degli interessi sabaudi: Gli ho detto con molta energia che era nei miei principi fare la pace per il bene del Paese, ma che non avevo bisogno delle sue grazie e che mi auguravo agisse da uomo d’onore alle prese con un altro uomo d’onore. Il Radetzky scriveva a sua volta che il re si era dimostrato un uomo estremamente orgoglioso.[2] Sugli episodi-chiave del Risorgimento la mistica patriottica aveva propagandato troppe versioni celebrative che rendevano inattendibili le ricostruzioni: il re liberale, difensore coraggioso dello Statuto davanti al conservatore Radetzky, era storicamente improbabile, perché altre erano le urgenze in discussione a Vignale. Certi furono però i risultati di quell’incontro: la concessione di un armistizio non disonorevole per il Piemonte.

    In realtà, il governo austriaco era preoccupato di dover fare i conti con le turbolenze interne per il carattere multietnico del suo Stato, un Impero che assoggettava a Vienna veneti, lombardi, slavi del sud, ungheresi, boemi. In questo quadro, un Piemonte umiliato e magari militarmente occupato costituiva un ulteriore elemento di destabilizzazione.

    Numerose ricerche compiute nell’ultimo quarantennio e soprattutto la pubblicazione di documenti austriaci sul colloquio di Vignale, sulle trattative per l’armistizio e sulle successive trattative di pace hanno dimostrato in modo certo che il Radetzky non propose al re un’abolizione dello Statuto, ma che invece consentì ad attenuare le condizioni dell’armistizio, perché volle incoraggiare il re a svolgere una politica rivolta a combattere il partito democratico, alla quale il re stesso si dichiarò propenso. In un rapporto alla Schwarzenberg del 26 marzo, che costituisce la fonte principale sul colloquio di Vignale, il Radetzky, dopo aver esposto le richieste di Vittorio Emanuele per alcune modifiche del progetto di armistizio, scrisse: "Inoltre il re ebbe ieri l’altro, nel pomeriggio un personale colloquio con me agli avamposti, nel quale dichiarò apertamente la sua ferma volontà di voler, da parte sua, dominare il partito democratico rivoluzionario, al quale suo padre aveva lasciato briglia sciolta, così che aveva minacciato lui stesso e il suo trono; e che per far questo gli occorreva soltanto un po’ di tempo, e specialmente di non venire screditato all’inizio del suo regno, altrimenti non avrebbe potuto trovare nuovi ministri dabbene. Questo era il motivo principale, per cui doveva desiderare il cambiamento del punto relativo alle fortezze di Alessandria nelle condizioni d’armistizio, dal momento che l’occupazione per opera nostra di tutta la piazza di Alessandria, oltre che della cittadella, unica piazza d’armi da lui posseduta nel Piemonte, gli avrebbe alienato sia gli animi dell’esercito, di cui aveva bisogno per la conservazione del trono, sia quelli del popolo, sia quelli delle Camere. Questi motivi sono tanto veri, che io non potrei metterli in dubbio, perciò cedetti e credo aver fatto bene, perché senza la fiducia del nuovo re e la tutela della sua dignità nessuna situazione nel Piemonte può offrirci una garanzia qualsiasi di tranquillità del paese per il prossimo avvenire. Il re desiderò ugualmente che non fossero nominati in questo armistizio puramente militare i trattati del 1815. Evacuando le regioni non sue, situate sull’altra riva del Po, avrebbe dimostrato con i fatti di che specie erano le sue intenzioni; ma non voleva sollevare nuove ed inutili discussioni su questo argomento nelle sue Camere. Io potrei desistere anche da quella pretesa, perché questo articolo del precedente progetto d’armistizio era stato piuttosto compilato tenendo conto dell’individualità del re Carlo Alberto".[3]

    Il Radetzky, come risulta dal seguito di questo rapporto e da altri documenti, volle mostrarsi generoso col nuovo re di Sardegna e consigliò al governo di Vienna una certa arrendevolezza nelle trattative di pace, soprattutto nella questione delle spese di guerra, perché mirava a stabilire tra l’Austria e il Piemonte una

    collaborazione con fine di conservazione sociale e politica, ai quali Vittorio Emanuele si mostrava favorevole. Per una collaborazione di questo genere non era necessaria una revoca dello Statuto, anzi era dannosa perché avrebbe aggravato i contrasti interni del Regno sardo, ma era necessario che il re eliminasse dal potere i democratici, reprimesse energicamente eventuali tentativi insurrezionali, applicasse lo Statuto in modo da rafforzare gli ampi diritti che esso garantiva alla corona, abbandonasse le mire espansionistiche di Carlo Alberto e ogni tendenza a incoraggiare il patriottismo italiano, svolgesse insomma una politica di raccoglimento appoggiandosi sui moderati di destra e sui reazionari meno estremi. In pratica la politica che Radetzky preconizzava, e che in parte cercò di attuare, non poté svilupparsi, non solo perché lo Schwarzenberg e gli altri governanti di Vienna furono nelle trattive di pace assai meno concilianti e generosi di quanto il vecchio maresciallo avrebbe voluto, ma soprattutto perché Vittorio Emanuele II non poté e in parte non volle adottare completamente una linea di condotta, che avrebbe significato, anche senza la revoca dello Statuto, una rottura troppo aperta e pericolosa di quella seguita da Carlo Alberto dal marzo 1848 fino all’abdicazione e all’esilio. Ma nel colloquio di Vignale il re non nascose al Radetzky la sua ostilità ai democratici, la sua disapprovazione per la ripresa della guerra voluta da suo padre e la sua propensione per un governo autoritario anche se formalmente costituzionale; forse nell’esprimere queste sue idee calcò un po’ le tinte per guadagnarsi le simpatie del vecchio maresciallo, ma nella sostanza, come risulta da altre testimonianze sulle sue opinioni in quei giorni, fu sincero, sicché il Radetzky poté credere che fosse possibile stabilire una collaborazione con lui in senso conservatore. L’errore del maresciallo fu di credere che questo atteggiamento del giovane re potesse spingersi fino a un completo rinnegamento della politica del padre e nel sottovalutare la forza del liberalismo piemontese nel suo complesso, lo spirito antiaustriaco che era vivo anche tra i moderati municipalisti e l’influenza che sul Piemonte esercitava il movimento nazionale di tutta l’Italia.

    L’armistizio, firmato a Novara il 26 marzo sulla base degli accordi presi a Vignale, fissava i seguenti punti principali: impegno del re di Sardegna di iniziare al più presto trattative di pace; scioglimento dei corpi militari formati da lombardi e da altri sudditi imperiali in servizio nell’esercito sardo con diritto del re di trattenere in servizio alcuni ufficiali; impegno di Radetzky a nome dell’imperatore per una piena amnistia ai militari di detti corpi che avessero voluto rientrare nei domini imperiali; occupazione militare austriaca per tutta la durata dell’armistizio con 18.000 uomini e 2.000 cavalli del territorio tra il Po, la Sesia e il Ticino e con 3.000 uomini (insieme ad altrettanti sardi) di metà della fortezza di Alessandria, ritiro delle truppe sarde dai territori dei Ducati e della Toscana ancora occupati; ritiro entro quindici giorni della flotta sarda dall’Adriatico; ritorno nel più breve tempo possibile dell’esercito sardo sul piede di pace; impegno del re di Sardegna, sulla base del suo diritto a dichiarare la guerra e a fare la pace, di considerare l’armistizio come inviolabile; impegno reciproco di concludere la pace indipendentemente dall’armistizio sulla base delle connivenze dei due governi; impegno reciproco di denunciare l’armistizio, in caso di rottura delle trattative di pace, con un preavviso di dieci giorni; immediata e reciproca restituzione dei prigionieri di guerra.

    A Torino le notizie sulla sconfitta giunsero in modo frammentario e impreciso il 24. Praticamente il governo e il Parlamento furono tagliati fuori dalle decisioni prese a Novara da Carlo Alberto e da Vittorio Emanuele. Il ministro Cadorna, che rappresentava il governo al campo, non fu in grado di inviare notizie al ministero prima del 26. La mattina del 25 il Luogotenente del Regno, principe Eugenio di Carignano, apprese da un domestico inviatogli da Carlo Alberto la notizia dell’abdicazione e la comunicò ai ministri. Il 26 giunse un messaggio di Cadorna che annunciava ufficialmente al governo la sconfitta, l’abdicazione di Carlo Alberto e la partenza di questo per l’esilio; queste notizie furono comunicate dai ministri al Parlamento in un’atmosfera di grande commozione. La sera dello stesso giorno arrivò a Torino Vittorio Emanuele II, che subito incaricò il savoiardo Gabriele De Launay, generale e senatore, di formare un nuovo ministero. Il De Launay si presentò inaspettatamente alla Camera la mattina del 27 ed annunciò la formazione del nuovo governo. La stessa mattina fu pubblicato un proclama del re che annunciava il suo avvento al trono e diceva: Ora la nostra impresa debba essere di mantener salvo ed illeso l’onore, di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le nostre istituzioni costituzionali. A questa impresa scongiuro tutti i miei popoli; io mi appresto a darne solenne giuramento, ed attendo dalla nazione in ricambio affetto, aiuto e fiducia.

    La sera del 27 il ministro dell’Interno Dionigi Pinelli lesse alla Camera il testo dell’armistizio, che fu accolto con indignazione dalla maggioranza e dal pubblico delle tribune. L’armistizio fu dichiarato incostituzionale; una Commissione di deputati si recò dal re per protestare; fu approvata all’unanimità una mozione che chiedeva al governo di presentare l’atto di abdicazione di Carlo Alberto. Si era sparsa infatti la voce che Carlo Alberto fosse stato costretto ad andarsene dal figlio e dai generali. Poiché effettivamente non esisteva un atto scritto, che sanzionasse quello che si era svolto realmente la sera del 23 a Novara, fu necessario inviare a Carlo Alberto due personaggi di Corte, i quali raggiunsero il re a Tolosa di Spagna il 3 aprile e gli fecero firmare l’atto di abdicazione.

    La collaborazione tra il governo nominato dal nuovo re e la Camera, composta in maggioranza di democratici, era evidentemente impossibile. Perciò il 29 marzo, dopo che il re ebbe giurato fedeltà allo Statuto di fronte al Parlamento riunito nell’aula del Senato, la sessione della Camera fu sospesa e il 30 fu pubblicato il decreto di scioglimento senza che fosse annunciata la data delle nuove elezioni. Queste avvennero poi in luglio, sicché per quattro mesi il Regno fu governato senza Parlamento.

    Poco prima del voto, con gesto giuridicamente discutibile ma politicamente efficace, egli pubblicò il proclama di Moncalieri nel quale invitava gli elettori ad una scelta moderata, lasciando intendere che in caso contrario avrebbe potuto anche abolire le garanzie costituzionali. Gli 80.000 sudditi sabaudi che si recarono alle urne premiarono le indicazioni del sovrano e gli consegnarono una Camera malleabile, nella quale la maggioranza era saldamente nelle mani dei liberali Massimo D’Azeglio e di Camillo Benso di Cavour.

    L’insurrezione di Genova

    A Genova la sconfitta ebbe ripercussioni più violente e drammatiche che a Torino, La città era la roccaforte dei democratici ed era la sede di un vivace movimento repubblicano. Lo spirito municipale del 1814 aveva sempre stimolato una notevole ostilità contro il governo centrale, ma al tempo stesso si era sempre più rafforzato a Genova il sentimento nazionale unitario o tendenzialmente tale, favorito da forti interessi della borghesia commerciale e alimentato nelle masse popolari dalla propaganda mazziniana e dalla presenza di numerosi esuli delle altre parti d’Italia. Le agitazioni popolari genovesi avevano avuto un peso decisivo prima nella lotta per le riforme, per la Costituzione e per la guerra d’indipendenza, poi nella lotta per la ripresa della guerra e per la democrazia. Si comprende quindi come a Genova l’indignazione per la sconfitta e il desiderio di continuare la guerra fossero diffusi nella grande maggioranza della popolazione e determinassero lo scoppio di un’insurrezione.

    La mattina del 31 marzo la situazione precipitò. Un gruppo di dimostranti, condotti dallo studente Luigi Destephanis, si impadronì del Palazzo Ducale disperdendo il battaglione che lo presidiava e catturando il generale Ferretti comandante del presidio del Palazzo stesso. Fu catturata e tenuta in ostaggio anche la famiglia del generale De Asarta. I dimostranti chiesero quindi al Consiglio municipale di nominare un triunvirato con pieni poteri, ma il Consiglio respinse la proposta ed anche una parte di quelli proposti rifiutarono la carica, che poi accettarono il giorno dopo sotto la pressione della folla.

    Frattanto il governo aveva ordinato al generale Alfonso La Marmora di accorrere con la sua divisione a Genova per reprimere l’insurrezione. Non meno di 25.000 uomini ben armati convergevano pertanto sulla città insorta.

    Il 4 aprile le forze del La Marmora giunsero nei pressi di Genova, mentre nella città l’unanimità dei primi giorni si dissolveva rapidamente: una parte notevole della borghesia, spaventata dalla violenta azione delle masse popolari, si ritirò dalla lotta; una parte della guardia nazionale mostrò di non essere disposta a combattere contro l’esercito regolare. La difesa quindi fu male organizzata e insufficiente. Il La Marmora poté occupare facilmente Sampierdarena e alcuni forti dal lato occidentale della città e intimò la resa. I consoli esteri proposero una tregua che il generale piemontese concesse; ma essendo stato di nuovo respinto l’invito a capitolare, il La Marmora riprese l’avanzata e iniziò il bombardamento della città. Il 6 aprile il municipio iniziò trattative col generale, che concesse una tregua di due giorni e permise che una delegazione si recasse a Torino per chiedere un’amnistia per tutti i compromessi. Il 9 aprile giunse da Torino la notizia della concessione dell’amnistia a tutti i compromessi salvo dodici, e il municipio accettò definitivamente di capitolare. Le truppe di La Marmora entrarono in Genova e commisero per qualche giorno violenze e saccheggi, che lasciarono uno strascico di rancori tra genovesi e piemontesi. Ma l’amnistia e la fuga dei pochi non amnistiati favorì la pacificazione nei mesi successivi.

    La Repubblica romana

    Il 29 marzo giunge a Roma la notizia della sconfitta di Novara,

    ma non ancora quella dell’armistizio. L’Assemblea rivolse l’attenzione alla nuova grave situazione. Mazzini ancora convinto che la guerra continuasse, incitò alla calma e alla

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