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Io Tu Noi Lucio: Le canzoni non comuni per i giorni comuni di Lucio Battisti

Io Tu Noi Lucio: Le canzoni non comuni per i giorni comuni di Lucio Battisti

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Io Tu Noi Lucio: Le canzoni non comuni per i giorni comuni di Lucio Battisti

Lunghezza:
120 pagine
2 ore
Pubblicato:
Jul 30, 2016
ISBN:
9781370739417
Formato:
Libro

Descrizione

Niente come i dischi di Lucio Battisti ha saputo raccontare agli italiani chi erano, chi non erano più, chi sognavano di essere. Credibili come documenti di coscienza collettiva quelli con Mogol, sempre più rarefatti i "bianchi" con Panella, evasioni non più così innocenti ma sempre imprescindibili per chi è cresciuto con l'autore di Poggio Bustone, un antitaliano arcitaliano. Dal 1966 al 1994, una piccola storia d'Italia (e non solo) intrecciata con una manciata di album-capolavori, evento dopo evento, disco dopo disco, successo dopo successo. Ma l'eredità di Battisti non si spegne, e questo libro, aggiornato al 2016, vuole essere anche un viatico per chi non lo conosce e, ascoltandolo con attenzione, si perderà in un mondo musicale unico e irripetibile.

Pubblicato:
Jul 30, 2016
ISBN:
9781370739417
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Faccio il giornalista dal 1990. Ho scritto alcuni libri, di preferenza in formato ebook.


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Anteprima del libro

Io Tu Noi Lucio - Massimo Del Papa

Intro

Nonostante tutte le cure dei sanitari che lo hanno assistito, Lucio Battisti è deceduto per intervenute complicanze, in un quadro clinico severo sin dall'esordio.

Dimmi tu se dev'essere questo il modo d'andarsene. Così, a tradimento. Senza una parola. Senza fantasia. Sprofondato in un comunicato scarno e ridondante, ermetico e pleonastico. Proprio tu, maestro d'emozioni, così tanta aridità. E l'emozione diventa trauma, tu ci lasci tutti un poco orfani e noi non siamo pronti, non ci sembra vero. Non può essere vero. Perché hai solo 54 anni e da troppo tempo non ci dai musica vera. Perché ti stavamo aspettando, sicuri che saresti tornato. Ancora tu, l'incorreggibile. Perché non si fa così. Troppe stagioni hai disegnato coi tuoi suoni, con quella voce mezza negra e mezza burina. Col falsetto e col sussurro. Troppe stagioni e per ciascuna un'incognita ma comunque tu c'eri, pronto a tracciare una rotta di sentimenti. Impossibile sfuggirti e impossibile rinchiuderti, la tua forma d'arte, schiettamente popolare, che è la cosa più difficile, mai schiava di una camicia di forza, sempre usurpata, andava bene per tutti, né destra né sinistra, solo uomini, donne, ragazzini che si scoprono più grandi dopo averti ascoltato.

Ero capace di stare sotto nella stazione della metropolitana col mio buon amico Tony per sei ore di fila - mi piaceva non vedere la luce del sole. Mi piaceva stare sotto, o sopra, o a lato, comunque fuori: si vede meglio, si capisce di più. Conoscevo tutto di quella fermata. E c'era pure la stazioni dei treni. L'altoparlante latrava annunciandoli, ed io fantasticavo su tutto quel destino che si spostava, sulla gente che si salutava, chi sarebbe morto prima, chi era un assassino? Era bello quando faceva freddo e anche col sole torrido e bianco dell'estate, quando in giro non c'era nessuno. Mi ha sempre affascinato il brutto delle città, lo squallore feroce. Forse per la volontà di vita che ci si nasconde. Mi eccitava immaginare che potevo venire ammazzato, ero terrorizzato ma mi dava l'adrenalina. Il mio quartiere, Lambrate, era denso di segreti, di pericoli e il sangue lo sentivi nell'aria. Una notte, prima dell'alba, il giorno del mio dodicesimo compleanno scesi in strada con mio padre a caricare la macchina: si partiva per il mare. Mentre lui si sfiniva ad infilare i bagagli nel baule, io caddi in trance. Le onde silenziose della città addormentata mi tramortivano. Osservavo gli spigoli neri del quartiere. Di giorno non c'erano, di giorno si nascondevano. Senza accorgermi di niente cominciai a camminare. Tenevo in mano uno scheletrino rosso di gomma, mi piaceva che mi accompagnasse, ho sempre avuto l'attrazione per i teschi, i loro ghigni beffardi: aspetta, aspetta e anche tu diventerai così. Nel teschio c'è il destino e c'è la nostra uguaglianza. Camminavo verso il niente, come un animale che non pensa, che ascolta solamente. Di colpo passò una macchina scoperta, rossa, di chi la guidava ricordo solo l'avambraccio, potente, nervoso, con un bracciale di metallo e la sigaretta tra le dita. Spariva e la macchina lasciava dietro sé la scia di Ancora tu di Lucio Battisti. Guardavo la macchina allontanarsi come pazza e non potevo non fantasticare: uno con quella dannata fretta, a quell'ora, scappava di sicuro da qualcosa. Magari aveva ucciso qualcuno e lo cercavano. Magari aveva perso a carte e si rintanava a casa, in una casa piccola, sporca e pericolosa. Forse c'era una prostituta ad aspettarlo. Una di quelle che si consumano giovani e fanno paura anche agli uomini. In lontananza il megafono della stazione gracchiava annunciando l'arrivo di un treno. Mi strappò al torpore dei sensi l'urlo di mio padre che mi cercava. Era furioso e spaventato. Fece per mollarmi uno schiaffo. Ma io per la prima volta non ebbi paura, non mi nascosi, restai ad aspettarlo con la faccia cattiva e lui ne fu così sconvolto che la mano restò a mezz'aria. Avevo perso la mia verginità, ero diventato grande.

Solitarie emozioni collettive

Le canzoni di Battisti sono emozioni collettive, ciascuno le assorbe come vuole, come può, ma mai da sradicato. Mai da isolato. Canzoni nomadi ma non monadi, non per isole, impossibile prescindere dal contesto che le consuma e dal quale nascono. È un contesto sociale, prevede uomini e donne in movimento e in cambiamento, coi loro affanni, i loro desideri, le mete comuni a tutti e diverse per ciascuno. Momenti da declinare insieme, da cantare in compagnia, fin troppo abusata l'immagine della chitarra in riva al mare o attorno al fuoco ma è un fatto che Battisti lo associ a simili cartoline. Sono sogni di gruppo, vanno bene per viaggiare e per l'amore, per il dolore e l'amicizia, per conoscersi e raccontarsi. Più popolare di così si muore, c'è una leggenda smentita qua e là ma resiste, attribuisce ai terroristi una passione per Battisti e forse è un sogno, ma piace pensae che quegli uomini sconfitti da un sogno delirante, essere avanguardie delle masse, nascondessero nel loro covo tra le armi e i volantini dall'eloquio contorto, tra i documenti falsi e le parrucche con cui mimetizzarsi come in un pessimo poliziottesco, tutti in fila i dischi di Lucio Battisti; e dire che lo tacciavano di qualunquismo, persino di fascismo, coi pretesti più strambi. Ma quelli delle Brigate Rosse sono stati uomini e donne anche loro, lo sono ancora o vorrebbero tornare ad esserlo, fuori dalla loro bolla di clandestinità, di rivoluzione-Godot che non arriva, non può arrivare, e i dischi di Battisti li aiutano a tirare il fiato, a ritrovare un sogno, un barlume di normalità. Sciogliere i cuori anche degli assassini. Sarà anche una leggenda, ma quale leggenda non nasconde un pizzico di realtà? E la realtà in questo caso dice: più arte di così si muore.

Battisti esce allo scoperto proprio insieme ai terroristi, sul finire degli anni Sessanta. Parte in effetti in largo anticipo, all'inizio del decennio, declina la sua gavetta forsennata e silenziosa, la stessa per tutti in quegli anni, gruppuscoli di apprendistato che distillano cover dall'America e dall'Inghilterra, che sviluppano una sensibilità musicale, si addestrano a maneggiare gli strumenti, a cavarsela sul palco. Particolare curioso e vagamente inquietante: Battisti racconterà in una intervista d'epoca d'aver ricevuto l'imprinting da musicista tramite due fratelli, suoi vicini di casa, che, ragazzini, strimpellavano alla chitarra Malaguena: lo stesso brano che, più o meno contemporaneamente, in Inghilterra, ispira un altro ragazzino, suo coetaneo. Si chiama Keith Richards.

Progressi e delusioni in un buco del tempo dove tutto è possibile e tutto diventa vero. Sono migliaia, in quei primi anni '60, i ragazzotti di belle speranze che non vogliono un posto già scelto in società, rifiutano un futuro apparecchiato e si giocano tutto con quattro chitarre e una batteria. Anche per Lucio è così, deve combattere col padre, riesce a spuntare un biennio sabbatico, classicamente a cavallo del diploma – Dammi due anni e ti faccio vedere che risolvo tutto. Ma i suoi primissimi tentativi non raccontano niente di speciale. Tante formazioni dai nomi curiosi, tanti concertini, tanti incontri e illusioni e occasioni sprecate. Quanto diversa Milano da Poggio Bustone! Qui nessuno si conosce, là quasi tutti hanno lo stesso cognome. Qui ci si perde tra le strade, là c'è un unico percorso. Qui la modernità è già superata, là deve sempre arrivare. Qui la metropoli europea, là il borgo che non è ancora provincia.

Ma il ragazzo col foulard, la testa di riccioli e il sorriso aperto, simpatico, non si spaventa, e poi è sveglio, ricco di una determinazione cocciuta, contadina. Studia alla chitarra da autodidatta, come un matto, assorbendo la cruciale sensibilità per lo strumento, che diventa un prolungamento del suo corpo. Suona in giro nei locali, nei night-club e acuisce anche la sensibilità per la gente, la notte, la strada, quell'indefinibile, malsana, eccitante atmosfera che si chiama vita, e che poi diventa esperienza. È abbastanza provinciale da mantenere una certa diffidenza, ma sufficientemente curioso da interessarsi a quanto c'è in giro. È ricettivo, sensibile. Traduce tutto in musica. Ha pure la consapevolezza del proprio talento: si tratta solo di coltivarlo, resistendo ai buoni consigli di chi, al massimo, lo vede come autore: mai come cantante, con quella voce improbabile, sgradevole. Lo aiuta Giulio Rapetti, che alla Ricordi è di casa, ma che soprattutto è un altro abituato a sentire di testa sua: è Christine Leroux, mentore di Lucio e già affermata nell'ambiente, titolare di una sua personale etichetta, a mediare e Giulio resta conquistato prima dalla determinata umiltà di quel ragazzo, poi, molto presto, dagli sbalorditivi progressi nell'assemblare i primi pezzi. Nel luglio '66, Per una lira/Dolce di giorno è l'esordio ufficiale su 45 giri, e non succede niente; ma quando, tre mesi dopo, arriva Uno in più, affidato a Riki Maiocchi, per un attimo voce solista dei Camaleonti, è già un clamoroso successo: secondo posto in Hiiiit-parade!, come dalla radio suole annunciare, con roboante ironia, Lelio Luttazzi.

La strada è tracciata, arrivano altri brani, a raffica, a getto continuo, con una profusione che ricorda proprio i primi Rolling Stones, i quali, dopo essere stati rinchiusi in una cucina a comporre As tears go by, non si fermano più. Qui il sodalizio è diverso, non ci sono Richards

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