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I delitti della città vuota
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E-book220 pagine3 ore

I delitti della città vuota

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Info su questo ebook

Massimiliano Amato, Alessandro Berselli, Sara Bilotti, Brunella Caputo, Roberto Carboni, Piera Carlomagno, Arianna Destito, Giovanni Di Giamberardino, Costanza Durante, Carmine Mari, Alessandro Maurizi, Antonio Menna, Bruno Morchio, Alessandra Pepino, Piergiorgio Pulixi, Franco Serpico, Massimiliano Smeriglio
A cura di Piera Carlomagno

Scrittori di thriller, noir con una cifra local, che valorizzano la peculiarità di quartieri delle grandi città ma riscoprono anche centri urbani minori. L'idea è quella di piccoli gialli metropolitani ambientati in piena estate, quando le città un poco si svuotano. Ogni paesaggio è buono in Italia o, in qualche caso, all'estero, per scatenare la fantasia e alcuni dei protagonisti sono ispettori di polizia, commissari, investigatori privati già noti al pubblico. Sulle terrazze di Roma, sotto i portici di Bologna, tra i carruggi di Genova e nei vicoli di Napoli, sotto la Mole di Torino e alla periferia di Milano, ma anche nelle intriganti province italiane e nelle metropoli d'Oltreoceano, il delitto è servito.
LinguaItaliano
Data di uscita7 lug 2016
ISBN9788865642115
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    Anteprima del libro

    I delitti della città vuota - AA.VV:

     Bi­blio­te­ca del gial­lo

    Ver­sio­ne ebook a cura di Per­fec­tE­book: en­jam­be­men­t73@gmail.com

     I de­lit­ti del­la cit­tà vuo­ta 

    a cura di Pie­ra Car­lo­ma­gno

    Mas­si­mi­lia­no Ama­to 

    Ales­san­dro Ber­sel­li 

    Sara Bi­lot­ti 

    Bru­nel­la Ca­pu­to 

    Ro­ber­to Car­bo­ni 

    Pie­ra Car­lo­ma­gno 

    Cor­ra­do De Rosa 

    Arian­na De­sti­to 

    Gio­van­ni Di Giam­be­rar­di­no

    Co­stan­za Du­ran­te 

    Car­mi­ne Mari 

    Ales­san­dro Mau­ri­zi

    An­to­nio Men­na 

    Bru­no Mor­chio 

    Ales­san­dra Pe­pi­no 

    Pier­gior­gio Pu­li­xi 

    Fran­co Ser­pi­co 

    Mas­si­mi­lia­no Sme­ri­glio

    I de­lit­ti del­la cit­tà vuo­ta a cura di Pie­ra Car­lo­ma­gno

     © 2016 Mas­si­mi­lia­no Ama­to, Ales­san­dro Ber­sel­li, Sara Bi­lot­ti, Bru­nel­la Ca­pu­to, Ro­ber­to Car­bo­ni, Pie­ra Car­lo­ma­gno, Cor­ra­do De Rosa, Arian­na De­sti­to, Gio­van­ni Di Giam­be­rar­di­no, Co­stan­za Du­ran­te, Car­mi­ne Mari, Ales­san­dro Mau­ri­zi, An­to­nio Men­na, Bru­no Mor­chio, Ales­san­dra Pe­pi­no, Pier­gior­gio Pu­li­xi, Fran­co Ser­pi­co, Mas­si­mi­lia­no Sme­ri­glio 

    © 2016 At­mo­sphe­re li­bri 

    Via Se­ne­ca 66 00136 

    Roma, Ita­ly 

    www.at­mo­sphe­re­li­bri.it

    info@at­mo­sphe­re­li­bri.it 

    blog.at­mo­sphe­re­li­bri.it 

    Re­da­zio­ne a cura de Il Me­na­bò (www.il­me­na­bo.it) 

    I edi­zio­ne nel­la col­la­na Bi­blio­te­ca del gial­lo lu­glio 2016

    ISBN 978-88-6564-211-5

     IN­DI­CE

    In­tro­du­zio­ne di Pie­ra Car­lo­ma­gno

    Buio di Sara Bi­lot­ti (a Na­po­li) 

    Ba­ste­reb­be una ca­rez­za di Mas­si­mi­lia­no Sme­ri­glio (a Roma) 

    Bac­ci Pa­ga­no alla sfi­la­ta del­le set­te bel­lez­ze di Bru­no Mor­chio (a Ge­no­va) 

    La scor­cia­to­ia: un rac­con­to su Bia­gio Maz­zeodi Pier­gior­gio Pu­li­xi (a Bu­sto Ar­si­zio) 

    Ci­vi­co 42 di Arian­na De­sti­to (a Mi­la­no) 

    La bot­ta di Fer­ra­go­stodi An­to­nio Men­na (a Na­po­li) 

    Ma­la­sor­te di Ro­ber­to Car­bo­ni (a Bo­lo­gna)

    Un cane da ta­schi­no di Gio­van­ni di Giam­be­rar­di­no/Co­stan­za Du­ran­te (a Roma) 

    Io non l’ho mai vi­sto il mare di Ales­san­dro Ber­sel­li (a Bo­lo­gna)

    La fe­ro­cia dei gior­nidi Ales­san­dra Pe­pi­no (a Ro­vi­go) 

    Nove anni dopo di Car­mi­ne Mari (a Sa­ler­no) 

    Sono un’as­sas­si­na di Fran­co Ser­pi­co (a To­ri­no) 

    With or wi­thout youdi Mas­si­mi­lia­no Ama­to (a Sa­ler­no) 

    Al­tri oriz­zon­ti per il so­sti­tu­to com­mis­sa­rio An­ge­lo Ca­ro­sidi Ales­san­dro Mau­ri­zi (a Vi­ter­bo) 

    Un pas­so in­die­tro di Cor­ra­do De Rosa (a Sa­ler­no) 

    I ma­le­det­ti ciot­to­li di Pa­ra­ty di Bru­nel­la Ca­pu­to (a Rio de Ja­nie­ro) 

    L’uomo giu­stodi Pie­ra Car­lo­ma­gno (a Na­po­li) 

    Bio­gra­fie

     In­tro­du­zio­ne 

    di Pie­ra Car­lo­ma­gno 

    Esi­sto­no mol­ti modi per al­le­sti­re un’an­to­lo­gia, an­che di ge­ne­re. Al di là del­la scel­ta de­gli au­to­ri, che può se­gui­re cri­te­ri di­ver­si, si sta­bi­li­sco­no al­cu­ni ele­men­ti co­mu­ni a cui at­te­ner­si in ma­nie­ra più o meno ela­sti­ca. Il cri­mi­ne che agi­sce a Fer­ra­go­sto è un clas­si­co del­la cro­na­ca nera, la fi­gu­ra dell’in­ve­sti­ga­to­re può es­se­re – come in que­sto caso – li­be­ra da con­di­zio­na­men­ti e può ca­pi­ta­re che l’am­bien­ta­zio­ne sia il car­di­ne in­tor­no al qua­le ruo­ta l’azio­ne. Il ti­to­lo qui è l’uni­ca gui­da che ab­bia­mo a di­spo­si­zio­ne per­ché I de­lit­ti del­la cit­tà vuo­ta sug­ge­ri­sce spa­zi me­tro­po­li­ta­ni de­so­la­ti, ab­ban­do­na­ti per il trop­po cal­do e in fa­vo­re dei luo­ghi di vil­leg­gia­tu­ra. I per­so­nag­gi sa­ran­no ne­ces­sa­ria­men­te gli ir­ri­du­ci­bi­li abi­tan­ti del­le cit­tà d’esta­te, im­pos­si­bi­li­ta­ti a par­ti­re per im­pe­gni di la­vo­ro, per man­can­za di sol­di o di fan­ta­sia. Quel­lo che mi in­te­res­sa­va evo­ca­re con que­sta an­to­lo­gia è l’in­quie­tan­te stu­po­re che su­sci­ta­va la gran­de fre­quen­za di de­lit­ti che ac­ca­de­va­no a metà esta­te nel­le cit­tà, quan­do si svuo­ta­va­no let­te­ral­men­te per­ché tut­ti an­da­va­no in va­can­za al mare o all’este­ro. Le cit­tà vuo­te non esi­sto­no più ve­ra­men­te, ma sono sta­te, so­prat­tut­to a ca­val­lo tra i due mil­len­ni, tea­tro di omi­ci­di ef­fe­ra­ti, a vol­te ir­ri­sol­ti per as­so­lu­ta man­can­za di te­sti­mo­ni, quan­do l’in­da­gi­ne era an­co­ra af­fi­da­ta alla ri­co­stru­zio­ne dei fat­ti, più che alla pro­va scien­ti­fi­ca del dna. In que­sti rac­con­ti non ci sono gran­di ri­fe­ri­men­ti a even­ti real­men­te ac­ca­du­ti, ma quell’at­mo­sfe­ra è per­fet­ta­men­te ri­crea­ta. In­ve­sti­ga­to­ri spes­so noti ai let­to­ri di gial­li – come Bac­ci Pa­ga­no o Maz­zeo, ma an­che Per­du­to, Ba­ric­co, Vit­to­rio Ma­ria Can­ton di Sant’An­drea, Ro­ge­rius e al­tri – si muo­vo­no nel­le cit­tà in cui si ad­den­sa­no le om­bre del­le not­ti di mez­za luna, sot­to una cap­pa di cal­do che non si pla­ca nean­che al ca­lar del­la 8 sera. Sul­le ter­raz­ze di Roma, sot­to i por­ti­ci di Bo­lo­gna, tra i car­rug­gi di Ge­no­va e nei vi­co­li di Na­po­li, sot­to la Mole di To­ri­no e alla pe­ri­fe­ria di Mi­la­no, ma an­che nel­le in­tri­gan­ti pro­vin­ce ita­lia­ne e nel­le me­tro­po­li d’Ol­treo­cea­no, il de­lit­to è ser­vi­to. Cre­do che que­sta an­to­lo­gia ab­bia an­co­ra un me­ri­to, quel­lo cioè di re­sti­tui­re uno straor­di­na­rio spac­ca­to del­la nuo­va let­te­ra­tu­ra noir ita­lia­na per­ché, at­tra­ver­so i di­cias­set­te rac­con­ti che pro­po­ne, of­fre un si­gni­fi­ca­ti­vo esem­pio di come que­sta sfug­ga sem­pre più ai ten­ta­ti­vi di for­mu­la­re una de­li­mi­ta­zio­ne pre­ci­sa del ge­ne­re. In­ve­sti­ga­to­ri isti­tu­zio­na­li duri e puri, po­li­ziot­ti cor­rot­ti o stan­chi e pros­si­mi alla pen­sio­ne, un no­bi­le de­ca­du­to cu­rio­so e gior­na­li­sti che, come mo­der­ni ca­va­lie­ri er­ran­ti, com­bat­to­no il cri­mi­ne sono i pro­ta­go­ni­sti di quel­li, tra i rac­con­ti, che pos­so­no es­se­re me­glio ca­ta­lo­ga­ti come gial­li di in­ve­sti­ga­zio­ne. L’ani­ma nera di chi com­met­te un de­lit­to, si im­bat­te in un mi­ste­ro o si af­fac­cia ca­sual­men­te su un ba­ra­tro, è de­scrit­ta in quel­li che è più cor­ret­to de­fi­ni­re noir. Gli au­to­ri han­no scrit­to di­cias­set­te sto­rie com­ple­ta­men­te di­ver­se l’una dall’al­tra, fru­gan­do tra le ro­vi­ne del pas­sa­to o in­fi­lan­do lo sguar­do tra le neb­bie del fu­tu­ro, cer­can­do di muo­ver­si nel­le in­tri­ca­te ra­gna­te­le di cau­se ed ef­fet­ti di ciò che fan­no ac­ca­de­re ai loro per­so­nag­gi, usan­do i vivi e i mor­ti, rac­con­tan­do fram­men­ti di or­ro­re e di ve­ri­tà. C’è un gial­lo sto­ri­co, c’è un viag­gio a Rio, ci sono vi­cen­de pri­va­te e fa­mi­lia­ri o epi­so­di che emer­go­no dal sot­to­bo­sco cri­mi­na­le di cui le cit­tà sono ric­che. Tut­te, ine­vi­ta­bil­men­te, sono, per usa­re una fan­ta­sti­ca espres­sio­ne che Al­ber­to Mo­ra­via in­se­rì in un ar­ti­co­lo su Il Li­bra­io a pro­po­si­to de La dama del­la mor­gue di Jo­na­than La­ti­mer, eser­ci­ta­zio­ni vir­tuo­si­sti­che in mar­gi­ne ai ca­da­ve­ri.

    Buio

     Sara Bi­lot­ti 

    La guar­do men­tre in­dos­sa la gon­na nera, stret­ta. Ar­ri­va alle gi­noc­chia e si fer­ma: una li­nea di con­fi­ne ol­tre la qua­le non ho più ri­fe­ri­men­ti, sono per­du­to. Con un ge­sto de­li­ca­to alza la cer­nie­ra, li­scia le pie­ghe. In­sie­me a loro i miei pen­sie­ri si ap­piat­ti­sco­no, di­ven­to stu­pi­do. Se­du­to in pri­ma fila, sto go­den­do del­lo spet­ta­co­lo più af­fa­sci­nan­te e cru­de­le del mon­do: Ele­na che si ri­ve­ste, per poi pet­ti­nar­si il ca­schet­to nero. Io la amo, ma lei non mi ama più. Per giun­ta sono le otto di sera e mia mo­glie, in­ve­ce di pre­pa­ra­re la cena, di­ven­ta bel­lis­si­ma. «Non è pos­si­bi­le». La voce squil­lan­te di no­stra fi­glia rom­pe un si­len­zio ir­rea­le, esal­ta­to dal fru­scio de­gli abi­ti. Ele­na non rie­sce ad ag­gan­cia­re la col­la­na di per­le, re­ga­lo di noz­ze di sua ma­dre. Te­re­sa glie­la get­tò in fac­cia men­tre in­dos­sa­va l’abi­to nu­zia­le, spie­gan­do­le con do­vi­zia di par­ti­co­la­ri che quel ma­tri­mo­nio era la cosa più stu­pi­da che po­tes­se fare. Ep­pu­re lei mi ha spo­sa­to lo stes­so. Dio, che don­na. «È pro­prio ne­ces­sa­rio par­la­re del fot­tu­to cli­ma ogni gio­ve­dì?» chie­de Gior­gia, so­sti­tuen­do le sue mani a quel­le del­la ma­dre e oc­cu­pan­do­si del gan­cio ri­bel­le con inat­te­sa abi­li­tà. Gior­gia po­treb­be pren­de­re il suo po­sto in tut­to e per tut­to. Sono iden­ti­che, se esclu­dia­mo i pic­co­li sol­chi agli an­go­li del­la boc­ca, che ren­do­no Ele­na an­co­ra più se­du­cen­te. A dire la ve­ri­tà, Gior­gia è nata bion­da. Poi, ap­pe­na ha com­piu­to di­ciott’anni, in­ve­ce di pre­ten­de­re una mac­chi­na o un seno nuo­vo come le sue ami­che, ha de­ci­so di tin­ger­si i ca­pel­li di nero. E così, la clo­na­zio­ne è riu­sci­ta al cen­to per cen­to. «Po­trem­mo evi­tar­ce­lo, in ef­fet­ti» le ri­spon­de Ele­na, in­fi­lan­do 9 gli orec­chi­ni. Ha fret­ta, si vede. E il mio cuo­re di­ven­ta sem­pre più pic­co­lo. «Ma il fer­ro va bat­tu­to fin­ché è cal­do». Le ha ri­spo­sto in modo bru­sco, ep­pu­re il tra­spor­to ver­so di lei è pa­le­se. E in­giu­sto. Per me, nean­che una pa­ro­la. E così, quan­do at­tra­ver­sa il cor­ri­do­io per pren­de­re il so­pra­bi­to, io la se­guo e sgo­mi­to con Gior­gia: devo rag­giun­ge­re Ele­na pri­ma di lei. «Hai un al­tro, amo­re?» sus­sur­ro guar­dan­do ver­so mia fi­glia, che in­com­be su di noi, ra­pa­ce. «San­to cie­lo!» La sua escla­ma­zio­ne pre­fe­ri­ta. Nien­te mi fa sen­ti­re ri­di­co­lo come quel­le due pa­ro­le mes­se in fila; sono due sol­da­ti che mi spa­ra­no alle tem­pie, uno per ogni lato, e poi ri­do­no. La se­guo. Per stra­da mi rin­cor­ro­no le pa­ro­le di Gior­gia, pro­nun­cia­te con quel tono squil­lan­te e fa­sti­dio­so: Ades­so te ne vai, e chi li lava ‘sti piat­ti? Ma por­ca mi­se­ria, a ven­ti­cin­que anni sarà pure il mo­men­to di fare qual­co­sa in casa. Mi li­be­ro del­le sue pro­te­ste con un ge­sto del­la mano, la agi­to da­van­ti alla fac­cia come per scac­cia­re una mo­sca. Fun­zio­na. Ele­na en­tra nel Royal, dun­que deve par­te­ci­pa­re dav­ve­ro alla con­fe­ren­za su Cli­ma e Am­bien­te. È così avan­ti, Cri­sto. Sa per cer­to qual è il fu­tu­ro del mon­do, men­tre io non so nean­che che cra­vat­ta ho in­dos­sa­to. E poi, a dir­la tut­ta, an­che se co­no­sces­si le sor­ti uma­ne non me ne fre­ghe­reb­be un caz­zo: sono un po­li­ziot­to e l’uma­ni­tà mi fa ab­ba­stan­za schi­fo. Me com­pre­so. Mi sie­do sull’ul­ti­ma se­dia dell’ul­ti­ma fila, dove me­ri­to di sta­re, sem­pre at­ten­to a non far ve­de­re la pi­sto­la. E l’ascol­to, per­so nel suo­no del­la sua voce, che fa un ter­ri­bi­le fra­stuo­no den­tro al mio cer­vel­lo.  «La Nor­ve­gia si tro­va ad af­fron­ta­re pro­ble­mi enor­mi: so­stan­ze in­qui­nan­ti or­ga­ni­che per­si­sten­ti, ra­dioat­ti­vi­tà e piog­ge aci­de pro­dot­te in qual­sia­si par­te del mon­do ven­go­no tra­spor­ta­te nel suo ter­ri­to­rio dai ven­ti e dal­le cor­ren­ti ma­ri­ne. È dun­que nel suo in­te­res­se at­ti­var­si per isti­tui­re una coo­pe­ra­zio­ne in­ter­na­zio­na­le che pre­sup­pon­ga dei vin­co­li sul­le que­stio­ni am­bien­ta­li». Quan­to è in­tel­li­gen­te e pre­pa­ra­ta, la mia gat­ti­na. Muo­ve ap­pe­na le sue mani de­li­ca­te, quel­le mani che un tem­po mi met­te­va ad­dos­so. E ades­so chi toc­chi, gat­ti­na mia? Se non hai un aman­te, per­ché non mi vuoi più? Gior­gia, è lei il pro­ble­ma. Ecco a cosa sono ser­vi­ti i miei te­sti­co­li: a dare vita al suo clo­ne. Ades­so non ser­vo più. È una cosa umi­lian­te, ma a tut­to c’è ri­me­dio, gat­ti­na mia. La con­fe­ren­za fi­ni­sce in un boa­to di sba­di­gli men­tre lei, re­gi­na, sci­vo­la fuo­ri dall’al­ber­go di­stri­buen­do sor­ri­si come una Fir­st Lady. A me non re­sta al­tro che ap­po­star­mi nell’om­bra, come un cane ro­gno­so. Quan­to odio, in tut­to l’amo­re che pro­vo. Un uomo en­tra con lei in mac­chi­na e il so­spet­to tor­na a ro­der­mi il fe­ga­to peg­gio del­la mez­za bot­ti­glia di gin che mi ac­cin­ge­rò a bere a mo­men­ti. Ho tra­scor­so la not­te in bian­co e ades­so non rie­sco a tol­le­ra­re Ser­ra e Di Mat­teo. Mi si met­to­no ai lati, la­vo­ra­no ai fian­chi, peg­gio dei sol­da­ti San­to e Cie­lo. Ma por­ca put­ta­na, ho ab­brac­cia­to mia mo­glie sta­not­te e lei si è stac­ca­ta da me come se si fos­se bru­cia­ta, e la not­te da nera è di­ven­ta­ta bian­ca. Tut­ta quel­la luce non mi ha fat­to dor­mi­re nean­che un mi­nu­to. E que­sti due vo­glio­no sa­pe­re se ho avu­to la sof­fia­ta del ca­ri­co di co­cai­na. Io sto me­glio al buio, tut­ti stan­no me­glio al buio. Però mia mo­glie, da quan­do è sta­ta mi­ra­co­la­ta dal­la ma­ter­ni­tà, in­si­ste a  il­lu­mi­na­re tut­to, fin­ché ap­pa­re chia­ra­men­te lo schi­fo. «In­som­ma, nes­su­na no­vi­tà?» San­to, trot­te­rel­lan­do­mi ac­can­to lun­go il cor­ri­do­io del­la Cen­tra­le, come uno york­shi­re nano. Devo ab­bas­sa­re la te­sta per sa­lu­tar­lo. «Dove vai, nei Quar­tie­ri?» Cie­lo, toc­can­do­mi la spal­la dall’al­tra par­te. Per poco non glie­la moz­zo, quel­la mano. Vado nei Quar­tie­ri, sì, ma a loro non lo dico, per­ché tan­to già l’ho avu­ta la sof­fia­ta del ca­ri­co di co­cai­na e vado lì per un al­tro mo­ti­vo. Sul­la so­glia mi fer­ma Ni­gro e dice che do­po­do­ma­ni c’è l’in­con­tro con la psi­co­lo­ga. Cer­to, man­ca­va la striz­za­cer­vel­li, all’ap­pel­lo. Ma, dico io, mi bec­ca­no a pren­de­re bu­sta­rel­le da­gli spac­cia­to­ri e me la la­va­no per bene, la te­sta; qua­si am­maz­zo uno e mi dan­no una set­ti­ma­na di va­can­za per svuo­tar­la, la te­sta. Poi mi ve­do­no ner­vo­so per­ché ho un pro­ble­ma con mia mo­glie e me la vo­glio­no cam­bia­re, la te­sta. Chi li ca­pi­sce è bra­vo. Ele­na e Gior­gia si so­vrap­pon­go­no in cu­ci­na. Una lava le ver­du­re, l’al­tra le ta­glia. Una alza il co­per­chio del­la pen­to­la, l’al­tra but­ta la pa­sta. Suo­na­no una sin­fo­nia per­fet­ta­men­te in sin­cro­no, muo­vo­no le gam­be e le brac­cia come bal­le­ri­ne rus­se, ag­gra­zia­te e al­te­re. Sono ip­no­tiz­za­to. Ho par­la­to con Pri­sco, nei Quar­tie­ri, farà un la­vo­ro pu­li­to. Io tol­go il suo nome dal rap­por­to sul traf­fi­co di co­cai­na, lui si spor­ca le mani per me. Per­ché è ora di fi­nir­la, con tut­ta que­sta luce. Ca­lia­mo le tap­pa­rel­le, e tut­to an­drà me­glio. Mi ri­fac­cio una vita. Mi pre­pa­ro per la pen­sio­ne, cer­co di ri­ga­re drit­to an­che al la­vo­ro. Per­ché dopo che fai am­maz­za­re qual­cu­no non puoi ru­ba­re più nean­che una ca­ra­mel­la, fi­gu­ria­mo­ci ar­ric­chir­si con la dro­ga. La ve­ri­tà è che po­trei sem­pli­ce­men­te di­vor­zia­re, chie­der­le di spo­sta­re il culo a chi­lo­me­tri di di­stan­za, ma non sa­reb­be una  so­lu­zio­ne de­fi­ni­ti­va, non per me. Pri­ma o poi il mio fio­rel­li­no ver­rà col­to da qual­cu­no, e io ho tan­ta im­ma­gi­na­zio­ne. Ci met­tia­mo a ta­vo­la e le due ini­zia­no a man­gia­re, fa­me­li­che. Sono del­le iene, ma­le­det­te, so­prat­tut­to Gior­gia. Si è man­gia­ta la mia vita a gros­si boc­co­ni, da quan­do ha emes­so il suo pri­mo va­gi­to. Un se­con­do pri­ma, Ele­na era la mia gat­ti­na. Un se­con­do dopo, era sua ma­dre. «Po­trei tro­va­re un ap­par­ta­men­ti­no» mor­mo­ra Gior­gia, lan­cian­do una bom­ba lon­ta­no chi­lo­me­tri, con una spin­ta de­bo­lis­si­ma. Tec­ni­ca raf­fi­na­ta, sa­ran­no in tre al mon­do a sa­per­la pa­dro­neg­gia­re. «Non pos­sia­mo con­ti­nua­re così» s’in­tro­met­te Ele­na, la­pi­da­ria. Non ha bi­so­gno di al­za­re la voce, né che le sue pa­ro­le sia­no coe­ren­ti con il con­te­sto: io le ca­pi­sco, e agi­sco di con­se­guen­za. Do­po­tut­to, sono di­ver­si anni che il con­te­sto in cui vivo ha per­so ogni lo­gi­ca. Devo fare sfor­zi co­stan­ti per ca­pi­re an­che le di­scus­sio­ni più ele­men­ta­ri. «Ho ven­ti­cin­que anni, uno sti­pen­dio e una car­rie­ra» Gior­gia. «Pri­ma non cre­de­vo fos­se ne­ces­sa­rio es­se­re dra­sti­ci. Pen­sa­vo che avrem­mo po­tu­to con­ti­nua­re così in eter­no» Ele­na. Io non ho an­co­ra det­to una sola pa­ro­la. Ascol­to la sin­fo­nia del­le loro voci, e man­gio. «È ar­ri­va­to il mo­men­to di cam­bia­re le cose». La fi­glia. «Non ce la fac­cio più». La ma­dre, fi­nal­men­te. Si alza, but­ta il to­va­glio­lo sul cam­po di bat­ta­glia, e va a ve­de­re quan­to lon­ta­no è sta­ta sgan­cia­ta la bom­ba. For­se riu­sci­rà a li­mi­ta­re i dan­ni, e Gior­gia re­ste­rà a rom­pe­re il caz­zo in casa per al­me­no un al­tro de­cen­nio. Di not­te, mi giro e mi ri­gi­ro nel let­to, pen­san­do che do­ma­ni sarò in lut­to. Per le set­te di sera avrò il mio bot­ton­ci­no nero sul­la giac­ca e tut­ti mi da­ran­no pac­che sul­le spal­le.  Pen­so an­che alla con­ver­sa­zio­ne di sta­se­ra, a ta­vo­la. Se Gior­gia an­das­se via di casa, for­se po­treb­be cam­bia­re qual­co­sa. Ma poi pen­so che no, non cam­bie­reb­be nul­la. Qui o al­tro­ve, Gior­gia è il sen­so del ma­tri­mo­nio di Ele­na, non del mio. Esi­ste, dun­que che mo­ti­vo avreb­be di ri­met­te­re in fun­zio­ne l’ap­pa­ra­to ri­pro­dut­ti­vo? Ri­co­min­cia­re quei ri­di­co­li, me­ra­vi­glio­si gio­chi di se­du­zio­ne? Il più bel­lo di tut­ti, l’amo­re, è quel­lo che mi man­ca di più. Sof­fro come un bam­bi­no ab­ban­do­na­to, ma an­co­ra più for­te del do­lo­re è la rab­bia, è per que­sto che la vo­glio mor­ta. Mi tor­na in men­te la con­ver­sa­zio­ne che ab­bia­mo avu­to a ta­vo­la. Che han­no avu­to a ta­vo­la, per­ché io sono sta­to igno­ra­to, esclu­so dal di­bat­ti­to. Po­trei tro­va­re un ap­par­ta­men­ti­no. Non pos­sia­mo con­ti­nua­re così. Ho ven­ti­cin­que anni, uno sti­pen­dio e una car­rie­ra. Pri­ma non cre­de­vo fos­se ne­ces­sa­rio es­se­re dra­sti­ci. Pen­sa­vo che avrem­mo po­tu­to con­ti­nua­re così in eter­no. È ar­ri­va­to il mo­men­to di cam­bia­re le cose. Non ce la fac­cio più. Che or­che­stra, le mie don­ne. Suo­na­no come un uni­co stru­men­to. Non mi ar­ri­va nes­su­na te­le­fo­na­ta di con­fer­ma, non è mai pru­den­te far­ne, ma io so che è an­da­to tut­to come do­ve­va an­da­re. Alla Cen­tra­le mi av­vi­sa­no che c’è sta­ta una spa­ra­to­ria nei Quar­tie­ri, e che for­se la re­ta­ta va an­ti­ci­pa­ta. Con­se­gno la li­sta dei cor­rie­ri, op­por­tu­na­men­te mo­di­fi­ca­ta, e pen­so a quan­do si po­treb­be fare l’ope­ra­zio­ne. Tra tre gior­ni al por­to ar­ri­ve­rà un gros­so ca­ri­co, in­sie­me a quin­ta­li di si­ga­ret­te di con­trab­ban­do. Ci sa­ran­no tut­ti, è quel­lo il mo­men­to giu­sto. Se an­ti­ci­pas­si­mo la re­ta­ta, per­de­rem­mo una bel­la oc­ca­sio­ne per fare i fuo­chi d’ar­ti­fi­cio in te­le­vi­sio­ne. E poi do­vrem­mo di­vi­de­re la squa­dra, per ac­chiap­par­li. No, me­glio aspet­ta­re l’ar­ri­vo dell’Arca di Noè. San­to e Cie­lo si pa­ra­no da­van­ti alla scri­va­nia. Sono gli an­ge­li del­la mor­te, mi mo­stra­no un fo­glio con aria con­tri­ta. «Noi… non sap­pia­mo come dir­te­lo» mor­mo­ra San­to. «Ci di­spia­ce, capo» Cie­lo, ma­gna­ni­mo. Leg­go il rap­por­to del­la spa­ra­to­ria nei Quar­tie­ri e mi met­to le mani sul­la fac­cia, per as­si­cu­rar­mi di es­se­re an­co­ra lì.

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