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Il patto del marchese
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E-book401 pagine7 ore

Il patto del marchese

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Info su questo ebook

Come reagireste se l'uomo più in vista del Regno vi porgesse il suo aiuto? Accettereste la sua buona offerta, certo.
Non consideratemi un'ingrata per averla rifiutata. Ho le mie ragioni. Dietro la facciata di un lord magnanimo e misericordioso, si cela il più infido dei serpenti, pronto ad approfittarsi delle difficoltà di una donna per il suo diletto. La vita di corte dev'essere molto noiosa se è giunto fino a qui.
Bramate la bontà nel vostro soccorritore, non le fattezze della veste o del viso e siate sempre prudenti al cospetto di un marchese.
LinguaItaliano
Data di uscita16 mag 2016
ISBN9786050438246
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    Anteprima del libro

    Il patto del marchese - Giovanna Roma

    adulto.

    AVVERTENZE

    Per chi avesse letto La mia vendetta con te e il suo sequel Il Siberiano, sappia che ora ha tra le mani tutt’altro tipo di lettura. Non troverà toni forti, linguaggio crudo o scene particolarmente violente. Il libro nasce dal desiderio di sperimentare due generi totalmente opposti e da questa idea traggono origine La mia vendetta con te e Il patto del marchese.

    A chi non sa nulla di quest’opera

    Vero o falso che sia,

    quel che si dice degli uomini

    occupa spesso altrettanto posto nella loro vita,

    e soprattutto nel loro destino,

    quanto quello che fanno.

    (I Miserabili-Victor Hugo)

    Prologo

    Le mie azioni possono non essere condivise da tutti.

    I miei sbagli possono ricevere una punizione più severa d’altri se mal celati.

    Dipende tutto dal ruolo che si ricopre e da quanto in alto è posto il seggio di un uomo. La capacità di nasconderli, poi, varia a seconda dei propri mezzi.

    Un garzone sarà strigliato per aver perso una consegna. Deve obbedire al suo padrone e sopportare a testa bassa il rimprovero.

    Il ladro sarà incarcerato per aver rubato, perché è la legge che lo impone.

    Simili accuse non potranno mai scalfire il lustro della mia famiglia.

    Non esiste uomo che possa comandarmi o legge incriminarmi. Cosa mai potrebbe accadere a un marchese?

    La mia giovane esistenza si dissolve tra vizi e divertimenti, anelando a una qualche salvezza. Cresciuto nell’agiatezza, ridisegno il confine tra giusto e sbagliato. Il bene e il male diventano nozioni relative.

    Quali possono essere le mie colpe e come espiare i miei peccati?

    In questa gelida notte d’inverno abbandonate le vostre membra stanche vicino al focolare, mettetevi comodi e permettetemi di illuminarvi…

    I

    Molte fanciulle attendono questo momento per mesi interi: il debutto in società. Vestiti, cappellini, guanti, nastrini, tutto deve essere in ordine, ogni cosa va abbinata alla perfezione. È una vetrina, è una voce che grida: ecco chi sono, come so comportarmi, quali sono le mie doti. Oggi sono stata invitata a un ricevimento in una residenza maestosa ai confini del Regno. La magione ha una grandezza tale da imporre riverenza e rispetto verso i suoi abitanti. Il giardino si estende a perdita d’occhio per almeno mezzo miglio e se non fosse per l’imbrunire e il ricevimento nella residenza, avrei concesso alla mia curiosità di avventurarsi tra quegli alberi. Affascinante fuori quanto imponente dentro. Gli interni sono decorati in stucchi, numerosi dipinti rallegrano le stanze, statue in marmo sorvegliano ogni angolo delle sale, mobili pregiati e orpelli testimoniano il tocco femminile della padrona di casa.

    Il mio chaperon per la serata è anche la mia migliore amica, Charlotte Price. Una viscontessa poco più grande di me, con grandi occhi color ambra e pesanti boccoli raccolti ad arte in una crocchia. I nostri padri erano commilitoni e, dopo la scomparsa del mio, i suoi genitori si sono prodigati ad accogliermi in casa sotto la loro protezione.

    «Annabelle, che gioia essere qui!» sorride radiosa la mia accompagnatrice.

    È la ventesima volta che prende parte a un ballo ed è più eccitata di me. In verità tutto questo sfarzo e gli abiti elegantissimi mi colgono impreparata. Sono stata educata al portamento, alle buone maniere così come al buongusto e alle arti comuni quali canto, cucito, disegno. Non temo di incorrere in brutte figure, ma non vedo come il mio vestito o i miei tratti possano attirare i gentiluomini più di altre dame.

    «Sta tranquilla, Annabelle» mi sostiene Charlotte fermando il movimento nervoso delle mie mani sulla gonna. «Andrà tutto bene. Goditela e non pensare troppo.»

    I suoi sorrisi sono tra i più contagiosi che conosca e mi rassereno un po’. Sì, voglio darle ragione. Cosa può esserci di spiacevole in un ricevimento? Il peggio che possa capitare è di non prendere una nota alta quando accompagnerò la mia amica al pianoforte.

    «Vostra Grazia… Lady Amber.» Charlotte richiama l’attenzione di un’anziana signora di spalle. Lei si volta, visibilmente sorpresa di doversi girare e non essere, invece, andate noi davanti alla sua persona. Possiamo parlare con qualcuno solo se è un conoscente o venendo presentate, perciò è lei a introdurmi in società. In questo caso, se avessi potuto, l’avrei fermata prima.

    «Permettetemi di presentarvi Lady Annabelle…»

    «Quella… Annabelle? Figlia del barone di Warwick?» interrompe subito la donna.

    Charlotte è senza parole per il tono disgustato usato nei miei riguardi, però decido di non badarci.

    Eseguo il piccolo inchino richiesto dall’etichetta. «Sì, Vostra Grazia.»

    Mi gira intorno come un avvoltoio e si tamburella il mento con il ventaglio chiuso. Analizza attentamente ogni centimetro del mio vestito e del mio portamento. Neanche fosse un’ispezione delle patronesse di Almack’s[1].

    «È un piacere rivedervi» aggiungo debolmente. Le etichette ci costringono a essere false, a montare dei teatrini in aria per il quieto vivere.

    «Conosco bene la vostra storia, Lady Annabelle. Orfana di madre e figlia di un… assiduo frequentatore di bische. Siete cambiata moltissimo dall’ultima volta che vi ho vista. Quand’è stato?» Finge di pensarci mentre lo ricorda benissimo. A differenza della maggior parte dei miei conoscenti, il tempo è stato clemente con lei, non apportando pesanti cambiamenti nel suo volto. Giusto qualche capello bianco e le rughe sul collo magro. L’opulenta bellezza veste ancora le sue guance e non dubito vanti ancora di un’intelligenza avvolta da pregiudizi. Charlotte passa lo sguardo dall’una all’altra, riflettendo sulla prossima mossa.

    «Vi… vi conoscevate già, dunque.»

    «Sì, Sua Grazia e io eravamo vicine di casa diversi anni fa.»

    «Dieci» mi interrompe alzando l’indice davanti a sé. «Cambiai residenza dopo quella brutta storia…» e agita la mano storcendo il volto in un chiaro segno di disgusto. «Quello scandalo.» Ne parla come se discutesse di un’eresia. Non c’è bisogno che spieghi a Charlotte quale fu la mia disavventura e non ho l’animo di ricordarlo. Purtroppo vedo arrivare una coppia distinta e, conoscendo la bocca larga di Lady Amber, so che non si lascerà scappare l’occasione di diffondere pettegolezzi sulle nuove arrivate in società.

    «Lady Mary, Lady Mary» richiama animatamente la signora, prendendola sotto il braccio. «Questa è Lady Annabelle Hereford», spiega prima di rivolgersi all’ospite. «Figlia del defunto barone di Warwick… Ricordate Lord Hereford?»

    «Non sappiamo ancora se è…» provo a difendermi.

    «Rasserenatevi. Tali fatalità prima si accettano e meglio è. E poi ne hanno parlato tutti i giornali, io lo ricordo bene» riprende a raccontare.

    Stringo forte il nastro dell’abito di Charlotte, pregandola mentalmente che mi salvi da questo orribile impiccio.

    «Non rattristiamoci con gli eventi del passato, Vostra Grazia» interviene la mia amica, posando una mano inguantata su quella della duchessa. «Lady Annabelle adesso vive con noi e ha saldato tutti i debiti di suo padre già da molto tempo. Non c’è più nulla di cui parlare, se non delle sue doti. Ora non è più di Warwick, bensì viscontessa di Salisbury come me.»

    I suoi sorrisi sono stupendi e impongono obbedienza. Non mi sorprende che Lord Bryan l’abbia chiesta in moglie il giorno stesso in cui l’ha incontrata. Egli è sempre stato un uomo vivace ed espansivo, amante di ogni tipo di ballo e pertanto amabile agli occhi di qualunque fanciulla. Se a tutte noi fosse data la possibilità di scegliere, non vorrei sposare un uomo in base al suo portafoglio. Certo, il denaro è indispensabile, chi meglio di me può dirlo, però certe notti sogno che al mondo esista qualcos’altro. I poeti non possono solo cantare d’amore, deve esistere davvero. Charlotte è una delle poche persone ad aver scelto il suo pretendente e a sposarsi per amore. Ricordo di aver udito quella sera stessa sua madre pregare il Signore di farla maritare quanto prima. Se vedessi la mia bambina felicemente sposata, non avrei più nulla da desiderare. Queste furono le sue esatte parole. Come ogni giovane nutre delle aspettative da simili serate, lo stesso avviene nei cuori di ciascun genitore.

    Peccato che quanto Charlotte abbia appena rivelato, non sia esatto. Tutte le famiglie hanno i loro segreti e la mia non fa eccezione. Mio padre aveva innumerevoli creditori e io ho lasciato per ultimo il più pericoloso di tutti: Johnatan Wood, conte di Talbot. Il debito ammonta a migliaia di sterline e con i miei lavori clandestini di cucito e disegno non posso saldare se non fra anni e anni. Non ho avuto il coraggio di rivelarglielo per non angosciarla o farla preoccupare troppo. Salderò… prima o poi.

    «Ahimè, le colpe dei padri ricadono sempre sui figli» sentenzia Lady Amber.

    «Vostra Grazia tornerà ad abitare in città?» domando, sperando segretamente che risponda di no.

    «Sono qui solo per far visita a mio figlio Lord Russell, futuro duca di Norfolk.»

    Nell’udire quel nome il panico mi assale e inizio subito a sudare freddo.

    «Ed è qui, Vostra Grazia?» chiedo con la bocca secca.

    «Temo di no», sospira sconsolata. «Non l’ho visto in giro.»

    Dopo che si erano trasferiti, non avevo più sentito parlare di loro e con immenso sollievo devo aggiungere. Se Lady Amber era un tormento già da allora, suo figlio era molto peggio. Capitava spesso, nelle giornate afose, di trascorrere il pomeriggio all’aperto, lungo le rive del fiume. L’erba alta e i piccoli animali che abitavano le campagne erano motivi di gioco per i bambini più piccoli. Ancora non conoscevo Charlotte e le mie uniche compagnie erano Robert Hunt, un giovanotto col volto ricoperto di lentiggini e Russell Blackwar, un dispettoso attaccabrighe dai capelli corvini. Non perdeva mai occasione per fare la lotta con il mio amico e spaventarlo con serpenti o ragni. Ricordo quando gli ruppe il braccio spingendolo giù da un albero. Fu la settimana durante la quale venne in visita suo cugino Cornelius Hunt da Glasgow. Robert voleva dimostrare la sua cavalleria a entrambi e si arrampicò per riprendermi il cappellino portato via dal vento. Mi sono sentita terribilmente in colpa per quella violenza. Sono rimasta al suo fianco per giorni aspettando che guarisse e difendendolo dagli attacchi di Russell. Io ero la più piccola con i miei sei anni, eppure sentivo il dovere di fermarli e di proteggere Robert. Cornelius rimproverò il marchese duramente, ma certo non fu in grado di spaventarlo o convincerlo, dopo la sua partenza, a desistere dall’attaccare ancora.

    Un giorno mi trovavo sola per i campi, dove l’erba era lasciata crescere alta. Cantavo un motivetto sentito dalla balia quando cucinava le focaccine per cena. Vi andavo spesso, perché lì nessuno poteva disturbarmi. Ondeggiavo il vestito nuovo tenendo i lembi con due dita. Giravo in tondo fingendo di essere una cantante sul palcoscenico di un grande teatro. La balia mi aveva proibito di indossarlo, però avevo insistito così tanto e promesso mille volte di non sedermi per terra e sporcarlo, che alla fine aveva ceduto alle mie suppliche.

    Perché far confezionare un abito nuovo per poi non indossarlo subito? A cosa serve conservarlo solo per le domeniche? È un vero peccato… e uno spreco! All’improvviso ricordo di aver sentito troppo silenzio intorno a me. Un brivido mi percorse la schiena e iniziai a intrecciare le dita sudate.

    «C’è nessuno?» bisbigliai. Niente. Quasi speravo di non ricevere risposta. «C’è nessuno?» ripetei indietreggiando. Qualcosa mi spinse alle spalle e finii con la faccia a terra. L’erba attutì il colpo e mi girai supina, spaventata. Russell torreggiava su di me incrociando le braccia al petto. Portava i pantaloncini macchiati di terriccio alle ginocchia, bretelle slabbrate e camicia fuori dalle braghe. I capelli neri e gli occhi cattivi lo facevano sembrare il diavolo in persona.

    «Hai finito di cantare, uccellino?» Il suo ghigno era spaventoso. Cose terribili succedevano a Robert e Cornelius tutte le volte che il maligno mostrava il sorriso.

    «Va via, Russell!» Fingevo un coraggio che, sapevamo entrambi, non possedevo.

    «Per te sono Lord Russell, stupida. Non dimenticare da dove vieni.»

    Provai a rialzarmi, ma con un piede infangato contro la spalla, mi ributtò a terra. Il vestito immacolato ora era fradicio e puzzolente. Tirò fuori un piccolo pugnale dalla tasca e io urlai con tutto il fiato che avevo in corpo. Fu subito su di me per tapparmi la bocca con la mano libera.

    «Sta zitta, non voglio ucciderti.»

    É sempre difficile crederlo quando si è braccate a terra da qualcuno tre volte la tua stazza e per di più armato.

    «Non gridare, Annabelle» sussurrava tranquillo.

    Con le braccia lottavo strenuamente per spingerlo via. Gli strattonavo la camicia, gli graffiavo il collo robusto e piangevo sotto la sua mano calda.

    «Devi solo imparare come ci si comporta. Mio padre dice che se non domini una cavalla, non sarà mai addomesticata.»

    La lama scendeva pericolosa per tutto il mio corpo.

    «Se non stai ferma rischio di farti un buco in pancia.»

    Mi immobilizzai all’istante, come la statua dell’angelo che avevo visto in chiesa. Il coltello scendeva inesorabile sino in vita. Con dita tremanti abbassavo l’orlo del vestito, sollevatosi durante la lotta.

    «Adesso tolgo la mano e se gridi ancora… non ci penserò due volte a sventrarti.»

    Feci segno di sì con la testa e, a poco a poco, mi liberò la bocca.

    «Apri le gambe» ordinò gelido.

    «Perché?... Vattene» piagnucolai.

    «Aprile o lo farò io per te!» urlò di rimando. Le divaricai tremante e lui ci piazzò il pugnale in mezzo, riducendo a brandelli la gonna del vestitino nuovo.

    «Smettila» gli gridavo. «Lord Russell, per piacere.»

    Lui afferrò saldi i miei capelli lunghi e avvicinò il volto al suo. Sentivo l’odore di cuoio delle scuderie dov’era stato.

    «Non devi metterti in mezzo quando combatto contro Robert. Hai capito, stupida? Non fare l’infermierina con lui, non lo difendere o lo ridurrò in tanti piccoli pezzettini e non potrai mai più ricomporlo.»

    «Lasciala andare, Russell!» Robert arrivò in mio soccorso con una mazza da cricket in mano. Si bloccò appena lo vide su di me con un pugnale in mano e la mia gonna strappata. Dov’era il cugino? Con il suo prezioso aiuto avremmo avuto qualche possibilità in più.

    «Mostrami rispetto! Io non prendo ordini dalla feccia» sibilò velenoso.

    Il rango sociale era molto importante per le nostre famiglie e persino un bambino lo capiva. I Norfolk non perdevano mai occasione per ricordarci che essere una baronessa o peggio un plebeo, non era lo stesso che essere un duca.

    Robert aveva ancora il braccio rotto e temevo per la sua incolumità.

    «Ti prego, va via.»

    Mi guardava stranito. Dovevo rassicurarlo. «Va tutto bene, davvero.» Mi sentivo ridicola a dire una bugia del genere, quando era evidente come il sole che eravamo entrambi in pericolo.

    «Hai sentito la signorina?» La sua presa si fece più morbida e la mano scese ad afferrarmi la nuca. «Va tutto bene. Ci stiamo solo divertendo» e mise da parte il pugnale. «Torna a giocare con le bocce, magari ritrovi le tue.»

    Robert era rosso dalla rabbia e scagliò il bastone contro Russell, il quale parò il colpo col braccio libero. Il secondo dopo fu su quel poveretto a riempirlo di pugni. Saltai in piedi come una molla e mi aggrappai salda al suo braccio destro per bloccarlo. Era talmente forte che poteva colpirlo trascinandomi dietro gli affondi.

    «Russell, è ferito. Abbi pietà, non picchiarlo.»

    «Ti ho detto di non difenderlo!» Si voltò furioso nella mia direzione. Gli occhi azzurri erano colmi d’ira e i denti bianchi sembravano pronti a mordere e macchiarsi del mio sangue.

    «Ti supplico, non ucciderlo» bisbigliavo spaventata. La belva sembrò placarsi, ma non scomparve così com’era apparsa, perché mi artigliò il polso e mi portò via con sé, fino a riconsegnarmi alla balia.

    «Oh Annabelle, dobbiamo assolutamente provare il nuovo pianoforte di Lady Josephine.» Charlotte mi desta dai ricordi. «È grandissimo!» e vengo trascinata verso la sala della musica. Sa che cantare mi tirerà su il morale.

    Sono trascorsi molti anni dall’ultima volta che ho visto il marchese e una ragazza colta non dovrebbe avere pregiudizi.

    Fino alla scomparsa di mio padre la mia istruzione era limitata al cucito. Le conoscenze della musica, del dipinto, della letteratura e delle buone maniere erano pressoché inesistenti. Grazie ai Price ho ampliato i miei orizzonti e posso aspirare a un futuro migliore. Nel pensiero e nell’animo sento di essere molto cambiata. Vivo più serena e tranquilla, sono più giudiziosa di un tempo. Non posso escludere che anche un bambino solo e prepotente come lui abbia subito dei cambiamenti. Magari ora è un padre di famiglia, perfettamente in grado di sapersi comportare in pubblico.

    «Mi dispiace per quanto è successo prima» mormora la mia amica una volta lontane dalle orecchie di Lady Amber.

    «Non dispiacertene, non è successo niente di irreparabile» rispondo con un debole sorriso. «Conosco bene quella donna e la sua lingua. Non lascerò che ci rovini la serata.»

    «Ben detto!»

    Sono settimane che Charlotte insiste perché l’accompagni in un’aria particolarmente difficile. Mi impegnerò al massimo per non deluderla. Dopo poche note si crea una discreta folla intorno a noi. Sono tutti intenti ad ascoltare, ma non ci bado più di tanto. Quando canto, l’ambiente intorno a me scompare per dare spazio alla melodia. È un momento speciale e rilassante al tempo stesso. Non so cosa farei senza la musica nella mia vita. Gli applausi mi riportano da Charlotte. Lei e io ringraziamo con un inchino e ci spostiamo in un’altra sala per permettere alla prossima giovane di esibirsi al pianoforte.

    Trascorriamo un buon quarto d’ora tra le leccornie di Lady Josephine, fin quando i musicisti di Lord David, il padrone di casa, non iniziano a suonare. Le danze sono ufficialmente aperte.

    «Allora, Annabelle… Qualche gentiluomo ha attirato la tua attenzione? Ho dato uno sguardo veloce alle sale accanto e ho contato più uomini che gentildonne» bisbiglia agitandosi il ventaglio.

    Strano, mi sembra preoccupata. Non è forse una buona notizia? Di questi tempi è difficile trovare un ricevimento con una simile quantità e noi siamo qui per questo. Teme che sbagli o che le faccia fare brutta figura? In fondo lei rischia portando una debuttante, perché tutto ciò che farò si rifletterà sulla sua persona. Sarà responsabile della mia condotta. Si presume che mi abbia insegnato il ton, anche se in realtà non è stata lei a farlo.

    «Andrà tutto bene, dolce Lottie» la rassicuro prendendola per le braccia. «Non farei niente che possa metterti in cattiva luce. Sei l’amica più cara che ho.»

    Sbuffa trattenendo male un sorriso. «Non essere ridicola, non temo gli scivoloni. Le gentildonne come noi conoscono sempre un modo per raggirarli» e chiude il ventaglio in un colpo solo facendomi sussultare. «Promettimi che sorriderai quando danzerai e non rifiuterai l’invito di nessuno.»

    I suoi occhi sono incastonati nei miei e non li lasciano andare.

    «Nessuno, Annabelle.» Temo la sua serietà in un luogo di festa e abbasso il capo. Guardo la sala e non scorgo alcun volto familiare o col quale non avrei il piacere di conversare. Che cosa ha visto? Chi ha incontrato?

    «Te lo prometto» sussurro poco convinta.

    «Bene, allora possiamo andare.»

    Il ballo è il momento più importante della serata, un’occasione sociale che osserva rigide regole di comportamento. La prima danza è un allegretto e ci disponiamo tutti in due lunghe file uno di fronte all’altro. Questo tipo di coreografia richiede uno scambio di coppia ogni cinque minuti e così a tutti è permesso conoscere tutti. Solo in un secondo momento il partner diventerà fisso per l’intera durata della melodia.

    Siamo ormai prossimi alla fine, quando scorgo una figura che non credevo di incontrare. In verità avrei dovuto sospettare di vedere due luminosi occhi azzurri scrutarmi come fari da sopra l’orlo di un bicchiere di cristallo. Sebbene Lady Amber avesse dichiarato la sua assenza, in cuor mio sapevo di non poter vantare una tale fortuna.

    Lord Russell indossa un soprabito più corto sul davanti e diviso in due trasversalmente. È molto aderente sul petto e sulla schiena. I colori più chiari del panciotto e del pantalone ne risaltano la muscolatura, conferendogli l’aspetto di una statua di marmo. Il fazzoletto è annodato ad arte intorno al collo e gli stivali di pelle nera marcano la possanza dei polpacci. Anche da piccolo sembrava un gigante. Ha l'aria di chi è sicuro di sé e sa di interessare qualunque interlocutore gli capiti di incontrare. Ragion per cui dubito che le mie supposizioni su un cambiamento del carattere fossero esatte.

    La sorpresa mi fa accidentalmente pestare il piede dell’uomo che ho di fronte.

    «Mi dispiace, sono desolata.»

    «Non si preoccupi, milady. Mi ha sfiorato appena.»

    È molto gentile, perché in realtà l’ho centrato in pieno. Torno con lo sguardo verso l’angolo, ma è sparito. So bene di aver promesso di non nutrire pregiudizi, però quegli occhi lasciano poco spazio ai dubbi.

    Lo rincontro solo un’ora dopo, mentre discorre con una giovane fanciulla dalla bocca grande e i capelli lisci. Russell sembra sempre lo stesso, solo più maturo e consapevolmente affascinante. Alto e dalla muscolatura solida, la natura è stata ingiustamente generosa con lui: un uomo tanto bello fuori è uno specchietto per le allodole. Le basette sono l’unico tratto che lo rende simile a tutti gli altri gentiluomini della sala, ma i capelli ondulati non sono della lunghezza richiesta dalla moda.

    «Tieni, bevi.»

    Charlotte mi porge un bicchiere d’acqua fresca. «Sei tutta rossa, prendilo» insiste.

    Accetto e lo svuoto in pochi sorsi. Non mi ero accorta di avere tanta sete. Con un tempismo imbarazzante, Russell guarda nella nostra direzione. I suoi occhi emanano un calore avvolgente. Nessun gentiluomo sarebbe così sfacciato da fissare una donna in quel modo.

    «È pericoloso contemplare quell’uomo. Porta solo guai.»

    Lo guarda con un astio misto a preoccupazione e io mi sforzo di mantenere un contegno posato.

    «Era a lui che ti riferivi prima?»

    Fa cenno di sì con la testa. «Lord Russell… Pare che sia un habitué delle risse e delle corse clandestine. Tutto ciò che vi è di estremo e pericoloso porta il suo nome. Non è affatto come tutti gli altri gentiluomini. Basta guardare il modo indecente in cui ti osserva.»

    «Ha vissuto abbandonato dagli affetti dei cari» ricordo. «Non ha avuto la nostra stessa fortuna. Cerchiamo di non essere troppo severe, Lottie. Magari sono solo voci maligne, prive di fondamento. Non voglio credere che un uomo non possa migliorare, che l’istruzione e la cultura non possano apportare quelle migliorie decantate dai filosofi. Io stessa ne sono la prova.»

    Si volta verso di me e richiude il ventaglio con uno scatto.

    «Promettimi che starai attenta. Non farti ingannare da parole dolci e false lusinghe. Sei giovane e ti stai affacciando solo ora alla vita. Il tuo cuore è ancora sensibile e riceve affamato le prime impressioni di qualunque gentiluomo, ma non permettere che si alimenti solo della vista o che essa sia una giustificazione per lasciarti avvicinare. Credi che il mondo sia buono e caro senza sapere che è un’illusione. Con uomini come lui fatti trovare sempre impegnata in qualche attività, così che non abbia pretesto per rivolgerti la parola. Non posso dirti di ignorarlo o essere maleducata con un Lord della sua importanza-»

    «Charlotte, Charlotte respira.»

    Le massaggio le braccia tese, mostrandole come ritrovare la calma in profondi respiri.

    «No, Annabelle. Credi che tutti siano giudiziosi come te, ma ti sbagli. Sebbene egli splenda come il sole…» Si interrompe e gli lancia uno sguardo sospettoso. «Cela ogni tipo di male. Ho sentito dire che è stato in carcere per omicidio e ha molti figli illegittimi sparsi per il Regno. Ha compromesso molte giovani e solo il cielo sa cos’altro nasconde.»

    «Puoi stare tranquilla. Ho la fortuna di non rientrare nelle sue grazie», sollevo le spalle. «Non è interessato alla mia compagnia. Da piccoli eravamo vicini di casa e mi faceva i dispetti da mattina a sera.» Alzo gli occhi in modo teatrale per dare più enfasi alle parole e tentare di convincerla. «Ho sopportato di tutto da quella peste. Non c’è niente che possa farmi e che non abbia già patito.»

    Le guardo le spalle e vedo Russell fissarmi con un sorriso pericoloso mentre la giovane al suo fianco continua a parlare ignorata.

    «Allora perché ti guardava?» insiste.

    «Magari ha il torcicollo o sente solo da un orecchio e deve tenere la testa girata», scherzo per alleggerire la tensione.

    «O gli piace ciò che vede.»

    «Non si avvicinerà a me e non augurarmi una sciagura del genere.»

    Le mie gambe tremano quando cammina deliberatamente piano nella nostra direzione. Sembra ancora il diavolo in persona. La sua compostezza e la sua fierezza creano un’aura tetra lungo il percorso.

    «Lady Annabelle.»

    La mia amica si volta di scatto, fornendogli lo spazio verso di me. Per un istante perdo la parola, immersa nella contemplazione del suo volto. Con un sorrisetto sfrontato si protende per un baciamano. Mano che ricordo avvolta intorno ai miei capelli per tenermi ferma.

    «Avete freddo?», domanda alzando un sopracciglio.

    Il suo pollice disegna dei piccoli cerchi sulle mie dita. «Sento che tremate», osserva con voce roca. «O devo forse credere che sia per la mia presenza?», continua sornione.

    «Lord Russell», si intromette la mia chaperon.

    «Lady Charlotte», risponde con un inchino. «Ero venuto a porgere i miei saluti a una vecchia amica», mi sorride mostrando i suoi denti perfetti. Anni fa avrei tremato sotto le sue fauci, mentre adesso ne sono ipnotizzata.

    «Cosa vi porta alla nostra piccola soirée?»

    «Conoscenze in comune», taglia corto evasivo.

    «E vi tratterrete a lungo… qui in città?», aggiunge per non sembrare maleducata.

    «Solo il tempo richiesto dagli affari… e dal divertimento.»

    Dovrebbe guardare Charlotte, poiché è lei a porre le domande, invece continua a sorridermi.

    «Sono certa che quello non vi mancherà, Lord Russell.» Charlotte va a ruota libera. Sono a disagio, non si attiene all’etichetta e non so come reagire in questi casi.

    «Sareste così ospitale da concedermi l’onore del primo ballo di ritorno nel Regno, Lady Annabelle?»

    Guardo lei e poi lui. «Certo» mormoro incerta.

    Una volta tornato tra la folla per prepararsi, Charlotte porta il ventaglio aperto alla mano destra, come per dirmi ti sei resa troppo disponibile per lui.

    «Ma sei stata tu a dirmi di accettare», la rimprovero sottovoce.

    «Ha visto che lo fissavi inebetita. Ti avevo raccomandato di farti vedere impegnata.»

    «Che cosa dovevo fare?», chiedo incredula dei suoi rimproveri.

    «Non farlo aspettare, va!» e mi spinge verso il centro della sala. Ah, adesso non devo farlo aspettare?! Prima mi dice di evitarlo e poi mi getta tra le sue zanne.

    Ci disponiamo in file e iniziamo a danzare.

    «Non credevo amaste le soirée» dico avanzando verso di lui con un passo. «Ricordo che da bambini preferivate fuggire in giardino dalla finestra della vostra camera» e ci allontaniamo.

    «Che memoria, Lady Annabelle.» Sorride compiaciuto, spingendosi per prendermi le mani.

    «Preferite gironzolare per la sala, considerato che il giardino non è il parco giochi di un adulto?»

    Ci muoviamo in tondo per poi separarci.

    «Sapete, la danza offre un divertimento migliore e la stessa libertà» mi spiega girando intorno a un'altra dama.

    «Libertà? È piena di regole ed etichette. Ogni movimento è definito e puntuale» ribatto entrando nella mia fila. Non deve essere un bravo ballerino, se vanta simili filosofie.

    «Può darsi.»

    I due gruppi avanzano, entrando negli spazi di ciascun ballerino.

    «Aggiungerei anche che è socialmente utile: le persone possono incontrarsi, conoscersi e mantenere il massimo decoro. Come sarebbe possibile altrimenti, non trovate?»

    Attende che il danzatore gli ruoti intorno, prima di riprendere a parlare.

    «Solo questo?» sorride scettico. «Non sottovaluterei le sue seduzioni.»

    Procediamo lungo il corridoio formato dalle due file, uno di fianco all’altro.

    «Essa offre l’incredibile possibilità del contatto tra un uomo e una donna.» Attende di avvicinarsi alle mie spalle e che io mi fermi davanti a lui per sussurrarmi sul collo.

    «Non lo trovate elettrizzante, milady?»

    Il suo fiato caldo sulla pelle è un brivido in tutto il corpo. Socchiudo gli occhi e dimentico qualche passo. Non l’avevo mai considerata sotto questo

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