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Mondi senza tempo
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E-book469 pagine6 ore

Mondi senza tempo

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ROMANZO (324 pagine) - FANTASCIENZA - Il romanzo conclusivo dell'acclamato ciclo dell'Universo Insonne. La sfida finale per Tobruk Ramarren in una galassia ormai fuori controllo

Dopo le avventure descritte in "Falsi Dèi", Tobruk Ramarren è finalmente tornato a casa. Ma la Repubblica non è più il posto dorato che aveva lasciato alla partenza. Una grave crisi minaccia l'incolumità dello Stato, una nuova guerra con il vicino Sistema di Hassad incombe. Nel passato deve essere accaduto un evento imprevisto, e la storia dell'Universo è radicalmente cambiata. Ben presto Tobruk è costretto ad affrontare la realtà: nel mondo che ha trovato al suo ritorno non c'è più posto per lui. Sospettato, manipolato e braccato, per rimettere ordine nella Galassia, dovrà scendere a patti con il suo nemico giurato: Vladimir il Sanguinario. È giunto il momento di mettere in gioco la propria vita: senza Tobruk Ramarren, la storia dell'Universo potrebbe persino essere migliore...

Francesco Troccoli, nato a Roma nel 1969, si è imposto sulla scena della fantascienza nel 2012 con l'uscita del romanzo "Ferro Sette", edito da Curcio, al quale è seguito l'anno dopo per la stessa casa editrice "Falsi Dei". I due romanzi, riproposti in questa collana da Delos Digital, sono ambientati nel cosiddetto Universo Insonne, per i quali l'autore ha scritto anche un piccolo prequel, "Hypnos", uscito nella collana Robotica.it. Del 2012 è "Domani Forse Mai" (Wild Boar), raccolta di racconti a cura dell'associazione RiLL. Ha curato con Alberto Cola l'antologia "Crisis" (Dalla Vigna 2014) ed è membro della Carboneria Letteraria, con cui ha pubblicato il romanzo collettivo "Maiden Voyage" (Homo Scrivens 2014).
LinguaItaliano
Data di uscita12 mag 2016
ISBN9788865306772
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    Anteprima del libro

    Mondi senza tempo - Francesco Troccoli

    a cura di Silvio Sosio

    Francesco Troccoli

    Mondi senza tempo

    Romanzo

    Prima edizione maggio 2016

    ISBN 9788865306772

    © 2016 Francesco Troccoli

    Edizione ebook © 2016 Delos Digital srl

    Piazza Bonomelli 6/6 20139 Milano

    Versione: 1.0

    Font Fauna One by Eduardo Tunni, SIL Open Font Licence 1.1

    TUTTI I DIRITTI RISERVATI

    Sono vietate la copia e la diffusione non autorizzate.

    Informazioni sulla politica di Delos Books contro la pirateria

    Indice

    Il libro

    L'autore

    Mondi senza tempo

    Dedica

    Citazione

    Prologo

    I.

    II.

    III.

    IV.

    V.

    VI.

    VII.

    VIII.

    IX.

    X.

    XI.

    XII.

    XIII.

    XIV.

    XV.

    XVI.

    XVII.

    XVIII.

    XIX.

    XX.

    XXI.

    XXII.

    Annotazione in calce al manoscritto

    Epilogo

    Ringraziamenti

    Delos Digital e il DRM

    In questa collana

    Tutti gli ebook Bus Stop

    Il libro

    Il romanzo conclusivo dell'acclamato ciclo dell'Universo Insonne. La sfida finale per Tobruk Ramarren in una galassia ormai fuori controllo

    Dopo le avventure descritte in Falsi Dèi, Tobruk Ramarren è finalmente tornato a casa. Ma la Repubblica non è più il posto dorato che aveva lasciato alla partenza. Una grave crisi minaccia l’incolumità dello Stato, una nuova guerra con il vicino Sistema di Hassad incombe. Nel passato deve essere accaduto un evento imprevisto, e la storia dell’Universo è radicalmente cambiata.

    Ben presto Tobruk è costretto ad affrontare la realtà: nel mondo che ha trovato al suo ritorno non c’è più posto per lui. Sospettato, manipolato e braccato, per rimettere ordine nella Galassia, dovrà scendere a patti con il suo nemico giurato: Vladimir il Sanguinario.

    È giunto il momento di mettere in gioco la propria vita: senza Tobruk Ramarren, la storia dell’Universo potrebbe persino essere migliore…

    L'autore

    Francesco Troccoli, nato a Roma nel 1969, si è imposto sulla scena della fantascienza nel 2012 con l'uscita del romanzo Ferro Sette, edito da Curcio, al quale è seguito l'anno dopo per la stessa casa editrice Falsi Dei. I due romanzi, riproposti in questa collana da Delos Digital, sono ambientati nel cosiddetto Universo Insonne, per i quali l'autore ha scritto anche un piccolo prequel, Hypnos, uscito nella collana Robotica.it. Del 2012 è Domani Forse Mai (Wild Boar), raccolta di racconti a cura dell'associazione RiLL. Ha curato con Alberto Cola l’antologia Crisis (Dalla Vigna 2014) ed è membro della Carboneria Letteraria, con cui ha pubblicato il romanzo collettivo Maiden Voyage (Homo Scrivens 2014).

    Dello stesso autore

    Francesco Troccoli, Hypnos Robotica.it ISBN: 9788867759767 Francesco Troccoli, Ferro Sette Odissea Digital Fantascienza ISBN: 9788865305768 Francesco Troccoli, Falsi dei Odissea Digital Fantascienza ISBN: 9788865306246

    A Federica, che fa nascere i colori di Haddaiko.

    Tudo pode ser contado de outra maneira

    José Saramago

    Prologo

    Il mio nome è Tobruk Ramarren e oggi morirò.

    I raggi di un unico sole seguono un percorso incerto, disseminando le radure di pozze di luce che si alternano ad ampie zone oscure. Aggrappati ai nostri hover monoposto, Kuom e io sfrecciamo compiendo balzi e virate fra fusti di calibro immenso, tronchi riversi in terra e distese di arbusti, che la velocità trasforma in strisce multiformi e continue.

    A guidarci è la mappa custodita nella mia mente. Come molte altre informazioni sepolte dentro di me, ha superato indenne secoli e millenni, attraversando universi fra loro inconciliabili, nonostante la mia resistenza, il mio continuo tentativo di tornare indietro, arrendermi. Salvarmi. Ma in questo momento il bosco è intorno a noi, il giorno della resa dei conti è arrivato, indietreggiare non è un’opzione ammissibile.

    La ritirata non è contemplata, Tobruk Ramarren.

    Le parole di un uomo, che non avevo mai avuto il coraggio di chiamare padre, riecheggiano nella mia mente insieme a tutto ciò che la sua generosità ha saputo donarmi finché il gioco del caso, che lui si ostinava a chiamare destino, gli ha concesso di indicarmi la strada.

    Il nostro obiettivo è vicino. Gli hover rallentano, mentre rami e arbusti recuperano le loro sembianze di inermi esseri viventi.

    Ci fermiamo sul bordo di una radura fiorita. Una distesa di macchie rosse, viola, azzurre, finalmente immobili, sembra darci il benvenuto. Nel mezzo, illuminato dal sole, un drappello di cavalieri ci attende. I cavalli scalciano, nitriscono; il rumore degli zoccoli sul terreno risuona sordo, mentre ci avvolge l’odore acre di gas ionizzato delle armi a impulso tarate per uccidere.

    Kuom è l’ultima speranza di un mondo in bilico fra realtà e possibilità, ma questo non m’impedisce di odiarlo.

    Scendiamo dagli hover. Procediamo a fatica nell’erba alta, mentre le sagome dei cavalieri s’ingrandiscono. Puntano le armi verso di noi, gridano versi d’allarme. Kuom risponde parole che sanno allo stesso tempo di ordine e preghiera. I cavalieri si calmano, uno di loro smonta da cavallo. Riconosco le insegne sulla sua armatura, il copricapo che lo identifica come un condottiero, il sorriso. Quell’uomo mi ha già tradito una volta, ed è ancora il tradimento a guidare le sue mani mentre porgono al mio compagno un oggetto. Ma il tradimento fa parte del disegno per il quale siamo qui. Devo fare la mia parte, devo anch’io tradire i miei amici, al solo scopo di salvarli. Tradire me stesso e poi essere punito. È la sola certezza che mi resta.

    Kuom prende l’oggetto. È un cilindro sottile, allungato. Poi il cavaliere s’inchina con l’umiltà dei vigliacchi e dei servitori dei potenti. Perché Kuom è potente, ed è per questo che il mio odio è così intenso. Parlano fra loro in un linguaggio che non ho mai imparato, eppure comprendo ogni parola.

    L’uomo torna fra i suoi, monta a cavallo. Gli zoccoli riprendono il loro tramestio. Il vento si leva improvviso e schiaffeggia le nostre sagome di personaggi che recitano il loro ruolo in questo proscenio fuori dal tempo; figure umane abbagliate dall’illusione di possedere una volontà propria.

    Attendiamo che i cavalieri si siano dileguati. Quando non resta che il sibilare del vento, Kuom apre il cilindro che il traditore gli ha consegnato. Ne estrae un'antica mappa di carta, la svolge con cura, la osserva, la studia. Poi lancia uno sguardo verso il cielo e individua la nostra destinazione finale.

    Mi fissa, e nel suo sguardo sento echeggiare una domanda.

    – Sei pronto, Tobruk Ramarren?

    Annuisco, con la certezza che tutto questo è già avvenuto.

    Non è un sogno.

    I.

    Il nodo che sentivo alla gola non era tristezza né paura, ma la canna di un fucile. Il sonno mi abbandonò come un vento che cessa all’improvviso. Steso sul letto, nell’aria immobile, aprii gli occhi in un lampo. La prospettiva sdoppiava l’immagine del tubo metallico dell’arma. Il mio sguardo lo risalì, fino alla testa di un uomo in uniforme, piegata su un lato, avvolta dal casco di protezione. Dalla fessura mi fissavano due occhi socchiusi. Una goccia di sudore brillò su un sopracciglio. L’uomo imbracciava l’arma come se tenesse sotto tiro un intero esercito. Cercai di parlare, ma mi stava quasi strozzando e ne venne fuori poco più di un rantolo.

    Il soldato allentò la pressione.

    – Non si muova – ordinò. – Lei è in arresto.

    Indossava una divisa corazzata. Erano anni che non ne vedevo una. Sul casco nero spiccava il rametto di lichene rosso, simbolo della Repubblica.

    – L’ho trovato! – gridò subito dopo, rivolgendosi verso la porta per un solo istante. Nessun comunicatore radio. Operazione sotto copertura.

    Cercai di muovermi, ma fu inutile. I soli muscoli che potevo comandare erano dal collo in su. Doveva avermi sparato un inibitore nell’ipofisi. Questo spiegava il sapore di sangue che sentivo aumentare in bocca. Guardai a destra, poi a sinistra, e riconobbi la mia stanza, nella mia casa, nel cuore di Haddaiko. Non riuscivo a ricordare quando diavolo ci ero arrivato.

    – La donna è di qua! – gridò una seconda voce da un’altra stanza.

    Di riflesso, tutti i muscoli che l’inibitore aveva risparmiato entrarono in azione all’unisono. Spalancai la bocca, allargai le narici, sputai grumi di sangue e saliva, tirai fuori la lingua. Gridai, con la forza della disperata condizione di uomo paralizzato al cospetto dei suoi torturatori.

    – Non dovete toccarla!

    Fu un grido rauco, disumano, assordante.

    – Anche la sua compagna Alina Radu è in arresto, Signore – biascicò il soldato.

    Diedi uno strattone con il collo che scosse tutto il corpo bloccato e fece tremare il letto. Ogni tanto gli occhi del soldato svolgevano rapide incursioni sulle mie gambe.

    – Devi sperare che l’inibitore mantenga l’effetto, o non uscirai vivo da qui – sibilai.

    Il soldato indietreggiò di un passo tenendomi sotto tiro, se possibile, con più convinzione. Adesso stava mirando alla fronte. Un compagno gli apparve alle spalle.

    – Non riusciamo a trovare il ragazzino! – esclamò.

    – Chi siete? – gridai ancora.

    – Soldati dell’Esercito Repubblicano, Signore. Con l’ordine di arrestarla.

    – Per quale ragione?

    – Non siamo in grado di dirglielo, signore – rispose l’altro. Era più giovane del primo.

    – Sono un ufficiale di alto grado. State commettendo un errore e ve ne pentirete per tutta la vita.

    – Lei è stato degradato, Signore.

    Urla arrivarono dall’altra stanza. Una voce femminile. Alina.

    – Lasciatela! – gridai a pieni polmoni. – Perché? Perché vi comportate così? Non è questo il modo di agire della Repubblica!

    – I tempi sono cambiati, Signore. La Repubblica sta morendo.

    In un istante di lucidità mi chiesi come mai un semplice soldato, nel momento in cui teneva sotto tiro una delle tre o quattro personalità più importanti dell’apparato militare in cui era inquadrato, si azzardasse a fare commenti di natura politica.

    Lo guardai meglio. Perché per un banale arresto lo avevano dotato di una corazza da assalto, armi pesanti, puntatore e granate? Quella era una tenuta da combattimento in piena regola. Era assurdo.

    – Papà! – era la voce di Falk. Mio figlio. Aveva appena cinque anni e suo padre era bloccato a letto mentre qualcuno cercava di sequestrarlo.

    – Calmo, piccolo! – gridai. – Tuo padre sta bene, risolveremo tutto!

    Gli occhi mi si gonfiarono all’istante. Lacrime di rabbia sgorgarono.

    – Resta con tua madre! – aggiunsi, sperando che potesse farlo.

    D’un tratto ritrovai la calma.

    – Qual è il tuo nome, figliolo? – dissi al soldato. Se sorrise, fu solo per un microscopico istante.

    – Parìd, Signore.

    – Parìd. Sai perché ti hanno ficcato dentro quell’imbracatura da guerra? – gli dissi con tono piatto. Iniziavo a ricordare. Non era assurdo. Per niente.

    Vidi un lampo nei suoi occhi. Le sue labbra iniziarono a muoversi, ma il suono non ebbe il tempo di uscirne.

    Il vento che era cessato al mio risveglio tornò a soffiare. Partì alle mie spalle, spalancando la finestra, sotto forma di una sferzata che sollevò il soldato da terra. La stanza fu inondata di luce calda e ramata. Dalla sua arma partì un impulso che colpì il soffitto scavando una linea incandescente durante il volo che lo scaraventò contro la parete. Nel frattempo altri tre o quattro militari stavano correndo per raggiungerci nella stanza, mentre il soldato alle spalle del primo si era gettato a terra e aveva iniziato a spararmi addosso come un forsennato. Con una precisione di cui non sapevo di essere in grado intercettai ogni singolo impulso e lo ritorsi contro lui e gli altri, che furono centrati e caddero, uno dopo l’altro. Marionette con i fili tagliati.

    A quel punto la mia mente iniziò a fluttuare. Nessuno di quei poveri idioti mandati allo sbaraglio sapeva nulla di utile, ma le loro divise dotate di uno strato di rinforzo triplo dichiaravano che chiunque li avesse spediti nella mia casa sapeva che avrei manifestato il mio disappunto in modo piuttosto inusuale. Immobile, sul mio letto, pervaso da gratitudine verso gli antichi Terrestri dai quali avevo appreso quelle straordinarie capacità, mi accingevo a riprendere il possesso della mia abitazione. E della mia vita.

    Fuori dalla porta ne abbattei due, che crollarono l’uno a peso morto sull’altro. Il corridoio era libero. Spalancai la porta della stanza accanto e una pioggia di impulsi si riversò sulla luce che si era aperta. Ma io ero ancora steso nel mio letto, paralizzato dal collo in giù. Il vigliacco che l’aveva arrestata si faceva schermo di Alina, ma dopo qualche istante gettò la sua arma in terra e si portò le mani alla gola, rantolando. Cadde in ginocchio. Non volli ucciderlo e lasciai la presa. Alina si precipitò verso la stanza di nostro figlio e la mia mente la seguì. Falk era rannicchiato sotto al letto, senza nessuno che si interessasse più a lui. Lasciai la mia donna a prendersi cura del ragazzino e spostai la mia attenzione sul resto della casa. Il grande salone al centro dell’abitazione appariva devastato. Scandagliai ogni singolo metro, abbattendo uno dopo l’altro i soldati che si aggiravano in perlustrazione ad armi spianate.

    Nei limiti del possibile, cercai di non uccidere.

    Poi Alina si precipitò nella mia stanza, e vidi la scena con i suoi stessi occhi. Il corpo semiparalizzato del suo uomo era percosso da convulsioni, mentre la testa si voltava a destra e a sinistra, gli occhi spalancati in un’orribile fissità, come la bocca, dalla quale usciva un suono sordo, bitonale, ininterrotto. Si sedette accanto a me, mi prese la testa fra le mani e iniziò a sussurrare: – Basta amore mio, basta. È finita. Noi stiamo bene.

    Sentivo il calore della sua pelle sulle guance e sul collo. Cessai la presa.

    – Perché? – aggiunse Alina dopo qualche istante, fra le lacrime. – Perché sei stato lontano per tutto questo tempo, Tobruk?

    * * *

    Scattai in posizione seduta. Fiato corto, occhi spalancati, sudore ovunque. Mi guardai intorno. Niente segni di sparatoria sul soffitto. Niente cadaveri in terra. Fresche lenzuola mi coprivano le gambe, braccia morbide mi cingevano la vita. A giudicare dall’intenso grigiore della finestra fotocromatica, Oslo, il secondo sole, doveva essere già alto. Attesi che il respiro rallentasse. Mi sciolsi dall’abbraccio di Alina, mi alzai e restai lì, a fissarla, nella penombra.

    La mia donna dormiva, il corpo disteso sul fianco, il lenzuolo che seguiva le linee delle gambe, i capelli rossi sparsi sul cuscino, il seno premuto sul materasso. Le labbra appena aperte emettevano un respiro lento, mentre le lunghe ciglia vibravano impercettibilmente. Il suo sogno era di certo migliore del mio.

    Ricordavo la prima volta che era accaduto. La prima volta che si era addormentata, sul mio petto, nelle profondità di una miniera.

    Laggiù, a Ferro Sette, ero arrivato come nemico, ero stato imprigionato. Obbligato ad affrontare la verità, ne ero stato sedotto al punto di unirmi alla rivolta dei minatori. Ero diventato uno di loro. Un ribelle, un dormiente, un uomo avido di recuperare ciò che da millenni ci era stato sottratto. Avevo combattuto per restituire il Sonno agli Esseri Umani. Avevo combattuto per tornare umano.

    La visione della mia donna in quello stato di grazia mi ripagava della fatica, della sofferenza e dei tanti amici perduti nella guerra.

    Mi feci forza e riuscii ad alzarmi. Tutto, intorno a me, sembrava muoversi. Lo specchio mi restituì l’immagine di un uomo stanco e malnutrito, che era ogni volta un pugno nello stomaco. Barcollando, raggiunsi la finestra che si affacciava sulla strada che tagliava in due Hobbes City. La aprii e inspirai a fondo l’aria di libertà. Un misto di aromi erbacei, scarichi incombusti di gas ionizzati, sale marino e vapori sulfurei. Il mare intorno, un centinaio di metri più in basso, era nato dalla guerra. Il Che-non-c’è riempiva quella che in passato era una conca brulla, corteggiando il lato meridionale dell’insediamento urbano. Era quasi sempre calmo. Solo in occasione dei picchi dell’attività sismica dei massicci vulcanici le sue acque riuscivano a incresparsi di onde lente e carezzevoli. Quel giorno, il suo colore verde smeraldo gridava senza pudore la fine delle tinte torbide che un tempo avevano monopolizzato lo spettro della luce visibile sul nostro territorio. Il colore dell’oppressione.

    In cielo i due soli maggiori, Oslo e Aleph, stazionavano fra nubi sparse accudendo il piccolo Garan, il terzo sole, un timido puntino rosso costretto a un’altitudine perennemente ridotta sulla linea dell’orizzonte.

    La capitale dello Stato Libero di Haddaiko aveva preso il nome il giorno in cui l’avevamo liberata dalle truppe del generale Saddar. Negli anni successivi Hobbes aveva proposto più volte di modificarlo, ma il parlamento aveva sempre devotamente respinto la sua insistenza. Adesso che il Presidente non c’era più, il nome della città aveva trovato la sua ragion d’essere. Una ragione alla quale tutti avremmo rinunciato volentieri.

    Veicoli hover scivolavano lungo la strada adorna di alberi delle varietà che proprio Hobbes aveva scelto, su indicazione di Laureel, lo speziale. Un uomo che attraverso la cura delle piante, oltre che in mille altri modi, manifestava il suo disinteressato amore per la collettività degli esseri umani. Il mio sguardo cadde su un filare di esemplari di un arbusto che aveva ottenuto lui stesso, incrociando antiche specie terrestri. Un tempo non capivo il valore dei suoi studi botanici, mentre ora i piccoli fiori rosa-violacei del laurilio, con il loro profumo intenso, non ci lasciavano alternative a trovare la forza per continuare la lotta. Anche lui non c’era più. Aveva scelto di restare laggiù, sulla Terra. A prendersi cura delle promesse del pianeta: i suoi bambini, i suoi alberi.

    Oltre il profilo degli edifici, a sud, il cielo ora terso della nostra parte di pianeta non impediva più alla vista di spaziare verso l’orizzonte, costringendola a scontrarsi infine con l’alto muro di cinta che separava noi cittadini di Haddaiko dai residenti nella parte di Quarto Mondo che rientrava nel dominio degli Harris, dal quale mantenevamo una precaria indipendenza.

    Dal nostro lato del muro l’altra metà del pianeta veniva chiamata La Zona Occupata. Ma i veri occupanti, in fondo, eravamo noi. Il nostro piccolo stato repubblicano era incistato nel cuore di un sistema monocratico e dispotico. E l’Oikos, pur garante della nostra libertà, era troppo lontana e troppo vasta per ricordarsi di noi, se non per rimuovere qualsiasi ostacolo all’estrazione di metalli, la sola ragione per cui l’anomala situazione politica del mio mondo veniva tollerata. Fortunatamente, il sottosuolo prometteva riserve ancora sterminate, e noi di Haddaiko producevamo di più, e meglio, del resto del pianeta.

    A nord, vidi sfrecciare due pattugliatori in volo radente. Dopo un’ampia virata lungo la cinta urbana piegarono silenziosamente verso est nella loro missione di controllo del confine.

    Le immagini di quel maledetto sogno tornarono alla mente. Massaggiandomi la gola, chiusi la finestra e mi diressi verso la stanza di mio figlio. Mi sentivo debole e mi aiutai appoggiandomi alla parete.

    Falk dormiva, rannicchiato su un fianco. Nelle mani stringeva la riproduzione di un cargo, un giocattolo che gli avevo regalato qualche giorno prima di partire. Tuo padre viaggerà su questa nave. I suoi capelli, nel tempo in cui ero stato assente, erano virati al nero corvino del nonno.

    Aprì gli occhi nell’istante in cui mi chinai su di lui. Il suo sguardo vispo mi rammentava Hobbes, mentre dalla madre aveva ereditato quasi immutata la parte inferiore del volto, con la bocca grande e carnosa, e il grazioso mento arrotondato che gli conferiva un aspetto delicato, quasi fragile. Sembrava già grande; su Harris IV il tempo era trascorso più in fretta che sulla Hebron, la nave che mi aveva condotto sulla Terra.

    – Padre… – mormorò prima che sul suo volto si disegnasse un sorriso.

    – Ciao, piccolo. Ben svegliato.

    La missione da cui ero reduce mi aveva fatto perdere gran parte della sua vita. Se il giorno in cui ero apparso in quella casa mi aveva chiamato papà era soltanto merito di Alina.

    Allungò la mano in cui stringeva il giocattolo e iniziò a farlo volare a un palmo dal mio naso.

    – Padre, la Hebron era bella, vero? – cinguettò.

    – La Hebron è bellissima. Un giorno ti porterò a bordo.

    Ma a quelle parole Falk si rabbuiò.

    – Cosa c’è? Non ti piace l’idea? – gli domandai mentre gli scarruffavo i capelli.

    L’aria si mosse. Mi voltai.

    – Già in piedi, comandante? Il dolce far niente proprio non fa per te – esclamò Alina, che nel frattempo si era alzata e ci stava fissando dalla porta della stanza.

    – Riabituarsi a un ritmo sonno – veglia fisiologico è difficile – dissi.

    – Lo so.

    – E ho fatto un sogno orrendo.

    – Nemmeno questa è una novità.

    Mi venne vicino. Ci baciammo. Mi sembrò la prima volta dopo anni.

    Nonostante la gioia che provavo nell’essermi ricongiunto ai soli due esseri umani in tutto l’Universo la cui vita valesse più della mia, una parte di me fremeva. Dovevo chiudere molti conti in sospeso.

    – Vorrei vedere Mikka, oggi. Parlargli. Capire – dissi ad Alina mentre la stringevo fra le braccia.

    La spedizione da cui ero reduce era stata funestata da una serie di avversità nelle quali era stato determinante il ruolo svolto da quell’uomo. Mikka Oberkir, mio secondo. Sia lui che io, sulla vecchia Terra, avevamo subito gli effetti del contatto mentale con il popolo sotterraneo che discendeva dai nostri progenitori, ma a Mikka era andata molto peggio. Era stato ingannato, manovrato, trasformato in un assassino. Aveva ucciso e fatto uccidere. Ma non lo ritenevo responsabile e avevo deciso di tacere su quanto era accaduto.

    – Nella sua mente sono nascoste le informazioni che ci occorrono – aggiunsi.

    Alina sospirò.

    – Quali informazioni, Tobruk?

    – I Longevi. Chi sono. Dove si trovano. Come e perché è successo tutto questo.

    – Tutto questo?

    – La trasformazione della mia mente, sulla Terra, le capacità che ho sviluppato…

    Ma Alina si fece scura in volto.

    – Oggi sembra che io non sappia trovare le parole giuste, con voi due – le dissi allora, rivolgendomi sia a lei che a nostro figlio, che nel frattempo si era alzato e correva da una stanza all’altra accendendo con la fantasia i motori a curvatura del giocattolo. Alina mi prese la mano e mi riportò nella nostra stanza. Sedette sul letto invitandomi a fare altrettanto. Iniziò ad accarezzarmi il volto.

    – Speravo che la notte ti portasse consiglio, amore mio.

    Non capivo.

    – A questo punto – riprese, – sarebbe bene che tu ti rivolgessi a uno psicobiologo. O potresti parlarne con sincerità con la Presidente Rasmussen.

    – Non riesco a seguirti…

    Alina si passò una mano fra i capelli. Mi parve che cercasse le parole giuste. Si sforzò di sorridere.

    – La morte di Hobbes ti ha sconvolto, Tobruk.

    – Se non ti esprimi più chiaramente – replicai, – temo che non…

    Mi sfiorò la bocca con la mano.

    – Mikka non c’è più – disse. – Non c’è più nessuno di quella missione.

    Abbassò lo sguardo.

    – Speravo che potessi farcela da solo. Ma mi devo arrendere al fatto che non sarà così.

    – Ma cosa stai…

    – La Hebron non ha mai fatto rientro, amore mio – sussurrò infine.

    Mi fissò, come a cercare una reazione diversa da quella che, mi disse in seguito, avevo già avuto a quei discorsi nei giorni precedenti.

    – Sono tutti morti, Tobruk. Sei il solo sopravvissuto.

    Un’onda gelida mi attraversò dalla testa ai piedi. Il cuore prese a battere a ritmo di carica.

    Alina sospirò e prese a cantilenare parole che, seppi poi, mi aveva già rivolto varie volte dopo il mio rientro. Mi fece sentire come un bimbo cocciuto e refrattario a capire, ad accettare la verità.

    – Sei stato ritrovato otto giorni fa nel corridoio che porta verso il Sistema di Hassad. Hanno dovuto rianimarti. Al risveglio riferivi cose incomprensibili. A quanto sembra, hai perduto la memoria dei fatti più recenti della tua vita. Dicono che, prima o poi, tornerà. La compagnia del cargo che ti ha raccolto ha contattato i funzionari del Governo. Si sono fatti pagare lautamente.

    Il sistema di Hassad era a poche settimane luce da noi. Il nostro odiato e amato vicino. Metà del mio sangue proveniva dai suoi mondi, attraverso mia madre, Lara Narid Ramarren. Anche se il mio aspetto harrisiano non ne lasciava trasparire traccia.

    – Cosa dici? La… Hebron ha fatto rientro… – mormorai, – abbiamo superato l’Antianomalia, siamo scesi sulla zona polare… io e Vlora… il tenente Parra…

    Fonte dell'orgoglio e della fiducia che avevano animato il ritorno, il ricordo della popolazione che aveva trasformato il polo sud terrestre in una piccola ed evoluta nazione era più che mai vivo in me. Rammentavo bene il momento in cui ero tornato in criostasi per affrontare la traversata. Lo dissi ad Alina.

    – Sembra proprio che tu non riesca ad accettare la realtà. Non eri in criostasi, Tobruk. Ti trovavi in una scialuppa di salvataggio della Hebron. Non risulta nessuna traversata di rientro. Nessuno conosce questo fantomatico stato nostro alleato… come hai detto che si chiama?

    – Mur – mormorai.

    Alina abbassò lo sguardo.

    – E se non fosse per i registri ansible che per fortuna lo testimoniano – aggiunse, – qualcuno potrebbe dubitare persino che ci sia stato un viaggio di andata, amore mio. Inoltre quello che hai riferito appare davvero… incredibile. Un salto nel passato, la ricostruzione della nostra storia e infine… la Terra.

    All’improvviso mi accorsi che avevamo già avuto simili conversazioni. Riapparvero come il ricordo di un sogno. E spesso i sogni contengono la verità. Anche, e soprattutto, quando la verità non ci piace.

    – La Terra è un mito fin troppo pericoloso, Tobruk.

    Ero sul punto di replicare, ma Alina mi precedette.

    – Devi fare chiarezza nella tua mente. Guarda in faccia la realtà. Affrontala.

    Ero sicuro dei miei ricordi. Ma sentivo che diceva la verità.

    Restai lì, imbambolato, a fissarla.

    – Tobruk? – mormorò Alina dopo qualche istante.

    Mi sforzai di riprendermi. Non era certo la prima volta che mi trovavo ad affrontare l’incomprensibile; dovevo restare agganciato alla realtà. Tutto questo spiegava la mia spossatezza, che del resto fu la mia normale e ovvia condizione in quei primi, difficili, giorni trascorsi a Haddaiko.

    Se le cose stavano come diceva lei, era logico aspettarsi che in molti, nelle alte sfere, alimentassero sospetti su di me. La successione a favore di Martha Rasmussen, pianificata a suo tempo dallo stesso Hobbes, aveva fatto sì che nel nuovo governo sedessero molti membri di Ferro Nove. Fra le due comunità minerarie, diventate i due partiti politici più influenti della Repubblica, la rivalità era accesa. E la mia vicinanza a Hobbes si riduceva a una memoria storica che, per quanto onorevole, non mi avrebbe portato più alcun vantaggio. Al contrario.

    Non era certo nella mia abitazione calda e protetta che potevo trovare la risposta.

    – Padre! – gridò all’improvviso nostro figlio, rompendo il silenzio che era sceso fra me e Alina.

    Mi voltai e lo vidi dirigersi verso il suo giocattolo, che aveva lasciato vicino alle piastre di cottura per alcuni istanti. Una metà del modellino si era già sciolta.

    – Non toccarlo, Falk! – gridai.

    La Hebron in miniatura era irriconoscibile. Nostro figlio iniziò a piangere.

    – La Presidente Rasmussen ti attende – disse Alina. – Ha compreso la situazione. Ti ha concesso qualche giorno con la tua famiglia. Ma ora è il momento che tu vada da lei.

    – Preferirei incontrare Samì Barraguer.

    Era la compagna di Hobbes e primo consigliere della Presidente Rasmussen. Ma soprattutto era una donna la cui straordinaria bellezza era pari solo alla nostra amicizia.

    – Samì non è più su Harris – sospirò Alina. – Mi sembra di avertene parlato. Dopo la morte di Hobbes, pur di andarsene, si è trasferita su Hassad.

    Ancora una volta ricordai che, in effetti, me l’aveva già detto. Il giorno precedente? Forse ancora prima. Ebbi anche la sensazione che avesse omesso qualcosa. Ma non dissi nulla.

    Rinunciai alla divisa e indossai abiti civili. Prima di uscire, al riparo della vista sia di Alina che di nostro figlio, raccolsi il modellino della Hebron e lo sfiorai sulla parte che si era fusa. Poi lo strinsi, e nel giro di pochi secondi recuperò il suo aspetto originario. Lo restituii a Falk.

    – Dovrai avere più cura della tua nave. È il dovere di un buon capitano.

    Il piccolo non perse tempo a capire, sorrise e riprese a giocare.

    Io invece restai a fissare le mie mani, come se appartenessero a un altro. Come se mi avessero appena obbligato a ricordare chi ero e cosa mi era successo. Le mie nuove facoltà mentali erano capricciose. Non riuscivo a controllarle più di quanto si possa fare con i sogni, o con i sentimenti più profondi. Iniziavo a ricordare. Entrare nel pensiero degli altri, nella loro mente, non era poi così difficile. Ma plasmare la materia, far interagire la mente con i corpi, soprattutto se di altri esseri umani, era un’altra cosa.

    Cosa mi era successo? Cos’era accaduto realmente sulla Terra? Immaginavo che lo sfasamento temporale potesse essere la chiave di tutto. Forse nel passato avevamo involontariamente modificato alcuni eventi, e ora ne pagavo le conseguenze? Ogni singolo istante della missione sulla Terra era vivo in me. L’attacco, il naufragio, l’esplorazione del pianeta. E poi il popolo sotterraneo, la guerra. La morte di Hobbes. E la mia mente, profondamente modificata e diventata in grado di vedere e fare cose incredibili, di cui mio figlio e il suo giocattolo avevano appena beneficiato.

    Di tutto questo ero certo.

    Ma poi? Cosa era accaduto dopo? Se la nostra nave non aveva mai fatto rientro, perché ero vivo, e a casa?

    Al cospetto della realtà che si manifestava in quanto vedevo e toccavo, mi chiedevo quando sarei stato costretto a scegliere quale fosse la verità.

    II.

    Il palazzo presidenziale non era lontano ma, nelle mie condizioni, non potevo rinunciare a una cintura anti-g. L’avevo tarata sul cinquanta percento del mio peso corporeo, sperando che bastasse. Dopo aver percorso mezza lega verso est lungo la Via della Libertà, uno dei tanti nomi poco fantasiosi con cui i camminamenti e le strade erano stati ribattezzati, mi sarei diretto verso il muro di cinta settentrionale, che affacciava sul Vuttala, il grande vulcano che spalleggiava la città.

    Hobbes City era cambiata. Ma pur essendo diventata a tutti gli effetti la capitale dello Stato Libero, con i suoi empori, i suoi uffici e le strutture di governo, pur avendo acquisito colori e alberi, la conformazione militare originaria era ancora ben visibile. La nascita dello Stato libero di Haddaiko aveva solo spostato i confini dell’assedio dalle mura di cinta urbane alla grande linea di confine fortificata che divideva il pianeta in due, e la necessità di difendersi era rimasta sempre ben radicata nei suoi abitanti.

    Ma quella che era cambiata di più era la popolazione. I cittadini di Haddaiko passeggiavano, parlavano, vivevano le proprie vite. Nei loro volti e negli sguardi non c’era più l’apprensione, ma non era apparso l’appagamento; non c’era più ansia per la propria sorte, ma nemmeno orgoglio per la nuova identità. Nei volti dei miei concittadini non leggevo altro che piattezza e monotonia. Nessuno mi riconobbe. Nessuno si fermò a parlare con me. Hobbes City era una città straniera.

    La soldatessa di guardia mi passò il lettore su un occhio e poi controllò il risultato. Mi augurai che nessuno si fosse preoccupato di eliminare dal sistema le credenziali di un disperso in missione di guerra. Qualsiasi cosa avesse letto, la fece scattare sull’attenti. Accese il comunicatore e ordinò al compagno nel recinto interno di dare immediato accesso all’individuo in arrivo, specificando che si trattava di un ufficiale di alto grado in abiti civili. Il campo protettivo fu disattivato e passai oltre.

    Dentro all’edificio, iniziai a percorrere il lungo corridoio che a suo tempo Hobbes aveva fatto riempire di piante. Incrociai solo un paio di funzionari che non mi degnarono di uno sguardo. Sulle pareti, gigantografie della battaglia di liberazione della capitale si alternavano a riproduzioni altrettanto grandi, ma a carattere artistico. Mi soffermai a contemplarne una in cui Vladimir il Sanguinario si inchinava a Hobbes sul campo di battaglia, in riva al mare. Era morto da qualche anno e Hobbes era già diventato un mito della propaganda governativa. Senza contare che Vladimir non gli si era mai inchinato e che dopo la guerra non si erano nemmeno incontrati. Il tiranno godeva di ottima salute politica ed ero sicuro

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