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I figli di Costantino

I figli di Costantino

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I figli di Costantino

Lunghezza:
513 pagine
6 ore
Editore:
Pubblicato:
4 mar 2016
ISBN:
9788899470227
Formato:
Libro

Descrizione

Dei quattro figli di Costantino, Crispo, Costantino II, Costante e Costanzo II, tre
ebbero un destino tragico. Il primo, Crispo, scomparve in circostanze piuttosto
misteriose quando il padre era ancora in vita. Altri due, Costantino II e Costante,
rimasero al potere per un periodo piuttosto breve: tre anni il primo (337-340),
tredici il secondo (337-361): a entrambi toccò poi una fine piuttosto ingloriosa. Fu
il terzogenito, Costanzo II, quello che più di ogni altro volle collocare il proprio
regno nel ricordo del padre, a governare più a lungo (337-361). Tuttavia,
nonostante i ventiquattro anni di regno e malgrado l’e cace difesa dei confini, lo
sforzo, spesso vano, di mantenere la Chiesa unita e i numerosi tentativi di
usurpazione sventati, l’opinione comune non ha mai ricordato Costanzo con
particolare interesse, probabile riflesso dello sfavore con cui il più grande storico
dell’epoca, Ammiano Marcellino, lo consegnò ai posteri. Tra guerre civili, dissidi
nella Chiesta cattolica, invasioni barbariche, si snodano alcuni dei decenni cruciali
del nascente Impero cristiano e risplendono gli ultimi bagliori del paganesimo.
Editore:
Pubblicato:
4 mar 2016
ISBN:
9788899470227
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

I figli di Costantino - Pierre Maraval

Aspettando i barbari

Collana diretta da Giusto Traina

Les fils de Constantin

Pierre Maraval

© CNRS ÉDITIONS, Paris, 2013

I figli di Costantino

Prima edizione italiana - Palermo

© 2015 Maut Srl - 21 editore

www.21editore.it

ISBN 978-88-99470-03-6

Tutti i diritti riservati

Aspettando i barbari

Collana diretta da Giusto Traina

Progetto grafico e impaginazione di Luca De Bernardis

Immagine di copertina: © Getty Images

Bust of the emperor Constans I (323-350)

Pierre Maraval

I figli di Costantino

Costantino II (337-340)

Costanzo II (337-361)

Costante (337-350)

Traduzione italiana a cura di Alice Borgna

Prefazione di Giusto Traina

L’impero romano nel IV secolo

Prefazione

Già titolare di una cattedra di Storia del cristianesimo antico e tardoantico alla Sorbonne, a quasi ottant’anni Pierre Maraval resta tuttora uno studioso in piena attività, alternando edizioni e traduzioni di testi cristiani della tarda antichità a sintesi equilibrate, aggiornate e accessibili anche ai non specialisti¹. Proponiamo qui al pubblico italiano la sua sintesi più recente, che colma una lacuna per gli anni 337-361 d.C., un periodo essenziale per comprendere il processo storico di trasformazione dell’impero romano avviato con l’era costantiniana, ma lasciato più in ombra in quel processo di ‘espansionismo del tardoantico’ che ha caratterizzato il panorama storiografico dell’antichistica dell’ultimo quarantennio².

In controtendenza rispetto agli studi tardoantichi mainstream, che nel loro sviluppo quasi esponenziale si sono concentrati sugli aspetti sociali, culturali e religiosi, Maraval privilegia gli aspetti politici e militari, che occupano i primi nove capitoli del volume, a cui seguono due capitoli sugli affari ‘interni’ (ovvero economico-sociali) e tre sulle questioni religiose. Un’operazione forse conservatrice, ma di fatto indispensabile per comprendere un periodo poco noto anche al pubblico colto. Infatti, per l’epoca in cui regnarono i figli di Costantino sembrerebbe valere ancor oggi quanto scriveva, nella Storia dei profeti e dei re, Abū Ǧaʿfar Muḥammad b. Ǧarīr al-Ṭabarī (839-923):

Qusṭanṭīn morì, e il suo regno fu diviso fra tre dei suoi figli. Morirono anch’essi, e quindi i Romani nominarono re un uomo della casata di Qusṭanṭīn , chiamato Lulyānūs, un adepto della religione che prevalse presso i Romani prima del cristianesimo³.

Nella prospettiva di al-Ṭabarī, Costantino II (morto nel 340), Costante I (morto nel 350), e lo stesso Costanzo II appaiono come degli anonimi regnanti che occuparono la parentesi tra la morte di Costantino e quella di Giuliano. Questo giudizio sommario è comprensibile, dato che l’opera storica del grande storico arabo di origine iraniana si concentra sul Medio Oriente. Peraltro, come si è già accennato, anche nell’Occidente di oggi sembrerebbe riproporsi la medesima situazione: i tre figli di Costantino (come del resto Costanzo Gallo, ‘cesare’ d’Oriente dal 351, giustiziato nel 354) sembrano personaggi sbiaditi e sfuggenti.

Come osserva Maraval nella conclusione, «essere figli di Costantino il Grande probabilmente ha condannato Costantino II, Costanzo e Costante a non essere giudicati che in termini di confronto con il loro padre, alla cui memoria del resto si appellavano con regolarità»⁴. Oltretutto, per il periodo fino alla fine dell’anno 353, mancano i libri corrispondenti della fonte-chiave, le Storie di Ammiano Marcellino, preservate solo a partire dal libro XIV. In definitiva, solo la fase finale del regno di Costanzo II – il più longevo dei figli di Costantino, morto di malattia a soli quarantatré anni – è documentata in modo esauriente. Ma Ammiano, il cui eroe era Giuliano, non prova particolare simpatia per Costanzo. Un testo emblematico è la celebre descrizione dell’adventus celebrato a Roma, il 1° gennaio 357, in occasione dei vicennalia, la solenne celebrazione dei vent’anni di regno dell’imperatore:

Rivolto lo sguardo alla plebe, si stupiva come tutte le stirpi della terra fossero confluite in gran numero a Roma. Come se stesse per incutere terrore con la vista delle armi all’Eufrate e al Reno, preceduto ai due lati dalle insegne, egli sedeva, solo, su un cocchio aureo, splendente di varie pietre preziose, col cui scintillio provocava un barbaglio di luci diverse [...] salutato con il nome di Augusto da grida di gioia, non restò impressionato dall’eco, simile a un tuono, dei monti e delle rive del fiume, ma appariva immobile né più né meno che nelle province. Infatti si piegava quando passava sotto le altissime porte, pur essendo assai piccolo di statura e, come se avesse il collo chiuso in una morsa, teneva lo sguardo sempre fisso davanti a sé e non volgeva il volto né a destra né a sinistra. Né muoveva il capo al sobbalzare delle ruote, né fu visto sputare oppure pulirsi o sfregarsi il naso o la bocca e nemmeno muovere una mano. Pur trattandosi di affettazione, sia questi che altri atteggiamenti della sua vita intima erano indizi d’una non trascurabile resistenza concessa, come si poteva arguire, a lui solo. E poiché ne ho fatto menzione al momento opportuno, passerò sotto silenzio il fatto che durante tutto il suo impero non invitò mai nessuno sul suo cocchio, né ammise come proprio collega nel consolato alcun cittadino privato, il che pur fecero dei sovrani divinizzati; né farò menzione di tante altre sue abitudini di questo genere che egli, nel suo orgoglio, rispettò come leggi giustissime⁵.

L’impassibilità statuaria ostentata dal signore del mondo durante questa cerimonia, tradizionale almeno in apparenza (Ammiano evita significativamente di rimarcare il carattere profondamente cristiano dell’evento)⁶, può aver ispirato l’idea di Gibbon di un imperatore timido e quindi crudele, incapace di compassione⁷. In realtà, al di là di queste considerazioni fondate sul buonsenso, va osservato che il passo di Ammiano testimonia l’evoluzione dell’immagine del princeps romano nella direzione di una vera e propria sacred kingship, che sembra avvicinare l’impero romano a quello sasanide, rappresentato da Šāpūr II, il ‘Sapore’ dei testi latini e greci che nella titolatura delle monete si presentava come ‘Signore mazdeo Šāpūr, re dei re dell’Iran e del non-Iran, di divina essenza’⁸.

In un impero romano che Diocleziano e Costantino avevano fatto uscire dalla crisi, la dimensione geografica merita attenzione. Il mondo, o meglio l’empire-monde consolidato da Costantino, gravitava ormai da una parte sul polo orientale di Costantinopoli, dall’altra sul polo occidentale, con la metropoli di Roma e la residenza imperiale di Milano. All’epoca dei figli di Costantino, la situazione sembrava ancora sotto controllo. Risalgono a quegli anni la rielaborazione della Geografia tolemaica da parte di Pappo di Alessandria, mentre di poco posteriore sembra essere la carta del mondo di cui resta la copia medievale nota come Tabula Peutingeriana. Sempre sotto Costanzo II, forse nel 359, un anonimo retore originario delle province orientali redige una descrizione del mondo conosciuto, che dal lontano Oriente percorre più o meno tutta l’ecumene romana, concludendo infine con una rassegna delle principali isole del Mediterraneo¹⁰. A una lunga descrizione di un Oriente favoloso e idealizzato, ai limiti dell’utopia, segue una brevissima, e non proprio lusinghiera evocazione dei Persiani,

forti in tutte le cose cattive e in guerra. Dicono ch’essi compiano grandi empietà: non conoscendo il valore della natura, come i muti animali, si coricano con madri e sorelle. Si comportano empiamente contro il dio che li ha fatti. D’altra parte, si dice che abbiano ogni cosa in abbondanza; infatti, dato che hanno dato ai popoli limitrofi il diritto di commerciare, è evidente che da loro ogni cosa si trova in abbondanza¹¹.

Ancor più rapida è la descrizione dei confini dell’impero e dei barbari che si trovavano al di là delle frontiere: oltre il Danubio i Sarmati, ai confini orientali della Gallia la gentem barbaram Gothorum, laddove la denominazione dei ‘Goti’ ha certamente un’accezione generica, che forse traduceva il greco Skythai (la definizione impropria di ‘Sciti’ per indicare i Goti era comune negli autori greci dell’epoca) e molto probabilmente si riferiva anche ai minacciosi Alamanni, battuti da Giuliano a Strasburgo nel 357¹². L’Expositio sembra quasi voler esorcizzare la presenza ai confini imperiali dei barbari, che un altro anonimo trattato di quegli anni, il De rebus bellicis, immaginava intenti a ‘latrare intorno’ alle frontiere¹³.

In realtà, non tutti i barbari erano gentes externae, e l’autore dell’Expositio osserva che nella Mauretania «gli uomini vivono e si comportano come barbari: e tuttavia sono soggetti ai Romani»¹⁴. Ma certo, cinquant’anni più tardi, furono i barbari esterni a travolgere le frontiere, accelerando il processo di trasformazione dell’impero, senza necessariamente ‘assassinare’ la civiltà romana come affermava André Piganiol nella frase finale del suo trattato sul IV secolo¹⁵. E comunque, le invasioni barbariche – o, come preferiscono definirle gli storici di tradizione germanica, le ‘grandi migrazioni’ – furono solo l’elemento più violento del processo generale di trasformazione del mondo romano. L’altro elemento chiave è il passaggio progressivo, ma non sempre lineare, verso l’impero cristiano.

Tutti questi aspetti appaiono chiaramente in questa sintesi equilibrata, documentata e di piacevole scrittura, che consente al lettore di orientarsi agevolmente in una materia di non sempre facile definizione. Certo, Costantino II, Costante I e Costanzo II resteranno comunque dei personaggi minori rispetto a giganti come Costantino e Giuliano. Ma questo libro permetterà di comprendere meglio la loro vicenda, e soprattutto la vicenda di un impero romano tuttora vitale, potente e reattivo.

Giusto Traina

Introduzione

Tre dei quattro figli di Costantino ebbero una sorte tragica. Il destino del primo, Crispo, fu spezzato in circostanze poco chiare quando il padre era ancora in vita e subì la damnatio memoriae. Altri due, Costantino II e Costante, furono al potere per un periodo relativamente breve: tre anni il primo (337-340), tredici il secondo (337-350), regni che si conclusero entrambi con l’assassinio. Solo il penultimo, Costanzo, governò piuttosto a lungo (337-361). A queste figure, tuttavia, sono state dedicate poche monografie, per lo meno in francese: gli storici moderni, con scarse eccezioni, si sono accontentati di riservare loro qualche pagina all’interno della storia del IV secolo. Il presente studio, al contrario, sarà incentrato sullo sviluppo di questi regni in parte concomitanti. Quello di Costanzo II, il più lungo e meglio documentato, costituirà la parte maggiore. Le funzioni di Cesare esercitate da Crispo durante l’impero di suo padre – ed egualmente come fu stroncato – saranno richiamate nella misura in cui interferiscono nella storia dei fratellastri.

Le fonti su questi regni sono abbondanti, ma non coprono nella medesima maniera le vicende dei tre imperatori. Oltre ad evocare le circostanze della loro caduta, infatti, gli storici del IV e del V secolo si sono interessati assai poco a Costantino II e Costante, di cui avevano un’opinione generalmente sfavorevole, mentre è il regno di Costanzo II, il più lungo, ad essere il meglio documentato.

A proposito di queste fonti si troverà un’eccellente e completa presentazione nell’opera di Chantal Vogler, Constance II et l’administration impériale, Strasbourg, 1979¹. I documenti amministrativi e legislativi sono numerosi: sono infatti state conservate più di duecento leggi (tra cui 170 di Costanzo) oltre ad alcune lettere e ai discorsi dei tre imperatori. Tuttavia, i redattori dei codici giuridici grazie ai quali queste leggi sono conosciute (sostanzialmente il Codex Theodosianus e il Codex Iustinianus), non le hanno conservate nella loro interezza, ma tagliate e modificate. Non solo: la loro trascrizione presenta difetti, le date sono spesso mal indicate, anche l’attribuzione a questo o quell’imperatore non di rado è incerta. Vi sono poi racconti brevi e la menzione di qualche avvenimento relativo a questi regni nei breviaristi o tra i cronisti dell’epoca – Aurelio Vittore, Eutropio, Festo, San Gerolamo, l’Epitome de Caesaribus² – autori le cui scelte e i cui giudizi sono condizionati dai limiti delle loro informazioni, dalla loro vicinanza al potere, dalla loro classe sociale oppure dalla loro religione. Lo stesso vale anche per i resoconti più o meno lunghi che a questi regni dedicano gli storici antichi. Del più importante, Ammiano Marcellino, le informazioni conservate non iniziano che nel 353 e riguardano solo la seconda metà del regno di Costanzo. Il racconto di Ammiano costituisce certamente un insieme molto ricco, senza il quale la nostra conoscenza sarebbe assai limitata: tuttavia, quella reputazione di ‘storico imparziale’ di cui per molto tempo egli godette è stata largamente messa in discussione dalla critica moderna; per ragioni personali Ammiano assai di frequente mostra una sincera ostilità nei confronti di Costanzo e di altri personaggi; allo stesso modo non esita a prendersi alcune libertà, seppur artistiche, a discapito della realtà dei fatti³. L’altro storico che ha dedicato a Costanzo qualche capitolo della sua Storia nuova, Zosimo, gli è ostile proprio come lo era stato con Costantino. Gli storici ecclesiastici di osservanza ortodossa – Socrate Scolastico, Sozomeno, Teodoreto di Cirro – sono altrettanto avversi, seppur per altre ragioni, a un imperatore considerato eretico. Filostorgio, che al contrario approva la sua politica ecclesiastica, è piuttosto favorevole: la sua opera, sfortunatamente, non ci è pervenuta per intero, ma se ne sono serviti gli storici successivi, come Teofane, Zonara e altri, ed è quindi possibile rinvenire presso di loro informazioni che provengono da lui o da altri autori il cui testo è andato perduto.

Le altre testimonianze letterarie contemporanee sono innanzitutto quelle di autori pagani: Temistio, il retore ufficiale di Costanzo, ne tratteggia un ritratto lusinghiero; Libanio varia nei suoi giudizi, passando dall’elogio alla critica a seconda che scriva quando l’imperatore è in vita oppure dopo la sua morte⁴. Anche i giudizi di Giuliano variano a seconda della data dei suoi scritti; questi, che fu coinvolto direttamente negli avvenimenti, rispetto agli altri autori fornisce un resoconto ben più approfondito: positivo negli elogi che rivolge a Costanzo durante la sua vita, assai critico negli scritti più tardi. In seguito vengono i numerosi testi di autori cristiani, opere di vescovi per lo più in disaccordo con la politica ecclesiastica di Costanzo – Atanasio di Alessandria, Ilario di Poitiers, Lucifero di Cagliari e altri. Le loro opere, spesso veri e propri pamphlet, costituiscono prove di un’ostilità non di rado feroce nei confronti di un imperatore considerato eretico. Non solo: l’abbondanza di queste fonti ecclesiastiche, in alcuni casi le sole a fornire informazioni su alcuni avvenimenti, hanno poi sovente condizionato l’approccio degli storici moderni, che a questi scritti hanno dato un credito eccessivo finendo così per attribuire un peso eccessivo alla politica religiosa dei figli di Costantino, aspetto che ha certamente rivestito un ruolo importante all’interno dei loro regni (a questo tema saranno dedicati tre ampi capitoli), ma che non ha mai condizionato la loro storia politica e militare nella misura in cui è stato affermato.

Un’ultima categoria di fonti è costituita dalle testimonianze numismatiche, epigrafiche e papirologiche, che apportano numerose precisazioni e utili complementi ai documenti che abbiamo elencato in precedenza. La loro datazione o la loro origine è spesso oggetto di discussione; dunque, in mancanza di conferme dalle altre fonti, i loro dati non hanno sempre trovato accoglienza diffusa.

Gli storici moderni hanno spesso riflesso i giudizi sfavorevoli degli antichi sulla personalità e sui regni di questi imperatori, in particolare di Costanzo. Negli ultimi anni, tuttavia, diverse opere gli hanno reso giustizia⁵. Senza volerne fare l’apologia, anche il presente lavoro si auspica di fornirne una presentazione più positiva.

Tolosa, 11 febbraio 2013

Capitolo I

Quattro Cesari (317-337)

Costantino ebbe il suo primo figlio, Crispo (C. Flavio Giulio Crispo), intorno al 303 dalla concubina Minervina. Il 25 dicembre 307 l’imperatore sposò in legittimo matrimonio (iustum conubium) una figlia dell’Augusto Massimiano, Flavia Massima Fausta, che era ancora una bambina di 7 o 8 anni. Il primo figlio della coppia, Costantino II (Flavio Claudio Constantino), nacque ad Arles nel 316 e prese il nome del padre¹; il secondo, Costanzo II (Flavio Giulio Costanzo), nato probabilmente a Sirmio il 7 agosto 718, quello di suo nonno²; il terzo, Costante (Flavio Costante), nacque nel 320 (e non nel 323)³. Questi ebbero tre sorelle: Costantina, Eutropia (che prese il nome dalla nonna materna) ed Elena (dalla nonna paterna). L’ipotesi di un nuovo matrimonio di Costantino dopo la morte di Fausta, dal quale avrebbe avuto una figlia, Costanza, o addirittura due, resta dibattuta⁴.

Educazione

Costantino ebbe cura di dare ai suoi figli un’educazione che li preparasse a esercitare, a tempo debito, il ruolo imperiale. Con lui era ritornata una concezione dinastica della successione e sicuramente non pensava che persone estranee alla famiglia avrebbero potuto succedergli. Lui stesso, contrariamente a quanto a volte viene affermato, era un uomo colto⁵. Allo stesso modo volle dare ai suoi figli una buona formazione culturale e intellettuale. Suo nipote Giuliano, così come il retore Libanio, loda la qualità di questa istruzione; certo, si tratta di testi il cui genere letterario è quello dell’elogio, dove l’esagerazione è prassi, ma anche altre testimonianze confermano le loro dichiarazioni⁶. Del resto, Giuliano e Libanio, pur essendo ostili a numerosi aspetti della politica di Costantino, non potevano che lodarlo per il suo amore nei confronti di ciò che loro stessi amavano sopra ogni cosa: la cultura.

La formazione data ai suoi figli, dicono, univa l’apprendimento della retorica, base dell’educazione, la paideia antica, agli esercizi fisici e alla preparazione militare. I loro precettori, nell’arte del dire, erano eccellenti: per il suo primo figlio, Crispo, Costantino aveva convocato uno dei retori più celebri dell’epoca, Lattanzio; anche Costanzo ascoltò l’insegnamento di professori illustri: si conosce il nome di uno di loro, il retore Emilio Magno Arborio⁷. Se nulla si sa di preciso sui risultati che questi ottennero con Crispo e Costantino II, è invece noto che Costante sviluppò dai suoi studi un grande amore per la materia: chiamò infatti da Atene alla sua corte il celebre retore Proeresio, lo inviò a Roma, gli accordò il titolo di stratopedarca e il tributo di certe isole che contribuivano al rifornimento di Atene⁸. Sulla cultura di Costanzo, le fonti divergono a seconda delle preferenze ideologiche dei loro autori: se Aurelio Vittore gli attribuisce una formazione di buona qualità, un’«eloquenza piena di dolcezza e di ornamenti», l’Epitome ritiene che non divenne mai un buon oratore perché un po’ lento di comprendonio; Ammiano si fa beffe delle sue pretese letterarie, in particolare in campo poetico, ma riconosce che era un buon oratore, in grado di farsi ascoltare e capire e cita quattro discorsi (sebbene probabilmente ricostruiti); Giuliano dice che il suo talento era evidente nelle arringhe, particolarmente efficaci, così anche Temistio⁹. Costanzo compose in prima persona testi significativi: ci rimangano l’elogio del suo prefetto Filippo, indirizzato a Marino, proconsole dell’Asia, e una lettera al senato di Costantinopoli. Abbiamo poi la sua risposta a una lettera di Sapore, tre epistole ad Atanasio, una ai vescovi, una alla Chiesa di Alessandria, una al prefetto d’Egitto Nestorio, una a Eusebio di Vercelli e un’altra ai vescovi italiani¹⁰. Aveva anche una buona conoscenza della storia, di cui dovette far sfoggio nella composizione di un panegirico di Roma¹¹. Quando Giuliano spende per lui buone parole, ne elogia «la notevole predisposizione, sviluppata da un’educazione liberale»¹² e vedremo più avanti la sua azione in favore della cultura. Fu certamente più colto di quanto vogliano ammettere Ammiano o l’Epitome, i quali mirano a presentarlo come inferiore rispetto a Giuliano, che ritenevano emblema della cultura tradizionale. In aggiunta all’insegnamento della retorica, Costantino istruì lui stesso i figli nell’arte della ‘scienza imperiale’, quella della politica, tanto interna quanto estera, sia con i propri insegnamenti, sia facendo prender loro lezioni dai cittadini più competenti¹³. Infine, deve essere notato che, sebbene i precettori dei figli di Costantino a noi noti fossero latini, la loro educazione dovette essere bilingue: i testi conservati di Costanzo sono in greco e in latino, ugualmente il favore manifestato da Costante nei confronti di Proeresio non si spiega se non si suppone che egli stesso parlasse greco.

Gli esercizi fisici che accompagnarono la loro educazione li prepararono alla futura carriera militare. Costantino seguì il consiglio di Platone di «mettere i bambini sopra a un cavallo e condurli al campo di battaglia, affinché assistano a uno spettacolo di cui, tra non molto, dovranno essere i protagonisti»¹⁴. Crispo, Costantino II e Costanzo parteciparono assai giovani ad alcune campagne vittoriose contro i barbari: essi sono infatti associati al loro padre nelle monete e nelle iscrizioni che le celebrano. Su Costanzo abbiamo il giudizio di Ammiano, che gli riconosce «una consumata abilità ... in materia di equitazione, nel lancio del giavellotto, ma soprattutto nel tiro con l’arco e nella perfetta conoscenza della tecniche in uso nella fanteria», un’opinione condivisa da Aurelio Vittore e dall’Epitome¹⁵. Giuliano dice che era avvezzo a ogni genere di sport, «la ginnastica militare e varia, la danza e la corsa in armi»; egli riferisce poi di averlo visto «abbattere orsi, pantere, leoni in grande numero a colpi di freccia, non utilizzando che il suo arco da caccia e come passatempo»¹⁶. Costanzo era dotato di grande resistenza fisica¹⁷ e sapeva spostarsi con rapidità su distanze molto lunghe. Quando scriverà una serie di raccomandazioni per Giuliano, dopo la sua nomina a Cesare, gli consiglierà di esercitarsi nei rudimenti dell’arte militare imparando a marciare al ritmo di una particolare danza guerriera, la pirrica¹⁸. Costante, dal canto suo, era rinomato per l’ardore in guerra, la vigoria e la rapidità: anche lui aveva una reale passione per caccia, lo sport preferito dagli imperatori di quest’epoca, e ugualmente si faceva rappresentare come cacciatore¹⁹. Un medaglione commemorativo (del tipo detto ‘contorniato’) presenta sul recto il suo ritratto e sul verso una scena venatoria.

La formazione morale ricevuta dai giovani porfirogeniti fu improntata alla severità, come erano le leggi del padre: se ne ritrova traccia nelle loro stesse leggi, così come nella condotta di Costanzo, riservato, sobrio, casto²⁰, cosciente dei suoi doveri imperiali, pieno (talvolta fino alla caricatura) della coscienza della sua dignità, il tutto accompagnato da un carattere sospettoso, un eccesso di prudenza che le usurpazioni e le cospirazioni di cui fu testimone e vittima non poterono che accentuare. Giuliano sottolinea il suo essere obbediente al padre, non senza biasimarne i risvolti negativi, come una certa difficoltà nel prendere le decisioni in modo autonomo; ciò è in coerenza con la critica (ma non necessariamente giustificata) che assai spesso gli viene mossa da Ammiano, quella cioè di essere stato facile preda degli adulatori, uomo coscienzioso sì, ma fondamentalmente limitato²¹. Costante, al contrario, aveva un carattere violento ed era un generale assai severo con i suoi soldati. Omosessuale, si circondava di bei giovani, scelti tra i prigionieri o gli ostaggi. Poco probabile che egli sia stato l’autore della legge che puniva l’omosessualità con la morte, sebbene tale norma gli sia stata spesso attribuita²².

I tre fratelli avevano ricevuto un’educazione cristiana: se si presta fede a Eusebio, il padre «insegnò loro a imitare la sua pietà» e «li invitò a mostrarsi apertamente cristiani»²³. Tuttavia, né Costantino II né Costanzo ricevettero il battesimo alla nascita, ma – secondo una pratica assai ricorrente a quell’epoca, di cui il loro stesso padre aveva dato l’esempio – restarono catecumeni, il primo fino alla morte (sebbene non vi siano prove della loro adesione al catecumenato, il solo elemento che giustifica l’appellativo di cristiani). Costanzo non fu battezzato che qualche giorno prima della sua morte, quando era in procinto di partire per la guerra; solo Costante ricevette il sacramento in giovinezza: questo forse spiegherebbe lo zelo che mostrò contro il paganesimo. Non si conoscono i loro educatori in quest’ambito, a esclusione del caso di Crispo, allievo di Lattanzio; non è noto se Magno Arborio fosse cristiano.

Costantino ebbe cura di far sposare i suoi figli e le sue figlie con membri della famiglia o con alte personalità vicine al potere o imparentate con la famiglia, imitando in questo la pratica dei tetrarchi. Eusebio scrive che nel 335 Costantino II era sposato da lungo tempo, probabilmente con una figlia di Flavio Optato, console nel 334; Costanzo in quella data, in occasione del trentennale del padre, sposò una cugina, la figlia di Giulio Costanzo, fratellastro di Costantino, e di Galla²⁴. Quanto a Costante, egli fu fidanzato con Olimpia, la figlia di Flavio Ablabio, quando questa non era ancora in età da marito; dopo la morte di suo padre, nel 337, la chiamò a corte e la fece educare per essere sua moglie, ma non la sposò: ella in seguito divenne moglie di Arsace (Aršak), re di Armenia²⁵, mentre Costante, alla fine, non si sposò. Due delle figlie di Costantino sposarono cugini, due volte ciascuna: Costantina fu moglie prima di Annibaliano, poi di Gallo; Elena di Dalmazio e successivamente di Giuliano. Eutropia sposò Virio Nepoziano, un aristocratico romano divenuto console nel 336.

I Cesari

I figli di Costantino erano stati nominati Cesari quando il padre era in vita. Crispo e Costantino II avevano ricevuto il titolo il 1° marzo 317, insieme al cugino Liciniano, figlio di Licinio, nell’ambito dell’accordo che seguì la prima guerra di Costantino contro suo cognato²⁶; Costanzo II l’8 novembre 324, durante la cerimonia di fondazione di Costantinopoli²⁷; Costante, il 25 dicembre 333, giorno dell’anniversario di matrimonio del padre²⁸. Questi Cesari non erano affatto paragonabili a quelli della tetrarchia dioclezianea: essi, privi di qualsiasi sovranità effettiva, erano solamente i rappresentanti simbolici dell’unica autorità imperiale di cui eseguivano gli ordini. Il padre, tuttavia, affidò loro molto presto missioni ufficiali, inviando l’uno a Treviri, l’altro ad Antiochia, dove furono assistiti da un prefetto del pretorio e dalla sua amministrazione; monete e iscrizioni danno credito delle vittorie riportate dai loro generali. La loro nomina mostra la volontà del padre di creare una dinastia, come testimonia chiaramente la serie Felicitas Romanorum (‘Fortuna dei Romani’), dove l’Augusto è rappresentato con i Cesari (prima due, poi tre), sotto un arco trionfale sostenuto da due colonne²⁹.

Crispo

Dopo la sua nomina a Cesare, sebbene fosse ancora molto giovane (doveva avere circa quattordici anni), Crispo fu inviato a Treviri, dove un prefetto del pretorio esercitava la giurisdizione sulle regioni transalpine (Gallia, Bretagna, Spagna). Le monete gli attribuiscono in questa occasione il titolo di princeps iuventutis, che suo padre aveva portato qualche anno prima di lui. Occupò il suo primo consolato nel 318: alcuni medaglioni di Treviri del 319-320 testimoniano le vittorie riportate dai suoi generali contro gli Alamanni e i Franchi³⁰.

Il 1° marzo 321, dopo una campagna vittoriosa contro i Franchi, si recò a Sirmio³¹ per incontrare il padre, essere presentato alle truppe scelte, i comitatenses, celebrare il suo quinto anniversario della nomina a Cesare e sposare Elena (forse una parente della nonna paterna), da cui avrà una figlia nel 323 (in quell’occasione fu decretata un’amnistia)³². In quella data alcune monete d’oro celebrano il suo secondo consolato, che divise con Costantino II, altre la loro processione consolare³³, altre ancora, un po’ più tardi, commemorano una vittoria riportata su Alamanni e Franchi durante l’estate del 323, per la quale Crispo viene associato al suo fratellastro, che gli sarebbe succeduto a Treviri l’anno successivo e con cui riportò una nuova vittoria³⁴. Un solidus coniato nel 324 celebra la processione consolare del suo terzo consolato, ancora in coppia con Costantino II³⁵. A quel tempo Crispo fu richiamato dal padre affinché lo assistesse nella guerra contro Licinio: a lui venne affidato il comando – almeno teorico – della flotta e fu sotto la sua direzione che due battaglie navali successive, nel luglio-agosto 324, nell’Ellesponto e nella Propontide, annientarono Licinio³⁶, costringendolo ad abbandonare Bisanzio, dove si era rifugiato, e ad attraversare il Bosforo, prima di essere sconfitto da Costantino a Crisopoli il 18 settembre. Nessuna moneta a sua effigie ne celebra le gesta di ammiraglio, un’evidente conseguenza della damnatio memoriae che lo colpì dopo la sua morte.

Le circostanze della scomparsa di questo giovane Cesare dall’avvenire promettente, che ebbe luogo probabilmente prima del 18 giugno 326, data dell’arrivo di Costantino a Roma, dove veniva a celebrare il ventennale, rimangono oscure³⁷. Un fatto è certo: Crispo e Fausta, moglie di Costantino, per questa data sono spariti da monete e iscrizioni; la loro memoria fu condannata e anche molti tra quelli che ne menzionano la scomparsa ignorano (o vogliono ignorare) cause e circostanze. Eusebio di Cesarea, pur avendo citato Crispo in termini elogiativi nell’VIII libro della sua Historia Ecclesiastica (pubblicata nel 324), nell’Origo preferisce non parlarne; Aurelio Vittore afferma che morì condannato da suo padre, Eutropio sostiene che Costantino uccise il figlio e la moglie, Gerolamo si limita a registrare che Costantino uccise Fausta. Se nessuno rivela i motivi di questi assassini, non fa molto di più Ammiano: incidentalmente ricorda che Crispo fu messo a morte a Pola in Istria. La prima fonte a conservare qualche dettaglio è l’Epitome: l’esecuzione di Crispo ebbe luogo, «come si ritiene» (ut putant), su istigazione di Fausta e quella di Fausta in conseguenza delle lamentele di Elena, l’Augusta, rimostranze che avrebbero indotto Costantino a far gettare la moglie in un bagno bollente³⁸. I testi più tardivi, come quelli di Filostorgio e Zosimo, probabilmente basandosi su fonti pagane, fanno di queste esecuzioni la conclusione di un intrigo amoroso. È Zonara, la cui fonte è la stessa dei precedenti (forse gli Annales di Nicomaco Flaviano), a offrirci la versione più dettagliata. Fausta, la giovane moglie di Costantino (nel 326 doveva avere una trentina d’anni al massimo) si sarebbe infatuata del giovane Crispo, all’incirca suo coetaneo, e avrebbe tentato di sedurlo. Il ragazzo, tuttavia, avrebbe resistito alle sue avance e così la donna lo avrebbe denunciato al marito, proprio come Fedra aveva fatto con Ippolito di fronte a Teseo, attribuendogli quelle intenzioni che in realtà erano state sue. Costantino avrebbe ordinato immediatamente l’esecuzione del figlio ma, poco dopo, Fausta stessa sarebbe stata colta in flagrante adulterio con un cocchiere: Costantino avrebbe allora dato segreto mandato ai suoi eunuchi di rinchiuderla in un bagno bollente fino a quando non fosse soffocata, in modo che l’omicidio sembrasse un incidente³⁹.

Pur non dovendo necessariamente prestar fede a tutti gli elementi della scena, che le fonti hanno preso in prestito da un episodio molto noto della letteratura, ci si può però interrogare, come del resto hanno fatto gli storici, sui motivi che provocarono questo dramma⁴⁰. La responsabile fu Fausta, che vedendo di malocchio l’ascesa del figliastro Crispo, i cui successi militari avrebbero potuto mettere in ombra i suoi stessi figli, gli avrebbe teso una trappola, accusandolo di tentata seduzione o di cospirazione? Si è visto, tuttavia, che Costantino, pur affidando a Crispo responsabilità importanti, ebbe cura di associare alle sue vittorie anche il figlio cadetto, Costantino II, il primogenito di Fausta, né vi sono prove del fatto che nella famiglia imperiale vi fosse una particolare discordia. Al contrario, le monete pongono discreta enfasi sull’affiatamento della corte, cosa che non deve necessariamente essere considerata una prova dell’esatto contrario⁴¹. Allora, forse, il responsabile fu Crispo, che avrebbe potuto proporre al padre di abdicare in occasione del suo ventennale, seguendo l’esempio di Diocleziano, firmando così la sua condanna a morte⁴²? Anche il versante degli intrighi di palazzo è stato oggetto di indagine: alcuni hanno supposto che Fausta, figlia di Massimiano, appartenesse al partito pagano di corte, ma l’esistenza di una tale fazione non è né attestata, né verosimile. È stata anche avanzata l’ipotesi di una violenta discordia tra Elena, la madre di Costantino, e Fausta (sorella minore di quella Teodora che Costanzo Cloro aveva sposato nonostante un precedente legame con Elena), ma una loro antipatia reciproca, seppur probabile, difficilmente può spiegare una tragedia di tale portata. Si aggiungano le perplessità sulle modalità di esecuzione di Fausta, del tutto inusuali, e sul perdurare della damnatio memoriae di Crispo, poco sensata nel caso in cui si fosse poi scoperto che il giovane, proprio come Ippolito, in realtà non aveva avuto colpe. Di fronte a tante incertezze e contraddizioni delle fonti, numerosi storici hanno concluso che è azzardato continuare a speculare ulteriormente su eventi le cui cause reali continuano a sfuggirci.

In realtà, recentemente è stata proposta una nuova ricostruzione di questi avvenimenti che conserva gli elementi essenziali dello scenario delineato da Zonara (il tentativo di seduzione di Fausta e le sue accuse, la condanna di Crispo, l’intervento di Elena, il bagno bollente fatale) e offre un’interpretazione degna di essere presa in considerazione. Si tratta di una lettura che, da un lato, è molto più verosimile di quella correntemente accettata; d’altro lato permette di conciliare i dati delle fonti fornendo una spiegazione dei loro silenzi o delle loro esagerazioni⁴³. Al punto di partenza di questo dramma vi sarebbe un rapporto colpevole tra Crispo e Fausta, senza tuttavia doverlo presupporre, come fanno Zosimo e altri, come la classica storia di Ippolito e Teseo, e senza neppure fare di Crispo la povera vittima di una matrigna licenziosa o manipolatrice. Del resto, una relazione tra i due è perfettamente plausibile: Fausta e Crispo avevano all’incirca la stessa età, dal momento che Costantino era molto più vecchio di Fausta. Inoltre, seppur vivesse abitualmente a Treviri, a Crispo non mancavano le occasioni di recarsi alla corte di Nicomedia, come era avvenuto ad esempio nel 325 in occasione del ventennale del padre. Era difficile, però, che la liaison rimanesse nascosta: nel piccolo mondo della corte, tra la numerosissima servitù, le voci dovevano correre con molta rapidità e finirono così per giungere alle orecchie dell’imperatore che, tuttavia, non poteva affatto permettersi di rivelare pubblicamente quanto aveva appreso e punire i colpevoli dopo un processo pubblico, soprattutto dopo che nel 326, tra aprile e giugno, aveva emanato leggi estremamente severe per proteggere la sacralità del matrimonio. Di conseguenza Crispo fu mandato in esilio, la pena allora prevista per un adultero⁴⁴, a Pola: lì il giovane fu o assassinato o si suicidò avvelenandosi, come riporta una fonte del V secolo⁴⁵. Dal canto suo Fausta, incinta di Crispo, forse su consiglio di Elena (se si vuole conservare il suo intervento in questa faccenda), tentò di abortire ricorrendo a un espediente consigliato dai medici dell’epoca, un bagno bollente⁴⁶. Tale metodo era però considerato assai pericoloso e non di rado provocava la morte della madre: proprio quello che accadde a Fausta. Non fu possibile rendere pubblici i motivi che avevano spinto l’imperatrice a un bagno del genere, tuttavia il modo in cui morì iniziò a essere risaputo, sebbene la versione ufficiale avesse con ogni probabilità relegato il fatto al rango di sfortunatissimo incidente. In merito all’accaduto cominciarono a circolare voci, che via via dettero origine alla versione conservata dalla tradizione e sviluppata dalla storiografia pagana, la cui prima testimonianza potrebbero essere gli Annales di Nicomaco Flaviano⁴⁷. L’aristocrazia pagana, ostile a Costantino, l’avrebbe adottata con compiacimento: presentare l’imperatore cristiano come il responsabile della morte di moglie e figlio avrebbe intaccato l’immagine agiografica diffusa dalla Vita di Costantino di Eusebio e dimostrato come la sua conversione al cristianesimo fosse in realtà una semplice maniera per liberarsi la coscienza da una serie di crimini. Questa rilettura delle fonti resta certamente un’ipotesi, ma sfrutta al meglio l’insieme dei loro dati e offre una versione verosimile di questi avvenimenti.

Costantino II

Costantino II aveva partecipato nel 322-323, insieme con suo padre, a una campagna contro i Sarmati⁴⁸; un po’ più tardi, con suo fratello Crispo, prese parte a una spedizione contro gli Alamanni⁴⁹. Dopo la morte di quest’ultimo (326) fu nuovamente inviato a Treviri, capitale della prefettura delle Gallie, dove negli anni che seguirono risiedette abitualmente. Nel 328, forse nel corso dell’ultima visita del

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