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Ifigenia in Tauride

Ifigenia in Tauride

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Ifigenia in Tauride

Lunghezza:
79 pagine
39 minuti
Pubblicato:
30 nov 2015
ISBN:
9788899617738
Formato:
Libro

Descrizione

"Ifigenia in Tauride" è una tragedia di Euripide. Ifigenia scampò per poco dall'essere immolata dal padre Agamennone come vittima sacrificale ("Ifigenia in Aulide"): all'ultimo momento la dea Artemide (per la quale il sacrificio avrebbe dovuto essere fatto) intervenne sostituendola con un cervo, e portando la principessa in Tauride. Divenuta sacerdotessa al tempio di Artemide, si trovò a dover forzatamente svolgere il crudo compito di eseguire il sacrificio rituale di ogni straniero che sbarcasse sull'isola.
 
Euripide (Atene, 485 a.C. – Pella, 407-406 a.C.) fu un drammaturgo greco antico. È considerato, insieme ad Eschilo e Sofocle, uno dei maggiori poeti tragici greci.

Traduzione a cura di Ettore Romagnoli
Ettore Romagnoli (Roma, 11 giugno 1871 – Roma, 1º maggio 1938) è stato un grecista e letterato italiano.
Pubblicato:
30 nov 2015
ISBN:
9788899617738
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Ifigenia in Tauride - Euripide

TÀURIDE

​IFIGENÍA IN TÀURIDE

PERSONAGGI:

IFIGENÍA (sorella di Oreste, sacerdotessa al tempio di Artemide in Tauride)

ORESTE (fratello di Ifigenía)

PÍLADE (cugino di Oreste)

BIFOLCO

TÓANTE

ARALDO

ATÈNA

CORO DI DONNE ELLÈNE

AMBIENTAZIONE:

Il tempio d'Artèmide in Tàuride. Dinanzi al tempio un altare macchiato del sangue delle vittime umane. Appesi al suo fregio teschi umani.

(Esce dal tempio Ifigenía)

IFIGENÍA:

Pèlope il tantalíde, a Pisa giunto

con veloci cavalle, ebbe consorte

la figlia d'Enomào. Nacque da Pèlope

Atrèo: furon d'Atrèo figli Agamènnone

e Menelao. Del primo e della figlia

di Tíndaro io son figlia, Ifigenía,

che presso ai gorghi cui mulina l'èuripo,

e insiem con le frequenti aure sconvolge

il cerulëo mar, sacrificata

fui da mio padre - ei sel credé - per Elena,

nelle famose alpestri gole d'àulide,

d'Artèmide su l'ara. Ivi Agamènnone

l'elleno stuol di mille e mille navi

raccolto avea, per guadagnar contro Ilio

di vittoria agli Achei ghirlanda bella,

e, compiacendo Menelao, vendetta

trar dalle nozze ingiurïose d'Elena.

Or, poi che vento non soffiava, e al lido

costretta era la flotta, ardere vittime

fece. E Calcante disse: «O tu, che a questa

gesta d'Ellèni sei guida, Agamènnone,

nave non salperà da questo lido,

se la tua figlia Ifigenía non cade

ad Artèmide pria vittima. Tu

voto facesti un dí, che quanto l'anno

producesse di piú bello, alla Dea

portatrice di luce offerto avresti.

E Clitemnestra nella casa a te

una fanciulla partoría, che tu

devi immolar». La palma di bellezza

ei cosí m'assegnò. L'arti d'Ulisse

m'astrinsero a venir: pretesto furono

le nozze con Achille. E, giunta in àulide,

misera me, ghermita, sollevata

sopra l'altar, già mi feria la spada,

quando agli Achivi mi sottrasse Artèmide,

una cerva lasciando in vece mia;

e per il luminoso ètere in questa

terra di Tauri mi condusse, ch'io

vi dimorassi. E il barbaro Tóante

fra barbari qui regna: al pari d'ali

è veloce il suo piede; e il nome ei n'ebbe.

E in questo tempio una sacerdotessa

stabilí, dove, come vuol d'Artèmide

il rito (è bello il nome sol: del resto

taccio, ché la Dea temo) immolo - ch'è

della città costume avito - quanti

giungono Ellèni a questa terra: il rito

inizio: ad altri il sacrificio spetta

del santuario nei recessi arcani.

Gli strani sogni questa notte apparsimi

or vo' narrare all'ètere, se mai

n'abbia sollievo. Mi parea nel sonno

d'esser lontan da questa terra, in Argo,

e che dormivo nella stanza mia,

di giovinetta, e che un tremuoto il dorso

della terra scoteva, ed io fuggivo,

e, stando fuori, giú crollar vedevo

della casa i fastigi, e il tetto intero

precipitare dai pilastri eccelsi,

giacere al suolo. Una colonna sola

rimase in piedi, a quanto mi sembrò,

della casa paterna, e bionde chiome

fluiron giú dal capitello, e voce

assunse d'uomo. Ed io, quest'arte mia

pei foresti fatale, esercitando,

come alla morte fosse presso, d'acqua

la cospargevo, e lagrimavo. è tale

il sogno: ed io lo interpreto cosí.

è morto Oreste; il rito sopra lui

compiei: ché son colonna della casa

i figli maschi; e quelli su cui cadono

l'acque dei riti miei, son sacri a morte.

Né ad amici esser può che il sogno alluda:

ché figli Strofio non aveva, quando

a morte io venni. Or dunque, al fratel mio

libagïoni io voglio offrir - presente

a lui lontano: offrire altro non posso

con le fantesche mie, le

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