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I Figli dell'Ombra

I Figli dell'Ombra

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I Figli dell'Ombra

Lunghezza:
516 pagine
7 ore
Pubblicato:
Feb 2, 2016
ISBN:
9788893323987
Formato:
Libro

Descrizione

Quando durante una corsa mattutina un giocatore di Football, si imbatte nel cadavere della piccola Flo Gomez scomparsa il giorno prima, Victor Bell teme che quello sarà l’inizio di una serie di macabri delitti. Il suo intuito di poliziotto non sbaglia e il ritrovamento di altri corpi sarà per lui un’ulteriore conferma che quanto raccontatogli da suo padre era vero.

Intanto la vita degli abitanti di Whitesouls scorre come da copione. Ognuno impegnato a svolgere i proprio doveri, così come il reverendo Morales ha imposto loro di fare per essere un bravo cristiano, per entrare nelle grazie di Dio.

Quello che nessuno immagina è che un’oscura e antica presenza da sempre attratta dalla loro ipocrisia e falsità è tornata per spingere sette anime scelte per l’occasione alla dannazione eterna.

Bell dovrà dare prova di grande fede per riuscire a scacciare i demoni che abilmente stanno contaminando i cuori dei suoi compaesani e quando tutto sembrerà ormai perduto tre portatori di luce accorreranno in soccorso dei “Giusti”.

Ma tutto ciò basterà ad estirpare il male dall’apparente tranquilla cittadina di Whitesouls?
Pubblicato:
Feb 2, 2016
ISBN:
9788893323987
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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I Figli dell'Ombra - Cassandra Green

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I figli dell’

Ombra

Romanzo di

Cassandra GREEN

© Copyright 2016 Tranquilli Maria Donata. Tutti i diritti sono riservati a norma della legge del diritto d’autore e del codice civile. È vietata la riproduzione di questo libro o parte di esso con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilm, registrazioni o altro.

Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o  persone realmente esistenti è da considerarsi del tutto casuale.

Licenza per l’immagine acquisita sul sito:

http://www.shutterstock.com/index-in.mhtml

contatti con l’autrice:

https://www.facebook.com/mariadonata.tranquilli

pagina facebook:

https://www.facebook.com/I-Figli-DellOmbra-863639280419164/

"Pray to your God, open your heart

Whatever you do, don't be afraid of the dark

Cover your eyes, the devil inside"

Night of the hunter

Prologo

Giovedì 12 aprile 2000

Victor Bell aveva sfruttato il turno pomeridiano, – che doveva affrontare quel giorno insieme al collega e amico Ozzy Ward sceriffo della cittadina di Whitesouls, – per correre dal padre.

  Fermò la sua utilitaria nel parcheggio del centro anziani dove era stato costretto a ricoverarlo poiché, unico genitore rimastogli in vita, da qualche anno soffriva del morbo di Alzheimer.

  L’uomo, con già indosso l’uniforme, scese dalla vettura e si diresse velocemente al ricovero; entrò ed andò alle scale con le quali raggiunse il terzo piano.

  Svoltò a destra e proseguì fino alla fine del corridoio dove sapeva trovarsi la camera che ospitava il padre. Rammentava bene la promessa fatta allo sceriffo Ward, quel martedì mattina appena trascorso, ma quattro cadaveri in tre giorni erano il segnale che doveva agire alla svelta se voleva risolvere il mistero di Whitesouls.

  Entrò in camera e trovò James Bell seduto su una sedia a rotelle posizionata davanti alla finestra, dalla quale si potevano ammirare la grande collina e la chiesa che si trovava in cima.

  «Papà, sono tuo figlio… Victor…» afferrò una sedia di legno e la mise vicino all’uomo, con l’intenzione di sedersi accanto a lui.

  «Ti ricordi di me?» chiese, dispiaciuto di constatare che non vi fosse alcuna reazione da parte dell’altro «... gli omicidi in serie sono ricominciati a Whitesouls, proprio nell’anno che supponevi tu» gli raccontò, sperando di fare appello allo sceriffo dormiente che era in lui.

  «Abbiamo arrestato Marvin Dog e quelli che sembrano essere i suoi complici, ma non penso che abbiano veramente a che fare con questi omicidi» ammise, sicuro che Ward si stesse sbagliando sull’ex-mendicante giunto in città qualche tempo prima.

  «Papà… la tenuta dei Wood è stata venduta qualche giorno fa. Papà…» continuò a chiamarlo nella speranza di attirare la sua attenzione «hai idea di che fine abbia fatto il figlio di Ilean Wood?».

  «Lei è morta» biascicò James Bell, ex sceriffo di Whitesouls.

  «Lo so, complicazioni nel parto. Ma il figlio?» incalzò, sicuro che fosse quella la pista da seguire.

  James Bell lo fissò per qualche istante, con un lampo di lucidità negli occhi, per poi tornare a guardare il nulla fuori dalla finestra.

  «Va bene, non importa». Si alzò dalla sedia, diede un bacio sulla fronte del padre e si diresse alla porta convinto di aver fatto un buco nell’acqua.

  «La famiglia Wood era composta dalla signora Holly Reyes e da Elliott Wood, all’epoca dei fatti sindaco della città. I due avevano tre figli: il maggiore Joshua di diciannove anni, la secondogenita Ilean di quindici anni e la più piccola, Gwenda, di otto». Victor tornò sui suoi passi e, facendo attenzione a non distrarre il padre dai ricordi, sedette nuovamente sulla sedia di legno.

  «… in città non si parlava d’altro… di come il giovane Joshua fosse cambiato in seguito all’incidente stradale nel quale per poco non perdeva la vita… nelle indagini che seguirono scoprii che i genitori avevano raccontato le loro preoccupazioni a molti amici e conoscenti, persino al reverendo Tom Morales. C’era qualcosa di strano nella ricostruzione dei fatti, poiché tutto portava ad una conclusione ma la realtà sembrava essere un’altra…».

Cinquant’anni prima

La notte era scesa nella piccola cittadina di Whitesouls e come sempre molti dei ventimila abitanti, dopo un pasto frugale, si erano recati ai rispettivi letti per riposare.

  Holly Reyes, moglie di Elliott Wood, dopo essersi assicurata che le sue due figlie Ilean e Gwenda si fossero coricate, era andata nella camera da letto alla fine del lungo e sfarzoso corridoio del secondo piano.

  Era venerdì e, come spesso capitava nelle ultime settimane, suo figlio maggiore era uscito nonostante la disapprovazione dei genitori.

  «Hai provato a parlargli?» chiese rivolta al marito mentre, seduta alla toilette, si spazzolava delicatamente i capelli.

  «Gli ho già detto che non vogliamo che si comporti così» ribatté l’uomo dal grande letto, che occupava parte della stanza le cui pareti erano ricoperte da una carta da parati rosa pallido.

  «Hai visto? Ho anche tentato di coinvolgerlo nelle attività della chiesa. Ho persino scomodato il prete» proseguì.

  «Non direi scomodato». La donna si tolse i gioielli che indossava e li depose nell’antico portagioie ereditato, come l’intera tenuta, dalla suocera.

  «Il reverendo fa solo il suo lavoro».

Holly si alzò dalla toilette, antica tanto quanto la maestosa casa, dirigendosi al letto.

  «Non è più lo stesso da quel giorno». L’uomo distolse lo sguardo dal libro che aveva in mano; leggere i passi della Bibbia era il suo modo di ringraziare Dio per la grazia ricevuta.

  Holly si tolse la vestaglia di seta, la depose sulla sedia rivestita in oro che si trovava vicino al comodino e infine si mise a letto. «Oggi sono andata anche a parlare con il reverendo».

  «Che ti ha detto?».

  «Le solite cose» mentì sebbene non ne avesse intenzione: rivelare però i suoi timori le sembrava così folle che solamente durante la confessione era riuscita ad aprirsi.

  «…e pensare che un’esperienza del genere avrebbe dovuto avvicinarlo di più a Dio». Non riusciva a trovare una spiegazione plausibile che giustificasse come suo figlio Joshua, ubbidiente e diligente, si fosse trasformato in una persona totalmente diversa.

  «La colpa è anche di quei suoi nuovi amici» le disse il marito dandole il bacio della buonanotte sulle labbra; infine depose il sacro libro sul comodino e spense la luce, desideroso di riposare.

  Era stata una lunga settimana per lui e per lo sceriffo, James Bell, impegnati a mantenere la calma tra i cittadini spaventati dagli omicidi ancora irrisolti.

  Holly, a differenza di suo marito, faticò a prendere sonno; si sentiva sempre profondamente inquieta e quel senso di abbandono spirituale la faceva sobbalzare per ogni ombra che attraversava la stanza.

  Dispiaciuta per non aver avuto dal prete una spiegazione a quel senso di disagio che da quasi una settimana la perseguitava, si costrinse a mantenere la mente sgombra dai brutti pensieri.

  «Figliola, se ti senti lontana da Dio prega di più e purificati dai tuoi peccati» le aveva detto il sacerdote.

  «Ma padre, io tento di essere una brava cristiana, faccio del mio meglio per onorare Nostro Signore, e sinceramente non vedo quale crimine io possa aver commesso per meritare il suo abbandono».

  Il prete l’aveva convinta a non dare credito ai suoi timori, pensando che fossero innescati dai terribili eventi avvenuti quella settimana e che stavano sconvolgendo i cittadini di Whitesouls.

  Un rumore la fece sobbalzare. Guardò la sveglia sul comodino e vide che mancava poco alla mezzanotte. Pensando che il figlio fosse rincasato, trasse un profondo respiro nel tentativo di placare i battiti cardiaci accelerati per lo spavento e, voltandosi su un fianco, abbracciò il marito in cerca di un conforto che ormai non trovava più nella preghiera.

  Qualcosa si era insinuato nella sua vita, ne era sicura, e ne aveva parlato anche con il prete quel pomeriggio.

  «Non capisco come tu possa dubitare in questo mod; il Signore ti ha donato la grazia di riavere il tuo figliolo con te» disse riferendosi al grave incidente nel quale il ragazzo era stato coinvolto. L’Incrocio della Morte, così lo avevano chiamato, aveva mietuto diverse vittime quell’anno.

  «Padre, non dubito di Nostro Signore, ma di ben altro...». Holly aveva fissato il reverendo con le lacrime agli occhi, il ragazzo che era miracolosamente sfuggito alla morte non era più il figlio che lei aveva cresciuto ed educato.

  «L’ho sentito spesso bestemmiare e una volta l’ho sorpreso a palpare le sue sorelle insieme a quei suoi due strani amici…». Il prete a quel punto aveva taciuto, anch’egli impensierito. «con i quali spesso parla una lingua strana… Elliott dice che probabilmente è un loro gergo ma a me sembra una lingua antica!» concluse, sempre più convinta che suo figlio fosse posseduto.

  «Perché domani non porti il ragazzo da me?» le aveva suggerito il reverendo, prendendo in considerazione l’idea di chiamare qualcuno più competente di lui.

  «E come faccio, non vuole più venire a messa! Passa tutto il suo tempo con quei due ragazzi che ha conosciuto all’ospedale, gli stanno attaccati come una cozza allo scoglio». L’osservazione fece comparire un sorriso tirato sul volto dell’uomo.

  Holly si destò nuovamente, non si era nemmeno accorta di essersi momentaneamente assopita. Sì irrigidì di colpo quando udì un mormorio giungere dal terzo piano.

  «Elliott, Elliott!» chiamò in un sussurro il marito che in risposta si girò dal lato opposto.

Avvolta dall’oscurità della notte, Holly rimase in ascolto di quelle voci a lei familiari. Stupita nel constatare che quella cantilena proveniva dal terzo piano della tenuta, si alzò dal letto, indossò la vestaglia e uscì dalla camera da letto.

Raggiunse le scale a ventaglio che conducevano al piano superiore e rimase lì a contemplarle per qualche secondo, indecisa se salire o meno. Per cinquant’anni nessuno della famiglia Wood si era più avventurato in quel lato della casa, ribattezzato dai Wood la zona proibita.

Victor, ancora una volta ammaliato dalla bravura con cui il padre raccontava i fatti e per come era riuscito a ricostruirli fu costretto, dal tempo tiranno che l’obbligava a recarsi in centrale, ad  interrompere l’uomo.

  «Papà, conosco bene il racconto, ma…».

  «No, nessuno conosce la verità, ma solo le menzogne che sono state raccontate per confondere e disorientare. È per questo che la polizia non ha mai capito cosa fosse realmente successo quella notte di cinquant’anni fa» lo corresse con fare burbero. Pretendeva che il figlio avesse un’apertura mentale più ampia, solo così avrebbe svelato il mistero di Whitesouls.

  «Forse hai ragione» convenne l’altro, pensando che c’era qualcosa di insolito nella ricostruzione degli eventi di quella notte.

  «Ma la mia domanda è un’altra» incalzò Victor, «dopo quella sera Ilean, unica sopravvissuta, fu trovata da te legata all’altare dove era stata seviziata e dove si presume concepì il bambino che nacque  nove mesi più tardi. Tu sai dov’è ora questo bambino?».

  «E’ esattamente dove deve essere».

  «Dove?».

  «Con suo padre».

  Victor lo guardò perplesso: c’era qualcosa che ancora non riusciva a capire e per un attimo temette che la demenza di James Bell lo stesse confondendo.

  «Vuoi dire che è con Joshua?».

  «No, intendo dire che si trova con il vero padre».

  «Ma se il vero padre non è Joshua Wood, allora chi ha ingravidato Ilean quella notte di cinquant’anni fa? Tu lo sai?» domandò Victor.

  «No, in verità non sono mai riuscito a distinguerli» gli rispose.

  «MA CERTO!».

Un idea squarcio la mente di Victor Bell come un fulmine a ciel sereno attraversò la mente di Victor Bell, e in quell’attimo ogni aspetto della vicenda ebbe finalmente senso.

1

Cinque giorni prima

Sabato 7 aprile. 

Cassandra Hill aprì gli occhi mentre la luce solare pian piano inondava la stanza. Si stiracchiò nel letto, felice di vedere che un nuovo giorno era sorto.

  Sbadigliò con un’intensità tale che finì con il lacrimare e si sedette nel letto, dove sbadigliò un altro paio di volte.

  «EVVIVA!» esultò balzando giù dal letto «è SABATO… è SABATO… è SABATO!» canticchiò davanti al gatto che le dormiva sui piedi. «MAX!» lo chiamò urlando.

  «E’ SABATO… è SABATO!» continuò a canticchiare tra sé. Adorava il fine settimana per diverse ragioni: la prima, ovviamente, era che non c’era scuola.

  Nel weekend adorava praticare attività fisica e provare quel senso di gratificazione che raggiungeva quando riusciva a vincere la fatica.

  «MAX!» afferrò il suo gatto nero con il quale cominciò a cantare e ballare una delle sue canzoni preferite, sentita a scuola dal bidello Mike Boyd. La bestiola miagolò spaventata.

  «Pigrone di un felino!» lo sgridò posandolo nuovamente sul letto. Si diresse all’armadio dal quale estrasse i pantaloni della tuta e una felpa. Li indossò e si diede una rapida occhiata allo specchio.

  «Passabile» si disse con tono giocoso. Raccolse i suoi lunghi capelli in una frettolosa coda di cavallo ed afferrò l’Ipod.

  Uscì dalla camera e si diresse al piano inferiore dove sua madre Erika Bennett si stava preparando una rapida colazione.

  «Hai impegni dopo la corsa mattutina?» le chiese vedendola arrivare.

  «No, perché?». Cassandra andò a sedersi vicino a suo fratello Sirio che, con già indosso la divisa da poliziotto, si stava sbrigando a mangiare i corn-flakes.

  «Potresti fare delle commissioni per me e per tua sorella?». Il suo essere una donna in carriera non le aveva mai impedito di essere una brava madre, anche se come cuoca e donna di casa lasciava un po’ a desiderare.

  «Non c’è problema» le rispose Cassandra iniziando a fare colazione; aveva sempre una gran fame di prima mattina.

  Erika accennò un sorriso, ben felice di avere il sostegno e l’aiuto di cui necessitava per portare avanti i suoi impegni di sindaco della città.

  «Buongiorno a tutti». Brian Hill entrò in cucina con passo svelto e le mani impegnate a tentare di annodare la cravatta.

  «Ci rinuncio» disse. Afferrò la tazza del caffè che la moglie gli porgeva, e lei si prodigò a fare il nodo al posto suo.

  «Allora papà, come è andata la transazione di ieri?» chiese Sirio, ansioso di saperne di più.

  «È stata molto interessante, Ovviamente non è il mio campo, ma mi ha molto intrigato»

  Lo studio Hill, nel quale non lavoravano solo avvocati ma anche notai, si era trovato a dover concludere una difficile e particolare vendita quella settimana.

  «Ma questa famiglia conosce la storia?» chiese Sirio, ancora perplesso dinanzi alla scelta dei nuovi arrivati.

  «Assolutamente sì, ed è proprio questo il motivo che ha spinto la signora Lillie Bailey ad acquistare la tenuta. Lei dice che economicamente è un affare ed ha ragione» bevve una lunga sorsata prima di riprendere il discorso «…se consideriamo il prezzo di vendita a fronte del valore dell’immobile notiamo che l’abitazione ha uno sconto del cinquanta per cento, vi rendete conto?» chiese con tono meravigliato. «Venduta a metà prezzo!» ripeté, ancora esterrefatto da quanto appreso giorni prima.

  «Sarà anche un affare, economicamente parlando, ma io non ci andrei a vivere».

  «Alla fine è pura superstizione» gli fece presente il padre. Sirio si alzò da tavola, stava rischiando di fare tardi a lavoro e, visti gli ultimi rimproveri da parte dell’attuare sceriffo della città – il signor Ozzy Ward, – il ragazzo non poteva proprio permetterselo.

  «Superstizione?» chiese Sirio incredulo «I Wood sono stati sicuramente ammazzati dal loro figlio uscito fuori di testa, che li avrà fatti a pezzi e nascosti in casa… in più di lui non si sa nemmeno che fine abbia fatto. Sai, si dice che viva ancora nella tenuta…». Ascoltare quella sciocca superstizione fece scoppiare a ridere la sorella minore Cassandra. «Mi rendo conto che è una scemenza, ma…».

  «Anche se fosse, adesso avrebbe quanto? Settant’anni?» chiese la ragazza a nessuno in particolare.

  «Ma la signora Bailey andrà a vivere da sola nell’ex-tenuta dei Wood?» domandò Sirio, ignorando l’osservazione della sorella.

  «No, con i tre figli, credo. Perché?».

  «Poniamo il caso che lo spirito disturbato di Joshua Wood si aggiri ancora per la casa: potrebbe impossessarsi di uno dei figli della donna e costringerlo a compiere altri omicidi. In fin dei conti i morti di quel periodo furono tutti attribuiti a lui, dico bene?».

  «Tu guardi troppi film dell’orrore» gli fece notare la sorella, «ma poi, scusa, non hai appena detto che forse è ancora vivo?» lo prese un po’ in giro «Magari si è cibato dei cadaveri del cimitero, tanto la tenuta è proprio lì vicino».

  «Che è poi il motivo per cui questa casa è rimasta invenduta per cinquant’anni!» intervenne Brian, notando un’espressione di disappunto comparsa sul volto del figlio.

  «Comunque ho avuto modo di conoscerla e devo dire che è una donna molto intelligente ed affascinante… non volermene cara» si affrettò a dire rivolgendosi alla moglie, «tu sei mille volte meglio» ammiccò scherzosamente «…però è una donna di città e credo sia un’imprenditrice, almeno è l’impressione che ho avuto. Perciò dubito che gente così si lasci condizionare da leggende e timori popolari».

«La cosa non mi dispiace, anzi…» Cassandra afferrò la tazza della colazione e la mise nel lavello «…questa città ha bisogno di gente con vedute più larghe che cambi un po’ il modo di pensare di qui».

  «Non ci sperare, amore mio» le disse il padre «sono sicuro che più della metà delle persone starà già parlando male dei nuovi arrivati: i forestieri li chiameranno con sdegno. È quello che succede ogni volta che qualcuno arriva in città» Cassandra accennò un sì, dispiaciuta «…conosco questa gente così bene che so già cosa andranno a raccontare».

  «Beh, poco importa, qui la gente sparla per sparlare, invece io sono contenta che arrivino nuove persone, anzi non vedo l’ora di conoscere questa nuova famiglia e la loro storia».

  «Nulla in contrario, ma stai attenta». Le raccomandò il fratello.

  «Ti prego, Sirio, non lasciarti contagiare anche tu dal morbo della stupidità» ribatté lei infastidita. Non era la prima volta che suo fratello si dimostrava ostile verso nuovi arrivati e molto simile agli altri abitanti di Whitesouls.

  «No, veramente…» farfugliò, incerto su come esprimere le sue riserve in merito ai nuovi arrivati «insomma… vengono da Boston».

  «La città della perdizione» disse lei emulando il tono allarmato con il quale, durante i sermoni, il reverendo Adam Morales metteva in guardia i fedeli dalla dannazione eterna.

  «Ehi!» la chiamò Sirio «Faccio il poliziotto da poco tempo, è vero, ma è abbastanza per dirti che di matti ce ne sono parecchi in giro, perciò stai attenta a non diventare amica di squilibrati!».

  «Su questo sono d’accordo con Sirio» intervenne il signor Hill, «il mondo è pieno di gente cattiva. Fare attenzione non fa mai male» si rivolse in particolar modo alla figlia. «Non dico che non devi avere nessun contatto con queste persone e sinceramente la signora Bailey mi ha fatto un’ottima impressione, però… ecco, prima di aprire il tuo cuore alla gente dovresti imparare a capire chi davvero lo merita».

  «Sì, certo» rispose, sentendosi accusata di ingenuità, «il fatto è che a me non importa fare a tutti i costi la buona samaritana» rispose ai presenti, «anzi, ad essere sincera non me ne importa proprio niente...». Il suo ateismo l’aveva spesso messa in cattiva luce nei confronti della comunità e della famiglia Morales, con la quale aveva un legame di parentela.

  «Il fatto è che credo fortemente che anche se spesso le persone ci feriscono o deludono, questo non ci dà il diritto di dubitare della loro buona fede».

  Sirio scosse la testa, non poteva credere a quello che sua sorella stava dicendo; lui era credente, tutte le domeniche andava in chiesa e onorava Dio meglio che poteva, ma alcune persone erano cattive e diffidare era il modo migliore per tutelarsi.

  «Dillo ai Gonzales! Sai che il loro figlio è stato coinvolto in un incidente stradale? Il tizio alla guida non gli ha nemmeno dato soccorso, lo ha lasciato lì a morire. Di’ loro che, tutto sommato, quell’uomo non è malvagio».

  «Chi ti dà la sicurezza che nell’errore ci sia perfidia? Magari è scappato perché spaventato da quanto accaduto!» sbottò, sicura di quanto stava dicendo: non riusciva a concepire il male come scelta di vita, bensì solo come attimo di debolezza.

  «O magari se ne è fregato».

  «Sì, ma il cristiano sei tu. Dov’è la tua capacità di perdonare?».

  «L’ho persa per strada!» le rispose a tono.

«Okay, basta!» intervenne Erika «Si sta facendo tardi e noi tutti abbiamo degli impegni per la giornata».

  «Lei controbatte solo per il gusto di dissentire». Sirio fissò la sorella con espressione adirata.

  «Non è vero, io credo in quello che dico» replicò lei desiderosa di ricevere lo stesso rispetto che era sua abitudine dare agli altri.

  «E’ impossibile che tu ci creda» incalzò nuovamente il fratello.

  «Il tuo dover sempre diffidare di tutto mi rattrista, Sirio».

  «E a me preoccupa il tuo dover dare sempre corda a tutti».

  «Se ti stai riferendo al povero Marvin sapp…».

  «Sì, parlo proprio di quel vagabondo!» esclamò, ripensando all’arrivo in città dell’uomo e a tutto ciò che ne era derivato. «E se fosse uno squilibrato?».

  «Ma per favore, è una bravissima persona! Gli serve solo qualcuno che creda in lui e gli regali una seconda occasione, tutto qui».

  «Ma perché quel qualcuno devi essere sempre tu?» ribatté il giovane poliziotto.

  «Se tutti ragionassero come te, nessuno farebbe mai niente».

  «Time out!» Brian si mise tra i due.

  «Io credo in quello che dico» puntualizzò la ragazza.

  «Buon per te» le disse il padre «però fallo per me. Vuoi che il tuo vecchio dorma sogni tranquilli?». Lei accennò un sì. «Allora fa’ attenzione» le disse, parlando in generale.

  Non era quel tipo di persona che giudicava a priori e in questo forse sua figlia aveva preso da lui, ma, a parte gli omicidi di cinquant’anni prima, Whitesouls era una cittadina abbastanza tranquilla, dove il peggior difetto delle persone era quello di essere di vedute molto ristrette.

  Il suo timore più grande era cosa sarebbe accaduto una volta che Cassandra si fosse affacciata sul mondo reale; Sirio era tornato a casa dopo nemmeno sei mesi di università, Alexander sembrava molto propenso a fare altrettanto e Atene, la più grande dei suoi figli, non aveva nemmeno provato ad affacciarsi alla vita vera: si era infatti sposata con Isaac Morales, fratello minore del reverendo, e viveva la sua ingenuità in un contesto di vita ovattato, dove il massimo del crimine era saltare una comunione di tanto in tanto.

  «Vedrò che gente è… e se la reputo okay, ci farò amicizia» concluse, sperando di aver trovato una soluzione che facesse piacere a tutti.

  «Allora vado». Brian salutò moglie e figlia con un frettoloso bacio sulla guancia, si allentò un po’ la cravatta, che portava con estrema difficoltà, e lasciò la cucina insieme a Sirio.

  «Cassandra, queste sono le cose che devi comprare per noi» Erika porse la lista della spesa alla figlia, «e queste sono le cose che devi comprare per tua sorella».

  «Devi!» sbottò lei. «Dovere è un gran brutto verbo, mamma» le disse, lasciando la lista e i soldi sul tavolo della cucina. «Comunque farò prima una doccia».

  «Ma sì, certo». Non pretendeva che la giovane rinunciasse ai suoi passatempi per anteporvi le necessità della famiglia; ognuno doveva trovare il suo spazio senza soffocare gli altri.

  «Andiamo?» le chiese; Cassandra accennò un sì seguendo la madre e si diresse fuori dalla casa.

  «Hai le chiavi?» le domandò la donna con fare premuroso.

  «Nella tasca dei pantaloni della tuta» le rispose percorrendo con la donna il giardino di famiglia.

  «Allora ciao». Erika salì sulla sua auto parcheggiata nel vialetto.

  Cassandra, invece, cominciò con una camminata a passo svelto: voleva riscaldare bene i muscoli delle gambe prima di fare il giro di tutta la città.

  Salutò con la mano Constant Young che si godeva l’aria mattutina, seduto sotto il patio della villetta dove viveva con la famiglia.

  «Buona giornata» la salutò la signora Erin mentre usciva dalla porta d’ingresso secondaria.

  «Buona giornata a lei».

  «Vai a correre?» le chiese la donna.

  «Sì signora, come ogni weekend» le fece notare Cassandra che rimise la cuffia dell’Ipod e proseguì per la sua strada.

  «Constant, ricordi quando anche tu andavi a correre?». La donna fissò suo figlio.

  «Io ci andavo ogni mattina» le rispose in tono svogliato.

  «Ma certo, me lo ricordo» convenne notando l’espressione malinconica dipinta sul volto di Constant, intento a fissare Cassandra che proseguiva lungo il viale.

  «Sai, il Signore opera in modi misteriosi» gli disse, sperando che quelle parole lo confortassero.

  «Direi sadici!» sbottò lui con fare insofferente.

  Erin preferì non controbattere.

  «Vuoi rientrare?».

Constant non rispose: con la forza delle braccia spinse la sedia a rotelle, sulla quale era costretto da otto mesi, rientrò in casa e, sempre aiutandosi con gli arti superiori, si andò a sdraiare sul letto.

  Coprì con fare frenetico le gambe: gli faceva orrore vedere come i muscoli, atrofizzati dall’inattività, avevano perso così tanto tono da rendere la pelle flaccida.

  Profondamente rammaricato dalla consapevolezza che nulla di quello che poteva fare avrebbe cambiato la situazione, Constant accese la televisione nel tentativo di distrarsi un po’.

*

Cassandra Hill seguì, correndo, la strada che la condusse alla periferia della città e proseguì verso sud così da sfruttare la discesa per risparmiare energie.

  Raggiunse i piedi della collina sulla quale erano state costruite numerose villette a schiera, poi proseguì verso il centro della città diviso in due dal fiume Torrent, facilmente attraversabile grazie a diversi ponti.

  Corse verso sud superando la biblioteca e il Comune dove sua madre lavorava, davanti al quale si trovava il parco cittadino. Giunse alla scuola: dietro vi erano alcuni campi di allenamento e la piscina comunale, spesso usata dalla squadra locale di nuoto e pallanuoto; poi svoltò a destra.

  Ansiosa per la grande fatica che l’aspettava - odiava correre in pendenza - Cassandra si diresse verso l’incrocio ad ovest, conosciuto anche con il nome di Incrocio della Morte. Da lì avrebbe proseguito a nord verso la cima della collina, sulla quale troneggiava la chiesa cittadina.

  Il reverendo Adam Morales, che viveva nell’umile casa a poche decine di metri dalla chiesa, era il fratello maggiore del suo adorato cognato, nonché padre della sua migliore amica, Aleesha Morales.

  La ragazza corse verso la chiesa che superò senza grosse difficoltà, il suo fisico era abituato. Si fermò davanti al cimitero e imitando ancora una volta il tipico gesto di vittoria di Rocky Balboa – fu quasi tentata di gridare il nome di Adriana – Cassandra si congratulò ancora una volta con se stessa per aver sconfitto la fatica.

  «Non sai che la superbia è un peccato capitale?» le ricordò la signora Euphemia Morales intenta a sistemare alcuni fiori: non le piaceva affatto il modo in cui il signor Sullivan aveva svolto il suo lavoro quella settimana.

  «Essere fieri dei propri successi non è superbia».

  «Invece sì» incalzò la donna.

  «Invece no» replicò Cassandra.

  La signora Morales si irrigidì di colpo. «Supponi di conoscere una religione, nella quale affermi di non credere, meglio di me che sono la moglie del reverendo? Non è forse superbia questa?» domandò con tono autoritario.

  «Io non volevo…» balbettò risentita.

  «Se tu fossi mia figlia ti inviterei caldamente a fare ammenda per il tuo peccato».

  Cassandra si trattenne dal gridarle in faccia che se fosse stata sua figlia l’avrebbe denunciata alle autorità competenti.

  «Mi dispiace, signora Morales, non era mia intenzione offendere lei o il suo credo» concluse reprimendo a stento il turbinio di emozioni che stava provando in quell’attimo.

  Dopo un timido cenno di saluto, si allontanò dalla donna che tornò a controllare i fiori. Persino sua sorella Atene considerava eccessivo il modo in cui Euphemia viveva la sua religione.

  Cassandra salutò la sua migliore amica intenta a stendere il bucato.

  «Ti ha sgridata?» le chiese.

  «Mi ha dato una bella strigliata, sì».

  Aleesha le sorrise.

  «Sei tutta rossa, vuoi bere?».

  «No, anzi scappo, sono sudata e non vorrei ammalarmi. Tra l’altro ho anche delle commissioni da fare».

  «Va bene, allora ci vediamo domani».

  Dopo averla salutata, Aleesha afferrò il cesto ormai vuoto e tornò in casa. Sua sorella Chasity, di quattordici anni, stava pulendo le stanze da letto, mentre Beatrix, di dieci anni, si occupava dei fratelli più piccoli.

  La giovane, facendo attenzione a non inciampare nella lunga gonna che indossava per imposizione di sua madre, si recò al secondo piano dove si trovava la lavanderia.

  Caricò nuovamente la lavatrice e mentre aspettava il lavaggio, si dedicò a rassettare le altre stanze; ogni sabato lei e sua sorella Chasity si occupavano di pulire a fondo la casa, lasciata a se stessa durante la settimana.

  Euphemia non era solo a capo del primo gruppo di preghiera che si radunava ogni mattina verso le nove e trenta – il secondo gruppo, che si radunava alle diciotto, era gestito da sua sorella Frieda Turner – ma si occupava, aiutata da molti altri fedeli, anche di mantenere pulita la casa del Signore.

  Ogni giorno, dopo aver dato un’occhiata ai fiori che abbellivano l’esterno e l’interno della chiesa, andava a controllare le cassette delle offerte, sempre stracolme di denaro. Una volta recuperato il contante, Euphemia lo chiudeva in cassaforte.

  Dopo aver salutato il marito, impegnato a preparare il sermone per la messa della domenica, si diresse verso la piccola stanza vicino all’altare dove ogni mattina si riuniva con alcuni dei compaesani per pregare.

  «Buona mattina a tutti voi». Alzò la lunga gonna che indossava per salire i due gradini.

  «Euphemia! Per fortuna sei qui». Le sorelle Kally si avvicinarono alla donna.

  «Hai saputo la novità?» le chiese Essence, la moglie del fornaio Bob.

  «Parlate dei nuovi arrivati?». La donna si tolse il giacchetto sotto il quale un banale maglioncino nero accollato copriva anche più del necessario, poi si diresse alle tante sedie disposte lungo una parete.

  «Sì. E non possiamo fare a meno di chiederci che gente debba essere se hanno deciso di vivere lì» incalzò Evie, visibilmente preoccupata.

  «Non credo che sia compito nostro giudicare l’operato dei nostri fratelli» le fece presente la donna, invitando gli altri a sedersi.

  «No certo, ma ci vuole davvero un grande coraggio se…». Geila Nelson, moglie del preside della scuola, si zittì. Lei nel gruppo era la più anziana e, quando il fatto era accaduto cinquant’anni prima, era già nata, sebbene all’epoca fosse molto piccola.

  «Si diceva che Joshua non fosse solamente impazzito, ma che fornicasse con il Demonio». Molti tra i presenti si fecero il segno della croce, spaventati dalla rivelazione.

  «Per nostra sfortuna non è la prima volta che ci imbattiamo in cose come questa…» un pensiero collettivo volò alla chiesa sconsacrata vicino alla fattoria dei Gomez «… ciò non deve in alcun modo spaventarci, Dio è con noi e il male non può nuocerci, siamo noi con i nostri dubbi che diamo a Satana il potere di invadere la nostra città».

  «AMEN» risposero in coro.

  «Scusate il disturbo». Babette Perry entrò timidamente nella stanza. «Signora Morales, sono venuta a prendere la lista, rammenta?».

  «Vai in casa, tesoro e chiedila ad Aleesha: lei sa dov’è».

  «La ringrazio».

  «Che Dio ti benedica».

  «Grazie, anche a voi». Babette uscì dalla stanza e percorse la chiesa con passo svelto, si fece il segno della croce come d’abitudine ed infine uscì dal tempio di Dio.

  Con le sue inseparabili ballerine – dati i numerosi impegni, erano un toccasana per i piedi – raggiunse la casa dei Morales che, per volere del reverendo, era sempre aperta per accogliere i fedeli.

  «Aleesha, sono Babette» chiamò, ferma sull’ingresso.

  «Un attimo» le rispose l’altra. Era già stata avvertita da sua madre quella mattina, ma chiunque avesse frequentato la Whitesouls-school sapeva che Babette Perry era diventata l’organizzatrice di qualsiasi evento.

  «Eccoti la lista, se qualcosa non ti è chiaro basta chiamare mio padre». Aleesha le passò il foglio di carta accuratamente ripiegato.

  «No, figurati, è già il secondo anno che organizzo questa festa, ormai so come funziona» le disse Babette.

  «Certo!» le rispose; sebbene tra le due non ci fosse un vero legame d’amicizia, le giovani si conoscevano sin da piccole.

  «Allora buon lavoro e che Dio ti Benedica».

  «Grazie, anche a te» rispose distrattamente; la lista era più lunga dell’anno precedente e questo la infastidì molto: non le piaceva dover organizzare eventi.

  Aleesha si diresse nuovamente in cucina dove stava lavando alcune pentole rimaste dalla cena; si arrotolò nuovamente le maniche della maglia e infilò le mani nell’acqua calda e sporca.

  Sua madre si ostinava a non voler comprare una lavastoviglie, convinta che quel progresso fosse solo un inganno del Diavolo studiato con lo scopo di far peccare di inerzia le donne.

  Almeno i panni non doveva lavarli a mano: secondo Euphemia quello non era peccato, perché lavare i vestiti alla vecchia maniera non garantiva una pulizia impeccabile. Sbuffando Aleesha cominciò a rassettare la cucina, desiderosa di finire presto quel noiosissimo compito. 

2

Come ogni giorno Babette Perry, che qualche ora più tardi si sarebbe recata a casa del reverendo Morales per recuperare la lista, aveva aperto gli occhi con estrema pigrizia, desiderosa di rimanere tutto il giorno a letto. Si costrinse a tirare fuori un piede dal caldo piumino, dove sarebbe rimasta accoccolata non solo per quel giorno ma forse per la sua intera esistenza.

  La ragazza spostò lo sguardo verso la piccola finestra oscurata dalle tende, dove la luce del sole stentava a filtrare, si stiracchiò nel letto e infine trovò la giusta motivazione per alzarsi. Si diresse alla scrivania, che a stento entrava nella stanza, e recuperò la vestaglia.

  Percorse lo stretto corridoio che la condusse nell’angolo cottura dove un divano, in contrasto con il resto della mobilia, adibiva parte della stanza a soggiorno.

  Faith Sanders, madre della giovane, l’accolse con un caloroso saluto per poi recarsi frettolosamente al lavoro. Babette, con una tazza di caffè bollente in mano, si recò alla finestra della cucina, spostò la tendina color bianco sporco e osservò sua madre parlare con il signor Sullivan e con il figlio di quest’ultimo.

Il giovane Nikosi Sullivan, di qualche anno più grande di Babette, lavorava spesso con il padre nei fine settimana.

La scenetta portò alla mente della sedicenne una vecchia lite avuta con Aggie, la maggiore dei figli del signor Sullivan.

  «Padre Morales è una brava persona, si è preso cura di mia madre sin da quando è rimasta vedova» le aveva detto a tono, rammentando perfettamente i racconti che Faith le aveva fatto sulle difficoltà economiche che si era trovata a dover affrontare. «Se non fosse stato per il reverendo che ha dato a mia madre questo lavoro…» le aveva detto con foga «... chissà che fine avremmo fatto!» concluse pensando che, sebbene lavorare e tanto più vivere in un cimitero non fosse qualcosa che le piacesse, l’alternativa di dormire in mezzo ad una strada l’allettava ancora meno.

  Babette si diresse in bagno trascinando i piccoli piedi ereditati dalla nonna materna. Minuta, con lunghi capelli neri che la giovane lasciava sempre sciolti e dei tratti somatici tipicamente indiani, dopo essersi data una leggera rinfrescata si diresse in camera sua per vestirsi. 

  Uscì di casa che sua madre ed i Sullivan non erano più in vista, si diresse ad una delle quattro uscite del cimitero e raggiunse la cima della collina dove si trovava la chiesa.

  Recuperata la lista da casa Morales, si incamminò verso la pianura e, superate le tante villette a schiera, raggiunse il centro della città.

  Era sicura di poter coinvolgere i cittadini nella raccolta fondi. Come richiesto nella lista, si diresse alla pizzeria di Tony.

  Entrò nel negozio che di mattina vendeva anche pane fresco. Bob, il marito di Essence Kally, lavorava lì da più di trent’anni ed aveva appreso l’arte di cucinare con il forno a legna da suo padre, che aveva lavorato in quel posto prima di lui.

  Il locale, preso d’assalto dalle tante casalinghe impegnate negli acquisti di prima necessità, era anche traboccante di ragazzini che, smaniosi, aspettavano il loro turno per comprarsi un bel pezzo di pizza calda da mangiare al parco cittadino.

  La giovane, ignorando la fila, cercò con lo sguardo Tony che, essendo il proprietario, si assicurava che tutti i suoi clienti fossero soddisfatti del servizio.

Non le fu difficile individuare il proprietario nella folla.

  «So perché sei qui, ma non posso, mi dispiace!» gli sentì dire. Antonio, detto Tony, stava spingendo un ragazzo verso l’ingresso del locale. «Veramente... mi dispiace, ma tuo fratello mi ha raccomandato» parlò rivolgendosi al ragazzo accanto a lui.

Tony rammentava le parole con cui Norman Myers lo aveva supplicato di non vendere più panini e pizze a suo fratello Nolan, a dieta ferrea da una settimana.

  Le analisi avevano rilevato valori alti di glicemia e trigliceridi, motivo per il quale suo fratello maggiore, che era anche il suo tutore – entrambi i genitori dei ragazzi erano morti per complicazioni dipese proprio dall’obesità – aveva deciso di regolare l’alimentazione

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