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Federico Dezzani - Blog. Anno 2015

Federico Dezzani - Blog. Anno 2015

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Federico Dezzani - Blog. Anno 2015

Lunghezza:
1.874 pagine
9 ore
Pubblicato:
1 feb 2016
ISBN:
9788892549661
Formato:
Libro

Descrizione

Il 2015 è stato un anno ad alta tensione: si ha avuto la conferma che la situazione internazionale, archiviata l'epoca della staticità, è sempre più dinamica e la storia, dopo anni di letargo, si sgranchisce di nuovo le gambe. Per leggere correttamente gli avvenimenti ed ipotizzarne gli sviluppi, è fondamentale un approccio olistico: economia, finanza, politica, terrorismo, geopolitica, tornate elettorali, campagne militari, etc. etc., devono essere analizzate contemporaneamente per individuare i nessi, capire le strategie del potere ed anticiparne le mosse. Questo è il modus operandi del nostro blog.

Sessanta articoli, dalla strage a Charlie Hebdo all'intervento russo in Siria, passando per l'eurocrisi, per capire il 2015 e orientarsi nel 2016.
Pubblicato:
1 feb 2016
ISBN:
9788892549661
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Federico Dezzani - Blog. Anno 2015 - Federico Dezzani

Federico Dezzani – Blog

Dove finisce la finanza ed inzia il terrorismo

Anno 2015

LIBIA: SFIDA RUSSIA-USA?

Pubblicato il 9/11/2014

Si intensifical’Operazione Dignità del generale Khalifa Haftar per la riconquista di Bengasi ed incassa le benedizione del premier Abdullah al Thani in esilio a Tobruk. Ora le ostilità sono aperte e le forniture militari russe, come in Siria ed Iraq, sarebbero decisive. Si profila uno guerra per procura tra Qatar-Turchia ed Egitto-Emirati Arabi Uniti. Cavalcando la sempre più evanescente influenza francese ed angloamericana, Mosca può rientrare nel gioco dopo la sua tentata estromissione nel 2011. Gli interessi italiani non coincidono più con quelli della NATO.

La situazione sul campo

A tre anni dalla morte del Colonello Muammur Gheddafi, il cui rovesciamento inizia con l’operazione NATO Odyssey Dawn di cui si è già persa qualsiasi memoria giornalistica o storica, la situazione in Libia è ad un punto di svolta. Dopo 36 mesi di instabilità, crisi economica e sanguinose faide, l’ipocrita velleità di ricomporre politicamente la latente guerra civile è stata accantonata dai fatti: le ambasciate chiudono e la parola passa alle armi, per un conflitto che auspicabilmente breve e risolutivo.

Il punto di non ritorno coincide con le elezioni del 25 giugno scorso, da cui emerge la nuova Camera dei Rappresentanti guidata dal premier provvisorio Abdullah al Thani che ripara a Tobruk per sfuggire alle milizie che infestano Tripoli e Bengasi. Le fazioni islamiste, riunite nel soggetto politico Alba della Libia, non riconoscono come legittimo il nuovo governo e, mantenendo in vita il precedente Congresso generale nazionale dove erano preponderanti, eleggono un proprio premier, il professore Omar al-Hassi.

In questo scenario di disgregazione politica, si intensifica l’attività del generale Khalifa Haftar, la cui comparsa sul palcoscenico libico risale a metà maggio quando, lanciata l’operazione Dignità, tenta un assalto al Parlamento di Tripoli etichettato dagli islamisti come golpe. Qualsiasi manuale che illustri le tecniche di colpo di stato, da quello di Curzio Malaparte a quello di Edward Luttwak, avrebbe sconsigliato l’operazione, poiché in un paese balcanizzato ed in preda all’anarchia il Parlamento rappresenta poco più che quattro mura e poco meno di un simbolo: non a caso, il blitz fallisce.

Khalifa Haftar ha alle spalle un travagliato passato politico e militare. Classe 1943, è tra gli ufficiali capeggiati da Gheddafi che nel settembre del 1969 rovesciano il filo-britannico re Idris, implementando un colpo di stato progettato pochi mesi prima in Italia, nei saloni di un albergo di Abano Terme, in provincia di Padova . Il 12 dicembre 1969, comincia a Milano in Piazza Fontana la lunga stagione del terrorismo neo-fascista poi brigatista ed infine mafioso, che insanguinerà l’Italia fino agli anni ’90. Coincidenza? Improbabile.

Haftar partecipa alla lunga guerra tra Libia e Ciad (1978-1987) da cui N’Djamena esce vittoriosa grazie al decisivo supporto dell’aviazione di Parigi e del denaro di Washington: gli stessi attori che nel 2011 guidano il regime change contro il Colonnello. Haftar è fatto prigioniero dalle truppe ciadiane, è consegnato agli americani ed è trasferito in Virginia , a due passi dal quartier generale della CIA, dove rimane fino al 2011, quando rientra in Libia in concomitanza alle operazioni NATO. Nell’ultimo ventennio è stato coltivato dagli USA come uno degli innumerevoli dissidenti al regime di Gheddafi, ma in un mondo fluido come quello arabo (vedi il voltafaccia di Anwar Al-Sadat ai sovietici) dove a contare sono le forniture di armamenti ed il prestigio internazionale, non è da considerare un americano in pianta stabile. Anzi, vedremo più avanti che è il potenziale ultimo arrivato nel club arabo amici di Mosca (che conta membri storici come Algeria e Siria e nuovi affiliati come Iraq ed Egitto).

Abortito il colpo di stato nel maggio del 2014, Haftar ripara nell’est della Libia, si installa nell’aeroporto Beinina di Bengasi (alla periferia della città lato Egitto) e si dedica all’allestimento di un esercito ed alla riattivazione degli sparuti MIG di cui dispone (grazie a mezzi e tecnici egiziani): a metà ottobre si sente forte abbastanza da lanciare un proclama in televisione dove annuncia che l’esercito nazionale è pronto a liberare tutta Bengasi .

Dismesso il profilo da generalissimo, Haftar riceve la simbolica ma politicamente rilevante investitura dal premier Abdullah al Thani, asserragliato a Tobruk, a riconquistare Tripoli. Le truppe paramilitari dell’ex-luogotenente di Gheddafi sono quindi promosse a esercito regolare a tutti gli effetti, avvalendosi della legittimità di cui si fregia il governo provvisorio di Al Thani (negata dagli islamisti con la recente sentenza della Corte suprema). La capitale dista 650km in linea d’aria, ma il generale Haftar ottiene perlomeno un discreto successo a Bengasi, dove le milizie islamiste nei primi giorni di novembre sono respinte ed isolate nei quartieri del porto . I morti, nel frattempo, salgono: 130 a Bengasi solo tra metà ottobre ed inizio novembre .

Chi sta con chi? In Libia…

Lo schieramento dei nazionalisti laici è rappresentato in Cirenaica dal governo del premier Abdullah al Thani e dal generale Haftar, sotto il cui comando sono passati i paracadutisti di Bengasi, quelli di Tobruk ed i reparti scelti del colonnello Wanis Abu Khamada ; in Tripolitania si avvale invece delle milizie della città di Zintan, dei resti della 32esima brigata del defunto Khamis Gheddafi e probabilmente delle tribù Warfalla, Gadafa e Magaria : sulla carta la superiorità numerica è assicurata.

L’islam sunnita più integralista si riunisce attorno alla formazione Alba della Libia che ha disconosciuto l’esito delle elezioni del 25 giugno ed ha proclamato come premier Omar al-Hassi. Ha come roccaforti la città di Misurata nell’ovest e la città di Derna nell’est ed è presente politicamente e militarmente sia a Tripoli (conquistata nell’agosto scorso dalla coalizione islamista Fajr Libya ) che a Bengasi. Le milizie islamiste si avvalgono di veterani della guerra afgana, irachena e siriana e usano sia sigle locali (LIFG e l’Ansar al Sharia che condusse l’assalto all’ambasciata americana nel settembre del 2012 ) che internazionali (Al Qaeda e ISIS). Tutte vantano una rodata collaborazione con l’MI6 inglese e la CIA statunitense (dai tentativi di assassinio del Colonnello Gheddafi negli anni ’90 all’agognato rovesciamento di Bashar Assad in Siria).

Chi sta con chi? Nell’universo mussulmano…

Algeria, Egitto ed Emirati Arabi Uniti appoggiano i nazionalisti laici. L’Algeria impegnata con la delicata fine della presidenza di Abdelaziz Bouteflika e l’Egitto del neopresidente Abd al-Fattah al-Sisi hanno fatto della lotta all’islam radicale e del nazionalismo due dei pilastri su cui edificare lo Stato. La prima ricorda ancora la decennale e sanguinosa guerra civile contro i gruppi islamisti (1991-2002) mentre il secondo è fresco di un nuovo colpo di stato in meno di tre anni che ha posto prematuramente fine all’esperienza di governo dei Fratelli mussulmani: entrambi temono il riacutizzarsi della minaccia islamica e aborriscono l’idea di una Libia in preda al caos ed alle milizie islamiche. Un terzo fattore accomuna i due popolosi stati nord-africani: la collaborazione militare con la Russia, recentemente siglata anche dall’Egitto attraverso una fornitura da 3$ mld .

Gli Emirati Arabi Uniti sono invece storici alleati e clienti militari di Washington e Parigi ma, come la monarchia saudita, considerano l’islam politico un pericoloso cancro da estirpare in casa come all’estero, soprattutto se esportato dagli odiati vicini del Qatar da cui, non a caso, hanno richiamato l’ambasciatore nel marzo del 2014 .

Qatar e Turchia sostengono gli islamisti libici. Lo fecero attivamente durante il regime change del 2011 (Doha inviò anche reparti scelti per espugnare Tripoli ) e continuano a farlo tuttora, tanto che il ministro della giustizia del governo in esilio a Tobruk ha esplicitamente accusato i due paesi di finanziare le milizie islamiche ed il generale Haftar non ha esitato a definirli sponsor del terrorismo.

 Le due arrembanti potenze sono però ora in evidente difficoltà a causa di una sovraesposizione internazionale di cui non reggono lo sforzo e, toccato l’apice dell’attivismo all’inizio del 2013 (sostegno agli islamisti in Libia, destabilizzazione della Siria, finanziamento ai Fratelli Mussulmani in Egitto, schermaglie con Israele tramite Hamas, etc.), sono in fase di deflusso.

Chi sta con chi? Nello scacchiere mondiale..

La Francia, smarrita dal relegamento in serie B all’interno dell’eurozona e atterrita da finanze pubbliche fuori controllo (il rapporto debito/PIL è passato dal 59% del 2002 al 95% del 2014) cerca di occultare le proprie debolezze attraverso una frenetica ed acefala politica estera (rovesciamento di Gheddafi, intervento in Mali, destabilizzazione della Siria, assertività sul dossier del nucleare iraniano, azioni aeree contro l’ISIS, etc.). Gli esisti sono inconcludenti ed a fine mese arrivano comunque le bollette da pagare, nonostante più di una volta l’Eliseo abbia tentato di scaricare sulla UE i costi della grandeur. Parigi soffre anche delle calanti fortune del Qatar, con cui si era lanciata a capofitto nell’avventura libica. Nella tarda estate del 2014, il ministro della difesa Jean-Yves Le Drian ha ventilato la costituzione di una seconda coalizione per intervenire militarmente in Libia . Nessuno in Europa, tra eurocrisi e polveriera ucraina, sembra però interessato ad aprire un altro fronte.

Gli Stati Uniti hanno abdicato definitivamente al ruolo di gendarme del mondo e, anziché la pax americana, dispensano a piene mani caos e destabilizzazione per tutti. Il ragionamento alla base della nuova dottrina americana è semplice: perché garantire l’ordine mondiale che arricchisce e rafforza le potenze emergenti? Molto meglio sabotare e sovvertire, lasciando che l’onere di mettere una pezza ricada sugli sfidanti alla supremazia mondiale. Scardinato l’asse Tripoli-Mosca, l’attuale caos libico rappresenta per Washington l’optimum (un simile scenario era anche auspicato in Siria) ed è probabile che si opporranno a qualsiasi iniziativa avversaria per restaurare l’autorità centrale. In ogni caso è da escludere un intervento diretto, dopo la triste fine nel settembre 2012 dell’ambasciatore-agente CIA Christopher Stevens.

Il Regno Unito ha attualmente difficoltà a mantenere una singola portaerei in servizio e, dopo il voto parlamentare nell’agosto del 2013 che ha raffreddato gli ardori bellici di David Cameron in Siria, difficilmente si lascerà coinvolgere nell’avventura libica. Per Londra, come per gli americani, il principale obbiettivo è infatti già stato raggiunto: danneggiare la relazione speciale tra Tripoli e Roma e scardinare l’asse Tripoli-Mosca.

La Russia mastica ancora amaro per essersi astenuta al momento del voto della risoluzione 1973 dell’ONU che ha permesso l’istituzione della no-fly zone in Libia, rapidamente trasformatasi in una caccia all’uomo (Muammur Gheddafi). Da allora Mosca si è prodigata in un attivismo per cui bisogna tornare ai primi anni ’70 per trovarne un precedente: difesa ad oltranza di Bashar Assad, forniture militari a Iraq ed Egitto, intensificazione dei rapporti militari ed economici con l’Iran, crescendo di tensione con i tradizionali alleati americani nella regione (Turchia ed Arabia Saudita). Dopo il regime change della NATO nel cortile di casa ucraino, le relazioni con gli americani sono poi precipitate ai tempi del rude Nikita Kruscev e qualsiasi mossaper danneggiare gli americani è gradita. La Libia è potenzialmente la prossima pedina…

La crisi si internazionalizza…

Il salto di qualità nella crisi libica avviene il 25 agosto quando sul New York Times appare un articolo dal titolo Arab Nations Strike in Libya, Surprising U.S. : nella settimana precedente sono stati condotti almeno due raid aerei contro le milizie islamiste impegnate nella presa di Tripoli e, sebbene il generale Haftar ne rivendichi la paternità, gli americani reputano che non disponga di mezzi per simili iniziative. Chi sono quindi i responsabili? Secondo le autorità statunitensi l’Egitto avrebbe messo a disposizione le basi aeree mentre gli Emirati Arabi Uniti avrebbero fornito aerei, piloti ed armi. L’iniziativa, continua l’articolo, ha profondamente seccato Washington e rappresenta un altro duro colpo ai rapporti già deteriorati con Il Cairo. Gli americani, fedeli al principio di riscrivere le regole di volta in volta in base ai loro interessi, da un lato addestrano in Giordania i ribelli per rovesciare Bashar Assad, dall’altro si oppongono a qualsiasi ingerenze esterna in Libia. Assieme a Francia, Italia, Regno Unito e Germania, gli USA si dicono pronti ad adottare secondo quanto previsto dalla Risoluzione 2174 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sanzioni individuali contro coloro che minacciano la pace, la stabilità e la sicurezza della Libia o contro coloro che si oppongono o tentino di sabotare il processo politico . Esprimono poi preoccupazione dagli attacchi del generale Haftar contro le milizie islamiste.

Ora, se gli Stati Uniti non solo lesinano qualsiasi aiuto al premier Al Thani ed al generale Haftar ma pure condannano il coinvolgimento di Egitto ed Emirati Arabi nella strisciante guerra libica, a chi può rivolgersi la coalizione che combatte gli islamisti finanziati da Qatar e Turchia? Magari alla stessa potenza che in Siria sostiene il regime laico di Assad contro un analogo fronte integralista: la Russia di Vladimir Putin.

Apre le danze il principe Mohammed Zayed Al Nahyan, comandante supremo delle forze armate degli Emirati Uniti, che il 23 ottobre incontra a Sochi il presidente Vladimir Putin. Tra i due stati esiste una relazione speciale con cui si affrotano il dossier israeliano-palestinese, quello iracheno e, ovviamente, quello libico . A questo punto, è necessario che Vladimir Putin cementi il sostegno alla coalizione anti-islamista, inviando un messaggio inequivocabile all’Egitto: detto, fatto. Sabato 25 ottobre, il presidente russo loda pubblicamente Al-Sisi per essere intervenuto in Libia, salvando il paese dal caos e dagli estremisti .

Ed i diretti interessati, i libici, cosa ne pensano? Il premier Al-Thani ha recentemente invitato la Russia ad assistere la Libia nella ricostituzione delle forze armate, con la fornitura di armi ed istruttori. Inoltre il premier, entro fine novembre, si recherà in visita a Mosca per discutere della crisi che attanaglia il paese . Probabilmente il premier Al-Thani ed il generale Haftar hanno già una precisa richiesta da avanzare a Mosca: un lotto di elicotteri Mil Mi-28NE e Mil Mi-35M il cui impiego in Iraq contro l’ISIS è stato dirimente, specie se rapportato agli sporadici ed effimeri raid americani e francesi.

Cosa può fare Washington per ostacolare il prepotente ritorno di Mosca in Libia? Ben poco, considerato che l’unica strada percorribile sarebbe aumentare il sostegno finanziario e militare a quelle sigle dell’islam integralista che, almeno formalmente, sono combattute in Iraq.

All’Italia servirebbe un bagno nelle chiare, fresche et dolci acque della realpolitik.

Al gracile corpo dell’Italia serve un bagno purificatore nelle limpide acque della realpolitik, per lavare via le incrostazioni ed i residui di troppi anni di illusioni, politically correct ed assoggettamento politico e culturale che hanno ridotto il paese all’attuale stato di degrado. Prendere coscienza della propria condizione ed abbattere i falsi idoli (un’Europa politicamente unita e la solidarietà nordatlantica) è il presupposto per qualsiasi ripartenza: l’impresa è titanica e richiede un tale ripensamento della nostra politica estera da necessitare una sostituzione della classe dirigente.

Nell’estate del 2011 siamo stati investiti da un doppio treno: la crisi dell’eurozona e la destabilizzazione del Mediterraneo targata NATO. La prima ci ha costretto ad adottare le politiche di austerità che hanno devastato il nostro sistema produttivo, mentre la seconda ha sostituito il flusso in uscita delle nostri merci verso i paesi arabi con il flusso in entrata di profughi e clandestini. Proseguire su questa strada non è possibile.

La pacificazione della Libia, accettando quindi i costi militari ed umani che questo comporta, è una priorità dell’Italia: il petrolio libico, la sicurezza delle frontiere ed i reciproci scambi commerciali sono beni cui non possiamo rinunciare.

I forti legami economici con la Federazione Russa, gli Emirati Arabi Uniti ed l’Algeria non dovrebbero lasciare all’Italia il minimo dubbio su chi sostenere nella guerra che si combatte in Libia: è nostro interesse che i nazionalisti laici, guidati dal premier Al-Thani ed dal generale Haftar, escano vittoriosi ed in tempi brevi dal conflitto. Al ministro della difesa Roberta Pinotti in visita al Cairo devono aver spiegato che musica si suona nell’ex-colonia italiana: ne è scaturita una disponibilità a formare ed equipaggiare le forze armate libiche . Alle parole seguiranno i fatti?

MISSOURI-MAIDAN

Pubblicato il 27/11/2014

Auto rovesciate da una massa brulicante di manifestanti inferociti, edifici che vomitano denso fumo nero dai vani vuoti delle finestre, manipoli di rivoltosi che al crepuscolo si riscaldano attorno ai copertoni in fiamme, saccheggi dei negozi al calare della notte, pungente odore di lacrimogeni, anonimi poliziotti equipaggiati come truppe d’assalto, decine di arresti e minaccia di incarcerazione di massa per chi occupa i luoghi pubblici.

Kiev, novembre 2013? No, Missouri, Stati Uniti, novembre 2014.

C’è un parallelismo tra le due rivolte? C’è la possibilità che negli Stati Uniti, come in Ucraina, la piazza arrivi a rovesciare un governo eletto? Oppure gli USA, il cui establishment è protetto da una pletora di polizie ed agenzie segrete, sono ancora troppo opulenti, troppo policés, per cadere sotto i colpi della sollevazione popolare?

Altro autunno caldo, quello russo del 1917. Si scontrano due visioni di come portare a compimento la rivoluzione: quella di Vladimir Lenin e quella di Leon Trotsky. Il primo si affida alle circostanze russe in quel preciso momento storico per rovesciare il governo Kerenskij e instaurare la dittatura del proletariato. Il secondo, vera mente grigia della rivoluzione d’ottobre, sostiene che sarebbe in grado di abbattere un governo indifferentemente a Londra, Berna o Amsterdam: le condizioni sociali del paese passano in subordine rispetto alla corretta tecnica di colpo di stato. Serve una élite di rivoluzionari, vere truppe d’assalto, che colpiscano i gangli dello Stato: la miglior polizia del mondo non potrebbe nulla contro un colpo di mano che esuli dal mantenimento dell’ordine pubblico ed attacchi il sistema nervoso della cosa pubblica.

Vince Trotsky, che, espugnato il Palazzo d’Inverno, è premiato con il comando della neonata Armata Rossa: il suo potere crescerà a tal punto da costringere la troika (quella originale, con l’omonimo direttorio neo-sovietico di Bruxelles) a esiliarlo. Morirà nel 1940, ucciso in Messico da un agente sovietico. I suoi insegnamenti continuano però ad essere studiati e siamo certi che alla CIA, dove sono stati coltivate in vitro le rivoluzioni di Libia, Siria, Egitto, Tunisia ed Ucraina, le tecniche del vecchio Trotsky siano ancora accuratamente sviscerate.

Torniamo alla domanda di prima: le rivolte che infuocano il Missouri e la periferie della grandi città americane, sono i prodromi di una potenziale rivoluzione americana, seguita a ruota da un regime change in stile ucraino? La risposta è sì.

La differenze sostanziale è che nel caso di Euromaidan, qualcuno ( e Berlino) hanno applicato correttamente i vecchi principi di Trotsky, investendo denaro, mezzi e uomini. Nel caso del Missouri, manca una potenza straniera o un partito politico autoctono che abbia la volontà e la capacità di giocare fino in fondo la partita, espugnando la Casa Bianca.

Con il denaro e gli uomini giusti, tutto è però possibile, anche l’impensabile. Ci cimenteremo quindi in una partita di fantacalcio sui generis e proveremo a rovesciare il presidente Barack Obama e ad instaurare un governo rivoluzionario, amico delle minoranze colorate e rispettoso della nostra sfera di influenza sullo scacchiere internazionale. Emuleremo quanto fatto dalla CIA in Ucraina, ricordando però che il maestro in materia, diamo a Cesare quel che è di Cesare, rimane sempre Leon Trotsky.

Euromaidan e le rivolta di Ferguson: l’antefatto.

Ogni rivoluzionario, ieri come oggi, ha come obbiettivo il rovesciamento dell’ordine vigente e dei suoi rappresentanti che, giustamente, si difendendo con le unghie e con i denti prima di soccombere. Di norma i rivoluzionari, se escono vivi e vittoriosi dall’avventura, abbelliscono con un manto di costituzionalità il neonato sistema, ma la loro azione è sempre illegale, finché non assurgono loro stessi a legislatori. Ciascun rivoluzionario, invece, opera in un contesto storico, politico e geografico ben preciso. Vediamo i casi dell’Ucraina e del Missouri.

In Ucraina il terreno di coltura per l’insurrezione è rappresentato dalle tensioni tra ucrainofoni dell’ovest e russofoni dell’est, mentre lo scopo della rivoluzione è il posizionamento di Kiev nell’orbita UE-NATO, sottraendola all’influenza di Mosca ed alla nascente Unione Euroasiatica. Il 28 novembre 2013 il presidente ucraino Viktor  rifiuta di siglare l’accordo di associazione con l’Unione Europea, firmando così la sua condanna: a Washinton si decide di rovesciarlo contando sulla complicità del governo tedesco guidato da Angela Merkel. Nella piazza centrale di Kiev, ribattezzata Euromaidan dall’emittente radiofonica americana Radio Free Europe, compaiono i primi assembramenti. La tensione, giorno per giorno, sale.

In Missouri il fattore scatenante della rivolta è l’omicidio dell’afroamericano Michael Brown, ucciso a Ferguson il 9 agosto del 2014 da un agente di polizia bianco dopo un presunto furto di sigari. La morte di Brown riaccende tensioni da sempre latenti negli USA: la segregazione razziale, il Southern Manifesto, l’assassinio di Martin Luther King, il disagio sociale, etc. Le proteste richiedono un primo intervento delle forze speciali per sedare la rivolta: l’ordine pubblico è militarizzato. Poi riesplodono dopo la controversa decisione del gran giurì della contea di St. Louis, di non processare il poliziotto per l’omicidio di Michael Brown: i disordini si diffondono a macchia d’olio nelle periferie delle principali città americane ed agli afroamericani si uniscono gli indigenti bianchi.

Lo scopo della nostra rivoluzione sarà rovesciare l’establishment americano ed istaurare un governo che smantelli la rete di basi americane in giro per il mondo e dirotti sulla spesa sociale le risorse assorbite dal complesso militare-industriale. Sarà una rivoluzione al grido di più burro e meno cannoni!

Euromaidan e Missouri-maidan: lo svolgimento.

Se il congresso dei Soviet avesse fatto affidamento su Lenin e sull’ineluttabilità della dittatura del proletariato, oggi la coppia più glamour sarebbero senza dubbio il rampollo di casa Romanov e un’hostess di San Pietroburgo. Le rivoluzioni non cascano dall’albero come pere mature e perché siano coronate da successo, insegna Leon Trotsky, servono veri esperti della sovversione. Vediamo come la CIA si è mossa in Ucraina e come agiremo noi negli USA.

Prima regola: niente soldi, niente rivoluzione. Creare un nucleo di professionisti della rivoluzione, pagare loro uno stipendio, studiare e diffondere la propaganda, spostare ed istruire gli attivisti, distribuire telefoni, radio, armi ed esplosivo, costa. E tanto. Il Dipartimento di Stato americano, per ammissione di , e la Open Society Foundation, un’organizzazione CIA di cui probabilmente  è solo un prestanome, hanno investito diversi miliardi di dollari nelle due rivoluzione ucraine: quella arancione del 2004, poi abortita, e quella contro Yakunovich del 2013.

Se l’obiettivo della rivoluzione ucraina è disarcionare gli oligarchi filorussi per sostituirli con oligarchi filoamericani, ai media compiacenti ed all’opinione pubblica si vende merce più appetibile: lotta contro la corruzione, la cleptocrazia e la brutalità del regime oppressore, poco importa se legittimamente eletto. Quindi, impostata l’insurrezione sulla dialettica libertà vs. oppressione, bisogna esacerbare lo scontro di piazza, provocando le forze dell’ordine o addossando loro efferati crimini.

Per quest’operazione la CIA si serve dei nazionalisti di Settore Destro e degli hooligans con un lungo curriculum di guerriglia alle spalle: i cecchini che aprono il fuoco sulla folla nel febbraio del 2014 e preparano il terreno per la precipitosa fuga di Yakunovich provengono dalle file dei movimenti di estrema destra. Ne parlano in una telefonata intercettata Catherine Ashton ed il ministro degli esteri estone Urmas Peat.

Ora, prendiamo in mano la caotica rivolta dei sobborghi afro-americani e trasformiamola in una coesa ed efficiente macchina rivoluzionaria. Dobbiamo per prima cosa dare loro qualche spicciolo per fare la guerriglia. Come il mecenate della Leopolda renziana, David Serra, apriamo una società finanziaria alla Cayman, oppure a Singapore o Abu Dhabi, dove dirottiamo le risorse che il nostro governo destina ai paesi del terzo mondo ed alla cooperazione economica. Quindi apriamo tre ONG in altrettanti stati africani (Etiopia, Sudan, Angola) su cui convogliano i fondi. Le ONG sono scatole vuote e a rappresentarle ci sarà un solo impiegato, seduto in un modesto ufficio, che risponda al telefono e gestisca il sito internet. Le organizzazioni infatti, denominate Amici africani del Missouri, Fratelli Etiopi per l’America e Marxisti-leninisti d’Africa, sono solo il paravento dietro cui occulteremo il trasferimento di soldi alla protesta afro-americana negli USA.

I nostri attivisti iniziano quindi una capillare opera di sensibilizzazione e proselitismo tra le minoranze di colore americane: fondazioni, convegni, manifestazioni, giornate della memoria, spettacolari azioni di protesta, campagne virali su internet, inserzioni pubblicitarie, etc. Due sono i punti su cui ci focalizziamo: la discriminazione delle minoranze e la rapacità del governo federale che, con le insostenibili spese militari, sottrae soldi al welfare. La fascia più ampia possibile della popolazione deve famigliarizzare con il nostro messaggio, in modo che non ci sia ostile quando entreremo in azione, mentre nel frattempo selezioneremo una minoranza che sia politicamente attiva.

Quindi, ricordando la massima che la rivoluzione non è un pranzo di gala, ci occorre l’equivalente del Settore Destro in Ucraina: la truppa d’assalto che faccia il lavoro sporco. Nel nostro caso, mentre la CIA ha pescato nell’estremismo di destra, noi faremo affidamento sugli eredi dei Black Panthers, un movimento di ispirazione socialista che abbracciò anche la lotta armata per difendere i diritti dei negri negli anni ’60 e ‘70. La punta di diamante sarà il redivivo Black Liberation Army, il superclan dentro i Black Panthers: i nostri istruttori militari ne addestreranno i membri nei campi allestiti in Venezuela e Bolivia.

Tutte le pedine sono al loro posto: Viktor Yakunovich e Barack Obama, tremate!

Euromaidan e Missouri-maidan: l’epilogo.

I colpi di stato bonapartisti (Napoleone che circondato dai granatieri scioglie il Direttorio, oppure Benito Mussolini che riceve dal Re la guida dell’esecutivo sull’onda della Marcia su Roma) si addicono ormai solo ai dei paesi in via di sviluppo, dove per il presidente di turno controllare l’aeroporto internazionale è ancora di gran lunga più importante che controllare l’account twitter.

In occidente, oggi, i colpi di stato si giocano sul concetto di legittimità: il governo in carica può disporre delle forze armate al loro completo, controllare centrali elettriche, acquedotti, snodi ferroviari e stradali, telecomunicazioni e dorsali internet, ma non può approntare nessuna difesa se la rivoluzione lo ha delegittimato. Privato dell’autorevolezza, il governo è svuotato di ogni potere e, come un novello Cesare, cade senza reagire sotto le pugnalate dei congiurati.

Come la CIA ha rovesciato Viktor Yakunovich creando una situazione dove la difesa di un governo democraticamente eletto è resa impossibile da un’opinione pubblica indignata dalle presunte brutalità della polizia, così noi rovesceremo Barack Obama. Serve a poco disporre della SWAT, della Sesta Flotta o degli F35, se l’opinione considera criminale qualsiasi azione compiuta dal governo: la delegittimazione è l’arma del nuovo rivoluzionario occidentale.

Nel dicembre del 2013 Viktor Yakunovich, spaventato dalle moti di piazza di Kiev, torna sui propri passi e si dice pronto a firmare l’accordo di associazione con la UE: Washington giudica la mossa un semplice diversivo e procede con il rovesciamento del presidente. A gennaio volano le molotov, si contano i primi morti tra i manifestanti e l’opposizione politicamente presentabile chiede le immediate dimissioni di Yakunovich. Il presidente dispiega le teste di cuoio, i Berkut, in Piazza dell’Indipendenza dove fronteggiano assalti sempre più aggressivi. Il crescendo rossiniano culmina con l’azione dei cecchini che aprono il fuoco sui manifestanti e sulle forze di polizia: è il 20 febbraio. Il 21 febbraio Yakunovich lascia Kiev ed il 22 il Parlamento nomina un presidente ad interim, filoamericano, ça va sans rien dire. La tecnica dei cecchini che aprono il fuoco sulla folla è stata largamente impiegata anche in Tunisia, Libia, Egitto e Siria durante la Primavera Araba targata CIA.

Vediamo ora come concludere il nostro regime change americano. Per tutto il mese di dicembre la tensione è mantenuta alta attraverso la protesta: i manifestanti reclamano la fine della discriminazione razziale, pari opportunità di lavoro, investimenti per le periferie e più controlli sulla condotta della polizia. Negli Stati dove la presenza di afro-americani è più forte la tensione sale: dal Missouri alla Florida, dal Texas a New York gli scontri con le forze dell’ordine avvengono a scadenza giornaliera. La nostra rete è due volte attiva: da una parte organizza le proteste e alza il tono dello scontro, dall’altro documenta con dovizia di particolari la reazione della polizia, esasperandone l’aspetto brutale e repressivo. Si diffonde il malcontento tra le forze dell’ordine e si ricorre con meno remore alla violenza. Verso la fine di dicembre c’è il salto di qualità: un nostro agente della Black Liberation Army piazza una bomba in una stazione di polizia di Atlanta. Si contano decine di morti e gli ambienti politici più oltranzisti evocano misure straordinarie per riportare l’ordine. Il presidente Obama, già politicamente debole, precipita nei sondaggi: pusillanime per i repubblicani ed incapace di leggere la realtà per i liberal.

Quindici gennaio 2015: una grande folla marcia per le vie di Atlanta commemorando la nascita di Martin Luther King. Il corteo è seguito passo a passo dalle forze dell’ordine. La tensione è palpabile. Scoppia un tafferuglio e si sentono spari: i cecchini della Black Liberation Army hanno abbattuto due agenti di polizia che si accasciano esanimi al suolo. Le forze dell’ordine, prese dal panico, rispondono al fuoco. È strage.

La situazione negli Stati Uniti è fuori controllo.

La Casa Bianca è circondata da una folla inferocita che esige giustizia e degne condizioni di vita: la rivolta da razziale è diventata sociale ed alle minoranze di colore si sono aggiunti i giovani disoccupati ed il popolo dei padri di famiglia costretti ad un lavoro part-time.

A Barack Obama , rifugiatosi a Camp David, sottopongono l’ordine esecutivo per la proclamazione della legge marziale.

Qualche giorno dopo, un solitario visitatore, camminando negli ambienti spogli e vandalizzati della ex-villa presidenziale, trova sul pavimento l’ordine esecutivo con la firma in calce del presidente. Missouri-maidan si è conclusa con successo.

Euromaidan è realtà, Missourimaidan è finzione.

Ma come la CIA ha pilotato la Primavera Araba e la cacciata di Yakunovich, non abbiamo nessuno dubbio che un efficiente servizio segreto saprebbe guidare una rivoluzione anche negli USA. Leon Trotsky insegna che non sono le circostanze a rendere il terreno fertile alla rivoluzione, ma i bravi rivoluzionari che sanno coltivare anche il terreno meno fertile.

CHARLIE HEBDO, VITTORIOSA DISFATTA DELL’INTELLIGENCE

Pubblicato il 09/01/2015

Attentato falsa bandiera in stile New York 9/11 o Londra 07/07? No, un’operazione di infiltrazione e sovversione in stile anni ’70, dove i fratelli franco-algerini rappresentano i brigatisti di basso rango che premono il grilletto e chi si occupa dalla pianificazione, organizzazione e logistica, il BR Mario Moretti del caso, probabilmente non sarà mai preso perché legato ai servizi. L’intelligence francese esce quindi sconfitta secondo i media che leggono il copione, vincente in base agli obbiettivi programmati e marcia fino al midollo per chi analizzi a fondo la vicenda in divenire.

I terroristi perfetti

Said e Cherif Kouachi, franco-algerini di 32 e 34 anni, sono terroristi talmente perfetti che sembravano coltivati in vitro: nati e cresciuti a Gennevilliers, banlieu a Nord di Parigi, rimangono orfani, poi sono dati in affidamento e suonano un po’ di rap crescendo nel mondo della piccola criminalità; il maggiore è arrestato nel 2008 in quanto affiliato alla rete Buttes-Chaumont che recluta volontari da spedire in Iraq. Sono perciò da almeno cinque anni nei radar delle forze di sicurezza. Dopodiché, in base alle informazioni che piovono a catinelle a distanza di 24 ore dall’attacco, sarebbero passati nei campi di addestramenti di Al Qaida in Yemen e avrebbero partecipato alla guerra in Siria. Il primo grande quesito da porsi è: come possibile che non fossero pedinati a vista? Le informazioni in possesso dei giornali dopo un giorno dall’attentato non erano negli archivi dell’intelligence? Sembra assurdo anche perché i due fratelli erano nella lista nera compilata dal Terrorist Screening Center statunitense.

L’attentato ed il ruolo della carta d’identità abbandonata.

Il 7 gennaio i due fratelli fanno irruzione della sede di Charlie Hebdo ed uccidono dodici persone, urlando i nomi dei vignettisti. L’assalto avviene durante la riunione di redazione del giornale quando tutto il personale è concentrato: assumendo che la riunione di redazioni duri un’ora e che la settimana lavorativa conti 40 ore, le probabilità che sia una coincidenza sono di 1/40, ossia il 2,5%. È quindi altamente probabile che l’attentato sia stato accuratamente pianificato, gli orari della redazione studiati, memorizzati i nomi ed il viso delle vittime. Forse per dare un tono di dilettantismo all’operazione, è diffusa la notizia che gli attentatori non conoscessero il numero civico della redazione. Ma è possibile che chi conosce il nome dei vignettisti e gli orari della riunione settimanale della redazione non sappia dov’è la sede dell’attentato? Nessuno dei fratelli ha mai fatto un sopralluogo? Altra incredibile leggerezza per un efficiente commando che si sarebbe formato nei campi Al Qaida, dimenticano la carta d’identità nell’auto che abbandonano dopo l’attentato. I due fratelli franco-algerini non sanno che la regola base per qualsiasi rapinatore o terrorista è di liberarsi di documenti, telefoni , orecchini o qualsiasi mezzo di riconoscimento per non essere identificati? Perché indossare i passamontagna per poi dimenticare il documento in auto?

Probabilmente il documento è stato aggiunto sulla scena del crimine dall’intelligence su soffiata della mente dell’operazione, il BR Mario Moretti del caso, che conosce il nome ed il piano degli attentatori, perché è stato lui a progettarlo. Con il ritrovamento della carta si desidera quindi instradare rapidamente la polizia sui colpevoli per liquidarli in fretta. Tutta la vicenda ha un triste e fresco precedente che stranamente pochi ricordano: nel marzo del 2012 il franco-algerino Mohamed Merah uccide sette persone, sparando da uno scooter, prima di asserragliarsi in un appartamento dopo sarà ucciso durante il blitz delle teste di cuoio. Si scoprirà che anche lui era nei radar dell’intelligence francese da tempo, essendo stato un informatore della DGSE tramite cui si era recato in Afghanistan per raccogliere dati sugli islamisti francesi.

Gli ultimi sviluppi

In base alle ultime informazioni i fratelli Kouachi sarebbero barricati in una tipografia di Dammartin-en-Goële, nord-est di Parigi, dove si sarebbero rinchiusi insieme ad un ostaggio dopo un includente peregrinare nelle campagne del dipartimento Senna e Merna. Perché sono usciti da Parigi per poi rinchiudersi dopo una notte da latitanti in una piccola azienda insieme ad un ostaggio? Era previsto un punto di raccolta dove avrebbero dovuto essere prelevati e portarli in salvo, mentre all’appuntamento non c’era nessuno?

Probabilmente i fratelli Kouachi hanno capito che ormai sono spacciati ed avrebbero detto alla polizia di voler morire da martiri: ci sono poche probabilità che non vengano accontentati, eliminando così ogni possibilità di risalire ai vertici dell’organizzazione, dove si annida probabilmente il collegamento con i servizi francesi.

Nel frattempo un altro presunto terrorista, Amedy Coulibaly, terrebbe in ostaggio cinque persone in un negozio kosher di Porte di Vincennes, periferia di Parigi: sarebbe l’assassino della vigilessa uccisa ieri e chiede il rilascio dei fratelli Kouachi. Una rete quindi di tre o più terroristi, molti dei quali noti da anni alle forze dell’ordine, avrebbe messo in scacco Parigi? I servizi algerini avrebbero allertato il 6 gennaio le autorità francesi che era in preparazione un attentato. Perché nessuno ha agito? A chi fa comodo quanto sta avvenendo?

Come diceva Guliano Ferrara questa mattina ai microfoni di La7: "Questo non è terrorismo, è guerra santa contro l’Occidente cristiano e giudaico. Se lo negate siete un branco di coglioni!"

E se lo dice un ex-informatore CIA…

DA LEHMAN BROTHERS ALL’ISIS. DUE CARTE

Pubblicato il 15/01/2015

Qualcuno ricorda forse ancora l’epoca antecedente al collasso di Lehman Brothers: l’impero americano al suo apogeo stazionava in Iraq e Al Qaida piazzava qualche bomba in giro per il mondo, ma nel complesso l’economia mondiale cresceva stabilmente ovunque, i conflitti erano circoscritti a poche zone, si poteva essere sud-europei senza essere porci e le vacanze in Egitto erano roba da famiglie con bambini.

Cosa è successo da allora? Perché l’entropia è schizzata alla stelle?

Il mondo, da quando Lehman Brothers è fallita nel settembre del 2008, sembra essere impazzito e scivolato in una tale spirale di caos e violenza da dover tornare indietro di decenni per trovarne un precedente. Da allora abbiamo assistito a: crisi dell’euro, spread btp/bund a 500, governi non eletti guidati da ex-Goldman Sachs e affiliati di Bilderberg, primavere arabe, intervento NATO in Libia con annessa uccisione di Gheddafi, colpi di stato consecutivi in Egitto, guerra siriana, Gezi Park in Turchia, tentato intervento NATO contro Damasco, nascita e proliferazione dell’ISIS, stragi di Boko Haram in Nigeria, golpe di estrema-destra in Ucraina con conseguente annessione russa della Crimea, trattati segreti per il TTIP, guerriglia nel Donbass con annesso abbattimento aereo di linea, sanzioni a Mosca, firma della cooperazione economica sino-russa, tentata rivoluzione colorata a Hong Kong, attentato a Charlie Hebdo e molto altro ancora nei prossimi mesi.

È possibile ricondurre tutti questi eventi apparentemente scollegati ad un’unica narrazione? Quasi certamente sì. Ma se trattarli analiticamente richiederebbe la scrittura di un libro per la cui redazione non abbiamo il tempo e che in ogni caso non distribuiremmo gratis in rete, possiamo comunque offrire due carte geografiche che sintetizzano quanto sta avvenendo in Italia e nel suo estero vicino (Europa, Nord-Africa e Levante).

Sotto la crosta degli avvenimenti scorrono tre fiumi:

l’incapacità dell’economia americana di sostenere l’impero ed il conseguente sgretolamento della pax americana;

la mancata trasformazione dell’eurozona in unione fiscale, complice anche l’affievolirsi dell’influenza americana sul Vecchio Continente, che avrebbe consentito la nascita degli Stati Uniti d’Europa;

la vertiginosa crescita della Cina, divenuta già nel 2014 prima economia mondiale.

Le élite anglofone sono consce che per mantenere il primato mondiale che detengono dal 1945, il Vecchio Continente deve essere inglobato nella sfera americana, per formare una massa economica e demografica tale da competere con i giganti euroasiatici: per tale fine era stato concepito l’euro, prodromo dell’unione fiscale e quindi politica dell’Europa nella cornice UE-NATO.

Il tempo inoltre stringeva perché, nel frattempo, sia l’Eurasia che l’Africa erano in forte crescita, ponendo le basi non solo per una futura competizione con Washington, ma rappresentando anche potenziali rivali nell’aggregazione con il Vecchio Continente: se l’Europa si saldasse all’asse Mosca-Pechino, oppure si formasse un triangolo Europa-Russia-Medioriente, gli Stati Uniti tornerebbero automaticamente al ruolo rivestito fino al 1914. Periferia del mondo.

Qualcosa però non procede come previsto nel processo di unificazione europea e la crisi dell’euro, largamente prevedibile come può esserlo quella di un qualsiasi regime a cambi fissi, non partorisce gli Stati Uniti d’Europa nell’arco di tempo 2009-2012. A questo punto le élite anglofone cominciano a sudare freddo e si attivano immediatamente per impedire che si apra il recinto, consentendo ai buoi di fuggire dall’Unione Europea. I padroni del vapore devono quindi:

bloccare le forze centrifughe dell’eurozona e immaginare un progetto di inglobamento alternativo dell’Europa: il TTIP

fare terra bruciata attorno al Vecchio Continente, impedendo qualsiasi processo di integrazione alternativo: sponda nord e sponda sud del Mediterraneo, Germania-Russia, Italia-Russia-Libia, etc. etc.

La primavera araba, le rivoluzioni colorate, il caos libico, il conflitto siriano, il terrorismo dell’Isis e la guerra in Ucraina sono quindi strumenti con cui le élite finanziarie anglofone puntellano l’eurozona in attesa di assimilare il Vecchio Continente nella NATO economica, il TTIP.

Se domani scoppierà una bomba dell’Isis a Roma, una rivoluzione ad Algeri o un ordigno nel municipio di Donetsk, avete una chiave di lettura per inquadrare l’avvenimento in un più ampio sistema.

CHARLIE HEBDO, OBBIETTIVO YEMEN

Pubblicato il 20/11/2015

A distanza di dieci giorni dalla strage di Charlie Hebdo è possibile tirare le prime somme sugli obbiettivi che si era prefissato chi ha eterodiretto l’attentato, materialmente compiuto dai fratelli Kouachi e quasi sicuramente supervisionato dall’intelligence francese che avrebbe perso di vista i franco-algerini nel luglio 2014 perché considerati a basso rischio.

I bravi complottisti un po’ paranoici, come li etichetta la stampa, non solo devono porsi la consueta e spesso valida domanda cui prodest? ma anche cercare le risposte. Per quanto riguarda i media segnaliamo, solo a fini statistici, come la debordante popolarità dei siti di controinformazione abbia costretto le principali testate, dal Corriere della Sera a Il Giornale, a dedicare almeno un articolo alle tesi complottarde: tutti i colpi sono stati parati alla bell’e meglio ma il ritrovamento della carta d’identità di Cherif Kouachi era talmente insostenibile che si è preferito citarlo per poi relegarlo nel dimenticatoio. In cambio ha già scalato la classifica delle bufale del terrorismo e si trova attualmente in 50esima posizione, preceduto dalle carte d’identità dei terroristi del 9/11 rinvenute al Pentagono e seguito dalla seduta spiritica tenutasi durante il rapimento Moro dove fu vaticinato il GRADOLI.

Quindi, assumendo che sia la domanda corretta, cui prodest? Quali obbiettivi si vogliono raggiungere?

In ordine crescente d’importanza:

Stretta sulla sicurezza: si vorrebbe potenziare la raccolta dati dei passeggeri aerei, consento di immagazzinare per un periodo di tempo pluriennale le informazione di chi vola. Il passo successivo sarà il tentativo di varare un Patriot Act europeo: più discrezionalità nella perquisizione dei cittadini e la possibilità di passare al vaglio email, telefonate, social network e conti bancari senza l’autorizzazione della magistratura. L’UE nei prossimi mesi avrà tutt’altro cui pensare e, comunque, cosa non fanno i servizi europei, è già attuato dai Paesi del 5 Eyes (USA, GB, Canada, Australia e Nuova Zelanda).

Hollande risale nei sondaggi: per dodici cadaveri rimasti al suolo nella redazione di Charlie Hebdo, due cadaveri politici tornano a galla: sono quelli di Francois Hollande e del premier Manuel Valls, versione Asterix di Matteo Renzi. I due erano precipitati al minimo storico dei consensi lo scorso settembre: ad apprezzarli erano rispettivamente il 13% ed il 30% dei francesi, soglie ritenute pericolose dai sondaggisti di Ipsos-Le Point. Sull’onda dell’emotività suscitata dall’attentato la loro popolarità, secondo l’istituto Ifop, ha registrato un balzo in avanti senza precedenti ed i due sono rimontati al 40% ed al 61%. Alle presidenziali mancano ancora due anni, ma è pur sempre vero che il blitz fasullo dei Navy Seals per uccidere Bin Laden avvenne un anno e mezzo prima delle elezioni e portò comunque fortuna a Barack Obama.

Elettroencefalogramma piatto per l’euro ma dagli al mussulmano!: mentre i media versavano fiumi di inchiostro su Charlie Hebdo (a sinistra i Roberto Saviano alzavano le matitine al cielo ed a destra i Giuliano Ferrara aizzavano i diseredati contro i saraceni) l’eurozona si è aggravata ed è stato chiamato il sacerdote per l’estrema unzione. Il 7 gennaio, in concomitanza all’assalto dei fratelli Kouachi, Eurostat certificava l’ingresso dell’eurozona in deflazione: con una dinamica dei prezzi in territorio negativo, il debito degli Stati e delle famiglie europee è semplicemente impagabile ed è pura fantasia ipotizzare che i Paesi altamente indebitati (debito totale/PIL dell’Irlanda al 400%, Portogallo e Belgio al 300%, Olanda al 250%, Francia al 250%, Italia al 200%, etc.) riescano ad onorare gli impegni con i prezzi delle case ed i salari in diminuzione. L’intervento dell’ex-Goldman Sachs Mario è venduto come la wunderwaffe, la super-arma prodigiosa per salvare l’euro: un allentamento quantitativo da 500-1000 €mld per infondere un po’ di vita all’eurozona. I precedenti hanno dimostrato l’inefficacia di questi strumenti: il Giappone, con un PIL pari circa ad un terzo di quello dell’eurozona, stenta a far ripartire l’inflazione nonostante inietti circa 650 $mld all’anno. La banca centrale svizzera, intanto, ha deciso di non acquistare più euro lasciando che il franco si apprezzasse del 20% in poche ore, i rendimenti dei bund tedeschi sono al minimo storico e si registrano deflussi di capitali dell’euro-periferia. I riflettori sono ancora puntati sui jihadisti, ma al capezzale dell’eurozona è arrivato il prete.

Yemen nel mirino: la Repubblica Unita dello Yemen entra più volte nella strage di Charlie Hebdo. In Yemen si sarebbero addestrati i fratelli Kouachi nel 2011, come terroristi di Al Qaida in Yemen si sarebbero autodefiniti i due terroristi prima di iniziare la strage e lo stesso ramo yemenita dell’organizzazione terroristica ha rivendicato l’attentato con due distinti video caricati in rete.

Ora, cosa capita in questo esotico ed affascinante Paese situato all’estremità sud-ovest della penisola araba e bagnato dalla calde acque del Golfo di Aden, dove transita buona parte delle petroliere e delle navi-porta-container che solcano il mondo?

I miliziani della tribù Houthi, che professano l’Islam sciita come il 40%della popolazione yemenita e godono del supporto iraniano, hanno conquistato la maggior parte del territorio e sono ad un passo dalla presa della capitale Sanaa. A vostro giudizio, è possibile che un Paese strategico come lo Yemen sia lasciato entrare, dopo l’Iraq e la Siria, nella sfera d’influenza iraniana? È possibile secondo voi che lo Yemen, come l’Iran e la Siria, possa diventare un domani un importante partner economico e militare dei russi? I russi, al culmine della guerra fredda, avevano guadagnato importanti posizioni in loco grazie alla nascita della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen. Siamo certi che sarà tentato di tutto per evitare che la storia si ripeta ed il primo passo verso l’intervento NATO in Yemen potrebbe essere stato fatto proprio a Parigi, nella redazione di Charlie Hebdo.

CHARLIE HEBDO E LA GUERRA CHE OBAMA NON HA FATTO

Pubblicato il 22/01/2015

Non sono state fatte economie per la campagna mediatica che ha seguito l’attentato a Charlie Hebdo: diffusione virale di Je suis Charlie, manifestazioni di piazza, richiami al 9/11, evocazione di scontri tra civiltà ed infine l’imponente marcia di Parigi alla cui testa, ben isolati dagli altri manifestanti, hanno sfilato 44 di capi di stato. Alla commuovente marcia dell’11 gennaio spiccava però una grande assenza: quella di Barack Obama. In sua vece il presidente ha inviato l’ambasciatrice Jane Hartley, accompagnata dalla responsabile per gli affari europei Victoria Nuland, nota alle recenti cronache per il suo coinvolgimento nel golpe ucraino.

L’assenza di Obama alla marcia di Parigi è politicamente rilevante? Noi crediamo di sì: segnala il suo smarcamento dall’attentato a Charlie Hebdo e dagli obbiettivi ultimi che si proponeva chi ha eterodiretto la strage al settimanale satirico: l’intervento militare in Yemen, per impedire l’avanzata dei ribelli sciiti vicini a Teheran con il pretesto della lotta ad Al QaidaIl paese arabico, altro dato molto significativo, non è stato neppure nominato durante il discorso presidenziale sullo stato dell’Unione del 20 gennaio.

Tutte le strade portano in Yemen

In Yemen si sarebbero addestrati nel 2011 i fratelli Kouachi che, riferiscono i sopravvissuti alla strage, hanno sottolineato di essere affiliati ad Al Qaida in Yemen ed è stata la stessa organizzazione terroristica sunnita a rivendicare l’attentato con due videomessaggi. Al Qaida nella Penisola Arabica è nota alle cronache per due maggiori azioni terroristiche: l’attacco alla nave USS Cole del 2000 nel porto di Aden ed il fallito attacco suicida nel 2009 di Umar Farouk Abdulmutallab, il terrorista delle mutande, sul volo Amsterdam-Detroit. Entrambi furono implementati, proprio come la strage a Charlie Hebdo, grazie a macroscopiche falle nella sicurezza ed a coincidenze troppo fortuite per essere plausibili.

Nonostante Al Qaida in Yemen abbia la presunta forza per lanciarsi in operazioni internazionali, è proprio in casa che ha trovato negli ultimi mesi pane per i suoi denti: dopo pesanti sconfitte militari è stata scalzata dalle sue roccaforti dall’avanzata degli sciiti zaidi, guidati dalla tribù Houthi e sostenuti dall’Iran. In quella che si profila come una vera e propria rivoluzione, gli sciiti hanno prima circondato la capitale Sanaa e poi espugnato in questi giorni il palazzo presidenziale, occupato finora dal filo-saudita e filo-americano Abdrabuh Mansur Hadi.

È in questo agitato quadro politico, dove un Paese strategico come lo Yemen rischia di uscire dall’orbita americano-saudita per entrare in quella iraniana, che deve essere collocato l’11 settembre europeo rivendicato da Al Qaida in Yemen: nella mente di chi l’ha architettato rappresentava l’ultima occasione per un rapido intervento militare prima che Sanaa capitolasse e gli sciiti filo-iraniani prendessero il sopravvento.

Anche questa volta, però, il Presidente Barack Obama non è stato alla partita: ha evitato la marcia di Parigi, non ha citato lo Yemen tra i paesi caldi per la lotta al terrorismo e le uniche navi americane in rotta verso il golfo di Aden sono quelle per un’eventuale evacuazione del personale diplomatico. Perché diciamo anche questa volta? Perché c’è un precedente analogo.

Il precedente delle armi chimiche in Siria

Attorno alla fine dell’agosto 2013

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