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La zingarella di Caravaggio

La zingarella di Caravaggio

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La zingarella di Caravaggio

Lunghezza:
547 pagine
11 ore
Pubblicato:
19 dic 2015
ISBN:
9788892530881
Formato:
Libro

Descrizione

NON SOLO UN "e-BOOK"...MA UN VERO "i-ROMANZO"!!

la storia di due quadri...illustrata da più di 20 capolavori del Maestro.

IL GENIO... CINEMATOGRAFICO DI CARAVAGGIO PER UNA VICENDA D'AMORE E MALAFFARE.

I quadri sono un po' come... antenati poveri (e muti) dei film: quando ancora non esisteva il Cinema, a illustrare le storie -vere, immaginarie o sacre- ci pensavano i pittori. Prendiamo, ad esempio, La Buona Ventura" di Caravaggio (Roma,Capitolini): si tratta della felice riproduzione d'una scena di strada... o di un'intrigante, magistrale "costruzione sul set"? Per chiarirlo dovremo seguire il pittore -all'alba del successo- per vie e piazze di Roma, in cerca d'un lavoro e sulle tracce di un anello, tra bettole puzzolenti e palazzi fastosi. Un romanzo... illustrato, la storia di un colpo di genio... (illuminata) dai più di 20 capolavori nel testo. Quasi un film... appunto.

SCOPRI LE STORIE NASCOSTE NEI QUADRI

Perchè mai i due si guardano intensamente mentre lei tenta di sfilargli l'anello? Non dovrebbero i loro occhi focalizzarsi invece sull'oggetto del furto? Ma... -verrebbe da chiedere al pittore- com'è credibile che una zingarella ladra possa dilungarsi a osservare la propria vittima, invece di strappargli l'anello e darsi alla fuga? E lui?... che la guarda imbambolato... senza tentare di ritrarre la mano? Ma... questo quadro sarà poi davvero la rappresentazione d'un furto? Se anche fosse... perchè poi il pittore si trovava lì con i suoi attrezzi, proprio in quel preciso momento? E se invece ciò non fosse, allora cos'era successo in realtà tra i due? Ne sapremmo certamente di più se, qualche giorno prima, fossimo stati insieme a Caravaggio alla Locanda del Vescovo, quando l'artista schizzava di fretta la scena de "I Bari" (Kimbell Museum, Fort Worth,USA): due malavitosi che truffano alle carte un delicato giovinetto... molto verosimilmente un paggio di grandi signori del rione... per poi rubargli un anello... Eh sì... perchè le "storie" che questo quadro racconta sono almeno tre: quella del baro baffuto, quella del "paggio" e... infine la vicenda d'un anello che lo aveva condotto proprio a "quella" taverna, della quale Caravaggio era cliente abituale! Perchè mai proprio lì?... e che fine farà l'anello? e... chi sarà questo raffinato paggetto? Fu a partire da quest'immagine di frode che il pittore si trovò invischiato in una drammatica vicenda -trascinatovi da due giovani amiche delle quali una tragico personaggio storico- che gli darà fama e ricchezza, proprio grazie alle sue doti di regista-scenografo e di... detective!
Pubblicato:
19 dic 2015
ISBN:
9788892530881
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

La zingarella di Caravaggio - Donato Chiaberge

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PRESENTAZIONE

NON SOLO UN e-BOOK...MA UN VERO i-ROMANZO!!

la storia di due quadri...illustrata da più di 20 capolavori del Maestro.

CLICCA SUI LINKS per i QUADRI (più di 20 nel testo) per i personaggi storici e i monumenti romani.

IL GENIO... CINEMATOGRAFICO DI CARAVAGGIO PER UNA VICENDA D'AMORE E MALAFFARE.

I quadri sono un po' come... antenati poveri (e muti) dei film: quando ancora non esisteva il Cinema, a illustrare le storie -vere, immaginarie o sacre- ci pensavano i pittori. Prendiamo, ad esempio, La Buona Ventura di Caravaggio (Roma,Capitolini): si tratta della felice riproduzione d'una scena di strada... o di un'intrigante, magistrale costruzione sul set? Per chiarirlo dovremo seguire il pittore -all'alba del successo- per vie e piazze di Roma, in cerca d'un lavoro e sulle tracce di un anello, tra bettole puzzolenti e palazzi fastosi. Un romanzo... illustrato, la storia di un colpo di genio... (illuminata) dai più di 20 capolavori nel testo. Quasi un film... appunto.

SCOPRI LE STORIE NASCOSTE NEI QUADRI

Perchè mai i due si guardano intensamente mentre lei tenta di sfilargli l'anello? Non dovrebbero i loro occhi focalizzarsi invece sull'oggetto del furto? Ma... -verrebbe da chiedere al pittore- com'è credibile che una zingarella ladra possa dilungarsi a osservare la propria vittima, invece di strappargli l'anello e darsi alla fuga? E lui?... che la guarda imbambolato... senza tentare di ritrarre la mano? Ma... questo quadro sarà poi davvero la rappresentazione d'un furto? Se anche fosse... perchè poi il pittore si trovava lì con i suoi attrezzi, proprio in quel preciso momento? E se invece ciò non fosse, allora cos'era successo in realtà tra i due? Ne sapremmo certamente di più se, qualche giorno prima, fossimo stati insieme a Caravaggio alla Locanda del Vescovo, quando l'artista schizzava di fretta la scena de I Bari (Kimbell Museum, Fort Worth,USA): due malavitosi che truffano alle carte un delicato giovinetto... molto verosimilmente un paggio di grandi signori del rione... per poi rubargli un anello... Eh sì... perchè le storie che questo quadro racconta sono almeno tre: quella del baro baffuto, quella del paggio e... infine la vicenda d'un anello che lo aveva condotto proprio a quella taverna, della quale Caravaggio era cliente abituale! Perchè mai proprio lì?... e che fine farà l'anello? e... chi sarà questo raffinato paggetto? Fu a partire da quest'immagine di frode che il pittore si trovò invischiato in una drammatica vicenda -trascinatovi da due giovani amiche delle quali una tragico personaggio storico- che gli darà fama e ricchezza, proprio grazie alle sue doti di regista-scenografo e di... detective!

NOTA: alcuni lavori di Caravaggio -menzionati nel testo ma non dipinti negli anni della vicenda (1593-1595)- sono presentati quali ispirazioni avute dal pittore e ricavate da episodi o personaggi del romanzo, ma utilizzate per quadri eseguiti successivamente (es. Conversione di Saulo, Morte della Vergine, Cena in Emmaus, Madonna dei pellegrini, Chiamata di Matteo etc.)

1. Pasqua alla Locanda del Vescovo: Angelica e Lorenzo

Era il giorno di Pasqua 1593: seduto a un tavolo d'una locanda romana in attesa dell'amico pittore Prospero Orsi, il giovane Lorenzo non aveva occhi che per Angelica, l'incantevole figlia sedicenne dell'oste.

Nel frastuono della sala, la ragazza roteava leggera fra i tavoli gremiti, reggendo ben alto sopra il capo un vassoio con piatti e boccali e controllando che nessuno richiamasse la sua attenzione. Abbassava lo sguardo di tanto in tanto, stando attenta a non urtare nessuno e a non inciampare sul pavimento in cotto, assai sconnesso e consumato.

A Lorenzo non era certo sfuggito come la sua precaria posizione facesse risaltare i seni sotto il tessuto della camiciola. Il giovane era talmente rapito da quella visione di garbata efficienza e fiorente bellezza da neppure accorgersi che nella sala s'era fatto ad un tratto silenzio e l'ingresso era piombato nel buio.

La massiccia figura di un uomo vestito di nero era infatti comparsa sull'uscio impedendo alla luce del giorno di entrare nel locale, ma soltanto la sua voce potè distogliere Lorenzo dalla contemplazione della figuretta di Angelica:  

- Buongiorno a tutti, signore e signori! - tuonò il nuovo arrivato.

Molte delle signore erano in realtà prostitute del quartiere che accolsero il saluto con rumoroso entusiasmo, riportando il volume del frastuono ai massimi livelli.

- Buongiorno a voi, Mastro Orsi! Accomodatevi pure laggiù, dove quel giovanotto vi ha tenuto il posto - gridò l'oste, indicandogli Lorenzo. Poi, rivolgendosi alla figlia - Angelica... un altro piatto di agnello e un boccale di vino per messer Prospero!

Dal canto suo, la ragazza aveva subito notato la presenza di Lorenzo: non capitava tutti i giorni un uomo dagli abiti e dal portamento così signorili, ma privo dell'arroganza tipica dei pochi ricchi che le era capitato di servire.

Avvicinandosi con le ordinazioni gli aveva sorriso come se fosse un cliente abituale e, vedendo che non ricambiava quella sua attenzione, sulle prime si risentì.

Ma quando poi si fermò accanto a lui, impettita e a braccia alzate, si accorse che il giovanotto la stava fissando in un punto indefinito tra la gola e la cinta. Sorpresa abbassò lo sguardo a verificare di non aver macchiato la camicetta, che aveva indossato contro il volere del padre il quale, suggerendole invece un lungo grembiule, aveva sgarbatamente sentenziato: - Le serve devono vestire da serve e tu sarai sempre una serva e mai una signora.

Vedendola tuttavia immacolata, lei rialzò con sollievo gli occhi incontrando quelli di Lorenzo, che subito li abbassò arrossendo. Alla ragazza, imbarazzata, non rimase che poggiare sul tavolo le ordinazioni e, scuotendo il capo con destrezza, spostare sul petto due lunghe trecce di capelli scuri che uscivano dalla cuffia. Nel farlo si assicurò che il padre – di nome Santino – non notasse quel gesto sconveniente ma a Prospero, che seguiva attento la scena, non sfuggì l'improvviso rossore sulle guance del giovane.

- E al mio amico Lorenzo non portate nulla, dolce Angelica? - domandò maliziosamente - Anche i miei apprendisti hanno il brutto vizio di cibarsi! Non avrete già finito tutto... mi auguro!

- Certo che no, mio Signore! - rispose lei, rivolgendosi poi a Lorenzo con un divertente inchino - Cosa desiderate, Messer mio?

Lui dovette schiarirsi più volte la gola prima di rispondere, poichè la voce tradiva la sua emozione e non riusciva a coprire il frastuono del locale: - Lo... hem... lo stesso che avete... hem... portato a Mastro Prospero... grazie!

L'oste lo tolse dall'imbarazzo, avvicinandosi al tavolo e apostrofando aspramente la figlia: - Tu, cosa aspetti a correre in cucina? Non vorrai lasciare questo gentiluomo senza cibo, spero! Non ti sei accorta che è qui da un pezzo e non ha neppure un boccale di vino? Forza! Muoviti! E rimetti le trecce nella cuffia, svergognata! Bah! Invece di lasciarti fare la smorfiosa con i clienti, tua madre dovrebbe insegnarti le buone maniere, perdio! - Lei arrossì e corse in cucina.

- Ma... veramente, Signor Oste - intervenne Lorenzo - io ho ordinato solo adesso...

- E mia figlia sarebbe dovuta venire da voi prima, Signor mio! Ah, quella sgualdrina mi rovinerà!

Poi, rivolgendosi a Prospero, domandò: - E come sta il vostro amico in ospedale, Messer Orsi? Sì... quell'altro pittore... quando avremo l'onore di conoscerlo? - e senza attendere la risposta si volse per immergersi tra i tavoli.

Situata nel rione Parione, nei pressi di Campo de' Fiori, la Locanda del Vescovo occupava un piccolo edificio a tre livelli, il cui piano terra era diviso in due stanze: un'ampia cucina e la sala da pranzo. La cucina godeva di una vista piacevole poichè dava sul retro della costruzione e si affacciava su un giardinetto cinto da basse mura ricoperte di rampicante. Invece l'ingresso dava accesso dal vicolo alla sala da pranzo, con le spoglie pareti intonacate di fresco e un pavimento in cotto dall'aspetto dignitoso, le cui ondulazioni costringevano però chi serviva – Angelica, come si è visto – a badare al proprio equilibrio e chi lo puliva – sempre Angelica, come vedremo – a risistemare poi i tavoli in modo che non traballassero

In compenso, però, la stanza vantava un bel soffitto a cassettoni e un camino decorato da un affresco di dubbia qualità con le scolorite insegne del padrone di casa, Vescovo di fresca nomina in un grosso borgo del sud.

Si era d'Aprile e in quel giorno di Pasqua la locanda era gremita di avventori del rione richiamati dalla fama del rituale agnello allo spiedo cucinato da Orsolina – la moglie dell'oste – che vi aggiungeva una salsa di sua creazione con vino, mirtilli e spezie: si diceva che avesse un sapore ineguagliabile.

Prospero era un cliente abituale dell'osteria e spesso, soprattutto nei giorni di festa, aspettava che gli altri avventori se ne andassero per lanciarsi in lunghe partite a carte o a dadi con Santino, che lo considerava ormai un amico oltre che vicino di casa, avendo egli bottega a qualche isolato di distanza in vicolo delle Grotte ,quelle scavate da poveracci e diseredati fra le rovine sepolte del Teatro di Pompeo.

L'Orsi aveva passato la trentina ed era un pittore assai noto negli ambienti artistici romani. Si era, infatti, costruito una reputazione con fregi a fresco che parevano destinati a sostituire sui bordi di pareti e di volte quelli con fiori e frutti, troppo comuni ormai per provare l'opulenza dei padroni di casa.

Prospero li eseguiva magistralmente anche a olio su tela, con figure dai lineamenti stilizzati o burleschi, la cui ispirazione si diceva fosse tratta da antiche decorazioni scoperte nelle grotte sotterranee che nascondevano agli occhi del mondo la favolosa ,Domus Aurea l'immensa dimora dell'Imperatore Nerone; oltre – è sottinteso – a quella di poveracci e diseredati che vi cercavano rifugio.

Per questo motivo, i fregi come quelli dell'Orsi venivano da tutti chiamati grottesche. E la rispettosa simpatia di cui godeva il pittore gli aveva procurato un soprannome che, se forse nascondeva un ironico richiamo alla sua considerevole mole, era da tutti usato per identificarlo: Prosperino delle Grottesche.

Lorenzo gli era stato da poco presentato dalla Principessa Costanza Colonna, nobildonna assai nota in città e figlia di Marcantonio – Ammiraglio in Capo della flotta papale e vincitore degli infedeli a Lepanto – la cui famiglia affondava radici nel Senato dell'Impero Romano.

Prospero non aveva potuto rifiutarsi: stava lavorando in una villa di loro proprietà!

Così aveva preso Lorenzo come apprendista nella sua bottega e quando ci passava – poco in verità e sempre di fretta – gli dava qualche suggerimento per i suoi esercizi di pittura, in cambio di pochi denari.

E forse proprio per placare i sensi di colpa dovuti alle sue scarse e occasionali presenze aveva invitato il giovane apprendista al pranzo pasquale in trattoria.

- Mah! direi tra non molto. Michele deve star meglio, visto il caratteraccio che ha tirato fuori stamattina! - L'Orsi aveva borbottato tra sè la risposta alla domanda di Santino, il quale era ormai lontano: il fracasso gli avrebbe comunque impedito di udire le sue parole.

Vedendolo poi silenzioso, Lorenzo pensò si aspettasse invece una risposta da lui e domandò - Come dite, Mastro Prospero? Scusate... mi ero distratto un attimo.

- Eh, lo vedo bene, lo vedo!... Ti dicevo che Michele... sì, insomma, questo Michelangelo Merisi o Caravaggio – come tutti lo chiamano in ospedale – sta migliorando e ha già ripreso a dipingere. Questa mattina Onorio Longhi  – sai, l'architetto... la sua famiglia e quella di Michele si conoscevano perchè i loro padri lavoravano entrambi per gli Sforza, su da voi nel milanese – mi ha aiutato a convincerlo di preparare un dipinto da presentare a eventuali datori di lavoro. Una sorta di... sì insomma, di profilo personale... per un pittore!

- E lui?

- Ha accettato, naturalmente. Non dimentichiamoci che si è ammalato di fame e di stenti. Solo che... beh, abbiamo avuto qualche discussione sul soggetto da ritrarre, ecco perchè ho tardato. Figurati che lui proponeva un fanciullo... diciamo un pò effeminato in verità (Ragazzo morso da un ramarro) uscito chi sa come da un mazzo di fiori contenuto in un vaso di cristallo. Lo sta finendo proprio ora: dice che voleva rappresentare una persona inorridita e sorpresa... un vero gioiello. Pensa che, riflessa nel vaso, si vede benissimo la finestra accanto al suo lettino d'ospedale! Molto originale e... molto bello, non c'è che dire. Ma improponibile: forse ancora lui non sa che qui a Roma, città dei Papi, i soggetti profani sono poco graditi agli alti papaveri della pittura di Corte... come dire... controriformata!

- Proprio non vedo cosa ci sia di male in un fanciullo e in un ramarro.

- A Roma? Con l'Inquisizione? Ma dove vivi, ragazzo mio? Qui chi vuole lavorare deve rappresentare santi e castissime vergini in atteggiamenti estatici e fare in modo che queste abbiano perfino i piedi ben coperti! Altro che un giovinetto scamiciato e... femmineo! Ma i modelli costano cari e così Michele...

Prospero abbassò la voce: - Pensa che un tal Cardinal Paleotti si è perfino preso la briga di scrivere un manuale su come devono essere atteggiate e vestite le figure umane nei quadri! E tutti, mi pare ovvio, vi si attengono scrupolosamente. Soprattutto quel Giuseppe Cesari, pittore preferito di papa Clemente VIII, che per lui si è pure inventato il titolo di Cavalier d'Arpino come segno della sua benevolenza. È proprio a costui che Onorio Longhi ed io vorremmo presentare Caravaggio: t'immagini come prenderebbe un fanciullo discinto? Michele verrebbe poco poco etichettato come omosessuale... sebbene non ne abbia mai dato prova. No, no... qui ci vuole ben altro!

- E lui, allora, quali proposte ha fatto?

Prospero tossicchiò:

- Mah! che Dio ci aiuti... figurati che ha insistito per il Bacchino malato, sì... proprio quello che tu stai cercando di... hem... copiare nel mio studio.

- Ma è un capolavoro! Voglio dire... l'originale, intendo, è così vivo e reale... oserei dire umano... quasi parlante...un pò come fosse un autoritratto!

- Lo è un autoritratto! Non te lo avevo detto? L'ha dipinto quando stava male...

Prospero dovette interrompersi: Angelica stava ritirando i loro piatti e riempiendo i boccali ormai vuoti. La ragazza si mosse con gesti veloci e professionali, senza distrarsi nè degnare Lorenzo di uno sguardo e quasi il giovane ne rimase deluso. Ma osservandola attraversare la sala reggendo sul capo un vassoio stracolmo di stoviglie usate e ammucchiate alla rinfusa, non osava augurarsi che si girasse a guardarlo a rischio  di provocare una catastrofe e risuscitare l'ira paterna. Giunta nei pressi della cucina, Angelica posò invece il vassoio su un tavolino che serviva d'appoggio per le portate e lanciò un rapido sguardo a Lorenzo, che credette d'intravvedere sul suo volto l'ombra di un sorriso.

- Allora, finito lo spettacolo? - domandò Prospero ammiccando. L'altro arrossì.

- Ti stavo dicendo - proseguì il suo anfitrione - che Caravaggio avrebbe voluto proporre il Bacchino malato, considerandolo un'opera classicheggiante... pensa un pò te!... e si è pure risentito quando gli ho detto che quell'immagine ambigua di un giovane seminudo e sofferente è un'opera di un realismo troppo audace per essere apprezzata da questi campioni dei castissimi canoni ecclesiastici! Lui si è girato offeso verso la finestra, borbottando: Io dipingo soltanto la realtà e nel mondo di castissimo c'è ben poco. E poi mica l'ho creato io il mondo! e con il braccio ha indicato la corsia dell'ospedale. Allora è intervenuto Longhi: Ascolta,  Michelangelo: noi siamo convinti che senza il viatico del Potere nessun pittore, per quanto geniale e dotato, possa accedere alle grandi commesse pubbliche, che qui a Roma sono l'unica vetrina degna di un talento come il tuo e l'unica chiave per aprirti la porta del successo e della fama. La Principessa Colonna ci ha pregato di consigliarti il modo migliore per arrivarci, assicurandoti al tempo stesso un salario per vivere decentemente. Noi possiamo presentarti il pittore favorito di Corte, che non sarà certo l'erede di Raffaello, ma può essere un ottimo trampolino di lancio. Il prezzo che devi pagare però è fare come ti dirà lui, che significa – per lo meno al presente – come ti suggeriamo noi. Sta a te decidere.

- E lui ha accettato?

- Sì, ma solo dopo una lunga riflessione: Avete ragione - ha poi detto - vi prego di scusarmi: nella situazione in cui mi trovo non posso certo far tanto il difficile! Seguirò i vostri consigli dei quali vi sono grato.

In quel momento, Angelica servì lo stufato di coniglio con patate: aveva un profumo invitante, ma Lorenzo si chiese come avrebbe fatto a mangiarlo, dopo quel piatto di agnello. Prospero, invece, ne addentò avidamente una coscia, sbiascicando alla ragazza di porgere i suoi complimenti alla cuoca. Poi ingollò un'abbondante sorsata di vino, prima di proseguire il racconto.

Disse di aver suggerito a Caravaggio un dipinto più limpido e luminoso del Bacchino, con una figura umana dall'aspetto sano e lieto, le membra coperte e il viso innocente: quasi un angelo, insomma, che avrebbe potuto offrire all'osservatore un rigoglioso cesto di frutti lucenti nei quali peraltro Michele era insuperabile, come dimostrava un quadretto da lui regalato al Priore dell'Ospedale. E, visto che la sua salute migliorava, gli aveva raccomandato di dedicarsi a quell'impegnativo lavoro nelle ultime settimane di degenza, a guadagno di tempo.

Prospero confessò tuttavia che, uscendo dall'ospedale, Onorio aveva esclamato:

- Però... chi sa dove ha trovato quell'idea del ramarro. Una vera genialata per ravvivare la scena, devo ammetterlo! - e Lorenzo non potè che convenirne.

Il pranzo si avvicinava alla fine e vennero serviti i dolci pasquali di pasta di mandorle, specialità siciliana di cui Orsolina aveva appreso la ricetta da una venditrice di agrumi originaria di Agrigento.

I numerosi boccali vuotati da Prosperino lo avevano reso euforico e malizioso.

- Perchè non fai un salto in bottega a prendere il tuo liuto? - suggerì infatti a Lorenzo - Potresti suonare e qualcuno... hem... potrebbe forse ballare!

Aveva di proposito posato l'accento sulla parola qualcuno ma Lorenzo, pur avendo colto subito l'allusione, non ne voleva ugualmente sapere.

- Preferisci forse che te lo faccia chiedere da Angelica? - aveva dunque domandato il pittore con noncuranza e l'altro, senza più replicare, si era alzato borbottando.

- Attenzione prego, un annuncio importante! - proclamò allora Prospero, ergendosi in tutta la sua rispettabile statura - Il mio amico milanese suonerà per voi il suo liuto! - e con il braccio indicò pomposamente il giovane che a stento si faceva strada tra i tavoli verso l'uscita mentre l'entusiastica ovazione dei presenti lo faceva arrossire, questa volta con maggiore intensità.

All'applauso, Angelica fece capolino dalla cucina: per un attimo, Lorenzo vide le sue trecce ondeggiare alla luce fioca del focolare che ne esaltava i riflessi rossicci.

- Torna subito in cucina, tu! - le urlò Santino - e aiuta tua madre a rigovernare!

Mentre si dirigeva all'uscita, il giovane colse lo sbuffo di lei che faceva spallucce.

Lorenzo era un ventunenne riservato, secondogenito di un facoltoso notaio di Milano. Sebbene il fratello maggiore, forte dell'incoraggiamento materno, tentasse più o meno con successo di scimmiottare la personalità dominante del padre, il carattere di Lorenzo non venne penalizzato da tutta quell'arroganza: la sua disposizione per l'arte e la musica ne fece il beniamino di tutte le signore della buona società che frequentavano la casa. Ma la sua timidezza con le donne gli impediva di aggirare la concorrenza del primogenito, lanciato dai genitori sulla via d'un matrimonio di lignaggio.

Quasi al termine degli inevitabili studi di giurisprudenza il padre, preoccupato dalla cosa, gli aveva concesso la vacanza romana per dedicarsi alla pittura secondo i suoi desideri e nella segreta speranza che l'assenza di inibizioni familiari consentisse al ragazzo di varcare felicemente la soglia delle grazie di Venere.

- D'altra parte - aveva saggiamente pensato il genitore - lo studio lo erediterà il fratello maggiore che già vi lavora e quindi se Lorenzo si diverte un pò nessuno si potrà lamentare.

Così, nel marzo del 1593, il ragazzo era giunto a Roma presentato dalla Curia milanese al neo-cardinale e futuro vescovo di Milano Federico Borromeo, che lo aveva affidato alla sua buona amica, la Principessa Costanza Colonna, Marchesa di Caravaggio in quanto vedova di Francesco I Sforza.

Costanza ospitò il giovane nel palazzo di famiglia e, poichè in quel tempo Prospero Orsi stava decorando una residenza di campagna dei Colonna non lontana da Roma, gli parlò del grande desiderio di Lorenzo: la cosa venne combinata.

Per un magro stipendio il giovane lavorava la mattina come tirocinante presso lo studio di un notaio corrispondente del padre e il pomeriggio andava in bottega da Prospero. In quella tiepida domenica di Pasqua, mentre attraversava il centro di Roma brandendo l'amatissimo liuto, il giovane sognava di incantare Angelica con i suoi madrigali d'amore. In fondo si sentiva grato all'amico Prospero per la sua insistenza: - Chi sa se Angelica sa ballare... con la grazia che mette nel servire! - pensava mentre si avvicinava alla locanda. Non appena svoltato l'angolo della via, Lorenzo fu sorpreso dalla vista di tavoli e sedie che alcuni avventori stavano ammonticchiando nel vicolo, accanto all'ingresso. All'interno gli ospiti sedevano l'uno accanto all'altro su sedie e panche allineate lungo le pareti come nei refettori dei frati mentre i tavoli rimasti, accatastati l'uno sull'altro, lasciavano in mezzo alla stanza un pò di spazio per le danze. Inoltre, il camino ormai privo di fiamma e l'apertura della porta sul retro della casa avevano liberato l'ambiente dal fumo acre dei cibi arrostiti.

L'Orsi torreggiava in mezzo alla sala dirigendo le operazioni.

Lorenzo si fermò sull'ingresso e subito cercò Angelica con gli occhi: stava pulendo i tavoli con uno straccio umido e lui notò con dispiacere che il candore della sua camicetta era stato deturpato da una vistosa macchia di vino, che partiva dal seno e arrivava fin quasi alla gonna. La ragazza sollevò la testa, ricambiò il suo sguardo e sorrise: quel giovanotto portava il liuto con amore, brandendolo delicatamente dall'estremità del manico e circondandone la cassa con un abbraccio protettivo, quasi si trattasse di un neonato. Lui – pensò – non apparteneva certo a quel genere di uomini rozzi o violenti cui l'ambiente della locanda l'aveva da sempre abituata.

Prospero interruppe il loro muto colloquio: - Ehi ragazzo... mettiti laggiù! - esclamò indicando un grosso tavolo con accanto una sedia nell'angolo del camino. Lorenzo depose sul ripiano strumento e spartiti e sedette a sfogliarli attentamente.

Quando alzò gli occhi si era fatto silenzio: i clienti erano tutti accomodati e,  malgrado l'evidente sonnolenza, lo guardavano con curiosità. Prosperino, seduto in prima fila, si godeva il successo del proprio lavoro aggredendo un altro boccale di vino. Mancava solo Angelica.

La ragazza aveva silenziosamente lasciato il piano terra per salire a cambiarsi la camicetta imbrattata ma, sentendosi a un tratto molto stanca, ne aveva approfittato per stendersi sul letto. Stava quasi addormentandosi quando le giunse il suono del liuto: era tentata di lasciarsi cullare da lontano da quella melodia, ma dopo poco non seppe resistere. Vedere Lorenzo suonare era l'unica cosa che in cuor suo desiderava davvero: del resto... se il padre l'avesse trovata a dormire apriti cielo! Così si levò e in fretta e furia indossò un'ampia camiciola bianca a maniche larghe e girocollo ricamato, stretto da un grazioso nastrino nero. Si avvolse poi in un lungo drappo nero coi due lembi fermati sulla spalla destra da un doppio gancio e da un nastro. Il drappo era bordato da una fascia d'un rosso un pò spento e ricopriva la gonna tutt'intorno ponendosi di traverso sul petto. Gettata l'odiatissima cuffietta, si sciolse le trecce: la brocca di vetro sul cassettone, piena di fiori di campo colti lungo il fiume, le consentì di rimirarsi mentre con la spazzola si lisciava rapidamente i capelli sulle spalle. Poi li raccolse con una fascia bianca, arrotolandola intorno al capo come un turbante. - Molto meglio della cuffia! - pensò, contemplandosi soddisfatta ma già prevedendo i rimbrotti paterni. Sostituiti infine gli zoccoli con un paio di babbucce di pelle leggera, si precipitò da basso mentre ormai si spegnevano le note.

Il padre, vedendola arrivare così agghindata, la fulminò con lo sguardo e la afferrò sgarbatamente per un braccio. Si preparava a farle l'ennesima scenata, quando gli avventori, rinvenuti qualcuno dall'estasi musicale e molti dal sonno, scoppiarono in un fragoroso applauso. L'oste s'arrestò, voltandosi verso Lorenzo per unirsi ai generali complimenti, ma si accorse che tutti stavano invece guardando lui e la figlia, alla cui bellezza era chiaramente diretto l'applauso.

- Ecco la regina della festa! - esclamò Prosperino che per via del vino in eccesso e del posto in prima fila pareva aver risentito del brano musicale, essendosi con tutta evidenza sforzato di restare sveglio per non offendere il suonatore. Santino fu costretto a far buon viso a cattivo gioco e ordinò alla figlia di portare altro vino.

Quando Lorenzo riprese a suonare, la sua musica parve a tutti un ottimo invito alla danza: erano opere di musicisti fiamminghi, francesi e italiani, pezzi famosi a Milano e a Venezia ma del tutto sconosciuti al popolo romano: nella città eterna era ufficialmente ammessa soltanto la musica sacra, per lo più esclusivamente vocale, che aveva il suo astro in Giovanni da Palestrina, direttore dell'Accademia Musicale di S. Giovanni in Laterano.

E mentre proprio la danza era di fatto rigorosamente vietata al popolo – per il suo subdolo invito al contatto carnale – la stessa veniva invece praticata nei festini della nobiltà e dell'alto clero, che godevano della benevolenza papale e dei mezzi per procurarsi musiche profane più adatte allo scopo.

Ma poiché neppure i tiranni riescono a soffocare del tutto le aspirazioni naturali dell'uomo, alla Locanda del Vescovo non si dovette attendere molto perché i pochi rimasti sobri accennassero qualche passo.

L'oste e alcuni avventori come lui poco interessati alla musica si erano sistemati alla chetichella sui tavoli spostati nella via e alternavano un sorso di vino a un lancio di dadi, confidando che in quel giorno di festa gli sbirri avrebbero forse chiuso un occhio sul gioco d'azzardo, anch'esso severamente proibito a chi non fosse ricco a sufficienza.

Sollevata dalla latitanza paterna, Angelica si occupava di servire i clienti e partecipava alla festa sotto lo sguardo della madre, sfinita dalle fatiche culinarie.

Così, quando qualcuno tra i presenti chiese a Lorenzo di mostrar loro come si danzasse una Pavana, lei non disdegnò di accettare l'invito e il giovane la prese per mano, accompagnandola con la voce e guidandola a ripetere le mosse delle signore milanesi che egli deliziava alle feste di casa.

Di tanto in tanto, da dietro le spalle del suo cavaliere, lei sbirciava incuriosita i misteriosi segni sugli spartiti aperti sul tavolo. Lorenzo le aveva spiegato che quegli strani quadratini neri con una sottile gambetta, sistemati su cinque righe orizzontali, erano le note musicali che lui riproduceva con il liuto.

La ragazza le fissava affascinata senza capire e in una pausa gli mormorò con un sospiro: - Vorrei tanto imparare a suonare!

Lorenzo allora le prese la mano e, indicando le note col dito di lei, ne riprodusse il suono con la voce: - Se volete, vi insegnerò volentieri - le sussurrò infine all'orecchio. Per un attimo l'indice di Angelica si intrecciò con il suo prima di liberarsi dalla presa.

La festa aveva ormai superato il suo apogeo e la stanchezza iniziava a decimare i ballerini, che poco a poco si rifugiavano sulle panche mentre le prime ombre della sera calavano sul vicolo.

Seduta accanto al suonatore, la ragazza a quel punto si levò, cominciando a muoversi con armoniosa leggerezza. Roteava su se stessa con grazia, sollevando in alto le braccia che le larghe maniche della blusa lasciavano scoperte, e ondeggiando i fianchi con garbo. Allora l'improvvisata pista da ballo si svuotò e gli spettatori osservarono in silenzio, rapiti dalla sensualità della scena.

A un tratto lei balzò sul tavolo con agilità, spostando i boccali e gli spartiti che vi erano appoggiati: Lorenzo provò ad accelerare il ritmo, la ragazza gli rivolse un sorriso d'intesa e lo seguì roteando.

Era una di quelle serate romane in cui il cielo luminoso è percorso da basse nuvole bianche che odorano di mare e sembrano quasi sfiorare la città. Batuffoli leggeri che diffondevano un fresco profumo di primavera sulla candida e possente cupola di Michelangelo e sulle brune e gloriose rovine ammuffite dal tempo.

I raggi del sole calante tingevano di rosa le nubi e i muri delle case mutavano colore. Nella locanda era come se la luce tenue che ancora illuminava la scena fosse interamente assorbita dalla camiciola di Angelica, mobile macchia bianca nella penombra della sala.

La ragazza danzava sul tavolo e la sua mantellina, sollevata dalle rapide evoluzioni, a volte pareva un ombrello aperto sulla testa di Lorenzo seduto lì accanto.

I due si guardavano per accordarsi sul tempo: il ragazzo aveva girato la sedia per meglio godersi lo spettacolo, incurante di volgere le spalle agli spettatori. Questa sua posizione impedì a tutti di notare i suoi occhi scintillanti e le gocce di sudore che gli imperlavano la fronte.

In sala nessuno fiatava: i presenti ammiravano estasiati la grazia con cui Angelica muoveva il proprio corpo. La danzatrice si sciolse i capelli liberandoli con un rapido gesto dalla fascia che li stringeva e lentamente si chinò ripiegando le braccia sul seno. Poi con un ultimo scatto del capo allargò la lunga chioma prima di abbassare il viso sul petto, lasciandola ricadere fin quasi a nascondere la camicetta. I suoi capelli parvero un ventaglio di alghe spiaggiate dalle onde in tempesta.

Lorenzo aveva smesso di suonare qualche istante prima del gran finale e ora se ne stava seduto a guardarla, temendo di rompere l'incanto del momento con un gesto o una parola.

Poi nel silenzio assoluto lei si rialzò, si ravviò i capelli e con un sorriso si accinse a scendere dal tavolo: - Mi aiutereste, Messere? - disse rivolta al giovane, che non esitò ad alzarsi per offrirle la mano con un elaborato inchino.

La ragazza saltò a terra ma, non si sa se con intenzione o perchè ancora stordita dall'ultima piroetta, perse l'equilibrio e... si ritrovò tra le braccia di Lorenzo.

Lui non ebbe il tempo di gioire dell'inaspettata fortuna: due braccia vigorose lo alleggerirono bruscamente del gradito fardello e il silenzio incantato che ancora regnava nella sala venne interrotto dal sonoro schiocco d'un ceffone.

- Svergognata! - tuonò la voce di Santino, impastata per il troppo vino - Come osi dar pubblico scandalo in casa mia? - disse mentre la sua mano si alzava minacciosa per colpirla ancora.

- Non mi toccare! - gridò lei divincolandosi - Mica l'ho fatto apposta!... Non facevo nulla di male e poi... sono una donna ormai! - aggiunse con voce alterata e occhi fiammeggianti, mentre retrocedeva a piccoli passi tendendo le braccia in posizione difensiva.

In silenzio alcuni clienti guadagnarono l'uscita.

Prosperino si alzò per intervenire, facendo cenno a Lorenzo di togliersi di mezzo.

- Non sei altro che una sgualdrina, invece! - continuò l'oste - Guarda che se ti butto fuori di casa finirai agli Ortacci con le altre bagasce come te! - e le si avventò addosso brandendo un pesante sgabello.

Angelica s'infilò sotto il tavolo con l'agilità di un gatto, mossa forse non troppo congeniale a chi ormai è una donna, ma alla quale era particolarmente avvezza fin da bambina. Da quel familiare rifugio, trovò il coraggio di gridare al padre: - Possibile che non mi possa mai divertire? O forse anch'io sono destinata a farti da serva tutta la vita come mia madre?

In risposta, Santino colpì violentemente il tavolo con lo sgabello. L'oste, che le eccessive libagioni avevano liberato dalla censura impostagli da Orsolina, chiamava in soccorso tutti i santi del paradiso mentre sventolava il panchetto sotto il tavolo alla ricerca di quella sgualdrina, senza tuttavia che il ventre prominente gli consentisse di chinarsi a sufficienza per raggiungerla.

Lo sgabello sbatteva sulle gambe del tavolo risuonando cupamente.

Fu dopo uno di questi colpi che Lorenzo, con gesto fulmineo, riuscì a strappargli il panchetto dalle mani: le fatiche musicali del giovane non gli avevano evidentemente appannato i riflessi come invece il vino quelli dell'oste.

La sorpresa di Santino fu tale che subito si arrestò zittendosi. Prospero ne approfittò per abbracciarlo con fare amichevole dicendo: - Suvvia, lascia perdere, non è successo niente. La ragazza non ha fatto nulla di male... dopotutto ha soltanto ballato per noi!

- Quella... quella mi vuole rovinare - sbraitò ancora l'oste, tentando di liberarsi dalla ferma presa dell'Orsi. - Con le strane idee che si è messa in testa guarda cosa mi combina... c'è mancato poco che non mi ammazzasse un avventore! E tu, vieni fuori di lì che ti faccio vedere io...

- Ma no, ma no - insistè il pittore - ti assicuro che si è soltanto appoggiata a lui per non cadere a terra.

- Tu... fila subito di sopra! - urlò Santino alla figlia, ma con tono meno aggressivo - e non voglio vederti mai più comportare da scostumata! Per punizione domani non uscirai di casa e pulirai tutta la locanda!

Da sotto il tavolo, nessun segno di vita.

L'oste si chinò per vedere dov'era Angelica senza accorgersi che la moglie, inginocchiata dietro di lui, gli stringeva le gambe singhiozzando e implorandolo di non percuotere la figlia: i fumi del vino e le braccia di Orsolina lo fecero barcollare e il pover'uomo rotolò a terra accanto alla sua innocente compagna.

Mentre la danzatrice sgattaiolava fuori dal rifugio per raggiungere le scale, Lorenzo aiutò Orsolina a rialzarsi e Prospero risollevò con fatica il padrone di casa.

Santino si guardò intorno con sguardo confuso: i pochi avventori rimasti lo osservavano, in un pesante silenzio di riprovazione.

Lorenzo uscì tra altri clienti che commentavano l'accaduto a bassa voce: il suo unico pensiero era come rivedere Angelica lontano dalla locanda.

2. Una ragazza intraprendente: il Bacchino Malato

Mentre serviva i due amici e i tavoli vicini, Angelica aveva udito Prospero raccontare a Lorenzo di un pittore lombardo ricoverato all'Ospedale dei poveri.

Incuriosita, la ragazza aveva mandato tra sè a quel paese gli altri avventori poichè il loro forte brusio le impediva di seguire il discorso dei due. Con suo gran disappunto si era dovuta accontentare di qualche parola captata di quando in quando, con l'unico risultato di accrescere la propria curiosità. Era sempre stata attratta da argomenti fuori dalla sua portata e la pittura era uno di questi: ma – al pari dello squallido ambiente della locanda – l'ignoranza era per lei una zavorra cui tentava di rimediare ascoltando all'occasione i discorsi altrui.

Tempo prima Mastro Prospero Orsi, divenuto ormai cliente abituale, le aveva mostrato un pezzo di gesso lungo poco più di un braccio e da lui decorato a grottesche come campionario per un importante cliente. La ragazza era rimasta affascinata dalla fantasia con la quale egli dava vita a quelle figure impossibili, talvolta a metà strada tra l'orrido e il ridicolo, ma in fondo tutte di aspetto innocuo. Fu allora che nacque in lei il desiderio di guardare un pittore dipingere. Desiderio sempre rimasto inespresso per pudore femminile e dunque insoddisfatto.

Angelica ricordava sorridendo l'episodio, mentre lavava il pavimento della cucina: aveva trascorso il suo intero giorno di punizione pulendo a fondo la locanda e si sentiva esausta. Ma intanto era soddisfatta di aver messo a punto un accurato piano per vedere il quadro di quel Caravaggio, che l'Orsi aveva descritto a Lorenzo in termini entusiastici e che – aveva aggiunto – si trovava nella sua bottega, a due passi dalla trattoria: l'occasione era troppo ghiotta!

A detta di Prospero doveva trattarsi di un quadro straordinario. Lo aveva sentito lodare le albicocche che sembravano appena colte, oppure il riflesso della luce sugli acini d'uva che parevano gioielli tanto erano splendenti e facevano venir voglia di staccarli.

- Sai, l'idea fissa di Michele sta nel ritrarre dal vero - aveva detto l'Orsi a Lorenzo, mentre lei depositava con studiata lentezza tre piatti di stufato di coniglio sul tavolo accanto - Lui rifiuta di inventarsi figure immaginarie come i santi o i personaggi biblici, che qui a Roma vanno tanto di moda... e pretenderebbe di ricostruirne episodi di vita da scene casuali o montate in qualche modo da lui.

Ma si era purtroppo persa il resto del discorso per soddisfare le richieste di un altro commensale che protestava villanamente di non essere stato ancora servito.

Al suo ritorno, la ragazza aveva trovato i due amici che ridevano di gusto mentre Prospero concludeva: - ... pensa che aveva convinto il Priore dell'Ospedale a spostare lo specchio e a dirigere il raggio di sole sui colombi che, svolazzando, si appollaiavano tra le travi del soffitto: voleva ritrarre lo Spirito Santo dal vero!

Con suo grande dispiacere Angelica non aveva potuto cogliere la comicità della trovata, poichè la chiesa che un tempo frequentava con sua madre le pareva non avesse dipinti di nessuna sorta, tantomeno con colombe: del resto lei, al suo interno, era costretta a coprirsi il capo con un velo e a tenere gli occhi bassi.

Ma ciò che più l'aveva colpita erano state le parole di Prospero a riguardo di quel quadro straordinario che lui teneva in bottega: aveva detto che su quella tela c'era un giovane che reggeva il grappolo d'uva e che fosse il ritratto dello stesso Michele... possibile?

Ripensandoci, Angelica si era convinta di aver capito male: - E dove mai avrebbe potuto trovare uno specchio grande abbastanza per starci tutto? - si era chiesta, non conoscendo altro che i piccoli specchi da toeletta in metallo lucidato visti da un bottegaro di vicolo degli Specchi, un giorno che accompagnava la madre al grande mercato di Piazza Navona.

E poi quella frase sibillina, udita mentre a fine pasto serviva i dolcetti di mandorle, riguardo alla posizione del busto del ragazzo che... pare offrire e insieme negare quel grappolo a chi gli sta di fronte!

Davvero intrigante, aveva pensato cercando velocemente una scusa per soffermarsi più a lungo nei pressi. Ma un malaugurato richiamo del padre l'aveva purtroppo privata del seguito e lasciata con un interrogativo in più.

- Che Caravaggio avesse voluto rappresentare la titubanza del giovane, indeciso se offrire l'uva a qualcuno o mangiarsela lui? - si chiedeva adesso, appoggiata allo spazzolone con aria pensierosa.

Se fosse stato così, non riusciva a capire come l'artista avesse potuto riprodurre su tela quei sentimenti: qual era, dunque, il segreto di quel quadro che tanto aveva affascinato Messer Prospero? Doveva assolutamente riuscire a vederlo.

- Brav'uomo, quell'Orsi - pensò - Perfino i suoi fregi con mostriciattoli sono come lui: troppo bonari per intimorire... chi sa, forse lui sarebbe felice di mostrarmi il capolavoro di questo Michele... Caravaggio.

Il padre però non le avrebbe mai consentito di chiederglielo: l'Orsi era un cliente importante e un pittore arcinoto in città, mentre lei era solo una donnetta ignorante.

- Quelle sono cose da uomini! - sarebbe stata la sua sprezzante conclusione.

Al pensiero di tanta grettezza Angelica, stizzita, scaraventò a terra la ramazza.

- Ricordati che sei nata povera e che non sarai altro che una serva - le diceva Santino fin da bambina - Perchè questo è quello che devono fare le donne.

E dopo qualche anno, quando era ormai una ragazzina, aggiungeva - ... quelle che non fanno le puttane, s'intende - No, con l'Orsi non ci poteva proprio provare.

E con questo Michele? Lei non lo aveva mai visto, neppure in compagnia di Prosperino: sapeva soltanto che era ricoverato in ospedale e in conseguenza di ciò non aveva partecipato al pranzo pasquale. Dunque, nulla da fare neppure con lui.

Restava solo Lorenzo: era apprendista nella bottega dell'Orsi, ma non frequentava la locanda. Tuttavia... si era offerto di insegnarle le note! Allora, chi sa...magari avrebbe potuto... Ma sì, dopotutto ormai si conoscevano e il giovane sembrava un tipo così garbato. Sarebbe però stato in grado di mantenere il segreto? No, no, no... era davvero troppo rischioso: Lorenzo avrebbe potuto dirlo a Prosperino e lui, tra un bicchiere e l'altro, poteva riferirlo a suo padre. Sarebbe successo il finimondo: - meglio lasciar perdere Lorenzo! - aveva convenuto sconsolata mentre si accingeva a lavare le immense pile di stoviglie.

Angelica decise infine di agire da sola e il giorno dopo approfittò dell'assenza pomeridiana del padre per recarsi al mercatino di Campo de' Fiori.

Ogni pomeriggio di bel tempo, infatti, Santino si recava all'osteria di un amico al Bordello, il quartiere più malfamato di Roma ma anche il più frequentato di giorno e... soprattutto di notte. Lì giocava a carte o a dadi per un paio d'ore, protetto dalla malavita locale che usufruiva d'un efficiente servizio d'allarme anti-guardie, mentre la moglie – cui l'assenza del marito compensava ampiamente il carico di lavoro – riordinava la cucina e le figlie ripulivano la sala.

La ragazza si accordò con la madre e, in cambio di un lavaggio di stoviglie al posto suo, ottenne un piccolo barattolo di marmellata di mirtilli che ogni estate Orsolina preparava in quantità per averne a sufficienza fino alla Pasqua successiva. Lo avvolse in uno straccio e uscì, immergendosi nel tepore di quel pomeriggio di sole, diretta alla piazza del Campo.

Angelica amava quel piccolo mercato assai più di quello in Piazza Navona, congestionato a tutte le ore da gente d'ogni tipo che gridava o si pigliava a spintoni per farsi largo. A Campo dei Fiori, invece, tutti si conoscevano e i suoi colori la affascinavano: era per così dire più intimo e lei – ogni volta che vi accompagnava la madre per le compere – si riprometteva di tornarci da sola, per avere il tempo di girarlo con la dovuta calma.  

Ma neppure

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