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Mamma li turchi. L’idea di crociata nell’età moderna

Mamma li turchi. L’idea di crociata nell’età moderna

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Mamma li turchi. L’idea di crociata nell’età moderna

Lunghezza:
266 pagine
4 ore
Pubblicato:
2 dic 2010
ISBN:
9788878534056
Formato:
Libro

Descrizione

Con la caduta di Costantinopoli la Santa Sede ha temuto che la minaccia turca potesse mettere in pericolo non solo l’intera area del sud-est europeo e dell’oriente mediterraneo, com’era effettivamente avvenuto, ma anche la cristianità nel suo complesso, portando negli animi e nelle coscienze dei credenti quel turbamento spirituale e religioso che alla fine avrebbe minato la basi della stessa civiltà occidentale.
Non è dunque un caso se è particolarmente lungo l’elenco dei pontefici che si sono occupati della mutatio rerum in quest’area geo-politica e che hanno sentito come obbligo prioritario contrastare l’infedele. Fra i tanti che s’interessarono del problema, Clemente VI, al secolo Pierre Roger Beaufort che, in lega con Venezia, il regno “occidentale” di Cipro e i Cavalieri di san Giovanni di Rodi, organizza nel 1344 una spedizione navale contro l’arroganza musulmana senza, però, raggiungere lo scopo. Ancor meno successo ebbe papa Urbano V, al secolo Guillaume Grimoard, già abate di s. Vittore a Marsiglia, il quale, dopo l’inizio delle conquiste turche in Europa, non cessò di lanciare pressanti inviti agli Stati cristiani affinché unissero le loro forze per colpire più efficacemente e annientare l’arroganza del nemico infedele. Appelli e richiami caduti invero miseramente nel vuoto, tanto che nel 1364 saranno gli stessi turchi a chiedere notizie della crociata facendosi così apertamente «beffe dei bizantini».
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I

Con la caduta di Costantinopoli [29 maggio 1453], la Santa Sede ha temuto che la minaccia turca potesse mettere in pericolo non solo l’intera area del sud-est europeo e dell’oriente mediterraneo, com’era effettivamente avvenuto, ma anche la cristianità nel suo complesso portando negli animi e nelle coscienze dei credenti quel turbamento spirituale e religioso che alla fine avrebbe minato le basi della stessa civiltà occidentale [1] .

Non è dunque un caso se è particolarmente lungo l’elenco dei pontefici che si sono occupati della mutatio rerum in quest’area geo-politica e che per questo hanno sentito come obbligo prioritario contrastare l’ infedele. Fra i tanti che si interessarono del problema, Clemente VI [1342-1352], al secolo Pierre Roger de Beaufort che, in lega con Venezia, il regno occidentale di Cipro e i Cavalieri di san Giovanni di Rodi, organizza nel 1344 una spedizione navale contro l’arroganza musulmana senza, però, raggiungere lo scopo. Ancor meno successo ebbe papa Urbano V [1362-1370], al secolo Guillaume Grimoard, già abate di s. Vittore a Marsiglia, il quale, dopo l’inizio delle conquiste turche in Europa, non cessò di lanciare pressanti inviti agli Stati cristiani affinché unissero le loro forze per colpire più efficacemente e, dunque, annientare l’arroganza del nemico infedele. Appelli e richiami caduti invero miseramente nel vuoto, tanto che nel 1364 saranno gli stessi turchi a chiedere notizie della crociata facendosi così apertamente «beffe dei bizantini».

Va d’altra parte ricordato che parlare ancora di crociata era divenuto più che mai anacronistico [2] . L’idea aveva perso il senso di passaggio generale della Cristianità alla riconquista dei luoghi santi, e le pressioni propagandistiche della cultura ecclesiastica non bastavano a compensare il disinteresse dei principi d’occidente, i quali, oltre a trovarsi in perenne conflitto tra loro e, pertanto, con le casse vuote, non avevano nemmeno più l’attrazione di nuove conquiste territoriali oltremare, un’incontrovertibile realtà che nelle crociate precedenti aveva avuto il suo peso.

Ciononostante, la vocazione anti-turca della Santa Sede non verrà mai meno. Una politica che si aggiungeva all’altro obiettivo primario, quello, cioè, di riunire la chiesa d’Oriente con Roma; una linea di condotta seguita da ciascun pontefice succeduto sul trono di san Pietro. Si può anzi affermare che dal XIII secolo alla caduta di Costantinopoli, la Curia romana vide, infatti, proprio nella debolezza dell’impero bizantino un’eccezionale occasione per riunire sotto un’unica guida (sotto il primato di Roma, evidentemente) la cristianità divisa.

Se Clemente VI negoziò senza successo l’unione con Bisanzio e gli Armeni, il suo successore, il già citato Urbano V, pur di avere la possibilità di impiegare truppe mercenarie contro la potenza della mezza luna, non esitò a concludere una sfavorevole pace con Bernabò Visconti [1323-1385] nel bel mezzo della vittoriosa campagna di restaurazione del potere pontificio negli Stati della Chiesa portata avanti dal suo legato il cardinale Egidio Alvarez Carillo Albornoz [1310-1367] [3] .

Con Gregorio XI [1370-1378], ultimo papa avignonese, i tentativi per affrontare il problema turco rimasero esclusivamente nell’ambito dei buoni propositi e, soprattutto, d’infruttuosa progettazione. All’orizzonte s’intravedeva già l’ombra cupa del grande scisma d’occidente che paralizzerà per quarant’anni le strategie politico-religiose nell’area bizantina di ben quattro papi e di altrettanti antipapi.

Si tornerà a parlare nuovamente di crociata con Eugenio IV Condulmer [1431-1447] fautore con il concilio di Ferrara/Firenze [1438-1439], di una temporanea unione della chiesa d’Oriente con Roma, il quale, condannati gli ottomani come perfidissimos Teucros, tentò di favorire l’impero bizantino finanziando una nuova crociata per mare e per terra [4] . Anche questa volta, però, l’azione pontificia non portò ad esiti favorevoli; l’epilogo fu drammatico, la crociata terminata a Varna nel 1444, trascinerà nella sconfitta la stessa recentissima comunione tra le chiese d’oriente e d’occidente [5] .

Sarà tuttavia con l’elevazione di Pio II [1458-1464], al secolo Enea Silvio Piccolomini, che la chiesa romana si accingerà a toccare, deliberatamente o no, l’apice del suo impegno anti-ottomano [6] . Il pontefice umanista, pur di debellare definitivamente il nemico della cristianità, da lui considerato con disprezzo gens Scythica et Barbara in dissenso ad una credenza assai diffusa all’epoca che li voleva discendenti di Téukros, mitico re di Troia [7] , punterà nuovamente ogni cosa sulla crociata, trovando, però, come spesso era accaduto in passato, poca disponibilità e attenzione da parte dei principi cristiani.

Tuttavia il pius Aeneas, più che mai «teso alla risoluzione del problema ottomano» [8] , fu convinto sostenitore della necessità di un’azione militare che potesse scacciarli dall’area geo-politica centro-orientale:

Dicam tamen et posteritati tradere non verebor, quando persuasum mihi est futuros aliquoando et fortasse antequam moriar, qui tantam salvatori nostro illatam ignominiam ulciscantur [9] .

Eletto pontefice, il Piccolomini svolse tutta la sua azione pastorale in un frenetico spirito missionario, arrivando perfino ad immaginare di poter convertire gli infedeli superando, così, l’idea stessa di crociata. Resta famosa a questo proposito la lettera indirizzata al sultano Mehmet II Fâtih [1432-1481], il gran conquistatore, con la quale il pontefice romano, puntando sulla cultura umanistica del Gran Signore de’ Turchi [10] , gli faceva balenare la possibilità di guadagnare la corona imperiale, novello Costantino, se solo avesse accolto la sua sollecitazione alla conversione [11] . Il perfidus res, diventa improvvisamente un uomo cuius naturam bonam esse confidamus, dunque, un uomo provvisto di animi magnitudo e di sapientia.

Mai spedita al destinatario, la lettera, concepita nell’autunno-inverno del 1461 [12] , poi rielaborata e corretta, perfezionata ed ampliata, fu in realtà stesa dal pontefice nello sconforto più totale dopo le notizie allarmanti che provenivano da oriente, e che riportavano la precisa strategia di Mehmet II il quale dalla seconda metà del 1460 a tutto l’anno successivo, aveva intensificato le pressioni sui territori veneziani d’Albania e Grecia provocando serrate trattative diplomatiche con la Serenissima Repubblica [13] . Non contento di ciò, il sultano, organizzando nell’estate del 1461 una poderosa campagna militare per allargare i propri confini in Anatolia, andava direttamente a colpire la città di Sinope e il cosidetto impero di Trebisonda, guidato dai Commeni, i quali quantunque da cinque anni già tributari al sultano, si arresero alle truppe ottomane senza combattere. Poco prima stessa sorte era toccata alla colonia genovese di Amastri [14] .

Malgrado gli storici siano ancora oggi nella più totale incertezza se considerare la missiva un semplice esercizio letterario o più concretamente un reale documento politico, quello del pontefice fu, nondimeno, un tentativo per risolvere una volta per sempre il problema della contrapposizione tra occidente ed oriente islamico. Un pressante invito rivolto al sultano infedele che non ebbe, com’era ovvio, nessuna reale conseguenza [15] . Le cose restarono, come tutti sanno, immutate e lo scontro si andò al contrario sempre più ampliando nel tempo, creando ancora più profonde incomprensioni, estesi solchi che si andavano ad aggiungere alle gravi tensioni tra gli ungheresi e lo stesso sultano che fin dall’estate del 1454 aveva pensato di poter allargare i propri confini in territorio magiaro [16] .

Ancorché le scorrerie turche ai danni degli ungheresi di confine, in altre parole sul Danubio, erano da anni semplice routine, si trattava ora di un’aggressione in piena regola e sferrata in grande stile. Azione incoraggiata anche dall’atteggiamento di rivolta assunto dal crudele Vlad, voivoda di Valacchia [1456-1462], soprannominato Dracul, diavolo, o Tepes, l’impalatore, il quale, tributario di Costantinopoli ma vassallo del re d’Ungheria, aveva stretto nel 1461 un’alleanza anti-turca con i magiari. L’aperta ribellione del valacco con il successivo rifiuto del tributo al sultano, spinse Mehmet II ad armare un poderoso esercito nel tentativo di riportare ordine nell’area.

La nuova realtà, i richiami di aiuto che provenivano da oriente, il coinvolgimento in qualche modo anche della Serenissima Repubblica di Venezia, indusse Pio II, benché già seriamente ammalato e assai indebolito, a riprendere con la foga consueta che lo caratterizzava l’idea di una crociata contro la mezzaluna [17] . Impresa alla quale era personalmente intenzionato a partecipare, ponendosi egli stesso alla guida dell’esercito cristiano come dichiarava il 23 settembre 1463 davanti ad un allibito Sacro Collegio convocato per l’occasione:

Noi siamo ormai liberi di prendere le armi contro i Turchi. Non possiamo più, né vogliamo, rimandare. Ora è possibile attuare il nostro desiderio. Ora è lecito combattere per la fede, come abbiamo sempre sperato. Iddio conosceva i nostri pensieri e alla fine ha liberato la via per attuarli. Spesso ci avete domandato di fare questo; ora noi lo chiediamo a voi. Badate che non dobbiamo noi rimproverare a voi ciò che spesso ci avete rimproverato voi. Ora si rivelerà la vostra fede, la vostra religiosità, la vostra devozione. Se la vostra carità sarà vera e non finta, ci seguirete. Noi vi daremo l’esempio affinché facciate anche voi quello che faremo noi. Imiteremo il Maestro e Signore nostro Gesù Cristo, pio e santo pastore, il quale non esitò a mettere a repentaglio la vita per le sue pecorelle. Anche noi metteremo a rischio la vita per il nostro gregge, dal momento che in altro modo non possiamo venire in aiuto alla religione cristiana e impedire che sia conculcata dalle forze dei Turchi [18] .

Per quanto in evidente difficoltà fisica, papa Piccolomini si dichiara più che mai pronto a «consacrare a Cristo il corpo malato e l’anima stanca», parole alle quali aveva risposto con immediatezza il cardinale Bessarione [1399c. - 1473] testimoniando davanti ai cardinali del Sacro Collegio, le sciagure passate e i pericoli futuri se non si fossero contenute, anzi contrastate, le iniziative espansionistiche dell’ infedele turco [19] . Presa di posizione importante, probabilmente decisiva, alla quale si aggiungeva quella di Francesco Sforza che con eloquenza «soldatesca e usando la lingua volgare, parlò vigorosamente in favore della guerra contro i nemici della fede e offerse a tale scopo se stesso e le proprie sostanze» [20] .

Conseguenza di tutto questo fu la promulgazione, il 22 ottobre 1463, della bolla Ezechielis prophetae con la quale era indetta la crociata e con la quale il pontefice manifestava pubblicamente al mondo cristiano il proposito di mettersi a capo dei crociati chiamati ad Ancona pronti a salpare verso la costa orientale adriatica [21] .

La Serenissima Repubblica di Venezia, i magiari e gli stessi albanesi del principe Gjergj Kastriot detto Skënderberg [22] , avevano intanto aperto le ostilità su tre fronti distinti [23] . Tuttavia i veneziani, che nell’estate avevano occupato la Morea e ricostruito l’antico hexamilion, la fortificazione di sei miglia a sbarramento dell’istmo di Corinto, dovettero soccombere contro le truppe di rinforzo turche provenienti dal nord. Abbandonate le posizioni in terra ferma, neppure la flotta fu in grado di assicurare alla Repubblica il controllo dell’Egeo.

I rovesci militari subiti da Venezia, il netto rifiuto da parte della Francia al progetto che tanto stava a cuore a papa Piccolomini e il ritardo di Filippo di Borgogna, dato ormai per sicuro, oltre alle incomprensioni politico-diplomatiche tra i leghisti, l’eccessivo calore estivo che aveva generato contagiose epidemie, la morte del pontefice ad Ancona [15 agosto 1464], furono le cause che portarono all’inevitabile fallimento dell’avventura crociata [24] .

L’idea del martirio che papa Pio II si preparava a subire diventerà poi per tutto il Seicento il cardine della stessa consolidata politica pontificia di opposizione al grande infedele turco. Per il vecchio pontefice non c’erano compromessi da accettare, non altre strade o scorciatoie da prendere. Bisognava assolutamente partire! Era necessario per difendere l’Onnipotente affrontare un viaggio rischioso e non temere il peggio. Per lui, vecchio, stanco e malato, un così forte e temerario avversario andava fronteggiato e sconfitto qualunque fosse stato il prezzo da pagare:

Bisogna partire. Affronteremo un viaggio rischioso, non lo neghiamo, soprattutto per noi che siamo vecchi e ammalati […]. Noi, per difendere il nostro Dio, lasceremo la nostra sede naturale e la Chiesa Romana, e raccomanderemo questa nostra testa canuta e questo debole corpo alla sua misericordia. Egli non si dimenticherà di noi. Se non ci concederà di tornare, ci concederà di entrare nei cieli e conserverà intatta la prima sede e la sua sposa [25] .


[1] In effetti l’area danubiano-balcanica «rimase per secoli soggetta alla potenza turca, che tese a staccarla dall’area della civiltà europea occidentale». A. Pertusi (a cura), La caduta di Costantinopoli, vol. I, op. cit., p. XXIII.

[2] Steven Runciman, nella presentazione all’ultima edizione italiana del suo libro sulle crociate, scrive che le «crociate costituiscono il fatto saliente della storia europea nel cuore del medioevo […]. Le crociate si basavano sul concetto di guerra santa, una guerra contro gli infedeli, per cui ai cristiani che vi partecipavano erano promesse ricompense spirituali». S. Runciman, Storia delle Crociate, vol. I, Torino 1993, p. IX. In generale sul tema della crociata cfr. F. Cognasso, Le genesi delle Crociate, Torino 1934; M. Monti, Le Crociate, Napoli 1940; R. Grousset, Les Croisades, Paris 1948; S. Runciman , History of the Crusades, 3 voll., Cambridge 1954; P. Alphandéry-A. Dupront, La Cristianità e l’idea di crociata, Bologna 1974; F. Cardini, Le crociate tra il mito e la storia, Roma 1971; Id., Il movimento crociato, Firenze 1972; A. Dupront, Il sacro. Crociate e pellegrinaggi. Linguaggi e immagini, Torino 1993.

[3] Papa Clemente VI tentò di convincere l’imperatore Giovanni V Paleologo durante la visita che questi fece nel 1369 a Roma ad abbracciare la vera fede. Anche la corte bizantina credeva che in quest’atto ci fosse la conferma di potersi procurare sostanziosi aiuti da parte dei principi d’occidente. Fu così che proclamata nel 1363 la crociata, l’impegno del papa non venne meno neppure davanti alla triste constatazione della mancanza di assenso e di partecipazione di gran parte dei principi d’Europa.

[4] Eugenio IV, per sostenere economicamente la crociata, cercherà nuove fonti di reddito e, soprattutto, perfezionerà il sistema fiscale dello Stato pontificio. Cfr. M. Caravale-A. Caracciolo, Lo stato pontificio da Martino V a Pio IX, Torino 1978, p. 61.

[5] L’infelice battaglia di Varna [10 novembre 1444] combattuta in territorio bulgaro tra il sultano Murat II e le armate cristiane al comando del legato pontificio Giuliano Cesarini, dal re di Polonia e Ungheria Ladislao III e da Giovanni Hunyadi, era l’azione anti-turca fortemente voluta da papa Eugenio IV. Cfr. D. Caccamo, Eugenio IV e la crociata di Varna, in Archivio della Società Romana di Storia Patria, LXXIX, (1956), terza seriem vol. X, fasc. I-IV, pp. 35-87.

[6] Cfr. A. Matanic, L’idea e l’attività per la crociata anti-turca del papa Pio II, in Studi Francescani, 61, (1964), pp. 382-394; G. Valentini, La Crociata di Pio II dalla documentazione veneta d’archivio, in Archivum Historiae Pontificiae, 13, (1975), pp. 249-282.

[7] Cfr. F. Guida, Enea Silvio Piccolomini e l’Europa orientale: il De Europa (1458), in Clio, XV, I, (1979), p. 48. Il 25 settembre Enea Silvio Piccolomini scriveva all’amico Leonardo Benvoglienti, ambasciatore senese presso Venezia: «Fuerunt Itali rerum domini, nunc Turchorum inchoatur imperium». La lettera, secondo Agostino Pertusi, meriterebbe di essere meditata a fono. Lo storico italiano scrive a questo proposito che la «conquista turca di Costantinopoli ha determinato certo una svolta fondamentale nella storia non solo di tutto l’Oriente mediterraneo, ma anche di tutta l’Europa orientale, poiché quest’ultima rimase poi per secoli soggetta della potenza turca, che tese a staccarla dall’area della civiltà europea occidentale». A. Pertusi (a cura), La caduta di Costantinopoli, vol. I, op.cit., p. XXIII.

[8] M. Petrocchi, La politica della Santa Sede, op. cit., p. 39.

[9] Aenae Sylvii Pii II Pontificis Maximi, Europa sui temporis varias continentes historias, in Opera Omniam Basilea 1571, pp. 396, 399-404 si veda anche F. Guida, Enea Silvio Piccolomini e l’Europa orientale, citato, pp. 35-77.

[10] Sulla figura di Mehmet II Fâtih e i suoi rapporti con il mondo degli umanisti cfr. F. Babinger, Maometto il Conquistatore e gli Umanisti d’Italia, in Venezia e l’Oriente fra tardo Medioevo e Rinascimento, a cura di Agostino Pertusi, Firenze 1966, pp. 433-449.

[11] Cfr. Pii Papae II, Epistola ad Mahumetem, Colonia 1469; F. Gaeta, Sulla Lettera a Maometto di Pio II, in Bollettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano, 77, (1965), pp. 129-150.

[12] Cfr. F. Gaeta, Alcune considerazioni sulla prima redazione della lettera a Maometto, in Enea Silvio Piccolomini Papa Pio II, Siena 1968, pp. 177-186.

[13] Per Venezia, scrive Paolo Preto, il «motivo della crociata, della difesa dell’Occidente cristiano contro le orde islamiche dei turchi si fonde sempre con la calcolata difesa, in termini di Realpolitik, dei propri interessi di stato proteso verso l’Oriente e vitalmente interessato a salvaguardare ad ogni costo con i rapporti commerciali col mercato ottomano le ragioni stesse della propria esistenza. La Serenissima si mostra sempre molto restia ad accettare proposte di guerra ad oltranza ed in molte occasioni sa trovare da sola accomodamenti soddisfacenti col perfidus Turca, contro cui si scagliano, più spesso con orazioni e trattati che con risolutive azioni militari, gli altri stati italiani ed europei». P. Preto, Venezia e i Turchi, Firenze 1975, pp. 28-29.

[14] Cfr. F. Babinger, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Torino 1957, pp. 285-296.

[15] Il Piccolomini imputava alla disunione dei principi cristiani d’Europa il mancato soccorso a Costantinopoli assediata dai turchi: «Surdae […] nostrum principum aures fuere, caeci oculim qui cadente Fracia, ruituram Christianae religionis reliquam partem non videruntm quamvis privatis quemque aut odiis aut commoditatibus occupatum, salutem publicam neglexisse magis crediderim». Aenae Sylvii Pii II Pontificis Maximi, Europa sui temporis, citato, p. 396.

[16] Il Gran Signore dei Turchi nell’estate del 1454 si era presentato davanti alla fortezza di Szendró ma era stato sconfitto a Krusevac da János Hunyadi. Era stato dimostrato, in quell’accasione, che l’esercito degli infedeli non era poi così imbattibile. Tuttavia i tentativi turchi ripresero forza negli anni successivi. Il 7 aprile 1456 arrivò la notizia che Mehmet II Fâtih stava preparando un’offensiva contro il regno d’Ungheria, un nuovo tentativo che fallì. Fu solo con la sconfitta di Mohács [29 agosto 1526] che si mise fine alla libertà del popolo magiaro ed ebbe inizio l’epoca della dominazione ottomana in Ungheria Cfr. A. Papo-G. Nemeth Papo, Storia e cultura dell’Ungheria, Catanzaro 2000, pp. 200-262.

[17] Predicò la crociata con ogni mezzo possibile a sua disposizione, ordinò processioni, a Roma espose la preziosa reliquia della testa di sant’Andrea portata dall’Oriente dall’ultimo imperatore della dinastia Paleologo. La capitale della cristianità divenne meta di pellegrini i quali, richiamati dall’eccezionalità dell’evento, venivano a pregare e a sostenere la grande idea del pontefice che chiamava l’intero mondo cristiano alla guerra contro il Turco. Alle preghiere, il 22 ottobre 1463, faceva seguito la pubblicazione della bolla che stabiliva la continuazione della guerra santa: un riscatto dell’Occidente per libe­rare, in nome e per conto di Gesù Cristo, il suolo d’Oriente. Uno sforzo che finì miseramente lasciando, tuttavia, aperta una frattura ed una ferita che i successori di papa Piccolomini tentarono a più riprese di risanare. Ad alleviare le preoccupazioni finanziarie del pontefice per questa impresa, giunse a proposito la scoperta di importanti giacimenti di allune nel territorio di Tolfa, località nei pressi del porto di Civitavecchia. Il minerale, usato per tutta l’Europa per colorare le stoffe, proveniva da alcuni territori in mano genovese sul Mar Nero, ma ora sotto lo stretto controllo turco, e dunque era assai difficile approvvigionarsene. Pio II destinava così le rendite dell’allume di Tolfa, nell’ordine di centomila ducati annui, esclusivamente per la crociata. Nel frattempo, con la bolla dell’aprile 1463, faceva tassativo divieto ai mercanti cristiani l’acquisto del minerale proveniente da oriente. Le cave restarono attive fino al 1814 dopo la scoperta della produzione chimica di allume. Cfr. G. Zippel, L’allume di Tolfa e il suo commercio, in Archivio della Reale Società Romana di Storia Patria, XXX, (1907), pp. 5-51 e 389-492.

[18] Pio II, I Commentarii, a cura di L. Totaro, Milano 1984, pp. 2437-2439.

[19] A. Matanic, L’idea e l’attività per la crociata anti-turca, citato, p. 388.

[20] Pio II, I Commentarii, op. cit., p. 575.

[21] Il 18 giugno, il pontefice, febbricitante, contro il parere dei suoi medici personali e degli stessi familiari, a conclusione di una solenne cerimonia svoltasi in San

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