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La torre di Selenia - Celestialsoul
La torre di Selenia - Celestialsoul
La torre di Selenia - Celestialsoul
E-book486 pagine7 ore

La torre di Selenia - Celestialsoul

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Info su questo ebook

Il tempo di sentirsi al sicuro è finito.

Non c’è più l’abbraccio di una terra familiare né il profumo rassicurante degli alberi secolari.

Questo è il mondo oltre il confine.

I cuori cedono, le certezze anche.

Tra le solide e spesse mura della città di Selenia si consumano l’odio e il rancore. Il viaggio continua fra intrighi politici ed una feroce caccia alle streghe.

L’unica certezza è combattere.

La Foresta di Sandor è ormai lontana; l’ombra dell’imperatore avvolge ogni cosa minacciando molto più delle vite dei cinque avventurieri.

L’oscurità di Titanaurelh brama le loro anime e quelle di tutti i mortali.

Marzio Favognano, nato a Palermo nel 1975, vive a Santa Flavia ed è da sempre un appassionato di letteratura Fantasy e GDR.

Illustratore ed esperto in computer grafica, ha collaborato nel 2009 con la rivista Moleschine e ha ideato e creato diverse ambientazioni fantasy non ufficiali per giochi di ruolo su regole D20 OGL e Avanced Dungeons & Dragons skills and powers. Ha inoltre realizzato manuali non ufficiali home rule sulla psionica nel sistema AD&D skills and powers.

Opere pubblicate: La Foresta di Sandor – Dragonblood. Libro primo della trilogia “I giorni del Maelstrom” edito da Editrice GDS nel 2014.

LinguaItaliano
Data di uscita14 dic 2015
ISBN9788867824724
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    Anteprima del libro

    La torre di Selenia - Celestialsoul - Marzio Favognano

    Marzio Favognano

    LA TORRE DI SELENIA

    CELESTIALSOUL

    LIBRO SECONDO

    TRILOGIA I giorni del Maelstrom

    EDITRICE GDS

    Marzio Favognano

    Trilogia I giorni del Maelstrom

     La torre di Selenia - Celestialsoul©EDITRICE GDS

    EDITRICE GDS

    di Iolanda Massa

    Via G. Matteotti, 23

    20069 Vaprio d’Adda (MI)

    tel.  02 9094203

    e-mail: edizionigds@hotmail.it ; iolanda1976@hotmail.it

    Collana ©AKTORIS

    Illustrazione in copertina da Fotolia.com EVIL di ©Dusan Kostic

    Progetto copertina di ©Marzio Favognano ©Iolanda Massa

    TUTTI I DIRITTI RISERVATI.

    Il presente romanzo è frutto della fantasia dell’Autore. Ogni riferimento a fatti, luoghi, persone realmente esistenti e/o esistite è puramente casuale.

    Questo libro è il prodotto finale di una serie di fasi operative che esigono numerose verifiche sui testi. È quasi impossibile pubblicare volumi senza errori. Saremo grati a coloro che avendone trovati, vorranno comunicarceli.

    Per segnalazioni relative a questo volume: iolanda1976@hotmail.it

    A mia moglie Ornella, per il suo aiuto e la sua pazienza.

    Prologo

    Il mago procedeva silenzioso sui gradini neri; un passo alla volta.

    Risaliva con ritrosia quegli scalini polverosi che si estendevano a spirale lungo le pareti oblique della torre e che emergevano dal muro come un’immensa fila di denti marci.

    Erano le tortuose scale di Titanaurelh: la Torre Conica, dove tutto era immerso nel buio.

    La luminescenza dei glifi magici sull’enorme colonna portante era l’unica cosa che smorzava la tenebra che avvolgeva quel luogo.

    Un luogo che per anni era stato la sua cupa dimora.

    Lyme continuò a salire.

    Portava i capelli argentei raccolti nel bavero della tunica perchè non gli frustassero gli occhi, spinti dalle violente correnti ascensionali.

    La sua pelle nera, lucida come onice, mimetizzava il suo volto nel buio fino a farlo scomparire.

    Sembrava un triste fantasma perso nel nulla.

    L’elfo nero si fermò e scrutò l’immensa volta nera che si stagliava sopra di lui. Conosceva le tenebre meglio di chiunque altro - l’oscurità era il suo elemento naturale - e gli sarebbe bastato un pensiero per scivolare magicamente dentro quelle ombre e ritrovarsi dove desiderava.

    Poteva utilizzare quella capacità in qualsiasi luogo per arrivare dovunque.

    Ma non lì.

    Non nella torre del suo Signore Zero.

    «Non pensare!» si disse l’elfo e sentì la rabbia corroderlo.

    Provava l’umiliazione di dover arrancare, scalino dopo scalino.

    In quel luogo, dove il potere dell’ombra sarebbe dovuto essere illimitato, la sua magia era inutile.

    «Non cedere all’ira. Calmati!»

    Cercava di rassicurarsi con le parole, ma pericolosi pensieri gli strisciarono nella testa come serpenti in un nido pieno di uova.

    Lui governava la capitale dell’impero e controllava le tenebre attraverso la magia.

    Era il primo e solo Generale di Zero.

    Ed era in catene.

    Il mago cercò di cacciare via quella frustrazione. Zero era nella sua mente, in ogni momento. L’imperatore sondava le sue emozioni e lui non poteva lasciarsi andare a sentimenti di ribellione.

    Scivolò con la mano dentro l’ampia tasca della veste nera e strinse il cristallo rosso dell’anima. Cercò di portare i suoi pensieri altrove. Sentiva il potere dell’anima che albergava nel prisma e si godeva quella sensazione fra le dita.

    Ricordava cosa era accaduto il giorno prima.

    Si trovava nel suo laboratorio quando il cristallo gli si materializzò di fronte. Gli cadde in mano, splendente della sua luce purpurea, e lui rimase lì, impietrito, ad osservarlo.

    Conosceva bene quel tipo di cristalli, li aveva creati lui stesso seguendo le istruzioni di Zero, ed uno di essi era tornato alla torre. C’era un’unica spiegazione per questo.

    Un Cavaliere di Zero era stato ucciso.

    Non sapeva quale. L’accesso all’anima del cristallo gli era preclusa nonostante fosse lui l’artefice del ricettacolo. Nessuna delle sue divinazioni poteva varcare quel vincolo, solo l’imperatore poteva riconoscere l’anima imbrigliata nel prisma.

    Lyme sapeva soltanto che apparteneva ad uno dei sei cavalieri, e tre si trovavano fuori le mura della capitale. Il cristallo indicava senza alcun dubbio che uno di loro aveva fallito la propria missione.

    Nessuno dei tre faceva rapporto da giorni.

    Tutto questo avrebbe avuto delle ripercussioni. Lui era il Primo Generale e sarebbe stato lui a doversi far carico del disappunto del Signore di Selenia.

    Continuò a salire. Si guardò intorno cercando un altro modo per distrarre la mente. I suoi occhi color cenere riuscivano a vedere ogni dettaglio nell’oscurità. Ammirava l’architettura bizzarra di quella torre così antica, costruita secoli prima con l’aiuto di incantesimi in parte dimenticati.

    I glifi, incisi lungo la colonna che collegava tutti e sette i piani della struttura, erano intrisi di quella magia e continuavano a funzionare da tempi immemori.

    Continuavano ad esistere anche lì dove la sua magia non aveva effetto, dove i suoi incantesimi erano negati e dove lui doveva usare le sue stupide gambe per camminare.

    La collera lo invase.

    Era Zero che decideva. Era Zero a consentire che alcune magie sortissero effetto oppure no.

    Gli era permesso di spostarsi magicamente solo nei primi due piani di Titanaurelh ma dal terzo in poi i suoi incantesimi d’ombra erano bloccati.

    Altri meccanismi magici, invece, ancora funzionavano.

    Le regole che lui conosceva erano totalmente cambiate.

    I pensieri sfuggirono al suo controllo. Perché l’imperatore permetteva questo? Era stato lui, Lyme, a portarlo lì nella Torre e a consegnargli la città. Aveva tradito Re Lotar per favorire l’ascesa di quell’entità.

    Non meritava quell’odioso trattamento.

    Un’atroce fitta al petto costrinse l’elfo nero ad inginocchiarsi sugli insidiosi scalini. Il mondo oscuro intorno a lui cominciò a girare e il respiro si fermò.

    Ebbe la terribile sensazione di affogare.

    Solo un fato clemente gli evitò di precipitare nel baratro.

    «Provi risentimento, Lyme.» mormorò una voce nella sua mente. «Ciò indica una minaccia.»

    Il timbro era metallico e senza alcuna inflessione. Piatto e agghiacciante.

    Il mago annaspò «Signore… no… non respiro… Signore…»

    Il buio si tinse di rosso e i suoi occhi cominciarono a sanguinare.

    «A cosa serve pregare?…»  continuò Zero. «A cosa serve respirare?...»

    «Il rapporto… Signore… il cristallo… io…» Il mago si arrese e si aggrappò agli scalini perdendo cognizione del tempo e dello spazio.

    Il dolore cessò di colpo e Lyme ricominciò a respirare. Ansimava come se fosse appena risalito da un pozzo.  

    Cercò di rimettersi in piedi mentre il mondo ritornava pian piano al suo posto.

    «Ci sono altri 374 gradini di fronte a te.» disse l’imperatore. «Hai percorso i precedenti alla velocità di 1,4 secondi ognuno. Fra 187 scalini farai una pausa per 54 secondi. Arriverai al sommo piano fra 9 minuti e 38 secondi. Puoi farcela anche in meno tempo. Sei d’accordo, Lyme?»

    L’elfo non si preoccupò di rispondere e riprese la salita, questa volta correndo. Il suo senso dell’equilibrio era ritornato normale e la sua particolare agilità gli permetteva di muoversi con naturalezza su quella scala infernale.

    Per chiunque altro, invece, quella spirale di gradini era una trappola mortale. Nei secoli, era stata un’ulteriore difesa contro chiunque tentasse di arrivare alle stanze reali appartenute a Lotar il Rosso ed ancor prima all’Imperatore Racon.

    «67, 68, 70, 72… sto andando bene…» Lyme contava e saltava gli scalini per tenere la mente impegnata in quella bizzarra maratona. Pensare ai numeri era il miglior modo per proteggere i suoi pensieri dal continuo controllo di Zero.

    Paradossalmente, era stato proprio l’imperatore a fargli venire in mente quel sistema. Zero si esprimeva di continuo in modo assurdo, attraverso calcoli, proiezioni e schemi matematici tanto da essere, il più delle volte, incomprensibile.

    Lyme aveva finito per capire che quello era l’unico modo per tenere il Signore di Selenia lontano dalla sua testa: contare.

    Signore, Imperatore o Padrone? Come avrebbe davvero dovuto chiamarlo? Zero lo teneva in pugno e controllava i suoi pensieri e le sue azioni. Con rabbia, Lyme pensò che Padrone fosse la parola più giusta per definirlo.

    «187…» Lyme si fermò a prendere fiato e si appoggiò alla polverosa parete della torre.

    Cinquantaquattro secondi di pausa erano tutto quella che aveva e poi doveva ricominciare. Si portò la mano al petto istintivamente, come se quella parte del corpo ricordasse ancora il dolore che aveva provato prima. Lì, dove qualunque altra creatura vivente avrebbe dovuto sentire i battiti del proprio cuore, lui non sentiva nulla, solo un calore intenso e magico che, sapeva, era l’unica cosa che lo teneva in vita.

    Il suo cuore non gli apparteneva più. Era proprietà di Zero, ormai.

    Al suo posto brillava il Moathin, il cristallo azzurro a forma di piccola testa allungata che permetteva all’imperatore di controllarlo in ogni momento.

    Lyme aveva perso il suo cuore nel momento stesso in cui aveva sugellato il patto con quella maledetta entità nelle lontane Isole Perdute.

    Su quell’arcipelago, Zero era adorato e temuto come un dio.

    I selvaggi locali lo avevano chiamato Moathenkan: l’Idolo di Pietra.

    Il mago ricordava ancora bene quei giorni. Era partito in missione per Re Lotar ed era riuscito a raggiungere quelle isole sconosciute attraverso la magia.

    Poi tutto cambiò.

    Ingordo di potere e sedotto dalle promesse di Zero, aveva tradito il suo legittimo sovrano e portato a Selenia quella misteriosa divinità.

    Al Moathenkan bastò un solo giorno per mettere in ginocchio l’esercito del re e proclamarsi imperatore di un nuovo regno che aveva chiamato Neo-Daithya.

    Tutto il continente di Duur conobbe Lyme per ciò che aveva fatto e questo gli valse molti nomi: il Mago Nero della Torre, Lyme il Tenebroso o semplicemente il Traditore.

    E traditore lo era stato per ben due volte.

    Prima con la sua gente: gli elfi neri di Lorelalth dai quali si era scisso. Aveva rinnegato ogni regola della sua stirpe regredendo al livello di un meschino elfo del buio.

    Poi con Lotar: il legittimo sovrano di cui era stato consigliere e mago di corte; fino a quando non divenne anche il suo assassino.

    «54… devo continuare…» Lyme riprese la salita animato da un’insana euforia. Contava freneticamente. «254, 257, 260…»

    «374!» Il mago gridò quel numero saltando sul pianerottolo del sommo piano come se fosse un bambino che giocava per strada. L’elfo non si sentiva stupido in quel momento, anzi, sentiva la tensione che spariva e le energie tornargli in corpo.

    Si sentiva soddisfatto di sé per aver smorzato la sua ira con il conteggio ed era anche in anticipo sui tempi.

    Si guardò intorno e riprese a camminare. Ammirò la piattaforma magica che portava alla terrazza degli addestramenti in cima alla torre. Anche quel meccanismo incantato non funzionava più.

    Zero bloccava tutti gli effetti magici di trasporto nella parte alta di Titanaurelh e non aveva mai autorizzato quel tipo di spostamenti nelle sue vicinanze.

    Il mago si chiedeva spesso cosa pensasse quell’entità, ma molte delle cose che il suo Padrone faceva o diceva erano indecifrabili.

    Passò davanti al portone di bronzo dell’antica Sala dello Smeraldo. Le ante erano distrutte e anche l’energia magica che albergava in quel luogo stava svanendo, assorbita dalla costante vicinanza dell’imperatore. Un tempo, quella stanza conteneva lo Smeraldo dell’anima del Re di Supiria e l’Ombra di Noth ma, dopo l’arrivo di Zero e l’attacco dei Cavalieri di Tarkus, rimanevano solo le rovine di ciò che era stata.

    L’elfo si affrettò a passare oltre il corridoio ed arrivò di fronte alla stanza reale. Anni prima, quella soglia era sbarrata da un immenso portone a due ante intarsiate d’oro e platino che adesso non esisteva più. Al suo posto, si ergeva un’impenetrabile barriera di forza opacizzata che proteggeva Zero all’interno della sala. Oltre quel velo non era possibile scorgere l’imperatore.

    «Il cristallo, Lyme.» disse la voce mentale.

    L’elfo nero carezzò per l’ultima volta il cristallo dell’anima e lo lanciò contro la barriera che avvolgeva il suo Signore. Il cristallo attraversò il muro magico immergendosi in esso come una pietra in uno stagno. Qualsiasi cosa lanciata contro quello schermo avrebbe dovuto sbattere e cadere per terra ma, quando c’era di mezzo Zero, le normali regole della magia non avevano più senso.

    Il cristallo rimase a fluttuare qualche secondo oltre la barriera, pulsando sempre più veloce con una magica luce rossa fino a spegnersi del tutto.

    «Mongharm Calerhum, Cavaliere di Zero.» disse l’imperatore dopo un sordo attimo.

    Lyme ebbe un sussulto.

    Il Cavaliere Nero che presidiava il villaggio di Orlando, e tutta la linea del confine sud, era caduto. Il mago si chiese come fosse possibile. Quel guerriero era potente; era progenie di Noth e in lui scorreva sangue di diavolo. Inoltre, aveva con sé un Moath.

    «Ogni anima possiede un marchio; non c’è margine di errore.» disse l’imperatore, interpretando i pensieri dell’elfo come un dubbio.

    «Il cristallo è arrivato alla torre tre minuti dopo che si è interrotto il contatto con il Moath ad Orlando. C’è una probabilità del 86,5 per cento che qualunque cosa abbia sconfitto Mongharm abbia anche distrutto il Moath e di conseguenza anche sgominato la guarnigione al confine.

    Una carovana di cristalli e schiavi è partita sedici ore prima che il cristallo arrivasse alla torre. Attendiamo quella carovana entro dieci ore ed un’altra fra tre giorni. Data l’assenza del Moath, la sua partenza non è stata confermata.»

    L’elfo deglutì faticando a stare dietro a quei numeri. Lyme non riusciva proprio a capire come facesse Zero a realizzare quegli strani calcoli.

    Il mago non fece commenti e preferì concentrarsi sull’informazione ricevuta. Qualcosa aveva sgominato il contingente militare che presidiava Orlando, pensò, proprio ora che erano così vicini all’obiettivo.

    Doveva rimediare a quel fallimento.

    «Manderò uno squadrone di cinquecento uomini e due cavalieri, Signore. Chiedo anche la possibilità di utilizzare l’Anello dei Moath. Riprenderemo il villaggio in meno di un giorno, qualunque sia la forza che l’abbia liberato.»

    «Il villaggio è irrilevante.» rispose Zero e l’elfo ammutolì.

    «La chiave non si trova in quel luogo e le tue strategie espansionistiche non hanno giovato al raggiungimento dell’obiettivo.»

    La pelle nera del mago acquisì un’insolita nota pallida. «Signore… il villaggio era un possibile candidato a…»

    «Non è rilevante.» continuò l’imperatore e impedì a Lyme di proseguire oltre con le sue scuse. «Troppo spesso anteponi i tuoi interessi personali alla causa di Neo-Daithya, Lyme. Sei volte su dieci fino a questo momento. Il tuo desiderio di espandere i confini ci ha creato dei nemici e rallentato nella ricerca. Non sono disposto a perdere ulteriore tempo a causa dei tuoi infantili giochi di potere.»

    «La chiave deve trovarsi ad Astartis o nel Monastero del Pugno Chiuso, Signore!» insistette Lyme; non voleva perdere terreno e non poteva mostrarsi debole con l’imperatore.

    Zero non sopportava le debolezze.

    «Lo confermano anche le carte che abbiamo requisito ad Orlando. Il villaggio è in un’ottima posizione per poter sferrare un attacco contro il regno degli elfi. La chiave non può che trovarsi lì.»

    Zero non rispose. Il silenzio scese fra loro e il mago sapeva cosa questo significasse.

    Il suo padrone stava facendo i calcoli.

    «Il villaggio è irrilevante.» disse ancora una volta e Lyme fu costretto suo malgrado ad inghiottire il rospo. La collera gli bruciava dentro ma le decisioni di Zero erano indiscutibili.

    «Manda i tuoi servitori a identificare il nemico che ha sconfitto il cavaliere e tienilo in osservazione una volta trovato. Concentrati sul recupero della Chiave di Ledan, Lyme, è questo il tuo lavoro fino a quando non deciderò altrimenti. È chiaro a sufficienza, generale?»

    «Si, Signore… eseguirò gli ordini…»

    Lyme strinse i denti reprimendo la rabbia e si congedò con un forzato inchino. Adesso voleva solamente andarsene da lì e riprendere il controllo ma sapeva che nessun posto era abbastanza lontano per la sonda mentale del suo Padrone.

    «Non ho terminato, Lyme.»

    L’elfo si fermò sul posto e sentì un brivido lungo la schiena. Non era consuetudine dell’imperatore parlare ancora dopo che aveva dato il suo ordine.

    «Sì?... Mio Signore?»

    «La chiave è prioritaria. Non voglio che ci siano ulteriori distrazioni. Come abbiamo stabilito, quando l’obiettivo sarà raggiunto io osserverò i patti: avrai il tuo regno e riavrai anche il tuo cuore. Fino ad allora sarà custodito e tenuto al sicuro. Fai in modo che io non debba ricredermi sull’utilità del tuo servizio.»

    L’elfo nero rimase fermo e in silenzio per interminabili secondi.

    Le frasi mentali di Zero non avevano alcun tono particolare ma il mago riconosceva bene una minaccia quando ne sentiva una.

    «Sei congedato, ora.»

    Senza rispondere, Lyme riprese a scendere e a contare i detestati blocchi di ossidiana che portavano fino alle sue stanze.

    765 scalini, un passo alla volta, 1,4 secondi per ogni scalino.

    Capitolo 1 – Le Asce Nere

    Erano passati tre giorni da quando il Sacerdote di Tarkus Alexander e i suoi quattro compagni avevano lasciato il villaggio di Orlando per proseguire il loro viaggio all’interno del regno di Zero.

    Gli eventi vissuti in quel paesino, devastato dai soprusi dell’esercito imperiale, avevano lasciato un marchio nel cuore di ognuno di loro.

    Il sacerdote, metà umano e metà celestiale, guidava i suoi amici sorretto dalla fede, e sperava che tutto ciò che aveva fatto fino a quel momento fosse stato nelle grazie del suo dio.

    Il Secondo Sole - astro misterioso legato al potere di Tarkus - splendeva su di lui e sui suoi compagni anche quella mattina. Era una conferma che il Dio del Sole e della Fortuna approvava il suo operato.

    Il gruppo era partito, zaini in spalla e armi alla cintura, dalla verde e rigogliosa Foresta di Sandor - patria degli elfi chiari - per cercare risposte sulla visione di Alexander. Una visione avuta molti giorni prima nel Tempio della Stella: il luogo di culto dedicato a Tarkus, ma anche a Bahamut e ad altri dei adorati dall’antica stirpe fatata. Era un posto meraviglioso, antico come quello stesso popolo, e immerso nel cuore della Radura a Sandor.

    La visione del sacerdote, che aveva suscitato in lui così tanto sgomento e angoscia, si era poi trasformata in una vera e propria missione nella stanza dell’Oracolo di Tarkus; una sala misteriosa e dimenticata nascosta dalla magia nell’orrendo Monastero del Pugno Chiuso.

    Lighthouse, l’antico mago fondatore della città di Babilia, era stato contattato attraverso l’Oracolo e aveva fatto chiarezza su ciò che il chierico aveva visto nei suoi sogni. Aveva, quindi, incaricato lui e i suoi compagni di ritrovare un antico eroe scomparso: Zoras Irondragon, Cavaliere di Tarkus.

    Da lì in poi, la strada che quel gruppo di avventurieri aveva percorso si era macchiata di sangue fin troppe volte e tutti loro sapevano che molto altro sangue sarebbe stato versato prima di arrivare alla meta.

    Il viaggio era ancora lungo e incerto.

    Facendo affidamento sugli incantesimi del mago Auron - il fratello elfo di Alexander che ne condivideva il sangue celestiale - avevano seguito le tracce di una misteriosa carovana che l’Arcano di Babilia aveva menzionato come unica pista per continuare la loro missione. Secondo Lighthouse, quei carri trasportavano un’antica colonna di cristallo che era in qualche modo legata al mezzo-drago che stavano cercando.

    Fino a quel momento, l’incantesimo lì aveva guidati verso nord, come una freccia puntata verso il loro destino.

    I due mezzi-celestiali, incappucciati e avvolti da pesanti vestiti presi ad Orlando per nascondere il loro retaggio ultraterreno, si erano tenuti fuori dai guai cercando di evitare possibili incontri e sgradevoli situazioni. Nonostante fossero entrambi figli di un essere divino, Auron e Alexander differivano molto sia per aspetto che per carattere.

    Mettere a confronto la parte umana del sacerdote e quella elfica del mago era come paragonare il giorno con la notte e l’unica somiglianza fra i due era la scintilla celestiale che li accumunava e che si manifestava visivamente con grandi ali piumate sulle loro spalle. Ali che tenevano avvolte attorno al corpo e nascoste sotto i grandi mantelli scuri.

    Anche Ryfis, il guerriero mezzo-drago addestrato nell’arte elfica della scherma a due lame, e suo fratello Uriel, esperto nel combattimento a mani nude e nelle discipline monastiche dello Shin-Tao, cavalcavano nascondendo le loro fattezze sotto ampie vesti e lerci cappucci.

    Indossavano le sudicie tuniche monacali trafugate durante la loro disavventura al Monastero del Pugno Chiuso: delle tonache scure sporche di sudore e terra, imbrattate dal sangue dei nemici sconfitti.

    Quelle vesti così abbondanti servivano bene allo scopo: nascondevano la loro bizzarra pelle coperta da scaglie dorate, resistenti più del nuovo acciaio. Il loro corpo, rivestito da una così inquietante corazza naturale, non era uno spettacolo che volevano condividere con contadini superstiziosi o cavalieri di passaggio.

    La loro possenza, tale da far invidia anche ad un orco, poteva incutere timore nelle menti ignoranti e facili al pregiudizio della gente del posto.

    Ma ancora più timore avrebbe suscitato il loro sguardo.

    Sotto quei cappucci color terra, brillavano penetranti occhi dai riflessi di fiamma e oro; vividi e luminosi come pozze di metallo fuso. In quegli occhi era possibile vedere il loro animo forgiato dalle fiamme; un animo intriso di orgoglio, onore e giustizia.

    Sentimenti che potevano instillare paura in creature come gli umani, dall’indole arrogante e sospettosa.

    Insieme alla coppia di rarissimi fratelli celestiali e ai due esotici sangue di drago dall’aspetto così minaccioso, c’era anche chi, grazie alla sua natura umana, non aveva problemi a mostrarsi alla gente comune.

    Thara, la donna-guerriera della Grande Pianura, cavalcava fiera insieme ai suoi singolari compagni. Il tiepido vento estivo le carezzare i capelli scuri e il volto avvenente.

    Indossava anche lei un logoro saio monacale, ma teneva il capuccio calato sul collo e le lunghe maniche arrotolate fino alle spalle. Teneva la parte bassa della tunica sollevata fin sulla vita e legata da un cordone in modo da lasciare scoperte le lunghe gambe abbronzate. Gli arti, scottati dal sole, mostravano una muscolatura perfetta e vistose cicatrici.

    In quei giorni così caldi, il saio le toglieva il respiro e le irritava la pelle sudata con piaghe rossastre ma la guerriera preferiva tenerlo addosso per nascondere, ad eventuali occhi curiosi, la sua caratteristica armatura di pelle d’orso, orgoglio del suo clan ormai scomparso.

    Cavalcando sulla strada maestra, i sandoriani e la guerriera della pianura erano riusciti ogni volta a evitare di essere visti e a percepire in anticipo l’arrivo di qualcuno, soprattutto grazie all’aiuto di Anaklerix, il gufo-famiglio di Auron, e agli incantesimi dei due fratelli celestiali.

    Con quegli stratagemmi, avevano oltrepassato due pattuglie di guardie imperiali e si erano tenuti lontano dagli inquietanti Moath di Zero. Quelle statue magiche - grandi teste di pietra dalle orbite vuote - si trovavano dislocate un po’ ovunque e formavano una fitta rete di osservazione.

    Erano gli occhi e le orecchie dell’imperatore.

    Un esercito, o anche un piccolo squadrone armato, non sarebbe mai riuscito a marciare nel territorio senza essere avvistato, ma un gruppetto come il loro riusciva a nascondersi abbastanza facilmente per evitare i controlli.

    La strada maestra non era, comunque, molto trafficata. Raramente si scorgevano dei carri o gente di passaggio a cavallo di ronzini o muli; persone che di solito continuavano il loro percorso scomparendo in qualche viottolo laterale in direzione di fattorie o piccoli villaggi senza nome.

    Rimanendo nascosti nella boscaglia lungo i bordi della strada, i cinque compagni avevano osservato le consuetudini di quella regione. Fra le altre cose, si erano divertiti a commentare il passaggio di quattro bizzarri nani, alquanto alticci, che trasportavano un enorme cinghiale bianco-azzurro e che cantavano e urlavano così forte da farsi sentire per ore anche dopo che si erano dileguati verso qualche destinazione ignota.

    Avevano visto mandrie di mucche albine e maiali pezzati scortati da contadini che imprecavano continuamente contro il caldo o il governo. Carri carichi di frumento, orzo, mais e latte che percorrevano la via maestra fino a perdersi nell’orizzonte, o che si addentravano nelle piccole vie laterali. Il loro passaggio era spesso accolto dai saluti delle donne immerse nei campi, colmi di spighe gialle e ambrate, intente ad occuparsi del raccolto.

    Un paio di volte, avevano anche osservato piccoli gruppi di uomini a cavallo diretti a nord che indossavano vestiti sgargianti e mostravano con fierezza i loro blasoni, guadagnandosi le riverenze dei contadini che incrociavano. La vita continuava serena all’interno dell’impero, come se gli atti di guerra e le barbarie dell’esercito seleniano fossero solo un problema delle popolazioni che vivevano oltre il confine.

    Le notti, però, non erano altrettanto tranquille e gioviali. Con il calare della sera, il buio e il silenzio si fondevano in modo spettrale e la temperatura scendeva vertiginosamente.

    I cavalli sentivano quel cambiamento e diventavano irrequieti, dando a Ryfis un gran da fare per evitare che i loro continui nitriti attirassero l’attenzione di qualche viandante notturno.

    Anche Anaklerix non era tranquillo. Il famiglio di Auron si ritrovò spesso a bubolare alla notte e a fuggire le tenebre, come se qualcosa di estraneo le abitasse. Quelle sensazioni spinsero il mago ed Alexander a indagare nei dintorni ma trovarono solamente zone di erba morta e una costante sensazione di oppressione.

    Lo strano freddo, tuttavia, non era l’unica cosa che impediva a quel gruppo di godersi un normale riposo.

    Uriel si agitava convulsamente ogni notte in preda a spaventosi incubi.

    Una di quelle sere, Thara aveva tentato di calmare il monaco in balia di quel tormento ma il solo toccarlo le aveva procurato tremende ustioni alle mani e il rischio di essere falciata dai suoi artigli. La sua pelle dorata si era arroventata pericolosamente, tanto che Auron aveva pensato che ci potesse essere la seria possibilità che il mezzo-drago soffiasse mentre dormiva, riducendoli tutti in cenere con il suo spaventoso cono di fuoco.

    La guerriera, inoltre, aveva giurato di aver visto gli artigli di Uriel allungarsi, ma la mattina dopo non c’era traccia di quel cambiamento.

    Il giorno seguente, il monaco aveva asserito di non ricordare nulla di quegli avvenimenti né degli incubi; aveva provato solo una sensazione di spossatezza e grande difficoltà nella concentrazione.

    Passarono un paio di notti in bianco e proseguirono il loro viaggio fino a quando, improvvisamente, l’incantesimo di Auron si dissolse. La magia era svanita in corrispondenza del bivio che divideva la strada maestra in due bretelle: la strada per Selenia e la strada per Saxia e Ansio.

    «Le tracce si fermano qui.» disse il mago e osservò la zona.

    La boscaglia era fitta e il silenzio regnava, intorrotto solamente dai cicalii delle cicale e dagli stornelli degli uccelli. Metà giornata era passata da un po’ ma il sole era ancora alto e rischiarava le fronde verdi dei pini e degli ulivi; ovunque c’era un profumo intenso di resina ed erba.

    Il modo in cui il suo incantesimo era terminato suggeriva ad Auron che c’era stato un intervento magico in quel luogo. 

    «Non c’è più alcun segno della carovana.» constatò con apprensione.

    «Se la magia ha fallito, forse dovremmo ricorrere ai mezzi tradizionali.» suggerì Ryfis smontando da cavallo. «Io e Thara daremo un’occhiata qui intorno; voi cercate di capire cosa è successo.»

    Auron fece un gesto con la mano, lasciando intendere che potevano fare come volevano. Lui rimaneva fedele al suo metodo d’indagine.

    Il mago cominciò a scrutare insieme ad Alexander il punto in cui le tracce si fermavano e raccolse un po’ di terra e ghiaia conservandole in un’ampolla. Poi sussurrò dei versi in elfico antico muovendo le dita sulle palpebre.

    I suoi occhi s’illuminarono per un istante assorbendo il potere della visione magica. Adesso, poteva percepire la presenza d’incantesimi e di magia ovunque volgesse lo sguardo.

    Guardò il terreno ed ispezionò la zona sentendo i fremiti dell’energia mistica sulle iridi.

    «C’è un segno netto di separazione, e parte del terreno è sparito. Avverto una debole aura di deterioramento dimensionale in questo punto. La carovana si è spostata magicamente.»

    «Viaggio istantaneo, intendi?» chiese Alexander. «È possibile utilizzarlo con un’intera carovana?»

    Auron fece una smorfia di sufficenza. «Con la magia tutto è possibile, ma di certo qui non siamo di fronte ad un semplice trucco da principiante. Una carovana di quelle dimensioni non può scomparire così facilmente; siamo di fronte a qualcosa di diverso. Mi vengono in mente ben poche creature dotate di capacità simili e non vorrei trovarmi faccia a faccia con nessuna di esse.»

    «Ma perché farlo adesso?» si intromise Uriel. «Se avevano questa capacità perché non sfruttarla subito? Perché muoversi con un’intera carovana attraversando due regni con il rischio di essere visti o fermati?»

    «Forse non ne hanno avuto la possibilità fino a quando non sono arrivati qui.» ipotizzò Alexander. «È anche probabile che non pensassero di essere seguiti e che avessero altri mezzi per eludere la sorveglianza. Ricordate le parole di Ethan? Le guardie ad Orlando li hanno lasciati sostare e poi passare senza alcun controllo. È possibile che abbiano fatto affidamento nella magia anche in quel caso. Possono aver manipolato le menti dei guardiacaccia o chissà cos’altro.»

    Il chierico di Tarkus fece una pausa cercando di riordinare i pensieri e guardò in entrambe le direzioni. Le due strade si immergevano nei boschi scomparendo fra le fronde alla prima curva.

    Si trovavano ad un incrocio per due grandi città del nuovo impero.

    «Dev’essere successo qualcosa qui. È un bivio, forse avevano accordi per incontrare qualcuno.»

    «Non conosci qualche incantesimo per capire la destinazione di questo viaggio?» chiese Uriel ad Auron; il mago continuava a misurare i contorni perfetti del segno sul terreno.

    «No, nulla del genere. Le tracce risalgono a circa tre settimane fa ed anche se gli effetti magici possono persistere a lungo, ormai l’aura è troppo debole. Potrei provare con la divinazione ma ho bisogno di un laboratorio, un posto tranquillo dove lavorare. Non posso farlo in mezzo ad un bosco e con l’ansia di un esercito che ci da la caccia.»

    Una strana inquietudine stava sorgendo nell’animo del mago di Sandor. Si trovava di fronte ad un enigma che la sua magia non poteva risolvere, non in quel momento almeno, e questo lo faceva sentire strano, irritato. Riteneva il suo intelletto superiore a quello di ogni altro membro del suo gruppo e risolvere quel puzzle sarebbe dovuto essere uno scherzo per lui. Non si capacitava di essere ad un punto morto; aveva un indizio ma non era sufficiente.

    Odiava brancolare nel buio e non saper dare le risposte giuste.

    «Si sono divisi!» gridò Ryfis. Il guerriero era sbucato dalla boscaglia insieme a Thara e faceva cenno ai tre di raggiungerli.

    «Ci sono segni di più spostamenti e c’è un bivacco improvvisato laggiù. La carovana ha proseguito ma ha lasciato qui qualcuno. Anche queste tracce si troncano improvvisamente. Chiunque sia rimasto indietro è poi sparito come la carovana.»

    Auron si affrettò a controllare anche il secondo ritrovamento. Forse lì ci sarebbe stato qualcosa che l’avrebbe aiutato a risolvere quel puzzle prima del previsto.

    «Non si sono preoccupati di sgombrare il posto.» notò. «È evidente che non temevano di essere seguiti, o forse avevano molta fretta di andarsene.»

    Il piccolo accampamento portava i resti di un fuoco da campo e intorno c’erano dei pagliericci, in gran parte mangiati dagli animali della foresta. L’odore che emanavano sapeva di sterco e urina.

    «Non potrebbe essere il bivacco di qualche altro viaggiatore?» domandò Thara. «Come facciamo ad essere sicuri che si tratti di qualcuno della carovana?»

    «Ci sono gli stessi segni di terra cancellata e la stessa debole aura magica che persiste sulla strada.» rispose Auron. «A giudicare dall’intensità, anche il periodo sembra coincidere. Più o meno tre settimane fa.»

    Ryfis fece notare al mago delle altre tracce piuttosto strane ed entrambi arrivarono alla medesima conclusione: qualcuno o qualcosa era comparso dal nulla in quella zona, aveva raggiunto il bivacco, ed era scomparso di nuovo portandosi dietro anche le quattro o cinque persone che si trovavano lì. Forse lo stesso individuo che aveva fatto sparire anche la carovana che stavano inseguendo.

    Il guerriero della Radura si scostò i lunghi capelli neri dal viso e sorrise. Si sentiva decisamente euforico nel mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti dal suo maestro elfo a Sandor. Scovare le tracce e la capacità di ricostruire gli eventi attraverso di esse era motivo di orgoglio per lui. Althanas sarebbe stato fiero del suo allievo, almeno così sperava. In quel momento pensò al suo ritorno in patria e a tutto quello che avrebbe raccontato al suo maestro, a Lirin e ai suoi amici, e a quanto tutto ciò che aveva imparato l’aveva aiutato a sopravvivere fuori dal mondo che aveva sempre conosciuto.

    «A giudicare dalle impronte, direi che sono stivali.» disse il guerriero con orgoglio. «Neanche tanto grandi. Potrebbe essere un qualsiasi umanoide. Un elfo o mezzelfo non avrebbero lasciato impronte sul terreno e nani o orchi sono troppo pesanti per lasciare un segno così poco visibile. Direi che è un umano...»

    «O qualcuno che si spaccia per tale.» aggiunse Auron. Faticava a credere che una creatura capace di viaggiare a quel modo potesse appartenere alla razza umana. Sapeva bene che creature molto potenti potevano benissimo cambiare forma e mischiarsi alla gente comune senza destare alcun sospetto.

    Il mago diede un’occhiata al suo zaino e tirò fuori uno dei pesanti tomi che si era portato dietro fin da quando era partito.

    «Conviene fare una sosta qui e decidere il da farsi.» suggerì e si sedette contro un albero; rilassò le ali attorno al corpo e cominciò a sfogliare il libro dimenticandosi di tutto il resto.

    Gli altri cercarono Alexander con lo sguardo ma il chierico non aveva niente da ridire, fare una sosta avrebbe aiutato tutti a riordinare le idee.

    Infine, si accamparono all’interno della boscaglia sul lato della strada che proseguiva verso Saxia e Ansio, circondati dai rumori tipici dei boschi e dagli odori freschi dei fiori in estate.

    Il grosso volume che il mago stava sfogliando s’intitolava "Attraverso gli specchi dell’esistenza"; ne carezzò le spesse pagine e s’immerse nel profumo di resina e pergamena che lui così tanto adorava.

    Lo sapeva che quel libro, prima o poi, gli sarebbe tornato utile.

    **********

    «Fissa quella ruota, Davork!» urlò Ivargh mentre stringeva e tirava la corda come un mulo. Faceva forza per sorreggere un lato del suo carro che era sprofondato lungo la strada di ritorno da Ansio.

    «Usa quei fottuti muscoli, mezzosangue!»

    «Mezzosangue, mezzosangue, mezzosangueeeeeee……» ripeté il pappagallo Sam.

    Il nano fulminò il pennuto maculato con lo sguardo. «Sta zitto o ti strappo il becco, inutile bestiaccia!»

    Il pappagallo continuò a gracchiare sproloqui e svolazzò sopra il tetto metallico del carrozzone che dondolava pericolosamente su e giù.

    «Se lo prendo lo strozzo quel pollo parlante.» mormorò Davork dall’altro lato del carro.

    Il mezzorco tentava di incastrare la pesante ruota nell’asse portante mentre Narek spingeva il lato del carro con tutta l’energia di cui disponeva.

    «Non farti sentire dal capo…» sussurrò quest’ultimo. «Soltanto lui può imprecare contro quella lurida beccaccia, lo sai, e fai presto con quella ruota. Quest’affare pesa tonnellate! Come diavolo gli è venuto in mente di corazzare tutto il carro!»

    Narek non aveva tutti i torti. L’enorme carrozzone era un grosso vagone cilindrico da carovana che, nei suoi tempi di gloria, era servito ai minatori delle cave di deverkite per trasportare i grossi massi carichi del prezioso metallo. Era poi stato abbandonato e sostituito da mezzi più avanzati. Ivargh l’aveva acquistato per quattro soldi a Morkovia e fatto rimettere a nuovo da degli ingegneri ghalboniani che l’avevano rivestito di resistenti placche metalliche e avevano aggiunto decine di piccole e stravaganti migliorie, tanto da renderlo una vera e propria casa mobile.

    «Tieni a freno la lingua, tu!» disse il mezzorco guardando Narek in tralice. «Ti marchia la sua ascia sulle chiappe se ti sente parlar male della sua caverna su ruote

    Davork spinse la ruota corazzata contro l’asse e la colpì con una poderosa spallata che fece tremare tutto il carro. Era riuscito finalmente ad incastrare i due pezzi. 

    «Tira ora!» urlò Ivargh e Varieldhh era pronto.

    L’elfo delle sabbie fischiò e tirò la corda fissata alle redini dei quattro cavalli. I palafreni nitrirono e trascinarono il pesante carrozzone in avanti, supportati ai lati dal nano e dai due gladiatori.

    «Tira, tira, tiraaaaaaaa…» gracchiò Sam, svolazzando dappertutto mentre quel bestione di legno e ferro usciva dal fosso in cui si era impantanato.

    Era stato un brutto inizio di giornata per le Asce Nere.

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