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E guardo il mondo da un display

E guardo il mondo da un display

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E guardo il mondo da un display

Lunghezza:
301 pagine
3 ore
Pubblicato:
8 dic 2015
ISBN:
9788867759972
Formato:
Libro

Descrizione

SAGGIO (201 pagine) - TECNOLOGIA - La sparizione del mondo reale dentro display tecnologici e virtuali

Smartphone, phablet, tablet, personal computer, lettori musicali, televisori, bancomat, chioschi e totem multimediali, maxischermi a LED, "video wall", tutti accomunati dalla presenza di un display capace di ospitare sulla sua superficie non soltanto dati, immagini e video ma in realtà il mondo intero. Il display enfatizza il ruolo della visione, il senso umano per definizione secondo Aristotele, ma virtualizza e rende trasparente il corpo, facendoci perdere la capacità di collezionare esperienze percettive capaci di cogliere il mondo nella sua interezza e materialità.  Perduti e innamorati dei propri display, gli umani dell'era tecnologica postmoderna sembrano tante monadi Leibniziane, tutte in armonia tra di loro ma perse in universi differenti e alla costante ricerca di unità e di esperienze non soltanto visuali ma materiche, cinestetiche, prossemiche, sonore, linguistiche, olfattive, gustative e tattili. Esperienze che anche il display più innovativo e tecnologicamente avanzato non è ancora in grado di regalare.

Dirigente d'azienda, filosofo e tecnologo, Carlo Mazzucchelli è il fondatore del progetto editoriale SoloTablet dedicato alle nuove tecnologie e ai loro effetti sulla vita individuale, sociale e professionale delle persone. Esperto di marketing, comunicazione e management, ha operato in ruoli manageriali e dirigenziali in aziende italiane e multinazionali. Focalizzato da sempre sull'innovazione ha implementato numerosi programmi finalizzati al cambiamento, ad incrementare l'efficacia dell'attività commerciale, il valore del capitale relazionale dell'azienda e la fidelizzazione della clientela attraverso l'utilizzo di tecnologie all'avanguardia e approcci innovativi. Giornalista e writer, communication manager e storyteller, autore di e-book, formatore e oratore in meeting, seminari e convegni. È esperto di Internet, social network e ambienti collaborativi in rete e di strumenti di analisi delle reti social, abile networker, costruttore e gestore di comunità professionali e tematiche online.
Pubblicato:
8 dic 2015
ISBN:
9788867759972
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

E guardo il mondo da un display - Carlo Mazzucchelli

a cura di Luigi Pachì

Carlo Mazzucchelli

E guardo il mondo da un display

Saggio

Prima edizione dicembre 2015

ISBN 9788867759972

© 2015 Carlo Mazzucchelli

Edizione ebook © 2015 Delos Digital srl

Piazza Bonomelli 6/6 20139 Milano

Versione: 1.0

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Sono vietate la copia e la diffusione non autorizzate.

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Indice

Il libro

L'autore

E guardo il mondo da un display

Introduzione

Premessa

Alcune definizioni per sintonizzarsi cognitivamente

Un’evoluzione nel tempo che viene da lontano

La società dello schermo

Tecnologie per nuove forme di realtà

La vita sullo schermo

La forza dell’immagine

Il cervello tecnologicamente modificato

Il display metafora e strumento interpretativo dell’era tecnologica

La forza dell’interfaccia, dalla GUI alla sensorialità del tocco

Magnetismo e forza attrattiva del display tecnologico

Il display tra finzione e realtà

Il display come finestra

Il display come vetrina

Il display come specchio

Il display di Narcisi e solipsisti vari

Il display come lente di ingrandimento e di realtà aumentata

Display indossabili ed esperienze di realtà diminuita

Il display e il cervello che legge

Il display come strumento di scrittura

Display come strumenti di distrazione di massa

Display come strumenti assistivi

Il display socializzante e reticolare del muro delle facce

La vita artificiale che verrà

Alcune considerazioni finali

Post Scriptum

Disclaimer

Bibliografia

Delos Digital e il DRM

In questa collana

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Il libro

La sparizione del mondo reale dentro display tecnologici e virtuali

Smartphone, phablet, tablet, personal computer, lettori musicali, televisori, bancomat, chioschi e totem multimediali, maxischermi a LED, video wall, tutti accomunati dalla presenza di un display capace di ospitare sulla sua superficie non soltanto dati, immagini e video ma in realtà il mondo intero. Il display enfatizza il ruolo della visione, il senso umano per definizione secondo Aristotele, ma virtualizza e rende trasparente il corpo, facendoci perdere la capacità di collezionare esperienze percettive capaci di cogliere il mondo nella sua interezza e materialità. 

Perduti e innamorati dei propri display, gli umani dell’era tecnologica postmoderna sembrano tante monadi Leibniziane, tutte in armonia tra di loro ma perse in universi differenti e alla costante ricerca di unità e di esperienze non soltanto visuali ma materiche, cinestetiche, prossemiche, sonore, linguistiche, olfattive, gustative e tattili. Esperienze che anche il display più innovativo e tecnologicamente avanzato non è ancora in grado di regalare.

L'autore

Dirigente d’azienda, filosofo e tecnologo, Carlo Mazzucchelli è il fondatore del progetto editoriale SoloTablet dedicato alle nuove tecnologie e ai loro effetti sulla vita individuale, sociale e professionale delle persone. Esperto di marketing, comunicazione e management, ha operato in ruoli manageriali e dirigenziali in aziende italiane e multinazionali. Focalizzato da sempre sull’innovazione ha implementato numerosi programmi finalizzati al cambiamento, ad incrementare l’efficacia dell’attività commerciale, il valore del capitale relazionale dell’azienda e la fidelizzazione della clientela attraverso l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia e approcci innovativi. Giornalista e writer, communication manager e storyteller, autore di e-book, formatore e oratore in meeting, seminari e convegni. È esperto di Internet, social network e ambienti collaborativi in rete e di strumenti di analisi delle reti social, abile networker, costruttore e gestore di comunità professionali e tematiche online.

Dello stesso autore

Carlo Mazzucchelli, Tablet: trasformazioni cognitive e socio-culturali TechnoVisions ISBN: 9788867750993 Carlo Mazzucchelli, Internet e nuove tecnologie: non tutto è quello che sembra TechnoVisions ISBN: 9788867751440 Carlo Mazzucchelli, Tablet a scuola: come cambia la didattica TechnoVisions ISBN: 9788867752188 Carlo Mazzucchelli, La solitudine del social networker TechnoVisions ISBN: 9788867752621 Carlo Mazzucchelli, Nei labirinti della tecnologia TechnoVisions ISBN: 9788867754052 Carlo Mazzucchelli, 80 identikit digitali TechnoVisions ISBN: 9788867756414 Carlo Mazzucchelli, App Marketing: lo sviluppo non è che l'inizio TechnoVisions ISBN: 9788867756827 Carlo Mazzucchelli, Genitori tecnovigili per ragazzi tecnorapidi TechnoVisions ISBN: 9788867757626 Carlo Mazzucchelli, Il diavolo veste tecno TechnoVisions ISBN: 9788867758821

Introduzione

di Luigi Pachì

Flessibile, magnetico, attrattivo, tattile, irresistibile, virtuale, ologrammatico e così tanto reale. Il display è diventato metafora potente del nuovo modo di guardare e interagire con la realtà del mondo che ci appare. È usato per costruire mondi virtuali e paralleli nei quali perdersi e ritrovarsi, da soli o in compagnia, ma sempre con lo sguardo incollato alle narrazioni visuali di un’immagine o di una fotografia, a un messaggio che parla e comunica fatti, avvenimenti, sentimenti e storie, a un video che scorre, a un videogioco labirintico e senza fine o ad applicazioni che servono per portare a termine un’attività lavorativa o semplicemente per giocare. Le generazioni passate hanno guardato il mondo da un oblò, oggi le nuove generazioni lo fanno attraverso lo schermo di un display. Il primo può essere attraversato dallo sguardo e servire per annoiarsi un po’ guardando Luna che mangia le caramelle (Luna, canzone di Gianni Togni) o diventare strumento di forti emozioni per AstroSamantha, il secondo è meno noioso, non è neutrale, è aggressivo, cattura l’attenzione, rende dipendenti e a volte violenti ed ha la capacità di confondere la finzione con la realtà creando molteplici mondi virtuali nei quali abbandonarsi, perdersi, emozionarsi, rispecchiarsi, riconoscersi e sentirsi vivi.

Smartphone, phablet, tablet, personal computer, lettori musicali, televisori, bancomat, chioschi e totem multimediali, maxischermi a LED, video wall, tutti accomunati dalla presenza di un display capace di ospitare sulla sua superficie non soltanto dati, immagini e video ma in realtà il mondo intero. Il display enfatizza il ruolo della visione, il senso umano per definizione secondo Aristotele, ma virtualizza e rende trasparente il corpo, facendoci perdere la capacità di collezionare esperienze percettive capaci di cogliere il mondo nella sua interezza e materialità. A forza di guardare il mondo da un display, il suo ruolo nel condizionare la nostra esperienza visiva è diventato invisibile e impercettibile. La realtà, al di fuori della cornice dello schermo, diventa invisibile o semplice sfondo. I contenuti che scorrono sul display assumono al contrario una crescente autonomia, assomigliando sempre più agli originali naturali di cui sono copia o rappresentazione, diventano oggetti comunicanti e parlanti, si svincolano dall’interazione con gli altri sensi impedendo una relazione con il mondo, di usarlo e di portare a termine azioni e attività.

Perduti e innamorati dei propri display, gli umani dell’era tecnologica postmoderna sembrano tante monadi Leibniziane, tutte in armonia tra di loro ma perse in universi differenti e alla costante ricerca di unità e di esperienze non soltanto visuali ma materiche, cinestetiche, prossemiche, sonore, linguistiche, olfattive, gustative e tattili. Esperienze che anche il display più innovativo e tecnologicamente avanzato non è ancora in grado di regalare.

Premessa

Lo schermo del computer è il luogo dove andiamo interpretando i nostri stessi drammi, quei drammi di cui siamo produttori, registi, attori.

Sherry Turkle, La vita sullo schermo (1996)

Nel 1907 Proust, in vacanza in Normandia, prende una macchina a noleggio e si mette in viaggio. Un’esperienza magica, affascinante. Ricca di meraviglie e in parte anche onirica dalla quale nascerà il breve scritto Impressioni di viaggio in automobile che sarà pubblicato dal quotidiano Le Figaro. Dall’interno del suo abitacolo (il parabrezza come schermo nel suo significato originale di protezione da qualcosa) l’esperienza visiva dell’autore non si limita alla semplice registrazione ma trasforma la realtà dando libero sfogo all’immaginazione, alle emozioni, ai ricordi e all’ispirazione artistica. È così che l’auto diventa un faro nella notte che illumina colonne con foglie di pietra e monumenti, palazzi e cattedrali ("i cristalli dell’automobile che tenevo chiusi mettevano, per così dire, sotto vetro quella bella giornata di settembre"), e si trasforma in una tromba dal suono armonioso e musicale che incanta i bambini e annuncia il ritorno a casa. Uno strumento per liberare l’immaginazione e che trasforma le case sbilenche e appoggiate ai peri in vecchie signore, i campanili in uccelli, fiori, e fanciulle, e i monumenti in giganti che si spostano e si rincorrono in un gioco continuo di prospettive, alimentato dalla grande ispirazione e immaginazione dell’artista ¹ .

Nel 2015 una famiglia che percorresse lo stesso itinerario, ammesso che sia ancora integro il paesaggio originale dei tempi di Proust, più che un’esperienza magica e misteriosa ne avrebbe una tutta tecnologica, virtuale e digitale. Mentre i bambini sono persi a video-giocare su dispositivi mobili a loro regalati allo scopo di tenerli tranquilli e silenziosi, papà e mamma sono impegnati in conversazioni Whats-App con i loro melafonini o attenti a non perdere le tracce che il GPS continua a tratteggiare sui display del loro Tom Tom, tablet o smartphone. La visione non è più rivolta all’esterno dell’abitacolo ma tutta concentrata all’interno su dispositivi tattili, visuali e parlanti che suggeriscono e illustrano percorsi, rappresentazioni di monumenti, campanili e cattedrali come se fossero reali. Mentre la velocità lenta dell’auto di Proust imprimeva movimenti vitali al paesaggio, popolandolo di creature e accendendo l’ispirazione dell’artista, quella del veicolo familiare pieno di tecnologia trasforma il paesaggio in uno sfondo sfuocato nel quale gli oggetti sono difficilmente riconoscibili, vanno perduti i dettagli ed è impedita l’immaginazione e l’ispirazione creativa.

Due esperienze a confronto che possono servire a dare un’idea della trasformazione tecnologica e visuale che caratterizza la nostra realtà esperienziale attuale. Una realtà dominata sempre più dalla presenza amica di un qualche tipo di schermo con cui interagiamo per il 40% (secondo statistiche americane) del nostro tempo quotidiano. Lo schermo non è più quello della televisione degli anni 50 o del primo computer Macintosh ma è diventato AMOLED (Diodo organico a emissione di luce a matrice attiva), flessibile, tattile, mobile, sempre connesso e ad alta definizione, presto ologrammatico e sempre più virtuale ma soprattutto ubiquo, indispensabile e irrinunciabile nella vita di ogni giorno di qualsiasi tipologia di utilizzatore e capace di offrire esperienze immersive. È uno schermo ricco di immagini, colorato e autore protagonista di una vera e propria rivoluzione percettiva che coinvolge tutti essendo diventato l’interfaccia abituale dei nostri rapporti con il mondo. È uno schermo che ha cambiato il modo di interagire con la tecnologia ma soprattutto di comunicare, di relazionarsi con gli altri e di socializzare così come di guardare se stessi. È diventato un mezzo e uno strumento per raggiungere certi fini ma anche un’attività perseverante che estende le sue mire su porzioni crescenti di tempo, rubato ad altre attività, molte delle quali più reali. A essere rubato non è solo il tempo ma anche l’essere nel mondo come esseri corporei dotati di una propria dimora somatica ² .

Siamo circondati da schermi, grandi e grandissimi, piatti e curvi, piccoli e miniaturizzati, nella vita professionale così come in quella privata. Sono in costante evoluzione, sembrano essere con noi da sempre, giocano un ruolo culturale importante e occupano una parte crescente del nostro tempo vitale e mentale. Essendo diventati anche mobili e indossabili (vere e proprie protesi bioniche), ci seguono ovunque, lasciano con noi il nostro spazio privato e varcano, sempre insieme a noi, spazi pubblici come bar, uffici e mezzi di trasporto ma soprattutto sono in grado di sviluppare con chi li usa una relazione in tempo reale, intuitiva e molto emotiva.

I nativi digitali e in particolare i bambini passano la maggior parte del loro tempo davanti a un display e con esso sviluppano e maturano le loro emozioni, cognizioni, linguaggio (principalmente digitale che molti genitori e adulti fanno fatica a comprendere), capacità relazionali e di comunicazione. Scrivono di più e parlano di meno. Leggono di meno e navigano di più. Sono ipnotizzati dai loro display e dalle icone che li abitano. I loro sensi sono costantemente attirati dai media digitali che li assorbono completamente impedendo loro di ascoltare e vedere il mondo circostante. Socializzano molto ma dentro realtà simbolizzate, rese gradevoli e gestibili dall’essere online e lontane dai vincoli e dalle regole che le realtà offline impongono. Costruiscono le loro esperienze e cognizioni attraverso stimoli mediati tecnologicamente sostituendo la voce dei genitori con quella sintetizzata degli assistenti personali (Siri, Google Now e Cortana), il contatto fisico con quello tattile sulla superficie fredda di un display, il gioco domestico e sociale con quello tecnologico e virtuale del videogioco, le emozioni di uno sguardo con le immagini Instagram, Mixbit o WhatsApp, gli oggetti con i loro feticci, le sensibilità estetiche e creative con quelle anestetiche ³ del videogioco e dello schermo piatto.

Ne deriva una testa modificata, forse anche neurologicamente, che influenza la concentrazione e l’attenzione, la stima di sé e l’esperienza sociale personale, la capacità di empatia e di sentire le emozioni, la percezione del mondo e i suoi numerosi contesti di senso (quelli che emergono all’interno di una finestra ristretta come il display di uno smartphone sono per definizione limitati), lo scambio emotivo che sempre caratterizza una relazione faccia-a-faccia (la capacità di leggere una faccia non può essere sviluppata attraverso emoticon e faccine digitali varie) con il suo linguaggio del corpo, espressioni facciali e ferormoni.

La forza e la pervasività della tecnologia stanno trasformando la nostra sensibilità, percezione e interazione con il mondo. La sua capacità a soddisfare bisogni primari, soprattutto nella forma di schermi e dispositivi mobili, ha prodotto una tendenza alla delega che trasforma i nuovi prodotti tecnologici in protesi artificiali (a volte anche artefatti perché frutto di manipolazioni, magie e processi cognitivi) e inorganici ⁴ che usiamo per navigare nei nuovi contesti, molto tecnologici, che si sono venuti a creare.

Usiamo lo schermo di uno smartphone per cogliere l’attimo di uno sguardo, l’ultima immagine di un bambino iracheno morto sulla spiaggia di un’isola greca o le informazioni di realtà aumentata visualizzate sul prisma di un Google Glass. Ci sentiamo soddisfatti dell’interazione stabilita tra i nostri organi vitali e la macchina, ma non comprendiamo fino in fondo che tutto avviene in un ambiente nuovo, molto diverso da quello reale, capace di occultare e rendere invisibile quello naturale. Lo schermo si frappone tra la nostra sensibilità e il mondo, ci illude con la sua trasparenza e capacità interattiva, alimenta la nostra mente con nuovi concetti, analogie e categorizzazioni, automatizza la socialità aprendoci le porte ai meccanismi ripetitivi e condivisi dei ‘mipiace’ e ‘nonmipiace’ dei social network, e finisce per renderci sempre più incerti e incapaci a distinguere i diversi mondi virtuali e paralleli da quelli reali, per loro natura più complessi, problematici e difficili da gestire.

Addomesticati dalla moltitudine di schermi dei molteplici dispositivi con cui interagiamo, ci troviamo immersi in una complessa e inestricabile galleria di specchi colorati e luminescenti che ci ritornano un’immagine di cui ci siamo innamorati più del suo originale. Più delle funzionalità dello schermo ci colpisce la sua tecno-estetica fatta di stimoli che ci permettono di dare forma a nuovi mondi virtuali. Quando alziamo gli occhi, è per confermare a noi stessi che così fan tutti e che a nessuno interessa più tornare a una situazione identitaria (e pre-tecnologica) precedente nella quale riconoscersi e prendere coscienza di sé, comunicare, conversare e confrontarsi con gli altri come persone, senza mediatori tecnologici e sperimentando nuovamente sensazioni e relazioni emotivamente umane. Eppure lo sguardo che teniamo fisso sul video del telefonino potrebbe essere usato per percepire il buio dei tempi moderni dominati da un uso acritico della tecnologia e per analizzarne l’oscurità che ne deriva ⁵ .

È l’oscurità dei giovani hikikomori ⁶ giapponesi che si ritirano per mesi in casa trasformando la loro stanza in una palla di vetro, passando il loro tempo incollati a schermi televisivi, di console di gioco o di computer, giocando, ascoltando musica e navigando la rete. Non studiano, non lavorano, non hanno relazioni sociali ma preferiscono isolarsi in solitudine dal mondo reale di cui percepiscono la complessità e difficoltà che cercano in ogni modo di esorcizzare o eliminare, anche con gesti estremi come il suicidio. Lo schermo tecnologico non è responsabile diretto della loro dipendenza e dei loro gesti ma si adatta perfettamente ai bisogni di persone giovani, prevalentemente di sesso maschile, che subiscono la pressione scolastica, soffrono gli obblighi e le regole familiari, la precarietà del lavoro, la disoccupazione e la difficoltà a rapportarsi agli altri in modo paritetico e maturo.

I numerosi studi che raccontano la dipendenza da schermo tecnologico non provano l’esistenza certa di una patologia associabile a un eccessivo uso di dispositivi tecnologici. Tutti evidenziano però un cambiamento in corso di cui prendere atto e su cui riflettere perché coinvolge la capacità di concentrazione e di prestare attenzione ma anche la sensibilità come esperienza del mondo e come sua progettazione. Quando ragazzi di tutto il mondo passano fino a 8/12 ore ogni giorno incatenati ai paesaggi virtuali che scorrono sugli schermi dei loro dispositivi, dimenticandosi di mangiare, dormire o andare al bagno, siamo in presenza di un disordine clinico che richiede interventi mirati a ricollegarli alla realtà del mondo che li circonda.

La riflessione coinvolge in primo luogo genitori e adulti troppo assuefatti loro stessi agli schermi tecnologici e colpevoli di mancata attenzione agli effetti della tecnologia, di un suo uso spesso strumentale e sostitutivo di pratiche educative più consone allo sviluppo dei loro figli e nipoti. Lo schermo dell’iPad usato come calmante diventa un Prozac per la mente di ragazzi che dovrebbero essere aiutati a coltivare le relazioni e interazioni sociali con i loro simili, la lettura, il gioco fuori porta e altri hobby, non necessariamente tecnologici. Giocare a Candy Crash Saga ⁷ sul proprio smartphone o tablet può trasformare un viaggio familiare in automobile in un’esperienza rilassante e serena ma non aiuta i ragazzi a confrontarsi con le loro ansie e paure, a sognare, a elaborare pensieri e a condividerli senza timore con le persone adulte. La luminosità dello schermo illumina la faccia e l’abitacolo ristretto di un’utilitaria ma rende un povero servizio all’interazione sociale, alla curiosità e all’illuminazione della mente.

Lo schermo che ci connette di giorno e ci illumina di notte, che ci permette di registrare il mondo e riconoscersi attraverso autoscatti o selfie più o meno riusciti, è molto più di una semplice superficie piatta su cui far scorrere le dita o scrivere come scrivevano gli scribi ai tempi dei papiri e delle pergamene. È uno strumento tecnologico dalle mille sfaccettature, ricco di opportunità e potenziali dipendenze, metafora perfetta per interpretare il mondo liquido (come i cristalli dei display) e frutto di interpretazioni della società postmoderna ma soprattutto un elemento di grande cambiamento e potenziale innovazione (la vera virtualità dello schermo).

Lo schermo tecnologico e informatico ha rivoluzionato il modo di interagire socialmente, di informarsi e di leggere, ha ridato forza alla scrittura e alle sue molteplici narrazioni, ha regalato infinite opportunità di divertimento e di intrattenimento, ha suggerito infinite vie di fuga per uscire dal mondo reale e vivere realtà parallele in mondi virtuali, ha trasformato ruolo e importanza dei sensi umani mutando il sentire in vedere (uno sguardo limitato dalla presenza dell’icona, un sguardo attraverso per guardare lontano) e togliendo dalla subalternità la sensorialità del tatto. Ha facilitato attività come il pettegolezzo, il cinguettio e lo shopping online, ha contribuito a rafforzare le relazioni online e ad allargare la schiera di amici e conoscenti, soddisfacendo la nostra naturale disposizione a cercare di socializzare. Ha creato nuovi contesti emozionali nei quali sperimentare modi diversi

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