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Solitudini di ghiaccio: Everest, il sogno dell'impossibile

Solitudini di ghiaccio: Everest, il sogno dell'impossibile

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Solitudini di ghiaccio: Everest, il sogno dell'impossibile

Lunghezza:
278 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
Nov 20, 2015
ISBN:
9788860591692
Formato:
Libro

Descrizione

Mario Trimeri è il secondo italiano, dopo Reinhold Messner, ad avere raggiunto il traguardo delle Seven Summits ed è il primo al mondo, con la rumena Coco Popescu, ad aver salito le Volcanic Seven Summits, i sette vulcani più alti dei sette continenti; ma è anche l'unico sulla Terra ad avere realizzato entrambi i primati. Oltre a questo, Mario è un viaggiatore incallito, animato da autentico spirito vagabondo che lo ha portato a viaggiare in ogni angolo del pianeta, dalle grandi traversate polari ai deserti sahariani, dalle zone più impervie delle Ande a quelle Himalayane, dedicandosi, in particolare, alla esplorazione sistematica delle regioni più remote dell'Antartide. Il libro racconta gli anni tormentati che vanno dalla prima spedizione all'Everest, intrapresa con spirito squisitamente turistico, nel 2003, in occasione delle celebrazioni per il Cinquantenario della prima salita, a quella del 2007 il cui successo ha segnato la completa maturazione non tanto del Mario alpinista, quanto del Mario uomo. Anni travagliati dal conflitto interiore, sempre più esasperato, tra il richiamo degli affetti al senso di responsabilità per una vita “normale” e la forte spinta emozionale di affrontare le proprie debolezze, paure, voglia di riscatto che l'Everest in sé rappresenta come l'archetipo dell'affermazione dell'uomo nei confronti delle forze della natura. In un serrato dialogo narrativo, Mario fa i conti con la propria coscienza, ripercorrendo i giorni trascorsi a riempire il vuoto interiore, causato dalla morte improvvisa di un compagno di spedizione, con la costanza e determinazione di individuare e riconoscere il proprio cammino per uscire dallo smarrimento fino a coronare il “sogno impossibile”, in una sorta di confronto speculare e dialettico con l'autore, amico e testimone dei momenti più significativi, nella ricerca spirituale condivisa di una risposta che dia ad entrambi un senso alla vita e alla morte.
Editore:
Pubblicato:
Nov 20, 2015
ISBN:
9788860591692
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Solitudini di ghiaccio - Luciano Caminati

SOLITUDINI DI GHIACCIO

Everest, il sogno dell’impossibile

Di

Luciano Caminati

Prima edizione cartaceo: 2014

Prima edizione ebook: 2015

Copyright ©2015 Polaris

ISBN 9788860591692

La guida è disponibile anche in formato cartaceo

Casa Editrice Polaris

www.polariseditore.it

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte dell’opera può essere riprodotta, distribuita o trasmessa in alcuna forma o con alcun mezzo, o registrata in database, senza il permesso scritto dell’editore.

Benché sia stata prestata la massima attenzione nella raccolta delle informazioni contenute nella guida, nessuna responsabilità per eventuali danni o inconvenienti occorsi a cagione del suo utilizzo potrà essere imputata all’autore, all’editore o a chi, sotto qualsiasi forma, la distribuisce.

Sommario

Prologo

PARTE PRIMA

... Gli anni del sogno impossibile

Campo Base Nord Everest – Tibet aprile 2007

Valle del Khumbu – Nepal maggio 2003

Campo Base Sud Everest – Nepal maggio 2003

La suggestione dei nomi

La ferita – Campo Base Sud e Campo 3 (7.150 metri) – Everest maggio 2003

La rinuncia

Il ritorno

La preparazione e l’attesa

Tra Alaska e Nuova Guinea le ultime prove per la sfida finale Denali maggio 2006

Tra Alaska e Nuova Guinea le ultime prove per la sfida finale Carstensz novembre 2006

Confessioni

PARTE SECONDA

... Everest

Everest

Campo Base Avanzato Everest – Tibet maggio 2007

L’amante fredda

Questioni di ossigeno Campo Base Avanzato - Everest maggio 2007

Vigilia a Rongbuk

Dal Campo Base Avanzato al Campo 2

Il giorno più lungo dal Campo 2 alla vetta

È finito un incubo!

Inganni

Non è ancora finita

Epilogo

Prologo

Le nuvole corrono veloci e bianche nel cielo leggero di primavera. Il vento sbatte le stoffe degli stendardi nel torpore del meriggio, portandosi via i pensieri oltre la barriera glaciale dell’Himalaya.

Sono disteso tra i massi morenici che i sovvertimenti tettonici fecero emergere dal fondo degli abissi milioni di anni fa e un sentimento dolce fluisce nelle vene, rallentando il battito del cuore in riflessioni di memorie. Questo è il luogo che, in un tempo remoto, il saggio Padmasambhava elesse a dimora per sconfiggere gli spiriti del male. Da quel tempo il suo soffio spira liberatore nel lieve suono del mantra e solleva le bandierine votive che garriscono al cielo multicolori, spronando i cavallini del vento a portare doni agli dei. E mentre osservo il gioco delle stoffe che velano l’Everest di giallo, blu, verde, rosso e bianco, le immagini sacre dei cavallini del vento liberano i pensieri sugli erti pendii dove oggi, come un tempo, gli uomini hanno sfidato il sogno dell’impossibile.

Everest è un suono che va oltre il significato di ciò che è. Non è più solo una montagna. Ha smesso di esserlo da quando gli uomini stabilirono che la sua cima è il punto più elevato della terra, il luogo più vicino al cielo. Da quel momento per molti fu la sfida. La sfida alle forze della natura, la sfida di elevarsi nell’illusione di essere più vicini a Dio, la sfida contro i propri limiti. Per alcuni fu l’occasione del proprio riscatto, per altri il senso della vita.

Ora mi trovo qui, nella Valle di Rongbuk, irretito dalle invisibili mani del vento, dal soffio della dea madre Chomolangma, la Grande Montagna, e attendo che Mario trovi la forza di salire fino a toccare il cielo. Non so quali sforzi stia affrontando in questo momento. Li posso solo immaginare, e anche l’immaginazione non sarebbe sufficiente. Per quanto esplori col binocolo, la cresta Nord Est è avvolta da polvere di neve che brilla nel sole in uno smagliante pennacchio di tulle. E anche se lo scovassi tra le rocce, anche se avvistassi per un momento la sua giacca rossa schiacciata contro la parete scura, il silenzio di quel corpo minuscolo e insignificante non mi darebbe il senso vero della sua storia, forse mi indurrebbe sulla strada fuorviante di facili romanticismi. In fin dei conti scopro una grande caparbietà, a dispetto di ogni impedimento, in quel progredire lento, in quell’incedere passo dopo passo e se mi chiedessi che cosa significhi ancora oggi, affrontare tutte queste privazioni e tormenti del fisico e dell’anima per salire lassù, dopo che l’Uomo ha già vinto questa sfida, ebbene, sarebbe una domanda per la quale si troverebbero una infinità di risposte. Tante quante sono le persone che sentono il bisogno di affrontare queste prove, che l’hanno già fatto, o che sono in animo di farlo, e magari sono morte in questa lotta. Mario si porta la sua risposta addosso, come un abito confezionato e cucito anno dopo anno secondo un disegno che, come sempre mi dice, sorprende lui stesso. In fin dei conti la sua risposta è cresciuta dentro di lui o forse, Mario ci è nato senza che ne avesse coscienza. E se oggi lui è qui è ciò che voglio raccontare, testimone di una volontà che dà senso alla vita e alla amicizia.

PARTE PRIMA

Gli anni del sogno impossibile

Campo Base Nord Everest – Tibet aprile 2007

La lotta stessa per arrivare in cima

è sufficiente a riempire il cuore di un uomo

Jim Wickwire

Le montagne sono sempre state la sua dimora, le montagne di Feltre e del Bellunese, i territori dell’infanzia. E forse a quel tempo Mario le montagne le odiava pure. Erano solo fatica, freddo e fame.

Eravamo poveri in canna, come tutti i montanari a quel tempo, mi diceva una sera a Bologna, in osteria, quando capitava di parlare di noi stessi davanti a un bicchiere di rosso. Di solito erano momenti che precedevano una sua partenza per qualche nuovo angolo del pianeta. Ricordo ancora quando mio padre mi comprò il primo paio di scarponi. Erano un oggetto sacro, gli scarponi! Te li tenevi addosso anche se andavano stretti, anche se ti facevano piangere dal male. E il freddo poi era insopportabile. Ancora oggi mi prende allo stomaco, quel freddo, quando ci penso. Figurati che mi addormentavo a volte nel fienile per non andare di sopra, in camera, tra quelle lenzuola gelide e ruvide come carta abrasiva.

Mi vengono in mente le sue parole, complice forse questo cielo terso e gelido sul quale è più facile proiettare i ricordi. O, forse, è la consapevolezza che prende entrambi in questo momento solenne. Ci troviamo ai piedi dell’Everest, esattamente nel luogo in cui pose le tende la prima spedizione britannica di ricognizione, nel luglio del 1921. Ci arrampichiamo sulla fronte morenica del ghiacciaio Rongbuck, tanto per dare un’occhiata. E il pensiero che Mallory e Bullock avranno fatto lo stesso, in questo medesimo luogo, aggiunge al sapore dell’aria il senso del divenire, il fluire della Storia. All’epoca nessun occidentale si era mai avvicinato così tanto alla Grande Montagna e non esistevano mappe. Tutto qui era terra incognita e, per i monaci del monastero, poco più a valle, un luogo in cui gli spiriti del bene lottavano contro il male in fragori di valanghe. Oggi, l’altissima antenna eretta nei pressi del nuovo monastero, cancella l’isolamento tra gli squilli dei cellulari che i turisti cinesi tengono sempre in mano come un testimone che li ancora al futuro. Ai nostri piedi la vasta piana del Campo Base, a quota 5200 m, è una piccola città di tende multicolori dove si accampano le 18 spedizioni internazionali accreditate quest’anno a cimentarsi nell’impresa. Una copia esatta del Campo Base Sud, in Nepal. Chomolangma, la Grande Montagna, è circondata da ogni lato. Un continuo avvicendarsi di carovane di yak carichi di materiali per gli approvvigionamenti, si alterna ai graziosi calessi che i cavallini tibetani trainano fin quassù, trasportando i turisti più pigri avvolti in voluminose pellicce di montone.

Ho come la sensazione che, da questo punto non si possa più tornare indietro. Mario fissa nell’orizzonte la linea che separa il prima e un dopo ancora da conquistare, la sfida che solo lui conosce. E allora i particolari di una vita prendono il sopravvento, reclamano il palcoscenico come se anche il tempo passato avesse ancora diritto di cronaca. Ci siamo messi, così, a parlare della nostra giovinezza, tirando sassi contro le onde di pietra della morena, come due stupidi ragazzini annoiati. E il tempo si confonde nell’evocare immagini che ora ci fanno sorridere.

Il dopoguerra era un mondo di emigranti, cugini, zii, sparpagliati tra America, Australia e Sud Africa, tutti scappati a cercare fortuna. E le rare automobili che transitavano per Fonzaso erano un evento. Le bande di ragazzini con le ginocchia sbucciate accorrevano all’incrocio per vedere il rombo dei motori che arrancavano sulle curve. Portavano il fascino di chissà quali terre lontane disegnato sul volto stupito dei primi forestieri, gli occhi luminosi perduti nel sorriso di quei monti e negli strilli di quei bambini. Mi pare di vederli, e, del resto, sono trascorsi anni e le cose si ripetono sotto altre latitudini, in modo del tutto simile, finché anche questo sarà solo memoria.

Quando Mario se ne andò anche lui da Fonzaso e si trasferì a lavorare in birreria ad Aosta, cambiò la prospettiva delle montagne e anche la sua vita. Come dice lui: Non è che Aosta fosse l’America, ma c’erano le discoteche, i bar, c’erano le ragazze. Non avevo altro per la testa e quello era il genere di esplorazioni al quale dedicavo con passione tutto il tempo libero.

La musica di quegli anni era irresistibile. Ti portava fuori e ovunque guardassi sentivi quel ritmo pulsare dentro di te perché era vita! E poi c’era da scoprire tutto quel mondo nuovo che aspettava solo di essere preso, esplorato. Ci si affacciava oltre l’orizzonte ristretto della famiglia e delle tradizioni e trasgredire era l’imperativo categorico! E la musica era la colonna sonora del film che ognuno di noi, a quel tempo, andava costruendo. Luogo dopo luogo, suggestioni di immagini, atmosfere, popoli. In fin dei conti le montagne erano qualcosa di lontano. Potevi anche pensare che il mondo girasse all’ombra di quelle divinità. Erano una presenza. Nulla di più.

Facevano parte del mio orizzonte naturale, per così dire, c’erano sempre state. Ma, francamente, non me ne importava un fico secco di andare a camminare per montagne. E ancora non avevo mai visto il mare!.

Beh, un buon inizio se si pensa a cosa stai per affrontare!, gli dico.

Fu il mio amico Vince a iniziarmi alla montagna. Lui pensava in grande, forse sognava di diventare qualcuno, un free climber di successo, mentre io avevo la testa occupata con altre cose. Mi parlava del Chimborazo, sognava di scalarlo prima o poi. Per me il Chimborazo era soltanto un suono piacevole e fascinoso. Il paradosso è che io il Chimborazo l’ho poi scalato, molti anni più tardi e Vince no. Eh, non è assurdo?.

Già, ma non ti sei limitato al Chimborazo, hai scalato un’infinità di altri vulcani.

Mi era presa la frenesia per i vulcani. Che vuoi? Sono la mia specialità, per così dire. Quando ne avrò abbastanza ci scriverò un libro. Il fatto è che non mi considero, né lo sono, un vero e proprio alpinista, non ne ho la mentalità. Tu lo sai, gli alpinisti fanno razza a sé, sono un club esclusivo, elitario, vivono in un mondo a parte, chiuso nei propri rituali. Loro non vengono a patti col mondo, io, invece, sono un curioso del mondo.

Mario è insofferente per tutto ciò che è accademico, che sa di istituzione canonica. Preferisce stare fuori dagli schemi, ma per alcuni mostri sacri dell’alpinismo ha una sincera e sconfinata ammirazione. Kurt Diemberger è il suo padre spirituale. Mi ricordo di una foto che ritrae Mario, giovane allampanato con la bandana e i capelli lunghi, accanto a Kurt, i capelli e la barba già grigi. La foto risale al 1986. Si conoscono da più di vent’anni, complice anche il fatto che Kurt vive sulle colline bolognesi. E che forse, anche per questo, è un personaggio anche lui fuori dagli schemi. Credo che Kurt abbia sempre considerato Mario un ragazzo un po’ folle, una testa calda smaniosa di fare. Forse in lui vedeva un pezzo della sua giovinezza già perduta e forse era curioso di come sarebbe maturato quel ragazzo ancora figlio dei fiori.

Vince mi trascinava con lui, la domenica all’alba, quando io nemmeno ero andato a dormire e magari ero appena uscito da qualche discoteca o scappavo da qualche avventura piccante. Ci voleva tutta la sua pazienza, perché io ero svagato, non mi andava di impegnarmi. Eppoi dovevo essere proprio un pessimo compagno, dormivo per tutto il viaggio in macchina. Ma lui insisteva perché diventassi un buon secondo di cordata. Io speravo sempre che piovesse la domenica, ma lui era inesorabile! Lo guardavo arrampicare, allora, mentre gli facevo sicurezza, sulle pareti di Rocca Sbarua. Andavamo anche al Bianco, talvolta. Vince saliva con leggerezza e progrediva velocemente giorno dopo giorno e io avevo ancora in testa la musica rock. Ti ho mai detto che sognavo di diventare un divo del rock? Strimpellavo la chitarra sognando di essere Jimmy Hendrix , faceva figo, sai? Funzionava con le ragazze.

E poi, poi cosa è successo?.

Beh, come cantante rock fui un fiasco e diventai un mediocre secondo di cordata, per il povero Vince, ma sono cresciuto. Soprattutto ho imparato a non mollare, a tenere duro. Sì, quella fu proprio una scuola di vita dove ho cominciato a sperimentare, passo dopo passo, la consapevolezza delle mie capacità fisiche, tecniche e mentali.

Già, sei cresciuto e ora sei qui!.

Mario mi guarda con un ghigno sardonico. Vorrai dire siamo qui, ancora una volta insieme sotto all’Everest!.

Chi l’avrebbe mai detto, sospiro rabbrividendo alle prime sferzate di vento gelido del tramonto.

Già, chi l’avrebbe mai detto.

L’imbrunire già inghiotte la valle, ma l’Everest risplende nell’incandescenza del tramonto. La spalla Nord Est disegna una linea ardita che si staglia netta contro il cielo cobalto e culmina sulla piramide dove il rosso fuoco degli ultimi raggi del sole vanno a spegnersi lentamente tra il granito scuro della roccia e le chiazze pensili di neve.

Il freddo si fa intenso, ma la magia di Chomolangma ci tiene ancora inchiodati sulla morena del ghiacciaio.

Che ne dici, sarà ormai una quindicina di anni fa?, riprende Mario dopo un poco in uno sbuffo di fiato.

Il ricordo del Mutzagh-ata ci accomuna nel segno di una sorta di iniziazione, un battesimo del fuoco, per così dire. Salta fuori ogni volta che, per un verso o per l’altro, capita di fare i conti con la nostra vita. Nei momenti importanti, insomma. Quella montagna, il nostro primo settemila e passa, fu il salto di qualità. Per Mario, certamente, un vero trampolino di lancio. Gli diede la coscienza reale che avrebbe potuto osare e che tutto quello che fino a quel momento noi consideravamo come qualcosa di riservato solo ai guru dell’alpinismo, agli esseri superiori, era invece alla portata. Bastavano salute e volontà.

Io in montagna ci andavo coi miei genitori per le vacanze estive, da bambino, sulle Dolomiti. Andavamo da rifugio a rifugio, come diceva mio padre. Ben pochi, all’epoca, e assai spartani. Ci andavamo con lo zaino in spalla. Zaini di tela grezza, che la pioggia appesantiva d’acqua, e spallacci di cuoio che s’indurivano per il sudore. Spesso non c’era nulla da mangiare in quei rifugi, ma mi piaceva giocare lì fuori sullo spiazzo, a volte così angusto, anche da solo. Le montagne erano il teatro delle mie scorribande solitarie e ricordo ancora quando trovai nascosti, tra alcuni massi, una borraccia e un bossolo di bomba da cannone, cimeli rugginosi della Grande Guerra sull’Adamello. Erano le testimonianze che la grande Storia mi metteva in mano, come se il soldato che io mimavo per gioco nella mia immaginazione guerriera, fosse passato davvero di lì, si fosse magari seduto su quel masso e avesse bevuto l’ultimo sorso d’acqua prima di scomparire nell’ignoto. Fu il bottino più prezioso di tutte le vacanze future e immaginabili. Quella scoperta aveva materializzato il senso della curiosità per il mondo. Quella stessa curiosità che, adulto, mi spinse a viaggiare anche oltre le montagne.

Se mio padre mi aveva iniziato alla montagna e, più ancora, a un certo nomadismo interiore, Mario si presentò con quell’idea assurda e allettante, una sera di giugno del novantadue: scalare il Mutzagh-ata! Si limitò a fissarmi negli occhi con l’aria sorniona e beffarda di chi provoca in piena coscienza, senza volerlo dare a intendere. Lui sapeva che non avrei detto di no, anche se mio figlio Edoardo era appena nato, anche se non ero mai salito oltre i cinquemila, anche se al di là di qualche ferrata e di bivacchi di fortuna nella neve, la mia esperienza finiva lì. Anche se non sapevo nemmeno dove si trovasse questo benedetto Mutzagh-ata! Dio mio, un settemila abbondante è qualcosa di serio e poi là, ai confini del Taklamakan, così fuori dal mondo. A tutte le mie riserve e perplessità Mario obiettava un incrollabile ottimismo. A sentir lui sarebbe stata comunque una passeggiata.

È allora che incominciammo a imparare che cosa voleva dire salire in quota. Che cosa significava vincere le resistenze del proprio fisico per costringerlo ad andare oltre i limiti, a trascendere la propria natura, che cosa voleva dire la preparazione atletica. E, infine, che cosa volevano dire volontà e determinazione. Perché per salire quella dannata cima ci misi tutto me stesso, cavando le energie dall’anima. Fu indimenticabile e non finirò mai di essere grato a Mario per avermi spinto a partecipare a quell’impresa. Io non ne sarei mai stato capace da solo, nemmeno ci avrei mai pensato, come non avrei mai immaginato di essere infine in grado di farcela con le mie forze, con le mie gambe.

In fin dei conti, aveva ragione Mario. Bastava volerlo e tutto venne facile. Perfino il tempo fu clemente, nemmeno una tempesta. La cima era sempre là, appesa al cielo infinito e blu, chiara, netta, candida.

Sono trascorsi quindici anni da allora e se guardo a questo tempo tutti questi anni mi sembrano racchiudere il significato di essere ora qui, insieme, come se fossero stati i gradini di una lunga scala che non poteva che portare qui. Eppure non sono stati nemmeno anni facili. Al di là dell’incrollabile ottimismo la montagna ha lasciato il proprio segno indelebile. Lo vedo negli occhi coi quali oggi Mario guarda alla cima da affrontare. Il volto è più scavato, spigoloso. E, accanto alla determinazione che serra tra le mandibole forti quando deve vincere ogni remora, ogni titubanza, è ben presente la rigidità della paura. Paura che si porta addosso per il fallimento, paura della morte. Il peso della sconfitta del 2003 è il muro che Mario si trova a dovere abbattere, ma quel muro è sempre lì davanti come un incubo, alto come i 3650 metri che lo separano dalla cima. E sarà lì davanti ai suoi occhi finché non ci sarà arrivato sulla cima e sarà ritornato a casa.

Valle del Khumbu – Nepal maggio 2003

Over the mountains, across the sea

who knows what may be waiting for me

I could sail forever

to strange sounding names

Faces of people and places don’t change.

Pink Floyd

Era il tempo in cui i Pink Floyd, i Queen e i Rolling Stones ci portavano oltre i sogni fioriti.

Il mondo ci apparteneva, tutto, perché eravamo giovani, entusiasti, ribelli. Eravamo la generazione del dopoguerra. Eravamo entusiasti a dispetto del confine freddo tracciato tra il mondo della luce e quello delle tenebre, che stava al di là del muro, e che i più ribelli guardavano come alla terra promessa, abbagliati dalle illusioni di un mondo nuovo ancora da creare. Eravamo ribelli contro l’ordine dei padri, le convenzioni, il sesso santificato perché volevamo inebriarci della vita che ci pulsava nelle vene. La musica era la nostra voce, la poesia il nostro credo, la droga la promessa della rivelazione e il nostro corpo

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