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Julia. Figlia di Cesare Ottaviano Augusto

Julia. Figlia di Cesare Ottaviano Augusto

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Julia. Figlia di Cesare Ottaviano Augusto

Lunghezza:
176 pagine
2 ore
Pubblicato:
7 nov 2012
ISBN:
9788881019281
Formato:
Libro

Descrizione

Più che un racconto storico Julia vuol essere un “vissuto storico”.
L’autore ha interpretato i suoi stati d’animo, la sua forte sensibilità che la condusse ad essere bollata dalla storia come una donna dissoluta.
Ma perché una donna che vuole essere coerente con i propri impulsi affettivi, sensuali, viene considerata dissoluta?
Cosa accade veramente?
Ogni potere assoluto è basato sull’impocrisia. E questo Julia non l’accetta anche se il “duce” è suo padre. Non accettandolo si condannò.
L’autore si avvale di testi scritti da Svetonio, Tacito, Plinio, Ovidio, Orazio e altri ancora.
“Parteciperemo” alle cene conviviali sontuose, corrotte al massimo, dove il sesso diventata quasi uno “scambio intellettuale”.
Saremo, inoltre, in una Roma imperiale come la volle suo padre; il divo Ottaviano Augusto che dichiarò: “Ho trasformato Roma tutta di marmo, non più di mattoni”.
“Accanto” a Julia interpreteremo i suoi stati d’animo tra amore, odio, amore.
Non accettò mai la famosa frase pronunciata dal padre: “Perseguire il proprio fine non il proprio sentimento”.
Con grande dignità e tanto sacrificio dimostrò il contrario.
Pubblicato:
7 nov 2012
ISBN:
9788881019281
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Julia. Figlia di Cesare Ottaviano Augusto - Leros Pittoni

Paesi.

Prefazione

Questo nuovo libro di Leros Pittoni riprende un tema caro all’autore (che del resto, ha già scritto di Julia) ed un modulo, anch’esso felicemente sperimentato nel suo volume su Angelica Kauffman[1]: la narrazione in prima persona che la protagonista fa di se stessa e della sua vicenda ci rende il personaggio e l’ambiente in cui esso si muove assai meglio di un saggio, e con suggestioni ed immagini che immediatamente colpiscono il lettore.

Come la Kauffman, Julia è una donna che non viene compresa.

Per questo libro, il focus è ancora l’esplorazione di una personalità ricca e complessa e di un rapporto psicologico difficile e travagliato fra figlia e padre (amore, odio, amore è, appunto, il sottotitolo del libro), giocato sull’antinomia fra vizi privati e pubbliche virtù, in una cornice storica di straordinaria rilevanza. E, ancora una volta, il nostro autore coglie l’occasione per ribaltare consolidati stereotipi.

Non che Leros Pittoni voglia sminuire il merito e la figura pubblica di Cesare Ottaviano Augusto (…, vissi a Roma sotto ‘l buon Augusto fa dire Dante a Virgilio nel primo canto della Commedia), ma evidenzia – non diversamente, del resto, dai contemporanei dell’Imperatore non suggestionati dall’iconografia del potere – accanto alle pubbliche benemerenze i tratti privati, e le condotte non edificanti del personaggio (un buono, certamente Augusto non fu!)

Ed in questa prospettiva capovolge la tradizionale immagine di donna amorale e dissoluta (che, specie dopo quella sorta di damnatio memoriae che Augusto disposte) l’ha tramandata a noi.

E ci consegna, invece, il volto di una donna che non accetta la manipolazione che il padre fa, per fini di potere, della sua vita. E, sentendosi simile a lui, si ribella acché egli dissimuli ipocriticamente i propri vizi e pretenda, invece irreprensibilità dalla figlia, censurandone i comportamenti.

La Julia di Pittoni ama il padre, quasi di un amore incestuoso, e, via via che si sente usata da lui e lo vede allontanarsi da sé per l’influsso di Livia e per la prevalenza delle politiche di immagine e di potere sul tratto originario di Augusto, assume un atteggiamento di provocazione.

Una ricostruzione che Pittoni desume dalle testimonianze dei contemporanei (che ci tramandano, del resto, una Julia attenta ai bisogni della plebe e da questa amata, e che conserva autorevoli ed influenti amici ed estimatori). Ma che trae indubbio slancio da una sorta di innamoramento dell’autore per il personaggio.

Un innamoramento – se così si può dire – che costituisce, senza nulla togliere alla serietà ed alla ricchezza dell’apparato documentale ed al rigore dell’approfondimento storico, il motore potente della straordinaria suggestione che promana dalle pagine del libro, ricche di citazioni colte e di fascino evocativo.

Un innamoramento che il lettore finisce spesso col condividere per la sapienza della costruzione psicologica e per la straordinaria capacità plastica nella descrizione dei contesti e dei personaggi.

Julia è bella, appassionata, colta, coraggiosa, intrisa dei valori civici repubblicani: la sua condotta sfrontata e dissoluta è la reazione – si è detto – alle impostazioni paterne, che le impediscono di seguire le sue inclinazioni e di vivere la sua vita (… ho avuto mariti ed amanti, non amori, le fa dire l’autore); costituisce, spesso una provocazione (più volte ella si congiunge con amanti nel foro, sulle are) a quel padre ai cui crudeli editti, però, non si sottrae (rifiuta fino alla fine l’offerta di farla fuggire dal suo durissimo esilio).

Un padre – che per odiato nei momenti più crudi – non riesce però a smettere di amare. Morente, Julia rivive immagini della felicità vissuta accanto al divo Augusto nei momenti del trionfo.

Epperò, come ultima parola l’autore le fa dire "mio padre chiese un applauso alla sua recitazione prima di morire.

Io chiedo solo il silenzio nel chiudersi del sipario, perché non ho recitato".

Non ho recitato! Ecco, è in questo suo desiderio di autenticità, nell’appassionata e sofferta coerenza, nella caparbia difesa, per tutta la vita, della propria dignità e libertà di donna – siano esse immaginate dall’autore o veramente vissute – il più profondo motivo di fascino del personaggio, che il volume di Pittoni ci trasmette con accenti di poesia e straordinaria immediatezza".

Giuseppe Amoroso

Prefetto

[1] Angelica Kauffman è la più grande pittrice del 700. Nasce a Coira, Svizzera.

PRIMA PARTE

«La nostra vita è sì frutto di una mescolanca, e così pure il cosmo, ma di una mescolanca che deriva dall’essere trascinati da due principi contrari e da due forze in opposizione, che ci spingono ora a destra ora a sinistra, ora in avanti ora all’indietro. Non voglio dire l’universo, ma certo la terra, e anche la luna, hanno una natura irregolare e complessa e soggetta a ogni tipo di mutamento. Se nulla entra nel processo generativo senza una causa, e se del resto il bene non può essere causa del male, ne consegue che la natura deva avere in sé l’origine e il principio non solo del bene ma anche del male».

Plutarco, Iside e Osiride

La mia storia

"Volete che raccontiamo anche qualche battuta di Julia, figlia di Augusto? Se non mi giudicate un chiacchierone, vorrei far precedere qualche notizia sui costumi di quella donna, a meno che qualcuno di voi abbia argomenti seri e istruttivi da esporre.

Aveva trentotto anni, un’età che doveva indurla a pensare alla vecchiaia, se fosse stata savia; ma essa abusava dell’indulgenza della fortuna e di quella di suo padre. D’altra parte, l’amore per le lettere e la grande cultura, che era facile avere in quella casa, inoltre una squisita educazione, congiunta ad estrema dolcezza d’animo, attiravano enorme simpatia a quella donna, tra lo stupore di quelli al corrente dei suoi vizi che consideravano il contrasto così parimenti grande. Più d’una volta suo padre, sia pur con indulgenza mista a severità, l’aveva ammonita a moderare il lusso eccessivo e l’apparato vistoso del seguito. Ed ogni volta che considerava la turba di nipoti notandone la somiglianza con Agrippa, arrossiva di dubitare della pudicizia di sua figlia. Quindi Augusto amava cullarsi nell’illusione che sua figlia avesse un temperamento esuberante fino a dar l’impressione di procace sfrontatezza, ma esente da colpa: osava credere che fosse come Claudia nei tempi antichi. Perciò con gli amici diceva di avere due figlie viziate che doveva per forza sopportare, lo Stato e Julia."

Così fu scritto da Caio Svetonio.

Ma vorrei cercare di raccontare dall’inizio la mia storia, sinceramente come io la vissi e non come fu scritto.

I padri desiderano trasmettere ai figli solo le loro virtù, non anche i loro vizi. Non c’è riuscito nessuno. Figuriamoci Cesare Ottaviano Augusto, mio padre.

Del mio primo fidanzamento non ricordo nulla. Proprio nulla. Avevo quattro anni. Mio padre, per i suoi intrighi politici, mi prometteva ai figli di coloro di cui voleva alleanza. Così accadde anche a cinque anni e ugualmente non ricordo i loro nomi, né i loro volti.

A quindici anni mi fece sposare mio cugino Marcello, figlio di Ottavia. Costui lo ricordo fin troppo bene. Assai gracile, sempre sudaticcio, non riuscì neanche a consumare la mia verginità. Si era sforzato di penetrarmi senza riuscirci. Morì circa due anni dopo il matrimonio.

La sposò senza prendere in considerazione i suoi sentimenti o anche quelli dei suoi successivi mariti, a persone politicamente utili: il giovane e cagionevole Marcello, l’anziano Agrippa e Tiberio che era ancora innamorato di sua moglie e quindi detestò quella nuova: Julia.

Ora sono relegata in quest’isola, Pandataria[1], per volontà di mio padre. È un’isola terribile, inospitale, battuta dai venti, bruciata dal sole. Merito tutto questo?

E stata la mia condotta adulterina a farmi finire qui?

Mio padre fu tutt’altro che un modello di virtù coniugale. A Roma non si contavano i suoi adulteri. Alcuni, certamente amici, sostenevano che agisse meno per libidine che per politica e lo facesse per conoscere i segreti dei suoi avversari attraverso le loro mogli, naturalmente quelle belle.

So benissimo che i suoi amici, per soddisfarlo, gli cercano giovanette o giovani donne sposate. Queste ultime, mi risulta, le preferisce. E anche la mia matrigna Livia, che meglio conosce i gusti del marito, gli procura donne.

Ottaviano si separò da mia madre Scribonia, sposata sempre per interesse, perché disse di essere disgustato dalla perversità del suo carattere. Nella realtà si era invaghito di Livia e di una nuova alleanza politica.

Mia madre ha seguito me nell’esilio; è qui, accanto sin dal primo giorno e condivide in ogni momento il disagio, la tortura di quest’isola. E mi sopporta.

Il vento dilaga tra i rovi, sui rami dell’ulivo. Mozza il respiro. Tutto a volte sembra svanire: i miei pensieri, i ricordi. Ma, non voglio perderli. Non debbono lasciarmi, altrimenti cosa rimane in me, per sopravvivere?

La vita ristagna su questo mare che sembra avercela con quest’isola, sempre a brontolare contro la riva rocciosa.

Mi guardo allo specchio. Infrango ogni giorno la mia bellezza per rimanere viva, mentre cammino sospinta dallo scirocco, che sibila nelle orecchie e a volte grido perché il fuoco che sento in me è ancora vivo. Corro, corro, quando posso, ovvero quando voglio. Corro nuda verso il sole che tramonta, sfioro l’erba umida di salsedine, come una falena vorrei sbattere su quel grande globo rosso.

Una vita di estrema licenziosità la mia?

Quando il globo rosso tramonta sbatto sull’onda che rovescia su di me il freddo del ricordo. Quanto ho amato Cesare Ottaviano Augusto!

II suo sigillo è una sfinge, corrisponde bene a questo enigmatico e controverso uomo.

Educò la figlia e le nipoti in modo che si avezzassero anche a lavorare la lana e vietava loro di parlare o di far cosa alcuna se non palesemente sì che potesse essere annotata nel diario quotidiano. E tanto la tenne lontane da contatti con estranei che una volta scrisse a Lucio Vinicio, chiaro e distinto giovine, per rimproverarlo della sconvenienza da lui fatta venendo a salutare sua figlia Julia.

Avevo solo qualche mese quando i miei genitori si separarono. La mia futura matrigna Livia andava d’accordo e d’amore con suo marito Tiberio Claudio Nerone. Era giovane e bella ed era incinta quando mio padre s’invaghì di lei. Egli allontanò mia madre con l’accusa che ho detto e impose a Tiberio Claudio Nerone di allontanare la sua. Fece anche di più perché voleva un matrimonio immediato. Livia era incinta di sei mesi e mio padre temeva che la religione ponesse qualche ostacolo, ma i pontefici da lui consultati, neppure a dirlo, furono accomodanti. II matrimonio venne così subito celebrato.

Quando rimasi vedova di Marcello, a sedici anni, mio padre mi obbligò a sposare Marco Vipsanio Agrippa, a sua volta sposato con Claudia Marcella. Agrippa non fu contento di lasciare sua moglie, lo fece solo per ubbidire, ma a malincuore.

Agrippa era cresciuto accanto a mio padre che gli deve molto delle sue vittorie, prima fra tutte quella di Azio contro Antonio e Cleopatra che lo rese padrone assoluto del mondo.

Agrippa, il grande agente dell’ascesa di Ottaviano, e del suo trionfo. Egli si raccomandava in virtù d’un merito eminente, infaticabile nel lavoro, nelle veglie, nei pericoli, il miglior consigliere e principale uomo d’azione del regno. Capace di obbedire ad una sola persona, Ottaviano, desideroso di comandare gli altri, di un dinamismo incapace di sopportare ritardi, non frapponeva mai intervalli tra un progetto e la sua esecuzione.

C’era molta differenza di età tra noi. Finalmente fui posseduta: provai poco piacere.

Mio marito era un capo a tutti gli effetti, mi prendeva quando lui decideva, e in breve era appagato. Da buon soldato e stratega mi possedeva con poche mosse, come rapida conquista.

Alla confinata Augusto tolse l’uso del vino e ogni altra delicatezza, né permise che alcuno, fosse servo o libero, la avvicinasse senza averne fatta richiesta a lui, e sì ch’egli fosse informato quale età avesse e quale statura e qual colorito e perfino quali segni particolari sul corpo o quali cicatrici.

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