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Il Vecchio Cattolicesimo in Italia

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Il Vecchio Cattolicesimo in Italia

Lunghezza:
390 pagine
5 ore
Pubblicato:
Mar 3, 2014
ISBN:
9788868221638
Formato:
Libro

Descrizione

Il Vecchio Cattolicesimo sorse come reazione ecclesiale e culturale alle chiusure di Pio IX e de “La Civiltà Cattolica” verso le novità culturali e religiose del secolo XIX. Si chiamarono Vecchi Cattolici (in tedesco Altkatholichen) in opposizione alle “novità” che Pio IX e il Concilio Vaticano I avevano introdotto nella concezione della Chiesa e nel suo rapporto con la società, a partire dal Sillabo del 1864, che aveva condannato le correnti di pensiero nate dall’Illuminismo.

I Vecchi Cattolici si ispirarono alla Chiesa dei primi secoli, precedente alla separazione della Chiesa romana dall’Ortodossia e dal Protestantesimo. Nella Chiesa antica il vescovo di Roma era il “primus inter pares”, e i vescovi – anch’essi sposati al pari dei presbiteri – venivano eletti dal clero e dai fedeli. Riportarono il concetto di cattolicità al suo significato originario, affermando che “ogni chiesa deve essere sottomessa a Gesù Cristo suo capo, e a lui solo”. Ma al tempo stesso, in quanto parte della Chiesa Universale, deve subordinare il proprio orientamento alle decisioni di questa. I Vecchi Cattolici sono “uniti con gli evangelici nella sostanza della fede e nella protesta contro gli errori di Roma, e perciò protestanti per respingere tutto l’errore, come siamo cattolici per ritenere e conservare tutta la verità”
Pubblicato:
Mar 3, 2014
ISBN:
9788868221638
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Il Vecchio Cattolicesimo in Italia - Cesare Milaneschi

CESARE MILANESCHI

IL VECCHIO CATTOLICESIMO

IN ITALIA

Proprietà letteraria riservata

© by Pellegrini Editore - Cosenza - Italy

Edizione eBook 2014

ISBN: 978-88-6822-163-8

Via Camposano, 41 - 87100 Cosenza - Tel. 0984 795065 - Fax 0984 792672

Siti internet: www.pellegrinieditore.com www.pellegrinilibri.it

E-mail: info@pellegrinieditore.it

I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, riproduzione e adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati per tutti i Paesi.

Indice

Premessa

Capitolo I

Il contesto storico in cui si diffuse il movimento: cattolici liberali e Vecchi Cattolici

I.1. Le diverse manifestazioni del cattolicesimo liberale

I.2. La teologia liberale e il movimento vecchio-cattolico

I.3. Le chiese evangeliche nel tempo in cui operò il Vecchio Cattolicesimo

I.4. Le ragioni di una polemica

Capitolo II

Ignaz Von Döllinger e l’Italia

II.1 Le risonanze in Italia delle posizioni teologiche ed ecclesiologiche di Ignaz von Döllinger

II.2. Gli italiani a colloquio epistolare con Ignaz von Döllinger

Appendice

-Il cardinale Giacomo Antonelli motiva l’esclusione di Ignaz von Döllinger dalla Commissione teologica Roma, 15 – luglio – 1868. Al cardinale Friedrich Johann Joseph Schwarzenberg

- Pio IX: La Tradizione sono io!

- Un artigiano italiano rende omaggio al Döllinger che ci ha fatto intendere la vera verità

- Ignaz von Döllinger: Dichiarazione all’Arcivescovo di Monaco - Frisinga

- Hyacinthe Loyson, Lettera ad Ignaz von Döllinger

Capitolo III

Luigi Puecher Passavalli e Hyacinthe Loyson

III.1. Luigi Puecher Passavalli

III.2 Hyacinthe Loyson

III.3. I rapporti fra Luigi Puecher Passavalli e Hyacinthe Loyson

III.4 L’arcivescovo e lo scomunicato insieme per riformare la Chiesa

Appendice

- Hyacinthe Loyson manifesta il suo rapporto con Luigi Puecher Passavalli

- Testimonianza di Enrico di Campello sull’Arcivescovo Luigi Puecher Passavalli

Capitolo IV

Dal congresso di Monaco al Vecchio Cattolicesimo in Italia

IV.1 Il Congresso di Monaco

IV.2 Ignaz von Döllinger: La possibile unione delle confessioni cristiane

IV.3 Hyacinthe Loyson. L’ecclesiologia dei Vecchi Cattolici

IV.3.a Le vrai et le faux catholicisme

IV.3.b La verità e l’unità nella chiesa

IV.3.c Non vogliamo uno scisma

IV.3.d Riforma e unità della chiesa

Capitolo V

Il Comitato romano dei Vecchi Cattolici

V.1 Il ruolo di Paolo Panzani nel Comitato romano dei Vecchi Cattolici

V.2 I Vecchi Cattolici di Roma e l’eredità culturale del Risorgimento

Appendice

- Lettera di Andrea d’Altagene ai vescovi della Chiesa Cattolica: 24-10-1864

- Fra Andrea d’Altagene: La legge del celibato e dei voti perpetui di castità è in perfetta contraddizione colla Divina Scrittura

- Comitato dei Vecchi Cattolici di Roma: Programma

Capitolo VI

La chiesa cattolica italiana fondata da Enrico di Campello

VI.1 Enrico di Campello

VI.2 La breve storia della Chiesa Cattolica Italiana

VI.3. L’ecclesiologia ecumenica della Chiesa Cattolica Italiana

Appendice

- La DICHIARAZIONE di Utrecht

- SOMMARIO delle dottrine religiose e civili della chiesa Cattolica Nazionale d’Italia (articoli organici)

- REGOLE GENERALI PER LE PARROCCHIE della Chiesa Cattolica Nazionale d’Italia

- Ugo Janni: un’ecclesiologia ecumenica fra Vecchio Cattolicesimo, Comunione Anglicana e Chiesa Valdese

Capitolo VII

Luigi Prota Giurleo e la Chiesa Cattolica Nazionale Italiana

VII.1 Luigi Prota Giurleo: profilo biografico

VII.2. La Chiesa Cattolica Nazionale Italiana

VII.3 La Chiesa Cattolica Nazionale Italiana e il Vecchio Cattolicesimo

L’ecclesiologia della Chiesa Cattolica Nazionale Italiana

VII.4 La Costituzione della Chiesa Cattolica Nazionale Italiana

VII.5 Lo Statuto dogmatico-organico-disciplinare della Chiesa Cattolica Nazionale Italiana

Appendice

Statuto dogmatico organico disciplinare della chiesa cattolica nazionale italiana

Articoli dogmatici

Articoli dogmatici esclusivi:

Disposizione organica della Chiesa

Della divisione delle Diocesi

Dei Vescovi

Dei parroci e dei Presbiteri

Delle pene canoniche della Chiesa

Dei Sinodi diocesani e dei Concilii

Della liturgia

Delle relazioni tra la Chiesa e lo Stato, e tra la Chiesa nazionale e le altre confessioni cristiane

Capitolo VIII

Il Vecchio Cattolicesimo e i protestanti

VIII.1. La stampa protestante d’Italia sul Vecchio Cattolicesimo

VIII.1.1 L’Eco della Verità – EdV (1863-1874)

VIII.1.2 La Famiglia cristiana (1875-1880)

VIII.1.3 Fede e VitaLa Rivista Cristiana

VIII.2 Il ruolo della Chiesa valdese nella conclusione della Chiesa Cattolica Riformata d’Italia

VIII.2.1 I ministri della Chiesa Cattolica Riformata d’Italia bussano alla porta della Chiesa Valdese

VIII.2.2 La reazione della Chiesa valdese di Sanremo alla conduzione pastorale di Ugo Janni

Conclusione

La possibile comunione nella fede fra Vecchio Cattolicesimo e Protestantesimo

Appendice

La cattolicità della chiesa nel pensiero di Ugo Janni

Postilla: Il Vecchio Cattolicesimo di Ugo Janni

Bibliografia

A Papa Francesco,

in memoria dell’Arcivescovo Luigi Puecher Passavalli

e di Padre Andrea d’Altagene,

francescani e Vecchi Cattolici,

che durante il pontificato di Pio IX

patirono miseria, diffamazione e calunnie

per aver proposto la riforma della Chiesa

e il rispetto in essa dei diritti delle persone.  

Premessa

Il mio interesse per il Vecchio Cattolicesimo risale ai primi anni ’70 del secolo XX, quando il prof. Valdo Vinay mi indicò la possibilità di una tesi per il Dottorato in Teologia sul tema: Correnti ecumeniche e antiecumeniche nella Chiesa valdese dalla seconda metà del secolo XIX ai nostri giorni.

Iniziata la ricerca a partire dai rapporti che Paolo Geymonat aveva stabilito fra Chiesa valdese e Chiesa libera, incontrai presto il vasto panorama dell’ecumenismo prospettato da Ugo Janni. Per lui l’ecumenismo era ad un tempo una concezione ecclesiologica e un coinvolgimento personale totalizzante. Sul piano ecclesiologico, considerava le denominazioni cristiane come un’unica cattedrale a tre navate (ortodossia, cattolicesimo, protestantesimo); in prospettiva storica auspicava che la Chiesa valdese, nata dal movimento valdese medievale, ritornasse ad essere movimento senza cessare di essere chiesa e interagisse con i movimenti di riforma interni alla Chiesa romana per preparare insieme ad essi la chiesa del futuro; nell’ambito della liturgia elaborò progetti di culto traendo elementi dall’esperienza cultuale delle diverse tradizioni, tentando di costruire una liturgia che tutte le chiese potessero far propria; sul piano personale – come testimoniava la figlia Elsie – condivise più volte la Cena del Signore presso la Chiesa russa di Sanremo con l’archimandrita della città, un prete cattolico modernista e il cappellano della Chiesa anglicana locale.

Era necessario perciò individuare l’origine e il cammino dell’ecumenismo di Ugo Janni. Il cammino si poteva individuare dai suoi molti scritti, cominciando dalla confessione di fede pancristiana del 1912 fino a Corpus Domini del 1938. Per l’origine offrì una preziosa indicazione lo stesso Janni all’indomani della morte di Hyacinthe Loyson, quando nell’emozione del momento parlò di lui come del padre dell’anima mia, l’uomo al quale sono maggiormente debitore di quell’indirizzo spirituale nel quale trovo la gioia pur in mezzo all’amaritudine dei conflitti, e la luce della speranza pur tra le ombre della delusione e dei disinganni (Fede e vita, febbraio 1912, p. 28).

Risalendo alla sua formazione culturale e teologica, era facile incontrare altre figure legate al Vecchio Cattolicesimo come Filippo Cicchitti Suriani che era stato suo professore di Filosofia al liceo de L’Aquila e lo aveva messo in contatto con Enrico di Campello e con la Facoltà teologica vecchio-cattolica dell’Università di Berna, nella quale lo Janni aveva avuto come professori Eugène Michaud ed Eduardo Herzog, il vescovo che lo ordinò presbitero il 22 dicembre 1889.

La conoscenza del Vecchio Cattolicesimo mi fu favorita dal Fondo Eugène et Louis Michaud che mi offrì un aiuto determinante per la pubblicazione del mio testo Ugo Janni pioniere dell’ecumenismo e poi mi concesse una borsa di studio per ricerche bibliografiche e archivistiche relative al Vecchio Cattolicesimo.

La Biblioteca Nazionale di Berna, la Bibliothèque Publique et Universitaire di Ginevra e la Bayerische Staatsbibliothek di Monaco mi hanno fornito preziosi documenti per la ricerca. Fra l’altro ho potuto recuperare i pochi esemplari esistenti di due periodici che nella seconda metà del secolo XIX si pubblicavano a Roma e di cui le uniche copie esistenti si trovavano fuori d’Italia: L’Espérance de Rome (1872-1874) che si trovava presso la New York Public Library e Il Labaro (1883-1885) che era al British Museum di Londra. Di ambedue i periodici, l’unica copia oggi esistente in Italia, in microfilm e in fotocopia, è reperibile a Roma presso la biblioteca della Facoltà valdese di Teologia. Altro prezioso documento fu il Journal de mon âme di Hyacinthe Loyson che per volere del figlio Paul e della nipote Marthe doveva essere chiuso al pubblico fino al 2012, cioè per un intero secolo dalla morte del suo autore, mentre per la gentilezza usata verso di me dalla signora Marthe io potei consultarlo fin dall’anno 1980.

Ancora più preziosa dei documenti è stata la conoscenza di alcune persone che con il Vecchio Cattolicesimo avevano avuto rapporti di origine perché figli e discendenti dei protagonisti di quel movimento: Marthe Loyson nipote di Hyacinthe, Achille Prota Giurleo nipote di Luigi, Emma Cicchitti Suriani figlia di Filippo, Elsie Janni figlia di Ugo. Erano persone – tutte decedute da oltre un ventennio – che vivevano con grande affetto la memoria dei loro genitori e avi, anche se non avevano compreso appieno il valore e il senso delle azioni dei loro progenitori. Con Marthe Loyson ed Elsie Janni ho intrattenuto per qualche tempo anche un rapporto epistolare, e da Emma Cicchitti Suriani nel 1980 ricevetti il dono di una preziosa raccolta di appunti, che il fratello Arnaldo aveva conservato con l’intenzione di scrivere una storia del Vecchio Cattolicesimo in Italia, senza essere riuscito a terminare l’opera.

Emma Cicchitti Suriani ed Elsie Janni conservarono sempre lo studio dei loro padri con lo stesso ordine e gli stessi oggetti del tempo in cui erano deceduti, quasi per poterli ancora vedere presenti nel luogo del loro impegno. Questa conservazione persistente della memoria dei padri, anche quando non era stato ben compreso il significato della loro militanza religiosa, provoca anche oggi il rammarico per il fatto che il Vecchio Cattolicesimo in Italia non sia stato conosciuto adeguatamente.

Altro motivo di rammarico è stata la mancanza di dialogo fra Vecchio Cattolicesimo e Protestantesimo, specialmente quello caratterizzato dall’ondata del Risveglio. Entrambi vittime dell’intolleranza cattolico-romana, i due movimenti, se avessero dialogato con maggiore serenità, avrebbero potuto trovarsi fratelli e solidali nella loro ricerca di autenticità cristiana. Questo è avvenuto in maniera solo episodica, per cui non si è creata una comunione profonda e una solidarietà duratura. Comunione e solidarietà che potrebbero crearsi più facilmente oggi – liberi dalle polemiche e dai reciproci pregiudizi che nella seconda metà del secolo XIX caratterizzarono il rapporto fra le due minoranze parallele – e contribuire così a rendere le confessioni cristiane quali navate di un’unica cattedrale sulla terra, che sia immagine della Gerusalemme celeste. È da augurarsi che la piccola porzione di storia cristiana qui esposta contribuisca a creare questo progetto di ecumenismo e di fraternità.

Roma, 18-25 gennaio 2014

Capitolo I

Il contesto storico in cui si diffuse il movimento: cattolici liberali e Vecchi Cattolici

Per il sorgere del Vecchio Cattolicesimo furono determinanti la conclusione del Concilio Vaticano I con la proclamazione dell’infallibilità del Sommo Pontefice e la conquista di Roma da parte dell’esercito italiano, con la conseguente fine dello Stato pontificio. Questi avvenimenti segnarono anche la conclusione del processo risorgimentale, che nel giugno 1871 ebbe il suo coronamento con la proclamazione di Roma capitale d’Italia. Contemporaneamente il governo italiano, con la legge delle guarentigie del 13 maggio 1871, cercò di stabilire rapporti positivi con la Santa Sede, riconoscendo l’inviolabilità e i diritti sovrani del papa, e assegnandogli l’uso dei palazzi del Vaticano, del Laterano e la Villa di Castel Gandolfo. La legge delle guarentigie concedeva al papa anche una cospicua rendita annuale e gli garantiva piena libertà nella nomina dei vescovi, i quali non erano più sottoposti ad approvazione da parte delle autorità statali.

Queste disposizioni costituivano l’applicazione del principio libera Chiesa in libero Stato che Camillo Benso conte di Cavour aveva proclamato oltre un ventennio addietro. Ma Pio IX già il 15 maggio respinse le disposizioni governative e rifiutò la prima rata della rendita pecuniaria che gli era stata assegnata, per non dare un riconoscimento, nemmeno indiretto, all’avvenuta conquista di Roma, e da quel momento si dichiarò prigioniero del Vaticano. Il pontefice non si limitò a non riconoscere l’unità d’Italia attuata annientando lo Stato pontificio, perché già nel 1864, con l’enciclica Quanta cura che portava come appendice il Sillabo o sommario dei principali errori dell’età nostra aveva inteso opporsi alle principali correnti di pensiero e di progetto politico-sociale della modernità quali la democrazia, la libertà di stampa e la libera circolazione delle idee, la separazione fra Chiesa e Stato, il ritenere fatto positivo la fine del potere temporale del papato, e l’auspicio di una conciliazione del Romano Pontefice col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà. Il Sillabo aveva alla sua radice una lunga battaglia del papato contro gli errori del secolo che aveva già avuto un’espressione significativa nell’enciclica Mirari vos di Gregorio XVI del 1832.

Pio IX già da1 1861 si era pronunciato criticamente verso coloro che ci invitano a porgere amica la mano alla civiltà odierna… ad associarci con detta civiltà che diffondeva tante orribili opinioni e falsi principi del tutto opposti alla cattolica religione e dottrina (Allocuzione Iam dudum tenuta nel concistoro segreto del 18 marzo 1861). Questa affermazione preludeva alla proposizione n. 80 del Sillabo, che rifiutava ogni possibilità di patti e conciliazione con la civiltà moderna.

Il Sillabo concludeva con la totale riprovazione di tutti gli obiettivi che si erano posti i cattolici liberali, che venivano condannati non solo per motivi politici e contrasto di interessi, ma soprattutto perché si voleva proporre un pensiero totalmente diverso, che poneva la Chiesa al centro della propria visione della società umana. Pio IX voleva che il cattolicesimo fosse l’unica religione di Stato (proposizione n. 77) e che si vietasse per legge la libertà di culto (proposizione n. 78). Affermava inoltre che tutti dovessero essere sottoposti alla giurisdizione della Chiesa (proposizione n. 54) e che, in caso di collisione con il potere civile, l’ultima istanza fosse sempre il diritto ecclesiastico, perché l’ultimo appello è al diritto di Dio (proposizione n. 53).

Il papa confutava anche il principio del suffragio universale nei suoi fondamenti filosofici e naturalistici, perché l’autorità non deve essere la somma del numero e delle forze materiali (proposizione n. 60). In una parola, rifiutava totalmente il mondo moderno e le linee fondamentali del suo pensiero: escludeva l’autonomia della ragione, il progresso della rivelazione, la spontaneità della morale, e non accettava che vi potesse essere incompatibilità fra scienza e fede, fra provvidenza e storia, e fra filosofia e teologia. Condannava il liberalismo, il socialismo e il comunismo quali forme estreme di protestantesimo sociale, e, con quest’ultimo, venivano condannate anche le società segrete, le società bibliche e le società clerico-liberali. Era la condanna del Risorgimento nelle sue radici teoriche e in tutte le sue espressioni culturali e politiche. Non a caso Pio IX anche dodici anni più tardi, parlando il 24 maggio 1876 ai rappresentanti delle ventiquattro città della Lega lombarda, condannò il Risorgimento come il trionfo del disordine e la vittoria della più perfida rivoluzione.

In una parola, il Sillabo risaliva alle radici filosofiche e politiche di quella vicenda storica, e le individuava in tutto il complesso della civiltà liberale e laica. La stampa liberale reagì confermando la necessità di un’intesa fra Stato e Chiesa e minimizzando il valore del Sillabo. Ma all’interno della società cattolica il documento pontificio fu il punto di differenziazione fra clericali e non clericali, fra devoti del papa e devoti dell’Italia unita. Il papa aveva ribadito l’intransigenza pregiudiziale dei cattolici: mirava ad evitare la loro commistione e degenerazione in un movimento liberalizzante, e cercava di preparare, nei confronti dello Stato unitario italiano, le condizioni per la futura affermazione della società cattolica (Cfr. G. Spadolini, L’opposizione cattolica, ed. Vallecchi, Firenze 1966, pp. 3-61). La prima concreta attuazione di questo disegno fu la creazione, nel 1865, a Bologna, della Società cattolica italiana per la libertà della chiesa in Italia, ed una delle sue prime conseguenze politiche fu l’astensionismo che si espresse nella formula del non expedit, perché il Vaticano mirava ad ottenere il consenso della società contro lo Stato. Dopo il Sillabo, tutte le società ecclesiastiche conciliatrici subirono repressioni e scoraggiamenti, e gli ecclesiastici che avevano militato in esse non poterono sfuggire all’alternativa fra un’obbedienza silenziosa e un’aperta dissidenza, che per alcuni sfociò nell’adesione al protestantesimo. In una notevole parte della borghesia cattolica rimanevano comunque alcune nostalgie di neoguelfismo, che si manifestavano come tendenza conciliatorista, che era molto diffusa soprattutto nel basso clero. In questo contesto, gli esponenti del cattolicesimo liberale e poi del Vecchio Cattolicesimo si rivelarono coerentemente eredi della cultura romantica che aveva caratterizzato il Risorgimento italiano, che aveva affermato il diritto delle nazioni di elaborare la propria forma di civiltà come modo di organizzare la vita del popolo in tutti i settori-cardine della vita comunitaria: cultura, religione, arte, letteratura.

Fra gli esponenti della cultura risorgimentale sono da ricordare particolarmente Giuseppe Mazzini, Alessandro Manzoni, Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti. Il Mazzini accentuava la dimensione religiosa intrinseca alla concezione romantica della nazione e del popolo, come alternativa alla religione tradizionale e istituzionalizzata. Il Manzoni e il Gioberti dal canto loro ricollegavano il romanticismo al cattolicesimo confrontato con la cultura moderna, in polemica con la filosofia neoscolastica e la controriforma, rappresentate in particolare dai gesuiti. I discepoli di questi personaggi, conclusa l’unità nazionale, desideravano vivamente che anche la Chiesa cattolica fosse caratterizzata al suo interno dalle istanze di democrazia, di libertà di coscienza e di pensiero, dalla possibilità di partecipare alla gestione della vita e del governo della chiesa, analogamente a quanto avveniva nella società civile. L’opposizione del papato e della Curia romana a queste istanze, unita alla rivendicazione – divenuta ormai inutile – del dominio temporale, stanno all’origine delle vicende del movimento vecchio-cattolico, che ebbe la sua origine nel contesto del cattolicesimo liberale, particolarmente in rapporto alla corrente più sensibile alle esigenze di riforma della chiesa e alla problematica concernente i rapporti fra Chiesa e Stato.

Sulla scia del romanticismo, che aveva individuato i caratteri fondamentali delle nazioni europee nelle tradizioni popolari che si erano sviluppate a partire dal Medioevo, il Vecchio Cattolicesimo individuò il volto specifico del cristianesimo nell’antica Chiesa indivisa quale si era manifestata antecedentemente alla separazione fra le due grandi tradizioni orientale e occidentale, che nei primi otto secoli dell’era cristiana avevano convissuto pacificamente al suo interno. E oppose quel modello di chiesa a quello proposto da Pio IX e dal Concilio vaticano I.

I.1. Le diverse manifestazioni del cattolicesimo liberale

Il movimento cattolico-liberale si affermò in Italia soprattutto verso la metà del secolo XIX, mentre nel primo ottocento non è facile individuare un movimento cattolico liberale tendente alla conciliazione dei principi della religione cattolica con quelli del liberalismo. Tuttavia, anche nella prima metà del secolo si possono individuare ‘atteggiamenti’ ispirati a un ‘sentire’ liberale, come elementi qualificanti ed aggreganti varie correnti culturali europee riconducibili a una sensibilità verso il problema della libertà[1]. Già a quell’epoca alcuni esponenti del cattolicesimo espressero speranze di rinnovamento e di libertà nella chiesa.

Negli anni ’60 ci si preoccupò principalmente di ottenere garanzie di libertà per la chiesa, della sopravvivenza o meno del potere temporale e della conciliazione fra Stato e Chiesa[2]. In questo contesto, mentre gli intransigenti cominciarono a perseguire fini di lotta essenzialmente politici, i cattolici che volevano difendere la libertà della chiesa e operare per la conquista della società si proponevano l’obiettivo di un accordo delle loro credenze religiose con le esigenze liberali e risorgimentali[3]. Questa corrente era molto vicina alle posizioni del gruppo francese di Lamennais, Lacordaire, Montalambert, De Fallux che mirava all’accordo della chiesa col progresso, con le nuove libertà che diventavano quindi mezzo per una riconquista cristiana della società e la cui accettazione mira[va] appunto a conquistare spazio e libertà per la chiesa da parte dell’istituzione statale[4].

In Italia dopo l’unità nazionale, la corrente del cattolicesimo liberale, sebbene ridotta a dimensioni più limitate, si distinse per una forma di spiritualità che raccoglieva motivi risorgimentali e neoguelfi[5]. Una corrente favorevole all’unità nazionale italiana era presente soprattutto nel basso clero e fra gli intellettuali cattolici, ed ebbe un esponente rappresentativo in Carlo Passaglia, che a Roma fondò i periodici Il mediatore(1862-1866) e La pace(1863-1864), e che nel 1862 aveva promosso la redazione di un Indirizzo del clero italiano a Pio IX, che poi venne sottoscritto da 8943 sacerdoti[6]. Contemporaneamente, a Milano esisteva una Società ecclesiastica di preti liberali. Il gruppo dei cattolici nazionali contava aderenti e simpatizzanti soprattutto nel centro-nord d’Italia, ma era diffuso anche al sud. Con il motto Cattolici con il papa, liberali con lo Statuto promuovevano l’adesione alle istituzioni dello Stato unitario e la partecipazione dei cattolici alla vita del Paese. Seguaci di Montalambert, che nel congresso di Malines del 1863 aveva invitato i cattolici d’Europa ad accettare le libertà dell’Italia moderna, espressero le loro proposte attraverso il periodico Annali cattolici(1863-1866), trasformato poi in Rivista universale e in Rassegna nazionale(1879)[7]. Posizioni analoghe venivano espresse anche dai periodici L’esaminatore(Firenze) e L’emancipatore cattolico(Napoli)[8]. All’interno di quel piccolo gruppo si tennero vive quelle aspirazioni al rinnovamento religioso che resero i suoi protagonisti eredi delle aspirazioni riformistiche, all’interno della chiesa, dei cattolici liberali del primo Ottocento"[9].

Del resto, gli avvenimenti degli anni 1859-60 che portarono all’unità d’Italia acuirono la crisi di coscienza di molti cattolici i quali, se da un lato guardarono a quei fatti come a qualcosa di miracoloso che permetteva alla chiesa un ritorno alla purezza primitiva e alla sua vocazione spirituale, sentivano dall’altro un attaccamento profondo a Santa Madre Chiesa e al successore di Pietro, e desideravano quindi che il pontefice non contrastasse il nuovo stato di cose. Pio IX invece aveva detto il non possumus, "reclamava le proprie terre e prospettava la caduta del nuovo regno"[10]. L’8 dicembre 1864 fu pubblicata l’enciclica Quanta cura unita al Sillabo o Sommario dei principali errori dell’età nostra. Nello stesso anno, a Milano si iniziò a pubblicare L’osservatore cattolico e a Bologna si organizzò il primo nucleo di Azione Cattolica: la Società cattolica italiana per la libertà della Chiesa in Italia. Questa fu fondata da un gruppo di cattolici che nel 1863 avevano partecipato al convegno cattolico di Malines e si erano opposti all’indicazione, che aveva dato Montalambert, di accettare, da parte dei cattolici, il metodo liberale e la democrazia. Con lo stesso orientamento, nel 1867 fu fondata a Bologna la Società della gioventù cattolica italiana ad opera di Mario Fani e di Alfonso e Francesco Malvezzi, della quale fu nominato come primo presidente Giovanni Acquaderni[11]. Il Concilio Vaticano I (8-12-1869–30-8-1870), anche per la sospensione avvenuta improvvisamente a causa della presa di Roma, non si occupò della riforma interna della chiesa, e con le costituzioni Dei Filius e Pastor Aeternus, contribuì decisamente à la victoire d’une ecclesiologie d’autorité au detriment d’une ecclesiologie de communion[12].

Nel maggio 1876 si verificò l’avvicendamento al governo della Sinistra, con Agostino Depretis. Nei rapporti con la Chiesa cattolica, come asseriva A.C. Jemolo, sebbene non fossero emersi grandi uomini di Stato, i gestori del governo riuscirono tuttavia ad ottenere l’effetto politico che si proponevano, cioè il mutamento dell’atteggiamento dei vescovi in senso filoistituzionale e filomoderato, che fra l’altro si concretizzò, nel 1877, nell’autorizzare i vescovi alla richiesta dell’exequatur da parte del Vaticano. Nell’ambito del diritto di famiglia la Sinistra tentò di introdurre due importanti riforme, pur non riuscendo nello scopo: l’introduzione del divorzio e l’obbligo di far precedere la celebrazione del matrimonio civile rispetto a quello religioso.

Al tempo in cui morì Pio IX, il 7 febbraio 1878, il Vaticano si trovava in una situazione di notevole isolamento internazionale: il Kulturkampf in Germania, la rottura dei rapporti diplomatici con la Russia, il raffreddamento delle relazioni con l’Austria, il rischio di un’ondata di laicismo in Francia dopo la vittoria dei repubblicani nelle elezioni del 1877 costituivano notevoli difficoltà per la politica estera pontificia. Per queste ragioni, fra i cardinali si delineò una tendenza verso l’inversione di rotta, la cui prima conseguenza fu l’elezione a papa del cardinale Gioacchino Pecci, che prese il nome di Leone XIII[13]. Con l’inizio di quel pontificato, all’interno del mondo cattolico italiano si formarono due correnti: una, maggioritaria, formata prevalentemente da borghesi, incline a integrarsi nella realtà unitaria con prospettive di arricchimento nel contesto dello sviluppo economico della nazione; la seconda, minoritaria, caratterizzata soprattutto dall’intransigentismo, ma anche da un’accentuata arretratezza culturale e politica[14]. Ma in genere la chiesa cattolica esercitava una grande influenza nella società italiana attraverso i molteplici legami esistenti fra le parrocchie e la popolazione delle campagne, in particolare fra i contadini.

Giacomo Martina così riassume le istanze del movimento dei cattolici liberali: raggiungimento di un accordo fra la chiesa e il mondo moderno, distinzione della chiesa dalla società civile, liberazione dai compromessi temporali, rispetto della coscienza personale. Il Martina puntualizza anche un limite evidente del movimento, che consisteva nel suo carattere borghese a motivo del quale non avvertiva l’urgenza del problema sociale[15].

La concezione dei cattolici liberali, secondo Martina, si può esprimere con le parole di Mons. Dupanloup riferite dal Montalambert: Vous avez fait la revolution de 1789 sans nous et malgré nous, mais pour nous, Dieu le voulant malgré vous[16]. Come osserva Francesco Malgeri, il movimento cattolico liberale è stato un momento di intensa e viva presenza cattolica nel quadro del dibattito risorgimentale, e lo scopo del suo impegno era l’idea di conciliare la fede, la religione con i risultati di un processo storico della società europea, giudicato ormai irreversibile. I cattolici liberali – osserva ancora Malgeri – appaiono dalla parte di chi ha afferrato il senso dei tempi nuovi, di chi ha colto il corso della storia, di chi ha un più moderno modello di convivenza tra autorità civile e autorità religiosa[17]. Tuttavia agli esponenti di quel movimento mancò il contatto, la presa, il consenso delle masse cattoliche e delle parrocchie, per cui rimasero "un movimento di élite che tendeva a collocarsi in assonanza con gli schemi politici propri del moderatismo e conservatorismo liberale"[18].

Molti di loro potevano ben riconoscersi nell’esortazione che A.Giuria rivolgeva ai cattolici del tempo in cui la Sinistra salì al potere: gli elettori cattolici vadano adesso a votare e ristabiliscano una Destra, sinceramente cristiana, monarchico-costituzionale, e conservatrice. Ormai

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