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La libertà del credente
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E-book375 pagine4 ore

La libertà del credente

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Info su questo ebook

Le domande ultime, che l’uomo da sempre si pone, chiedono di poter trovare risposte credibili che abbiamo delle implicazioni nel quotidiano scorrere dei giorni. Con un linguaggio accessibile a tutti, Giuseppe Zenti segue un itinerario che parte dalla questione dell’esistenza di Dio (provocata dall’incontro tra Zenti e Margherita Hack), passando per la domanda intorno all’uomo e al suo destino, per arrivare alla Chiesa attraverso la figura di san Pietro ed il commento dei Salmi e del Padre Nostro.
LinguaItaliano
Data di uscita25 feb 2014
ISBN9788865123270
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    Anteprima del libro

    La libertà del credente - Giuseppe Zenti

    31-32.

    Capitolo I

    Dov’è il tuo Dio?

    1.   Per una certezza culturale

    In seguito alla lettura di un mio articolo riportato sul quotidiano Arena di Verona, mi è stato chiesto di esplicitare le ragioni della certezza che nutro sul fatto che Dio c’è.

    In quell’articolo ho precisato che io ne sono certo, anche culturalmente, almeno per quindici argomentazioni, tra di loro così concatenate da costituire in definitiva una unica argomentazione. E potrei snocciolarle tutte di seguito.

    Preciso subito il senso del termine argomentazione. Non equivale a prova matematica. È invece il corrispondente di una serie di ragioni che rendono più plausibile una affermazione rispetto al suo contrario. Ciò vale in ogni campo della conoscenza umana, anche in quella scientifica, laddove non esiste la certezza incontrovertibile della matematica. Big Bang compreso: nessuno è in grado di farcene conoscere la realtà per evidenza e certezza matematica; ma le argomentazioni addotte sono più plausibili di quelle contrarie.

    In secondo luogo vorrei specificare il significato di certezza culturale. È la certezza che deriva dal principio della deduzione: poste alcune premesse certe, ne conseguono delle conclusioni fondate. Ciò vale persino nell’ambito dell’innamoramento: dal momento che sono certo di potermi fidare di una persona, da me conosciuta adeguatamente, ne consegue che posso affidarmi ad essa nell’impegno della coniugalità sponsale e mi sento culturalmente, cioè consequenzialmente, certo, della riuscita del nostro divenire coppia. Nonostante qualche possibile ombra.

    Se qualcuno avrà la pazienza di seguirmi su un tracciato da quindici tappe, almeno alla fine potrà controbattere con altrettante argomentazioni o dichiararsi convinto.

    Purtroppo sono costretto solo ad impostare le argomentazioni più che ad esplicitarle, esemplificandole convenientemente. Chi ne ha il coraggio, mi segua. Spero non soffra di vertigini.

    1.1.   Un solo io con tante dimensioni

    Interessante è il punto di partenza. Incontestabile da chiunque. Eccolo. L’unica conoscenza che io ho per evidenza, cioè per immediatezza, è la percezione del mio essere io. Io e nessun altro. Tutte le altre conoscenze, quella scientifica compresa, è mediata. Ora, per percezione intendo la conoscenza immediata dell’intero mio essere, come in un’autoistantanea. Così certa quale non mi è possibile per nessun’altra conoscenza. Anche se non mi vedo se non nello specchio. Io mi percepisco come un io dotato di risorse di varia natura: fisiche, intellettuali, volitive, psichiche, emozionali, sensitive, relazionali…

    Tutte comunque fanno riferimento al mio essere un soggetto. Io sono il soggetto unico di tutte le operazioni, svariatissime, che provengono da ogni dimensione del mio essere, dal camminare al ricordare: sono io che cammino, attraverso i miei piedi; sono io che ricordo, attraverso la mia memoria… Insomma, io mi percepisco un essere complesso e unitario. Un solo io con tante dimensioni.

    Mi è lecito pormi qualche domanda, dal momento che ne sono capace e che urge in me: sono questo io da me stesso o qualcun altro, che mi precede e trascende, mi ha costituito così come sono? Penso immediatamente ai miei genitori, ai quali non posso che essere riconoscente. Ma da soli non giustificano la complessità del mio essere io. Non tutto il mio io è riassumibile in loro. Io sono altro da loro, ma non per effetto di una mia scelta o una potenza nascosta in me. Sento pertanto dentro di me come un istinto che sospinge lo sguardo della mia ragione più oltre. E si incrocia con un interrogativo, vero e per me insopprimibile, che enuncio così: "Chi sta in definitiva all’origine di me? Chi è l’Arché di me stesso (per usare un termine tecnico greco)?". Del resto io mi percepisco come realtà non assoluta. Io non ho da me stesso l’origine permanente dell’intero mio essere. Non appena prendo i contatti con il mio io profondo, attraverso la coscienza, simultaneamente io mi percepisco come dipendente da una Realtà che ha tutte le caratteristiche per pormi in esistenza in modo così perfetto da fare del mio essere, complesso, un’opera d’arte. Non sono un prodotto del caos. Sono un cosmo, cioè ordine, armonia. Così mi riscontro: nel mio essere io, mi percepisco sostanzialmente coordinamento armonioso, anche se in tensione, tra fisicità, psiche, mente, volontà, relazione. Mi ritrovo ad essere così, ma non sono io all’origine dell’intera realtà del mio essere. Chi ne sta all’origine?

    Mi basta per ora aver posto l’interrogativo a me stesso. E poiché non intendo ingannare me, alla ricerca come sono della verità su me stesso, lascio a questo interrogativo il compito di suggermene la risposta. In definitiva: dal momento che esisto io, che non ci sia un Altro Io che mi sta alle spalle? Io mi percepisco così: non sospeso al vuoto, al nulla. Mi sento agganciato all’Assoluto! Forse qualche altro sta avendo la stessa percezione!

    1.2.   La natura non materiale cellulare

    Una seconda argomentazione. Mentre io mi percepisco come un essere, e un essere complesso, nella varietà delle mie dimensioni, ne colgo una che mi qualifica e che sta a soggetto vero di tutte le altre. Faccio riferimento alla mia dimensione non materiale cellulare. Che io sia anche materia cellulare, cioè corporeità, non esito a ribadirne la coscienza. Ma che tutto del mio essere sia materia cellulare non me la sento proprio di affermarlo.

    Al contrario, sempre dalla percezione che io ho di me stesso, e che nessuno può negare in quanto solo io posso dire che cosa percepisco io di me, mi percepisco come un essere che si impernia sul suo nucleo, per così dire atomico, che è dato da quelle profondità del mio essere, fondamento di tutto il mio essere e piattaforma che lo unifica, che nessuna ecografia, o strumentazione tecnologica, è e sarà in grado di vedere. Non perché è inesistente, ma perché è di natura diversa dalle cellule e dai loro processi biologici.

    In definitiva, la somma delle mie risorse fisiche non dà la totalità del mio essere io. Il mio essere soggetto di tutto il mio essere e operare non è di natura materiale. È di natura non materiale cellulare. Qualche cenno appena: io sono un soggetto capace di pensare, di volere, di essere libero e responsabile, di amare, dotato non solo di coscienza cognitiva, ma anche di coscienza morale.

    Ora, come è noto, la materia non è libera, capace cioè di coniugare pensiero e volontà in modo finalistico, ma è soggetta al determinismo delle leggi, non è responsabile, non è soggetto di amore, non ha autocoscienza e non è in grado di stabilire la positività del bene e la negatività del male. È oggetto, non soggetto. E poiché non sono intenzionato a convincere nessuno, ma semplicemente a rispondere agli interrogativi che mi sorgono, virulenti, in me stesso, me ne lascio raggiungere. Perché sono siffatto? Per effetto dell’evoluzione succeduta al Big Bang? O, essendo io un soggetto anche non materiale cellulare, sono ciò che sono per effetto di Uno mi ha posto nell’esistenza con questa qualifica, di essere non riassumibile dalla materia cellulare, che mi specifica da ogni altro essere, inanimato o animato? E che non sia Lui stesso di natura non materiale cellulare?

    1.3.   Le particelle e l’assoluto di razionalità

    Una terza argomentazione. Quando io esco da me stesso e dalla conoscenza che ho di me stesso, per evidenza, mi imbatto in realtà esterne a me che posso conoscere unicamente in modo mediato. Mai io riuscirò ad impossessarmi di esse nella totalità del loro esistere. Riuscirò a mala pena a conoscere qualche cosa di esse. Magari servendomi dell’apporto delle scienze. La scienza! Un mito certo. Ma se sta nel suo ambito è davvero provvidenziale.

    Dunque la scienza scruta il microcosmo e il macrocosmo. E scopre che tutto nell’universo è davvero soggetto ad una perfezione di leggi che ha del fantastico. E che ogni realtà, macro o micro, fino al micro impercettibile, è costituita da particelle tra loro così ben disposte che rivelano un assoluto di razionalità.

    Basterebbe, a titolo di esempio, considerare l’atomo, con il suo nucleo e particelle subnucleari e con i suoi elettroni! Quanta razionalità c’è? Eppure le realtà citate, e le migliaia e migliaia di altre che potremmo prendere come esemplificazione, non sono soggetto di razionalità: sono oggetto, cioè destinatarie di razionalità assoluta; non si sono fatte da sole con tanta razionalità; semplicemente si trovano ad essere perfetta razionalità.

    Mi viene spontanea la domanda: che non stia alla loro origine esistenziale una Razionalità Assoluta che le ha costituite così come sono, razionalità da cosmo, cioè da armonia, e non irrazionalità da caos? Evidentemente questa domanda non trova risposta nella scienza, che deve fermarsi ai dati constatati, ma nella capacità razionale del mio interrogarmi. Da uomo che pensa.

    1.4.   La forza che «move il sole e l’altre stelle»

    Una quarta argomentazione. Ricorriamo sempre alla scienza. Amica e alleata dell’uomo. La scienza constata che la realtà cosmica, micro e macro, situata nei cieli o sulla terra, non è solo assolutezza e perfezione di razionalità, ma si trova immersa in un flusso evolutivo che ha tutte le caratteristiche della finalizzazione. Per finalizzazione intendo un processo dinamico che partendo da una condizione di esistenza tende a raggiungere al suo intrinseco obiettivo. Ora, tendere all’obiettivo presuppone da un verso razionalità che prevede l’obiettivo verso cui tendere e risorse adeguate per portare a compimento il processo stesso.

    Tutto ciò non ha come origine la realtà in sé che si sta evoluzionando ed è protesa verso il suo compimento, ma le proviene da una razionalità e una forza ad essa esterna che ha progettato quella realtà in modo tale da prevedere tutto dell’evoluzione, come un autore di files. Insomma, il tutto fa pensare ad un Programmatore.

    Nel programma dell’universo in evoluzione tutto è previsto, tutto è diretto al suo fine. Così, il Big Bang è diretto alla costituzione del cosmo, della terra, delle piante, degli animali, dell’essere umano, maschio e femmina. Qual è questa forza? Chi è questa forza che «move il sole e l’altre stelle», per dirla con Dante? Tutto previsto nella natura (aria, acqua, montagne, stagioni, minerali, ecc.), nel metabolismo, nel processo di crescita dei viventi, ecc.

    Due soli esempi. È previsto che le due cellule che danno origine alla generazione di un figlio, al maschile e al femminile, abbiano ciascuna ventitre cromosomi e non quarantasei come tutte le altre, in modo che un figlio sia il papà e la mamma messi insieme! È prevista persino la natura del latte materno quando la madre deve allattare! Un prodigio di razionalità e di finalizzazione. Non è latte comune. È latte che prevede tutti gli ingredienti necessari per la crescita in salute di un figlio. E non dipende dalla volontà organizzatrice dell’amore materno. La madre se lo trova, purché si nutra.

    Comunque si voglia sottoporre alle strettoie del dubbio, la finalizzazione rimanda ad un Finalizzatore, che ne è il Programmatore!

    1.5.   L’organicità cosmica

    Dopo le prime quattro argomentazioni che mi rendono certo che Dio c’è, due estratte dalla percezione del mio essere io e due dalla conoscenza scientifica del reale esterno a me, cerco di tracciare il profilo di quattro argomentazioni che stanno sull’orizzonte della globalità.

    Anzitutto penso all’organicità cosmica in cui ogni realtà posta in esistenza si trova collocata. Tutto è davvero cosmo. Si può dire che l’insieme della realtà è un organismo tenuto in unità da una forza intrinseca a cui ogni parte obbedisce senza mai dissentire. Tutto è retto da leggi perfette, tra loro interdipendenti. Nessuna legge è in contrasto con le altre. Tutte concorrono al medesimo fine: fare dell’infinità delle realtà, nella svariatissima eterogeneità, un cosmo! Vi si sottrae soltanto l’uomo che, con la sua libertà male gestita, può scombinare l’equilibrio del suo rapporto con se stesso, con i suoi simili e con la natura, reintroducendo il caos, cioè il disordine, dove dovrebbe regnare l’ordine.

    Se dunque esiste organicità nel cosmo, in tutte le sue componenti, mi è lecito chiedermi: chi ne è l’Arché, cioè il principio originante, dal momento che tale organicità non è l’esito di un summit di confronto e di accordo fra tutti gli esseri esistenti? Essa deve essere l’effetto di una Mente coordinatrice e di una Volontà ordinatrice che trascende l’intero organismo.

    1.6.   Meticciato di razze umane

    Una seconda argomentazione nell’ambito dell’orizzonte della globalità. Mi riferisco al fatto che l’umanità forma, nella sua radice, una sola famiglia. Eterogenea di certo, ma non per questo meno unita da relazioni talmente strette che consentono persino il meticciato, benché sempre e solo attraverso un maschio e una femmina (e anche questo dato universale la dice lunga!).

    In altri termini, è possibile un connubio tra razze umane diverse per etnia, cultura, aspetti cromatici e somatici e la risultanza genetica è sempre quella di una persona umana che nella sua essenzialità partecipa del comune denominatore dell’essere appartenente al genere umano, mentre per le caratteristiche peculiari si colloca nella linea delle differenziazioni già segnate o anche nuove.

    Inoltre, in ogni tempo e luogo, ogni essere umano, qualunque ne sia il ceppo originario, porta inciso in sé i caratteri specifici dell’essere umano, dotato di mente, volontà, libertà, capacità di amare e di relazionarsi soggettivamente, oltre che di un volto simile, fattezze corporee simili, ecc. Le caratteristiche essenziali dell’essere umano appartengono, per generazione, ad ogni essere umano, anche se vengono esercitate in modalità diverse. Se pertanto l’umanità è di fatto un’unica famiglia, chi ne è l’Autore e, per così dire, il Padre comune?

    1.7.   Il senso religioso del genere umano

    Sempre in questo ambito, una terza argomentazione. Fa parte della storia del genere umano il senso religioso. Indipendentemente dalle popolazioni più o meno evolute. Magari il senso religioso stesso è inquinato da qualche elemento estraneo, ma lo si riscontra sostanzialmente in tutte le popolazioni, in tutte le civiltà.

    Si può discutere a lungo sulle espressioni concrete di religiosità che vanno sottoposte a discernimento e a critica storica, ma il fatto che comunque il senso religioso precede la riflessione critica che se ne può fare, significa che appartiene al genere umano in quanto tale e non entra nel paniere della mitologia. D’altra parte, il senso religioso non si riscontra nelle stratificazioni inferiori della vita, quella botanica e quella zoologica. Se ne deduce che l’umanità, nel suo insieme, salvo eccezioni, ha inciso nei cromosomi del proprio essere umano, il senso del Trascendente, dell’Assoluto cui tributare venerazione e adorazione.

    Mi viene da chiedere a me stesso: è possibile che l’umanità, da quella meno evoluta a quella più evoluta e colta come vedremo successivamente, si inganni proprio in questa dimensione del suo essere, come si trattasse di una sofisticazione introdotta (da chi?) di soppiatto? Non si tratta infatti di una mania di pochi fanatici, ma della convinzione di una umanità a livello di universalità.

    Dal senso religioso poi nasce quella comunicazione con il Trascendente che si definisce preghiera. È vero che talora la preghiera è fatta meccanicisticamente. Ma molte volte sgorga proprio dal cuore. E ci sono stati e ci sono ancor oggi fior di mistici! Se il Trascendente reale non esistesse, a chi si rivolgerebbero le preghiere degli oranti? Sarebbe unicamente un soliloquio? Interrogando i grandi oranti lo smentirebbero! Essi hanno avuto e hanno la netta percezione di rivolgere mente e cuore ad Uno che li trascende, dal quale, oltretutto, hanno coscienza di ricevere ispirazioni operative e forza soprannaturale per agire anche in mezzo ad un intreccio di difficoltà! Che non ci sia nessuno ad intercettare le preghiere vere? Lo può affermare solo chi non prega.

    1.8.   La coscienza etico-morale dell’umanità

    L’insieme dell’umanità, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, sia pur con accentuazioni diverse e con qualche zona di nebbia o di oscurità, manifesta una coscienza etico-morale. Si interroga cioè su ciò che è bene e su ciò che è male, non solo in riferimento a se stesso, come singolo, o alla propria famiglia, ma anche all’intera società nella sua dimensione planetaria. Il che significa che rimanda e si appella in definitiva al Trascendente come forma della bontà o meno del proprio agire, al Quale solo in ultima analisi sente il dovere di rispondere, come persona per bene e innocente o reo colpevole.

    Certo, a nessuno sfugge il fatto che proprio su questo fronte, estremo baluardo della civiltà che percorre le vie dettate dalla mappa divina incisa nel cuore di ogni persona, si stanno scatenando le più agguerrite e violente corazzate da parte della cultura imperante. Ma la coscienza è voce interiore. Non si lascia disarmare. È lì a dire, a sussurrare: eppure ci sono; sono dentro di te. Sarai felice solo se farai la pace con me, se mi lascerai essere la tua coscienza vigile, la difesa della tua dignità di uomo.

    Mi viene spontaneo chiedermi se la coscienza etico-morale riscontrabile a livello universale, come lampada che guida i passi della civiltà autentica, non trovi riferimento reale e non virtuale in Colui che sta all’origine del bene, come un agire conforme al suo progetto sull’uomo, e che sta a spartiacque del male, come un agire difforme dal suo progetto sull’uomo. E sta a fondamento e salvaguardia degli stessi ordinamenti giuridici!

    Per esplicitare ulteriormente: che qualità di vita ne sortisce senza Dio, inteso come il Trascendente da cui tutto dipende e a cui tutto confluisce? E che qualità di società ne deriva? Che senso di responsabilità nei confronti della collettività planetaria potrebbe maturare senza riferimento, almeno implicito, a Dio? I dati sottomano, sottoposti ad attenta analisi, fanno propendere ad una vita qualitativamente superiore e ad una società più strutturalmente civile, nel segno della organicità mondializzata, con riferimento, anche esplicito, a Dio. Negarne l’esistenza comprometterebbe, dunque, la qualità di vita civile del singolo e delle società, lesionandone la carica di futuro promettente.

    1.9.   L’Essere protagonista

    Una precisazione doverosa, per evitare ambiguità ed equivoci. Facendo esplicito riferimento alla Parola di Dio, altrimenti detta Bibbia o Sacra Scrittura, non intendo estrarre e ricavare argomentazioni sull’esistenza di Dio per il fatto in sé, cioè per il fatto che la Bibbia dà per scontato che Dio c’è, al punto che attribuisce all’empio la sua negazione: «L’empio dice in cuor suo: Dio non c’è», per fare cose abominevoli.¹ Allo stesso modo, facendo ricorso ad un libro o all’opera omnia di qualche autore ateo potrei dedurre che Dio non c’è. Passando in rassegna le tre argomentazioni si diluciderà la consistenza dell’argomentare sulla certezza dell’esistenza di Dio a partire dalla Bibbia.

    La Bibbia ha come protagonista – non il personaggio di un romanzo – un soggetto che in ultima analisi si identifica con Dio (denominato Eloim, Jawhé, Adonai), interamente rivolto verso la sua creazione, a Lui attribuita, e all’umanità, creata a sua immagine e somiglianza. Certo, la sua esistenza non è sottoposta al vaglio della critica filosofica. La Bibbia ne parla come di un soggetto protagonista in azione. Dentro la storia, pur nella sua assoluta Trascendenza, al punto che di Lui non si può ritrarre alcuna immagine.

    Articolo l’argomentazione nel modo seguente: se Dio non fosse un soggetto reale, ma fosse puramente un personaggio inventato o un essere mitologico, verrebbe meno il Protagonista della Bibbia, dalla quale risulta l’Essere reale per eccellenza, origine di ogni essere reale. Venendo poi a meno il Protagonista, che ne è riconosciuto al contempo l’ispiratore, l’intera Bibbia perderebbe il suo fondamento e si svuoterebbe di significato. Risulterebbe semplicemente come il complesso delle aspirazioni umane, la proiezione dei desideri degli uomini di tutti i tempi, destinati comunque a svaporarsi o ad implodere come una bolla di sapone.

    Ora, chiunque ha una certa familiarità con la Parola di Dio sa di trovarvi la sua migliore interprete, l’interprete sublime della complessità del suo essere mistero e travaglio. Insomma è proprio il Libro che fa per lui, che fa per ogni uomo, in quanto svela all’uomo di tutti i tempi la sua altissima dignità, gli illumina le profondità del suo essere, altrimenti indecifrabile, lo indirizza su una qualità di vita che lo inserisce nel circuito di relazioni sociali civili ad alta quotazione. Insomma, è la risposta alla sua ricerca di Verità. Se il protagonista, Dio, che dà consistenza di Verità all’intera Bibbia, fosse solo un mito, l’ispirazione ad Essa sarebbe solo una illusione, incapace di apportare Verità.

    Una ulteriore precisazione: la Bibbia è un tutto organico, dal primo all’ultimo libro. Un insieme di volumi, articolati tra di loro, scritti nell’arco di un millennio! Tutti convergenti sul medesimo Protagonista, senza contraddizioni. Ognuno con caratteristiche proprie; mai dialettiche, sempre complementari. Negare l’esistenza reale del suo Protagonista farebbe cancellare l’intera Bibbia e la destinerebbe ad essere la più diabolica delle macchinazioni della menzogna. La Bibbia, che dà per certa e incontestabile l’esistenza di Dio, sarebbe la più diabolica truffa ordita ai danni dell’uomo credulone! Ovviamente, questa conclusione contrasta nettamente con l’insieme dei suoi contenuti, altamente ve -ritativi, come studiosi attendibili affermano, rispondenti esattamente alle istanze dell’uomo, di cui decodificano il mistero.

    Insomma, che Dio ci sia o non ci sia, agli effetti della veridicità della Bibbia fa la differenza. Ed è certo che per la Bibbia Dio è un Essere reale; è l’Essere!

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