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Omeopatia: Conoscersi, curarsi, guarire

Omeopatia: Conoscersi, curarsi, guarire

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Omeopatia: Conoscersi, curarsi, guarire

Lunghezza:
292 pagine
3 ore
Pubblicato:
14 feb 2014
ISBN:
9788863652345
Formato:
Libro

Descrizione

Questo libro colma un’esigenza fondamentale di chi si cura con l’Omeopatia: disporre di un testo capace di illustrare le caratteristiche di base della scienza omeopatica, in maniera semplice, completa e comprensibile a qualunque lettore.
Questo libro si rivolge a tutti coloro che intendono utilizzare la Medicina Omeopatica per guarire i propri malesseri fisici ed emozionali. È una guida per
conoscere ed esprimere i propri sintomi.
Conoscenza che porta a diventare protagonisti del proprio processo di guarigione e consente una migliore collaborazione col medico omeopatico.
L’autore sviluppa una visione rigorosa ed umana dell’Ome opatia, nella quale si restituisce al medico il compito di orientare il paziente nel percorso curativo e al paziente quello di prendere in carico la propria salute con consapevolezza, nel comune obiettivo di vivere bene e a lungo, nell’attuazione della più piena libertà interiore.
Pubblicato:
14 feb 2014
ISBN:
9788863652345
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Omeopatia - Salvatore Coco

amici.

OMEOPATIA

Una scienza per l’uomo

LA GRANDE SCOPERTA DI SAMUEL HAHNEMANN

Ogni cosa che esiste è stata costruita o creata e spesso l’Energia Creatrice si serve di noi uomini, che diventiamo, nel bene e nel male, cocreatori della realtà.

L’Omeopatia, in particolare, è stata scoperta o creata da un uomo straordinario, Samuel Hahnemann.

Egli nacque il 10 aprile 1755 a Meissen in Sassonia, una regione della Germania e morì a Parigi il 2 luglio 1843. La sua famiglia era povera. Il padre decorava porcellane. Hahnemann poté proseguire gli studi solo grazie alla benevolenza dei suoi insegnanti che colpiti dalle doti eccezionali del loro allievo, non accettarono alcun pagamento per la sua istruzione. Così nel 1779 riuscì a laurearsi in Medicina. Oltre ad essere un medico eccezionale, Hahnemann era appassionato di filologia e conosceva molte lingue. Conosceva il tedesco, il greco, il latino, l’inglese, il francese, il russo, l’ebraico, il siriano, l’arabo, lo spagnolo.

Era, inoltre, un abile chimico ed esperto in farmacia. Dopo aver conseguito la laurea in Medicina esercitò per qualche tempo la professione medica, ma rimase profondamente deluso dalle pratiche mediche del suo tempo. Visse persino momenti di disperazione quando i suoi figli si ammalarono ed egli si rese conto che non sapeva cosa fare per poterli guarire, essendo la medicina del suo tempo soltanto un’accozzaglia di pratiche empiriche. Il suo stato d’animo lo portò ad abbandonare l’attività medica riducendosi, così, in povertà.

Per mantenere la sua numerosa famiglia si dedicò al lavoro di traduttore. Tradusse, infatti, numerose opere di chimica, farmacologia, tossicologia, medicina, soprattutto dall’inglese, dal francese e dall’italiano. Traducendo il libro Materia Medica di Cullen, chimico all’epoca molto apprezzato, fu sorpreso dal fatto che alcuni operai che lavoravano la scorza dell’albero della China venivano colpiti da febbre molto simile a quella della malaria (ancora oggi il chinino è utilizzato per curare la malaria).

Il fatto apparentemente paradossale che una sostanza curi una malattia producendo sintomi simili alla stessa, lo colpì a tal punto che decise di sperimentare su se stesso la scorza di China. Con questa sperimentazione sviluppò egli stesso una febbre simil-malarica.

Questo esperimento lo portò a fare delle ipotesi sulla relazione che deve esistere tra la malattia ed il medicamento che la cura. Si chiese: la China produce dunque gli stessi sintomi che elimina? Produce e cura la malaria in uguale misura?

Da queste domande partì la sua sperimentazione delle sostanze che venivano usate in medicina ai suoi tempi, al fine di comprendere realmente la loro azione. Egli non si limitò a copiare, prendendo per buono ciò che era scritto sui libri, ma volle verificare tutto di persona, dato che era convinto che le malattie venivano combattute da agenti capaci di provocare, nella sperimentazione, affezioni simili. Dopo anni di verifica del nuovo metodo terapeutico, basato sulla similitudine (Similia Similibus Curentur), pubblicò quella che ancora oggi è considerata l’opera basilare dell’Omeopatia: Organon dell’arte del guarire.

Questo manuale contiene un’esposizione completa delle sue scoperte sul processo di guarigione e descrive, attraverso l’uso di aforismi, le leggi dell’Omeopatia e le sue modalità di applicazione. Fornisce, inoltre, indicazioni complete ed accurate sulla preparazione omeopatica dei rimedi, dà istruzioni complete per eseguire le sperimentazioni, definisce la giusta grandezza della dose, spiega perché le piccole dosi omeopatiche possono condurre verso una guarigione dolce, rapida e duratura. Di questo libro ne furono stampate ben sei edizioni, di cui l’ultima pubblicata postuma dopo la sua morte.

La sua pubblicazione segnò l’inizio di violente ostilità contro Hahnemann. Egli aveva osato schierarsi contro antiche tradizioni, aveva dimostrato che la comune pratica medica si basava su nozioni empiriche, aveva smascherato le falsità e le incoerenze della classe medica e aveva evidenziato gli errori e l’ignoranza di molti farmacisti. La dottrina di Hahnemann si dimostrò rapidamente superiore alla vecchia scuola di medicina nella cura di molte malattie prima considerate inguaribili. Le sue nuove ricerche minacciavano pesantemente gli interessi economici dei medici e dei farmacisti. Soprattutto questi ultimi erano molto preoccupati, sia perché i principi di Hahnemann ponevano al centro l’uomo, come unità di corpo e mente e conducevano alla prescrizione di un unico medicamento per ogni individuo, sia perchè Hahnemann, non fidandosi delle preparazioni degli stessi farmacisti, componeva personalmente i rimedi omeopatici da somministrare ai suoi pazienti.

Più l’Omeopatia si diffondeva e più Hahnemann era bersaglio di persecuzioni, anche legali, soprattutto da parte dei farmacisti che premevano perché l’Omeopatia fosse vietata. Più volte, infatti, Hahnemann fu costretto a cambiare città o regione. Ma, nonostante le misure repressive che, sebbene in modo più sotterraneo, continuano ancora oggi, l’Omeopatia si è sviluppata e diffusa sempre più in tutto il mondo.

Attualmente può vantare una straordinaria vitalità, i suoi principi sono in assoluta concordanza con le ricerche e le teorie mediche più avanzate e sicuramente rappresenta una spina nel fianco degli enormi interessi economici delle case farmaceutiche.

I PRINCIPI DELL’OMEOPATIA

La medicina omeopatica è una medicina vitalista, perché considera l’uomo non come un semplice aggregato di parti materiali, ma come un insieme di materia ed energie meccaniche, termiche, elettromagnetiche, biochimiche, psicologiche e spirituali. La risultante di queste energie costituisce il Dinamismo Vitale che anima l’uomo, sia in salute che in malattia, e che differenzia l’essere vivente dall’essere inanimato. Quando questo Dinamismo Vitale regge in maniera armonica i vari organi ed apparati, si ha lo stato di salute; quando, invece, l’energia di questo Dinamismo Vitale è perturbata, si manifestano una serie di sintomi che noi chiamiamo malattie, i quali possono assumere la forma acuta (malattie acute) o la forma cronica (malattie croniche).

Questa concezione è espressa in maniera poetica dallo scrittore cinese Lin Yu Tang:

Io per me penso, da un punto di vista biologico, che la vita umana possa leggersi quasi come un poema. Ha un proprio ritmo e un proprio battito; ha i suoi cicli interni di crescita e decadenza. Comincia con l’innocente infanzia; prosegue con l’impacciata adolescenza, coi suoi goffi tentativi di adattamento alla società matura, con le sue passioni giovanili e le sue follie, i suoi idealismi ed ambizioni; raggiunge poi una maturità di attività intense, approfittando dell’esperienza e della migliore conoscenza della società e della umana natura; sopravviene nell’età media un leggero abbassamento di tensione, un addolcimento del carattere, simile al maturarsi di un frutto o all’addolcirsi di un buon vino, e l’acquisto graduale di una più tollerante, più cinica e, in pari tempo più cordiale, visione della vita; poi, al tramonto dell’esistenza, le ghiandole endocrine diminuiscono di attività, e, se abbiamo una vera filosofia della vecchiaia e abbiamo ordinato il nostro tenore di vita a questo fine, comincia per noi l’età della pace, della sicurezza, dell’ozio, dell’appagamento; finalmente la vita si spegne e scendiamo nel sonno eterno per non risvegliarci mai più. Bisogna saper sentire la bellezza di questo ritmo di vita, per apprezzare, come facciamo per le grandi sinfonie, il suo tema principale, i suoi contrastanti sviluppi, la sua finale risoluzione. I movimenti sono su per giù gli stessi in ogni vita normale, ma la musica deve esser fornita dall’individuo stesso. In certe anime la nota discordante si fa sempre più aspra fino a soverchiare e sommergere la melodia principale. A volte la nota discordante acquista tanto potere che la musica non può più continuare e l’individuo si sopprime con una pistola o si getta in un fiume. Ma ciò avviene perché il suo tema principale è stato definitivamente oscurato dalla mancanza di una buona autoeducazione. Altrimenti la vita umana normale scorre verso la sua fine normale con una specie di dignitoso moto processionale. Ci sono, a volte, in molti di noi, troppi ‘staccato’ o troppi ‘impetuoso’, e, dato che il tempo è sbagliato, la musica non piace all’orecchio. Tocca a noi avvicinarci ogn’or più al grande ritmo, al tempo maestoso del Gange che fluisce lento ed eterno verso il mare. Nessuno può dire che una vita con infanzia, maturità e vecchiaia, non sia una bella istituzione. Il giorno ha il suo mattino, il suo meriggio e il suo tramonto; l’anno le sue stagioni, ed è bene che sia così. Non vi è nella vita male e bene, all’infuori di ciò che è bene secondo la propria stagione. E se noi accettiamo questa visione biologica della vita e cerchiamo di vivere in armonia con le stagioni, solo un pazzo vanitoso o un impossibile idealista potrebbero negare che la vita umana non possa essere vissuta come un poema.¹

Ma ogni grande poema che si rispetti ha, di solito, una conclusione sublime. Ed ecco che ci scontriamo con il tabù della morte. La morte rappresenta per molti la paura più grande. Si fa di tutto per nasconderne la presenza, per scacciarne il pensiero. Viviamo, allora, come se la morte non ci fosse, come se fosse un problema degli altri e non il nostro, come se essa fosse in un tempo talmente lontano che quasi non arriverà mai. Eppure essa fa parte della nostra realtà, la realtà dell’impermanenza della nostra vita, che è destinata a finire. Come cambierebbe la nostra vita se sapessimo che è limitata a poco tempo? Resteremmo a fare quello che facciamo abitualmente, come se fossimo eterni, o qualcosa cambierebbe? Ci faremmo prendere dalla disperazione al pensiero della morte imminente o vivremmo intensamente il tempo che ci rimane?

Uno degli episodi più significativi della mia esperienza di medico è successo tanti anni fa, quando ero all’inizio della mia carriera:

Visitai un medico che aveva un tumore diffuso e, esaminando le sue radiografie, mi sembrò impossibile che fosse ancora in vita, dato che rimanevano solo pochi centimetri di polmone libero dal tumore. Quello che, tuttavia, lo affliggeva di più era un dolore insopportabile all’anca, dovuto ad una metastasi alla testa del femore. Questo dolore era per lui come un chiodo conficcato nella carne viva. Per alleviare la sua sofferenza, gli venivano somministrate ogni giorno diverse fiale di Talvin e altri analgesici. Le sue dita erano gonfie come bacchette di tamburo, a causa della mancanza di ossigenazione. Sembrava che gli restasse veramente poco tempo da vivere. Ebbi la fortuna di comprendere quale fosse il rimedio omeopatico che poteva aiutarlo. Gli somministrai Nitricum acidum 6CH. Cominciò a stare meglio, fino al punto di non sentire più dolore e così sospese gli analgesici. Lo avevo visitato nel mese di aprile ed il suo benessere durò nei tre mesi successivi. Nel mese di agosto decise di andare nella regione di origine di sua moglie perché desiderava rivedere i luoghi dove avevano vissuto i primi anni del loro amore. Una settimana dopo il suo ritorno, disse ai figli e ai nipoti di voler vivere bene, insieme a loro, quella giornata, sentendo che la stessa sera sarebbe morto. I suoi figli mi raccontarono che in seguito quella giornata era stata per loro il tempo più intenso che avevano vissuto con il padre. In effetti quella stessa sera egli morì. Per i figli, però, non era morto, sentivano la sua presenza dentro il proprio cuore. La morte del genitore non era stata un dolore, ma la loro più forte esperienza emozionale.

Questa esperienza è rimasta dentro me e quando qualcuno mi confida che una persona cara sta per morire emerge quel ricordo e sento di suggerire: Vivi intensamente con lei questo momento perché non ritornerà mai più. Esprimi tutto quello che hai nel tuo cuore. Festeggia perché è ancora con te, senza farti prendere dal dolore al pensiero del distacco imminente.

Durante la conversazione con una amica, molto addolorata dalle condizioni di salute della madre (malata terminale di cancro), ho suggerito anche a lei di vivere intensamente il momento presente. L’ho rivista dopo un mese. Mia madre è morta – mi disse – ma l’ultimo mese è stato il più bello della nostra vita insieme.

Non tutti sono però in grado di recepire queste parole:

Venni interpellato da una donna che avevo curato tanti anni prima. Era ricoverata in una clinica perché stava male ed io la visitai. I parenti mi avevano già spiegato che aveva un cancro in fase terminale di cui lei non era informata e che non doveva sapere nulla. Era veramente una situazione paradossale. Tutti i membri della famiglia erano profondamente afflitti e l’ammalata cercava di confortarli rassicurandoli sul fatto che sarebbe presto guarita. Cercai, con molta discrezione, evitando, naturalmente, di parlarle del cancro, di convincere la paziente a vivere intensamente quei momenti della sua vita, esprimendo i suoi desideri e manifestando il suo amore per i suoi cari. Quando uscii dalla stanza, nel corridoio della clinica i familiari mi aggredirono e mi insultarono perché convinti che il mio colloquio con lei avesse potuto indurla ad intuire la sua morte imminente.

In questa grande sinfonia rappresentata dalla vita umana esistono delle note discordanti che possono toglierle la bellezza e la gioia, trasformandole in dolore e malattia. Note espresse da ciascuno in maniera diversa poiché legate al suo patrimonio genetico e a tutte le vicissitudini emozionali, psichiche, traumatiche, tossiche, microbiche e virali, vissute dalla persona. Non bisogna poi trascurare tutte le variabili legate alla razza, all’educazione, al clima, all’alimentazione. Tutte insieme rendono ogni individuo un pezzo unico, un fenomeno irripetibile.

Per questo motivo, anche la patologia nell’essere umano si manifesta in modo assolutamente individuale, fatta eccezione per le malattie epidemiche, che presentano parecchie similitudini nell’espressione della sintomatologia.

Storicamente le malattie sono state inquadrate come se fossero delle identità ben caratterizzate. A ognuna di esse è stato attribuito un nome. Tutti gli sforzi sono stati orientati verso la definizione della natura, dell’origine, dell’evoluzione e del termine di ogni malattia. Per procedere alla classificazione, sono stati assemblati i sintomi generali e comuni presentati dagli ammalati, con esclusione proprio dei sintomi personali, individuali, emozionali e mentali, che sfuggono ad ogni inquadramento. Eppure, questa parte della sintomatologia è indicativa del modo in cui la patologia è manifestata dai centri superiori neurologici e psichici che, come è noto, hanno una funzione direttiva di tutto l’organismo.

L’Omeopatia, invece, sviluppa una clinica individuale perché integra, in ogni singola situazione patologica, i sintomi generali e comuni (che possono collegarsi ad una malattia già denominata) con i sintomi individuali, sensoriali e psichici. Cosicché, anche una forma patologica indicata con nome ben definito (per esempio: cefalea, ulcera duodenale, broncopolmonite, ecc.) presenta differenze notevoli tra un ammalato ed un altro.

Visitai due malati che presentavano uno stato febbrile elevato.

Il primo era agitato, ansioso, convinto di dover morire presto. Era irritabile, in preda ad una grande eccitazione nervosa, aveva sensazioni di formicolio ed intorpidimento nelle dita, respirava in modo accelerato, lamentava oppressione al petto. La sua febbre alta non era accompagnata da sudorazione e aveva bisogno continuo di bere acqua fredda. In base ai sintomi presentati, gli prescrissi Aconitum napellus, una pianta che, nella sperimentazione, ha dato sintomi simili a quelli prima descritti, lamentati dal soggetto malato. Aconitum risolse velocemente questo stato di malattia.

Anche il secondo malato presentava uno stato di febbre molto elevata, ma era completamente intorpidito, sonnolento e quasi incosciente; aveva la faccia rossa, gli occhi iniettati con le pupille quasi puntiformi. La sua pelle era coperta di sudore caldo. Gli prescrissi Opium, una preparazione omeopatica estratta dal Papaver somniferum. Anche in tal caso la prescrizione risolse velocemente lo stato febbrile.

Se fossero stati curati in maniera convenzionale avrebbero ricevuto entrambi la stessa terapia, costituita da antibiotici e antifebbrili, nonostante la netta differenza esistente tra i due soggetti malati. Differenza che viene, invece, valorizzata nella clinica omeopatica la quale si fonda, come già spiegato, sulla prescrizione terapeutica individualizzata.

In ciascuno di noi il dinamismo vitale si altera, in maniera peculiare, in quanto ogni persona ha il suo modo di vivere ed esprimere il proprio essere ammalato. Sono questi i presupposti dell’Omeopatia, che confluiscono nel principio della Individualità Morbosa. Ognuno di noi è un individuo con caratteristiche uniche ed irripetibili. Anche il nostro modo di ammalarci, pur avendo delle caratteristiche comuni a quello degli altri, ha caratteristiche assolutamente uniche.

Un altro fondamentale principio dell’Omeopatia è quello di riconoscere la capacità di autoguarigione presente in ogni individuo. In ogni essere vivente, infatti, è presente una tendenza all’autoconservazione, che gli consente di reagire agli stimoli negativi con una serie di meccanismi di riparazione idonei a garantirne la sopravvivenza. Tra gli esempi di meccanismi che la natura mette in atto per la conservazione della salute sono compresi: la risposta immunitaria alle infezioni batteriche; la diarrea dopo aver mangiato cibi avariati; i processi riparativi delle ferite; i gesti automatici che il corpo fa quando cade; la tosse che permette l’espulsione di mucosità; i sintomi di combustione (febbre); i sintomi di eliminazione (sudori, vomito, diarrea). Queste reazioni di difesa naturale trovano la loro origine nelle forze vitali medicatrici e, solitamente, si osservano nel corso degli stati morbosi. Il medico non deve mai dimenticare che: lui somministra le medicine, ma è la natura che guarisce. La natura è il medico dei morbi ovvero Natura Morborum Medicatrix.

La terapia medica non deve essere volta a sopprimere i sintomi che esprimono lo sforzo curativo, ma deve aiutare le capacità intrinseche di guarigione, presenti in ogni organismo.

Quando il nostro principio vitale subisce delle aggressioni dannose per la vita, si difende. Il segno di questa lotta per la conservazione della vita è rappresentato proprio dai sintomi. Questi sono legati all’efficienza del processo difensivo e alla forza dell’agente patogeno. Se il meccanismo difensivo è abbastanza efficiente,

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