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L'italiano lingua in tilt
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E-book265 pagine4 ore

L'italiano lingua in tilt

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“Perché dire ‘Spending review’ invece di revisione della spesa?” “Suona bene, suona male?” Per quali strani meccanismi la mania esterofila linguistica si è spinta al punto da introdurre nella nostra lingua una caterva di parole, parolette, frasette angloamericane, mal capite, mal pronunciate ed oltretutto estranee alla musicalità dell’italiano? Può esser vero che il caos della lingua italiana sia una forma di ricchezza. Un caos spiegabilissimo, data la storia, la geografia e altro ancora. Bisogna, nella lingua viva, accettare le inevitabili adozioni di parole straniere, adattandole, se possibile, al nostro contesto linguistico, ma evitando il ridicolo degli “anglo-americanismi” da strapazzo che complicano la lingua ed esigono da chi legge, scrive e, soprattutto, sente, uno sforzo continuo in gran parte sterile. Un inutile scimmiottamento della parlata anglo-americana, un triste fenomeno da adoratori dei feticci alla moda, indegno di un popolo che dispone di immense ricchezze culturali e tra queste la lingua che fu, tra gli altri, di Dante e di Manzoni.
LinguaItaliano
Data di uscita5 feb 2015
ISBN9788897060314
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    Anteprima del libro

    L'italiano lingua in tilt - Claudio Antonelli

    pregiano..."

    ​INTRODUZIONE

    Attraverso le voci (poste in ordine alfabetico) di questo lessico fantasioso, intendo farvi parte di certe mie riflessioni sulla lingua e sulla comunicazione: parole, voci, gesti, immagini... In particolare, in questo mio libretto esamino il carattere un po’ caotico della lingua italiana, che è all’immagine degli Italiani stessi. Prendo a bersaglio, inoltre, la mania esterofila linguistica, così diffusa nella penisola, la quale ha come effetto di rattrappire e impoverire il vocabolario nostrano attraverso l’introduzione nella nostra lingua di una caterva di parole, parolette, frasette anglo-americane, mal capite, mal pronunciate ed oltretutto estranee alla musicalità dell’italiano. Eppure la tradizionale regola aurea della lingua italiana sembra essere, da sempre, l’eufonia ossia l’armonia dei suoni. Suona bene, suona male? è la domanda implicita fondamentale che il parlante o lo scrivente italiano si pone. La preoccupazione del suona bene dovrebbe oltretutto spingere i linguisti ad adottare Itagliani al posto di Italiani, visto che moltissimi Itagliani pronunciano questa parola proprio così: con una g prima dell’elle. Ma gli Itagliani, alias Italians, non avvertono il grottesco di questo fenomeno di scimmiottamento ad oltranza della lingua anglo-americana.

    Talvolta il mio discorso passa dalla grammatica al tema più ampio dell’identità nazionale, di cui la lingua è, in fondo, una bandiera. Non troppo onorata, come vedremo...

    Qualcuno potrebbe trovare strano che io tratti temi di lingua non essendo un linguista. Lo faccio perché sono temi che mi appassionano, e su di essi rifletto spesso, grazie anche al quotidiano termine di paragone che mi viene fornito dalla lingua inglese e da quella francese, vivendo io in Québec.

    In questo mio libretto vi dirò cose ovvie. Infatti voglio proprio mettere in evidenza l’ovvio. Quell’ovvio che in fondo non è poi così ovvio se proprio vogliamo, dato che non tutti lo vedono. Qualcuno mi dirà che il caos della lingua italiana, che io critico, è invece una forma di ricchezza. Certamente è un caos spiegabilissimo, data la storia, la geografia e che so altro ancora. C’è sempre la spiegazione di questo o quell’uso in una lingua. Io voglio mettere in evidenza l’incertezza costante, le infinite varianti, le parolette e le frasette da addetti ai lavori, e gli anglo-americanismi da strapazzo, che complicano la lingua ed esigono da noi, che leggiamo e scriviamo, uno sforzo continuo in gran parte sterile. È soprattutto lo scimmiottamento della parlata anglo-americana a mandarmi in bestia. Bisogna essere, sì, per la lingua viva e accettare quindi le inevitabili adozioni di parole straniere, adattandole se possibile al nostro contesto linguistico, anche se a tutta prima certi adattamenti possono apparire non troppo convincenti perché l’orecchio non vi si è ancora fatto. Ma è stupido autolesionismo linguistico sostituire con esse termini italiani perfettamente validi. Oltre al ridicolo della cosa, è da rilevare l’effetto d’impoverimento che queste imitazioni hanno sulla lingua italiana in cui tante parole sono rimpiazzate dalla paroletta americana mal pronunciata e qualche volta anche mal scritta. Ciò avviene perché gli Italiani sono dei gran adoratori del feticcio della moda (ed amano salire sul carro dei vincitori, dei più forti, più belli, più moderni...). A chi vive all’estero questo scimmiottamento italiano della lingua inglese appare ancora più ridicolo a causa della particolare sensibilità che una vita in casa altrui ha saputo dare a noi espatriati.

    Dicevo che pochi avvertono in Italia il ridicolo di questo triste fenomeno. Noi siamo un popolo per il quale le mode, lo spirito d’imitazione e, purtroppo, anche il servilismo sembrano ormai far parte del DNA nazionale.

    A

    A= ACROBAZIA

    LE ACROBAZIE IMITATIVE DEGLI ITALIANI

    La lingua italiana ormai è infarcita di parole inglesi. Parole inutili quando soppiantano un validissimo termine italiano, e spesso anche ridicole perché mal pronunciate o perché usate in senso improprio. Il che è quasi la regola. Gli esempi abbondano. All’unanimità i giornalisti si sono riferiti all’autista di Renzo Bossi, che agiva anche come suo accompagnatore e guardia del corpo, con il termine bodyguard. Anche le guardie del corpo del presidente della Repubblica italiana sono ormai per tutti I bodyguard del presidente. Evidentemente le guardie del corpo e guardaspalle, di autarchica memoria, hanno ricevuto sul campo una promozione linguistica conferente loro i lustrini di Hollywood.

    E al pari delle guardie del corpo anche gli uccisori, gli assassini e gli omicidi hanno tirato da tempo le cuoia nella penisola. La stampa italiana riferendosi al processo del pluriomicida norvegese Anders Breivik ha titolato: Il killer alla sbarra. E, ugualmente, non un solo giornale italiano ha chiamato uccisore oppure assassino o omicida, Mohamed Merah, autore della strage di Tolosa. Tutti lo hanno chiamato killer. In Francia, invece, rispettando il vocabolario nazionale, ci si è riferiti a Mohamed Merah con il termine tueur (=uccisore): Le tueur abattu par la police, Le tueur de Toulouse enterré aujourd’hui. Ma tutti noi sappiamo che i Francesi hanno addirittura un organismo di sorveglianza il cui compito è la difesa della lingua nazionale. Inutile dire che questo zelo nazionalista anzi sciovinista dei Francesi (i nostri cugini che ci somigliano così poco) fa scompisciare dalle risa gli abitanti della penisola…

    Badge è un altro dei tanti vocaboli anglo-americani usati oggigiorno con voluttà dagli Italiani, ma che disorientano e ingannano chiunque conosca seriamente l’inglese. Infatti, il badge italiano non ha il significato che questo termine ha negli Usa o in Inghilterra, ossia per gli Italiani non è il distintivo, l’emblema identificativo e non è neppure il badge d’onore. Con la parola badge s’identifica invece, nella penisola, il cartellino che si timbra o si timbrava al lavoro; ovvero la tessera plastificata (scheda d’identificazione elettronica o lasciapassare magnetico) che permette l’accesso fisico ai locali di lavoro. In Italia, quindi, non si marca, non si timbra più il cartellino, non si inserisce la scheda identificativa, si striscia invece il badge. E nello strisciare gli Italiani sono maestri... Dai giornali: L’indagato si recava al lavoro soltanto per strisciare il badge nei dispositivi di rilevazione elettronica delle presenze assentandosi poi per tutto il turno di lavoro. E ancora: Marcavano il badge e poi se ne andavano via dagli uffici comunali durante l’orario di lavoro.

    Il tema da me trattato, ossia le grottesche acrobazie imitative degli Italiani in relazione alla lingua nazionale, non sarà ritenuto da molti degno di considerazione. E sarà inutile far valere che la lingua è una sorta di bandiera e va difesa, dato che molti di loro si considerano cittadini del mondo, e la bandiera italiana se la mettono in quel posto (vedi Bossi).

    Cosa volete, l’opportunismo è parte inscindibile del DNA italiano. Del resto, come appare chiaro anche consultando le carte geografiche dell’Antica cartografia d’Italia, attualmente esposte alla Casa d’Italia di Montréal, l’Italia, impero romano a parte, per gran parte della sua storia è stata dominata dallo straniero.

    A= AEROMOBILE

    -AEROMOBILE E VELIVOLO

    L’avrete notato anche voi: i termini aereo e aeroplano cessano di essere usati non appena si mette piede in un aeroporto, chiedo scusa in un’aerostazione, dove l’aereo diviene istantaneamente aeromobile o anche si trasforma dannunzianamente in velivolo.

    I mass media si compiacciono di usare aeromobile e velivolo al posto di aereo, aeroplano, apparecchio. L’impatto dell’aeromobile è avvenuto un minuto dopo il decollo dall’aeroporto, leggo in un quotidiano. Ed ancora: L’atterraggio di emergenza e l’inchiesta aperta hanno indotto ieri la società Atr a scendere in campo a difesa dei suoi vettori.

    Vettore è anch’esso usato con larghezza dagli addetti ai lavori perché fa molto più serio e ufficiale di aeroplano e aereo, termini giudicati troppo semplici, quasi infantili. E così il pubblico si adegua. Ho acquistato un volo di linea andata e ritorno Verona-Napoli e ho volato ambedue le volte con un velivolo di una compagnia straniera. I voli da me acquistati dovevano essere effettuati da aeromobili di Alitalia oppure di Alpi Eagles, si lamenta un lettore nella rubrica delle lettere al giornale, denunciando il disservizio subìto a bordo di un aereo, chiedo scusa: di un aeromobile.

    Un qualcosa di simile succede alla parola ospedale che spesso deve cedere il posto letto, nelle pagine dei giornali, a nosocomio, che a me ricorda tanto il defunto manicomio. L’importante, insomma, è che il discorso non sia troppo chiaro e che il burocratese occupi il posto che gli spetta…

    A= AMERICANO

    -TU VUO’ FA’ L’AMERICANO...

    Parla sei lingue il sito web della Campania, annuncia il quotidiano napoletano Il Mattino. Se il portale della Campania è in sei lingue, è giocoforza constatare che Il Mattino stesso è redatto in due lingue base: l’italiano e l’inglese. Il Mattino, infatti, al pari degli altri giornali italiani ignora i termini assassino, sicario, omicida. Su tutti trionfa il killer. E quando i killer sparano, è inutile dire che il traffico di Napoli, già caotico, va in tilt.

    A Napoli vi sono strade molto più pericolose di altre: Al top delle strade pericolose è il famigerato Corso Secondigliano. All’ombra del Vesuvio a sparare sono in molti: non sparano solo i boss (nella malavita, in Italia, comandano tutti: sono tutti boss), sparano anche i baby, riuniti in babygang: Non si fermano gli assalti delle babygang in città.

    Oltre ai termini babygang, troviamo babydeviante e babybandito. Ma a che età si è baby? Sotto i quattordici anni, anzi under 14 precisa il giornale, che fa ricorso ancora una volta all’inglese, lingua che ha la virtù di rendere tutto più chiaro al lettore partenopeo. Allarme babygang. Oltre 2400 reati denunciati nell’ultimo anno. 400 sono stati commessi da ‘under 14’. Un momento... Questi giovanissimi sparatori sono poi da considerarsi veri delinquenti? Se lo chiedono anche quelli del Mattino, che per esprimere il concetto adottano, la cosa va da sé, il termine inglese: È più giusto definirli delinquenti o borderline?

    Nella città che fu scenario della Pelle di Malaparte e che è l’attuale sede navale USA, non molti conoscono l’inglese, ma tutti vogliono dare l’impressione di conoscerlo. Napoli, dopo tutto, è la città natale di Renato Carosone, autore di Tu vuo’ fa’ l’americano.

    A= ANARCHIA

    -UNA LINGUA ANARCHICA

    Lo scrivere e il parlare in italiano avvengono, in genere, sotto il segno della libertà anarchica. Le stesse regole sono spesso contraddittorie. Le parole poi presentano delle varianti, e infatti chi ricorre al dizionario può constatare che metà di questo è consacrato ai rinvii da una parola ad un’altra forma della stessa parola, giudicata preferibile. E a proposito di tali varianti, io ho appena scritto constatare. Ma avrei anche potuto scrivere costatare. I vocabolari che ho consultato danno la preferenza chi all’una chi all’altra forma. Si vede che ogni compilatore di dizionari ha le sue fisime e le sue preferenze. Secondo me, occorrerebbe invece una certa disciplina allo scopo di rendere la lingua più certa. E dovrebbero cominciare nelle redazioni dei giornali. Non si tratterebbe di imporre, sotto pena di morte, un uso obbligato, ma di stabilire delle regole che i giornalisti italiani s’impegnerebbero a rispettare. L’individualismo italiano, purtroppo, fa a pugni con un tale programma, e così abbiamo una lingua schizofrenica dove la regola del suona bene e del suona male dà risultati diversi a seconda dell’orecchio di ciascuno.

    Gli esempi della ricchezza anarchica della lingua italiana si sprecano. Spesso è uguale dire sia in un modo sia in un altro. Ed è uguale anche dire eguale. Lo stesso dicasi per egualmente ed ugualmente che parimenti sono eguali-uguali.

    Come si dice: composto di o composto da? I dizionari non ce lo dicono. E neppure i vocabolari. E ancora: fuori di o fuori da? Fuori dalle scatole o fuori delle scatole? A seguito di o in seguito a? Costa cinque dollari il chilo o costa cinque dollari al chilo? Che termine usare: degrado o degradazione? Utilizzo o utilizzazione? Modifica o modificazione? E ancora: musulmano con una esse o mussulmano con due esse. Io li ho trovati nell’una e nell’altra forma sullo stesso giornale. Ma a proposito, non sarebbe meglio dire nello stesso giornale? Sia in francese sia in inglese si dice nel giornaledans le journal, in the newspaper. In italiano si preferisce sul giornale: l’ho letto sul ‘Corriere della Sera’…. Ma quando si tratta di una rivista si preferisce dire l’ho letto nella rivista. Forse perché la rivista, avendo più pagine, presenta maggior spessore e quindi profondità… Misteri della lingua italiana.

    A= ANGLO-AMERICANO

    -LE AUTORITÀ ITALIANE PARLANO ANGLO-AMERICANO

    Coloro che difendono l’alluvione nel parlare e nello scrivere degli Italiani di vocaboli ed espressioni inglesi o pseudoinglesi adducono le seguenti ragioni: l’inglese è il nuovo esperanto; gli apporti stranieri sono un arricchimento per la nostra lingua; la purezza linguistica non è mai esistita; ogni tentativo di restaurare un nazionalismo retrivo è votato al fallimento; la lingua italiana è mobile, ricettiva, in continua evoluzione e non accetta né pastoie né imposizioni dall’alto.

    Soffermiamoci su quest’ultimo punto: gli Italiani non accetterebbero regole e modelli linguistici imposti dall’alto. Questo popolo vitalmente anarchico, che non sa fare la coda, che è sempre pronto a farsi beffe di chi detiene l’autorità e che infrange gioiosamente i divieti, non accetterebbe mai i diktat provenienti da un’accademia o da un’altra autorità linguistica. Così almeno la pensano i fautori dell’inevitabilità dell’accrescimento nella penisola della parlata italo-inglese.

    In realtà, l’infiltrazione diarroica di parole ed espressioni anglo-americane nella lingua italiana non va dal basso verso l’alto, ma dall’alto verso il basso; il che è una conferma del detto napoletano: O pesce fete da ‘a capa (il pesce puzza dalla testa). E il popolo, sempre pronto ad aderire perinde ac cadaver alle mode, si sottopone con gioia a questi diktat linguistici anglo-americani provenienti dal Potere. O anche perché costrettovi… Infatti, chi s’indirizza al ministro del Welfare reclamando la social card, deve inevitabilmente ricorrere a termini come welfare e social card, che non ha mai usato prima, e che gli sono giunti dall’alto, dalle autorità, attraverso la Gazzetta Ufficiale. L’election day, il question time, lo stalking, la service tax e le altre amenità linguistiche di un parlamento popolato dai nostri sciuscià superpagati, non salgono dal popolo ma discendono sul popolo; il quale poi, in verità, se ne pasce beato.

    Sull’esempio della casta dei politici, anche la casta dei giornalisti e dei conduttori televisivi bombarda a tappeto dall’alto – si fa per dire – lettori e spettatori con sempre nuove parole tratte dalla lingua inglese ossia anglo-americana. In tal modo l’inglese finisce coll’entrare nel parlare comune col risultato di rimpicciolire e immiserire la lingua italiana, e di complicare la comunicazione, perché queste parole d’accatto sono quasi sempre mal pronunciate, mal usate, mal capite, oppure sono intese in una sola delle loro accezioni originarie.Ma cosa volete: nel paese dove tutti vogliono apparire alla moda, la dignità nazionale non è mai di moda.

    A=ASILANTE

    -L’ASILANTE SVIZZERO

    La lingua italiana della Svizzera italofona ci dà l’esempio di una parola precisa che in Italia nessuno mai usa. Mi riferisco al termine asilante.Da un giornale svizzero di lingua italiana: Le indennità riconosciute agli asilanti costretti a non lavorare non possono certo essere definite faraoniche; La caratteristica di questa gente: sono quasi tutti asilanti; E, se è vero che non tutti gli asilanti sono delinquenti potenziali, valida sembra essere per contro la constatazione seguente: quasi tutti coloro che da noi intendono delinquere, lo fanno partendo da un paravento che si chiama richiesta d’asilo.

    Il termine asilante (richiedente l’asilo) non esiste in Italia, dove invece si fa ricorso al termine immigrato, anche quando gli immigrati sono dei clandestini in alto mare che si dirigono su mezzi di fortuna verso la spiaggia di sbarco. Se vogliamo, l’uso di immigrato per la sua funzione di passe-partout è parallelo a un altro termine onnipresente nel campo, però, della malavita: boss. In Italia, paese di protagonisti, nel campo del crimine organizzato sono tutti boss. Nessuno è subalterno. Nell’esercito dei criminali non esistono i soldati semplici: sono tutti colonnelli e generali, sono tutti boss. E così, grazie sempre all’abusivismo linguistico, in Italia i candidati all’immigrazione anche se giunti abusivamente in Italia sono chiamati istantaneamente immigrati.

    A= AUTHORITY

    -LA VOGLIA DI AUTHORITY

    L’Italiano anela a vedere i treni partire e arrivare in orario, e aspira a vedere rispettato il principio di autorità. Ma non lo dice. Invoca invece l’Authority. È doveroso precisare: la invoca per gli altri.

    Authority è una sublimazione democratica, europeistica, efficientistica del desiderio inconfessato di disciplina e di autorità (non per se stessi ma per gli altri). La creazione di un’Authority, cioè di un ente di sorveglianza, si inscrive perfettamente nella mentalità burocratica dell’Italiano medio, avido divoratore di rotocalchi, e di film americani del catastrofismo, grande estimatore della moda made in England, e internazionalista da salotto.

    Anche le forze sindacali, peraltro abili approfittatrici della carenza d’autorità da cui sono afflitti gli organi dello Stato, vogliono oggi l’Authority. Insistiamo per l’’Authority’, ha affermato il responsabile delle politiche sociali della Cgil, il quale vuole che la Commissione di vigilanza sui fondi pensione si trasformi appunto in Authority. Con un incremento di organico, naturalmente, e rispettando tredicesime, quattordicesime e, se è il caso, quindicesime. Lo stesso Antonio Di Pietro, prima di dimettersi da ministro, e ben prima di perdere ogni autorità morale attraverso i suoi ambigui investimenti immobiliari, aveva promesso un’Authority che vigilasse sulla trasparenza e la correttezza di comportamenti nella Pubblica Amministrazione.

    Authority fa America e Hollywood con tanto di sceriffo. Anzi non mi meraviglierei che un giorno o l’altro qualcuno cominciasse ad invocare lo sceriffo, meglio se con le sembianze di Stallone o di Eastwood, da chiamare appropriatamente sheriff. Solo lui potrà contrastare l’azione dei fuorilegge romeni e marocchini, al posto dei nostri agenti di pubblica sicurezza e dei carabinieri, inamidati e sedentari. Per ora è tutto un invocare un’Authority dalle braccia muscolose.

    Non è possibile continuare con la Babele di agenzie attuali. Occorre un braccio operativo che risolva il problema gravissimo del coordinamento. Così il ministro del lavoro ha camuffato con parole politically correct il proprio inconfessato desiderio di un braccio armato della legge. Desiderio condiviso da tutto un popolo, cultore quotidiano dell’indisciplina, e ardente sostenitore dell’Autorità... per gli altri.

    A= AUTOGOL

    -ITALIANI, CAMPIONI DI AUTOGOL

    Nella lingua italiana troviamo tutta una serie di termini ed espressioni tratti dal gioco del calcio. Ma da un po’ di tempo anche i termini calcistici risentono della galoppante passione che gli Italiani hanno per la parlata anglo-americana. Il tutto a scapito della chiarezza e ricchezza della lingua nazionale.

    L’Italia è la terra dove non più il dolce e un po’ gay suona, ma dove risuona sempre più spesso il virile e cinematografico yes; dove un ministro veglia sul Welfare di tutti; e dove a capo della Repubblica non c’è più un presidente della repubblica, come fu Sandro Pertini, partigiano e russofilo, ma Giorgio Napolitano già russofilo, e oggi filoamericano, bipartisan e campione di moral suasion.

    Orgoglio nazionale e autarchia linguistica sono lontani anni luce dalla terra i cui abitanti hanno deciso di abbandonare il fiasco per passare in massa al flop certamente più degno di loro. Cosa volete: gli Italians, appassionati di flop, sono campioni d’autogol. E così, a causa del pressing insistente della parlata anglo-americana sulla lingua di Dante, il nostro idioma è in un angolo, in un corner, alle corde, col rischio di andare prima o poi in tilt.

    Prendiamo pressing che ho appena usato, e di cui nessun giornalista che si rispetti può più fare a meno. Pressing da termine calcistico è divenuto termine tuttofare. Oggi si fa pressing come un tempo si faceva footing (divenuto poi jogging). Nelle redazioni dei giornali, la parlata anglo-americana con i suoi killer, boss, gossip, in tilt, è un ricco jackpot da cui gli

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