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Scegliere i libri è un'arte, collezionarli una follia: ritratti d'autore dei peggiori bibliofili d'italia

Scegliere i libri è un'arte, collezionarli una follia: ritratti d'autore dei peggiori bibliofili d'italia

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Scegliere i libri è un'arte, collezionarli una follia: ritratti d'autore dei peggiori bibliofili d'italia

Lunghezza:
143 pagine
1 ora
Editore:
Pubblicato:
Jan 1, 2014
ISBN:
9788895844800
Formato:
Libro

Descrizione

I bibliofili, i bibliomani e persino i bibliofolli “Mascheroni li scova proprio tutti, disegnando la mappa di un pianeta misterioso e segreto” sono depositari di una saggezza iperbolica, di una sapiente follia; la loro cifra è l’ossimoro. Ma va ricordato che al proposito Giuseppe Pontiggia, bibliofilo e bibliomane, ci ha lasciato nell’ultima opera, “Prima persona” , una conclusione assai ragionevole. Si è chiesto se vi sia qualcosa di più folle della furia di accatastare libri. E ha risposto sì, c’è. E’ la follia di non averne. Dalla prefazione di Mario Baudino.
Editore:
Pubblicato:
Jan 1, 2014
ISBN:
9788895844800
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Scegliere i libri è un'arte, collezionarli una follia - Luigi Mascheroni

passione

prefazione di mario baudino

I libri, come dicono e ripetono instancabilmente gli incendiari pompieri di Fahrenheit 451, portano alla follia? L’interrogativo posto dal romanzo di Ray Bradbury (per lui la risposta era ovviamente negativa) arriva alla fine di una plurimillenaria discussione sull’argomento. Va detto però che, nei secoli, proprio coloro che più amano i libri ci hanno rivelato come una malattia esista eccome, anche se fortemente minoritaria. È un male elitario, segreto. È quel furore d’aver libri o raccoglierne, secondo la classica definizione datane sull’Encyclopédie da Jean Baptiste de Rond, il grande illuminista noto come D’Alembert, in cui consiste la bibliomania. Ovvero, secondo Klaas Huizing, bizzarro autore germanico, quella strana sindrome che è l’amante dei bibliofili sposati. Dai greci e latini, che cominciarono a patirne quando ancora era questione di rotoli in pergamena, cioè volumi, fino ai giorni nostri di frenetica produzione a stampa nel formato codice, talmente comodo da dare assuefazione, l’argomento è immenso, quantomeno perché è sempre stato sempre il tema preferito dai bibliofili scrittori, categoria oltremodo prolifica. C’è al proposito una letteratura vasta almeno quanto la biblioteca che Peter Kien, il sinologo di Elias Canetti, brucia insieme a se stesso al culmine di Autodafé. È densa di episodi notissimi, tramandati come blasoni, e curiosità dimenticate, come il libraio inglese raccontato da Charles Nodier che, ammalatosi a Parigi dove voleva partecipare all’asta per un’edizione del Boccaccio, ebbe appena il tempo, prima di esalare l’ultimo respiro, di redarguire seccamente un collaboratore per essersi assentato, causa cena, proprio nel momento dell’aggiudicazione. Ci sono i bibliomani assassini, reali e immaginari, come quello celebre del giovane Flaubert nel racconto che si intitola appunto Bibliomania; c’è lo strepitoso parroco di fine Settecento, ladro e omicida, la cui vita romanzesca viene ricostruita appunto da Huizing in un romanzo assolutamente bibliomane (titolo italiano: Il Mangialibri). Il mondo della bibliomania è un inferno delizioso e inesausto; nessuna mappa lo potrà mai abbracciare, perché inesauribili sono i libri nella biblioteca di Babele (almeno quanto le bramosie umane). Deprecato e blandito.

Leopoldo Cicognara nelle sue Osservazioni sulla bibliomania (1807) puntava il dito contro «quella insaziabilità che è il preciso contrassegno della malattia dello spirito, fomentata purtroppo dalla eccessiva quantità di libri che inondano la terra». Ma il vero sospetto è che, alla fine, questo desiderio di divorare attraverso i libri il mondo e se stessi, questa fame cannibale sia stata alimentata proprio da coloro che, atteggiandosi a medici, l’hanno messa a fuoco e deprecata. Chi ne parla è già sempre complice. Chi se ne dichiara se non indenne almeno in grado di contrastarla lo fa, come si vede da questi ritratti impagabili di Luigi Mascheroni, con un tono che insospettirebbe il dottor Freud. Che dire a Bruno Baronchelli, supremo collezionista del fantastico, quando spiega di essere sì bibliofilo ma non bibliomane: non sono ancora a livello maniacale, insomma non commetterei mai un reato per avere un libro? Ha tutta la nostra solidarietà, fino alla standing ovation. O all’avvocato Leandro Cantamessa, il più grande collezionista di libri d’astrologia al mondo, del tutto consapevole del piacere intinto di dolore che distilla dalla caccia alle sue collezioni? Che ha sfidato le stelle? Forse, ma chi avrà sfidato allora con la sua colossale collezione di libri erotici Massimo Pini, manager, editore, e avidissimo lettore? In ogni libreria, anche nella più castigata, c’è un vago, inebriante odore di zolfo; oltre che di carta, di pergamene, di polvere e ovviamente di santità.

I bibliofili, i bibliomani e persino i bibliofolli – Mascheroni li scova proprio tutti, disegnando la mappa di un pianeta misterioso e segreto – sono depositari di una saggezza iperbolica, di una sapiente follia; la loro cifra è l’ossimoro. Ma va ricordato che al proposito Giuseppe Pontiggia, bibliofilo e bibliomane, ci ha lasciato nell’ultima opera, Prima persona, una conclusione assai ragionevole. Si è chiesto se vi sia qualcosa di più folle della furia di accatastare libri. E ha risposto sì, c’è. È la follia di non averne.

Mario Baudino

giulio andreotti, o del potere dei libri

Nella propria affollata esistenza e sterminata carriera, Giulio Andreotti ha accumulato più libri che cariche (e forse persino soprannomi). La qual cosa, la dice lunga.

Dal 1939, quando divenne direttore di Azione Fucina, la rivista degli universitari cattolici, fino alla nomina a Senatore a vita - passando per varie onorificenze tipo Balì di Gran Croce di Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta - lo Zio Giulio, alias Belzebù, detto la Sfinge, conosciuto come La Volpe, chiamato Belfagor da Licio Gelli, eternato da Paolo Sorrentino come Il Divo, insomma il politico più indecifrabile della storia della nostra Repubblica, è anche un libromane manifesto. In questo senso, e solo in questo, è - come si dice - un libro aperto.

Autore di svariati e diversificati titoli (la sua personalissima bibliografia conta circa 50 fra saggi e mémoires, e persino libri di narrativa!?!), felicissimo destinatario di migliaia e migliaia e migliaia di volumi inviatigli per omaggio letterario, o per recensione, o come dono di Stato, o quale testimonianza di affetto (Nella mia vita ho conosciuto innumerevoli persone, come può immaginare, e moltissime di loro hanno scritto almeno un libro, del quale quasi sempre mi hanno regalato una copia, o per stima o per piaggeria… e, sa com’è, io non butto mai via niente…), lettore ferocissimo (e onnivoro: storia, politica, classici, persino popolarissimi gialli…) e tra i pochi eletti ammessi al prestigioso Aldus Club, l’Associazione Internazionale di Bibliofilia presieduta da Umberto Eco (Per me un piccolo grande orgoglio, spero anche per loro…), Giulio Andreotti è un tipo molto particolare di bibliomane. Un collezionista estemporaneo, ma metodico: Non ho libri di particolare pregio - si schernisce - ma ne ho molti. E gli sono molto affezionato. Dunque, vediamo cosa c’è nella austera e solenne biblioteca di palazzo Andreotti… Allora: i suoi (nel senso vero del termine) libri, scritti in oltre sessant’anni di meticoloso lavoro mattutino, da Teneteli su e altri racconti, con i suoi primissimi tentativi di autore alla fortunatissima serie di ritratti Visti da vicino, fino alle opere politiche e storiche, e naturalmente i famosi diari, pubblicati anno dopo anno dopo anno dopo anno… A proposito, ma tra le decine di libri scritti da Lei, e le decine di libri scritti su di Lei, qual è quello a cui è più affezionato? Di sicuro il mio primo vero libro, Concerto a sei voci, che scrissi nel 1945, appena ventiseienne. All’epoca fu pubblicato dalle Edizioni della Bussola di Roma. Un’opera che percorre il passaggio di consegne dal primo ministro Ivanoe Bonomi a Ferruccio Parri, e da questa analisi affiorano diversi elementi particolari e caratteristici della politica italiana che ricorreranno poi in tutta la Prima Repubblica…. Quindi c’è la sterminata collezione di titoli sulla storia della religione cattolica, il campo prediletto dal devotissimo oltre che divissimo Giulio, anche come bibliofilo: In questo settore non ho tutto, quello no. Ma ho molto. Mi creda. Le credo. Poi ci sono i libri per le letture oziose: oltre alla storia, le biografie, il pensiero politico, i gialli, per i quali si conosce una sua particolare predilezione, persino generi narrativi insospettabili: Non ci crederà, ma da piccolo fui un fedelissimo delle avventure di Tarzan. Ed è strano perché sono molto pigro e sedentario. Sic. E poi - ut supra - i tanti, troppi tomi ricevuti in dono da eminenti personalità del mondo politico e culturale, italiane e mondiali, nel corso di una vita intera trascorsa a braccetto col potere e a fare braccio di ferro con i contropoteri. Qual è il libro più curioso che ho ricevuto? Mah, non saprei… Molti… Però forse il libro Patrie galere dell’ex brigatista Valerio Morucci, regalatomi con tanto di dedica in un incontro pubblico nel 2008, trent’anni dopo l’assassinio di Aldo Moro…. E, ancora poi, c’è il leggendario archivio segreto di Andreotti - 3.500 faldoni, dal 1944 in avanti! - per decenni locato nel suo ufficio romano di piazza in Lucina e oggi accomodato, in comodato, nella sede dell’Istituto don Sturzo a Palazzo Baldassini, sempre a Roma: dentro ci sono documenti unici tra lettere, biglietti, pubblicazioni, manoscritti, libri-dossier, tra i quali una curiosa collana… Si tratta di piccole biografie di aspiranti-santi, il cui iter di canonizzazione è ancora in marcia. Uno strano campionario….

Nel complesso, una collezione varia&abbondante per arricchire la quale il più volte presidente del Consiglio e 24 volte (ooooohhhh!!!) ministro ha fatto tutto ciò che era in suo potere. Che come è noto non è mai stato poco. Quando - per fare un titolo ad esempio - nel 1986 uscì La Papessa Giovanna del Boccaccio, curata da Armando Torno per Philobyblon in un’edizione limitata a 70 copie, stampate in torchio da Luigi Maestri, quella vecchia volpe di Andreotti - all’epoca influentissimo Ministro degli Affari esteri nel secondo governo Craxi - non lesinò telefonate interessate pur di procurarsene un esemplare. E lo ottenni.

Non dubitavamo.

Dubbi. A proposito: difficile sapere se Andreotti si sia innamorato prima della politica o dei libri. Del resto conobbe il suo maestro Alcide De Gasperi, del quale poi divenne segretario personale iniziando così la sua lunga passeggiata nei Palazzi del Potere, negli anni della seconda guerra mondiale, alla Biblioteca Vaticana – a dimostrazione che il caso non esiste – dove lo statista trentino si era rifugiato sfruttandone la extraterritorialità, mentre il giovane Giulio stava cercando dei testi rari sulla Marina Pontificia per la sua tesi di laurea. E qui… narra la leggenda che il fondatore della Democrazia Cristiana abbia bruscamente domandato allo scrupoloso (come sempre) studente: Ma Lei, non ha trovato qualcosa di meglio di cui occuparsi?. Come il tempo ha poi abbondantemente dimostrato, poi la trovò. La res pubblica.

Trovare… cercare… Senatore, Le capita di frequentare bancarelle, mercatini o librerie antiquarie? Cosa cerca di solito? Adesso un po’ meno, ma prima sì, molto. Andavo tutti i mercoledì a Campo dei fiori, tra i carrettini di libri. In particolare sono sempre stato attratto dalle curiosità, e anche i pettegolezzi a dire il vero, su Roma, la mia città. E un libro al quale è particolarmente affezionato? Sognavo da tempo di mettere le mani sulla edizione originale della famosa Storia dei Papi di Ludwig von Pastor, un’opera straordinaria che uscì in sedici volumi, dal 1886 all’ultimo, postumo, nel 1933. E fui gratissimo verso una vecchia zia che, molti anni fa, me ne fece dono. Fu come una promozione. Ultimo dubbio… un libro al quale

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