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I social media nella didattica: Nuovi strumenti di apprendimento
I social media nella didattica: Nuovi strumenti di apprendimento
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E-book149 pagine1 ora

I social media nella didattica: Nuovi strumenti di apprendimento

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Info su questo ebook

"Viviamo in un’epoca in cui i cambiamenti delle tecnologie della comunicazione, della narrazione e dell’informazione stanno riconfigurando quasi ogni aspetto della vita, inclusi i modi in cui creiamo, consumiamo, impariamo e interagiamo gli uni con gli altri. Un’intera gamma di nuove tecnologie consentono ai consumatori di archiviare, annotare, appropriarsi e rimettere in circolo contenuti mediali e nel processo queste tecnologie hanno alterato i modi in cui i consumatori interagiscono con le istituzioni governative, educative e commerciali.
Henry Jenkins

L'ebook "I social media nella didattica" di Giovanni Fantasia, si sofferma sul cambiamento che le nuove tecnologie hanno portato nel mondo scolastico e sulle competenze necessarie per gli insegnanti in questo nuovo ambiente di apprendimento.

L'autore

Giovanni Fantasia
Nato a Gaeta nel 1984 e giornalista pubblicista dal 2008, ha collaborato con quotidiani, periodici, programmi radiofonici e siti internet di informazione. Laureato in Industria Culturale e Comunicazione Digitale, ha ricoperto l'incarico di addetto stampa del Sindaco di Gaeta dal 2007 al 2012.
LinguaItaliano
EditorePasserino
Data di uscita5 mag 2014
ISBN9788898925032
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    I social media nella didattica - Giovanni Fantasia

    Credits

    Introduzione

    Uno degli ambienti di vita che maggiormente influenza le giovani generazioni, e nel quale queste trascorrono molte ore al giorno, è quello scolastico, avvertito spesso come distante, noioso e poco stimolante. Le ragioni possono essere tante: in questo lavoro ci si soffermerà sul cambiamento che le nuove tecnologie hanno portato nel mondo scolastico e sulle competenze necessarie per gli insegnanti in questo nuovo ambiente di apprendimento.

    Il mutamento introdotto con il web 2.0 e le tecnologie che lo supportano parte dalla mentalità: non basta più limitarsi a spiegare una lezione scrivendo qualche concetto chiave sulla lavagna, parlando e poi assegnando le pagine da studiare, oppure gli esercizi previsti dal libro di testo. Si tratta di una modalità passiva che limita la capacità creativa e relazionale che i cosiddetti nativi digitali[1] possiedono in quanto cresciuti a stretto contatto con gli strumenti che consentono di manipolare qualsiasi prodotto fatto di bit e di condividerlo all'istante.

    Si è parlato di web 2.0. Si tratta di un’espressione, introdotta da Tim O’Reilly nel 2005, che comprende la «seconda generazione di servizi disponibili sul World Wide Web che permette alle persone di collaborare e condividere le informazioni online» (Thompson 2007). Interagire non significa solo scambiarsi messaggi con testo, immagini, video, ma coinvolge la persona nel suo insieme influenzando anche le modalità di costruzione della propria identità e del modo di ragionare nell'ambito del problem solving e dell’apprendimento.

    Il concetto di alfabetizzazione, innanzitutto, ha subìto dei cambiamenti sostanziali: non si tratta più di insegnare a leggere, scrivere e far di conto, ma cambia il modo in cui queste stesse abilità possono essere insegnate tenendo conto dello scenario tecnologico che negli ultimi anni si è fatto sempre più pervasivo (Botler e Grusin 2003, Morcellini 2004, Buckingham 2006, Jenkins 2010, Cortoni 2011). La media education (educazione ai media) è la strada individuata per tenere testa ai cambiamenti ed inserire nella formazione degli studenti anche le risorse cognitive per saper leggere e capire i testi mediali nelle loro diverse forme. Infatti, chiudere gli occhi di fronte all'esplosione dei mezzi di comunicazione vuol dire abdicare al proprio ruolo di agenzia formativa e fornire alle giovani generazioni strumenti poco adatti ad affrontare quello che c’è fuori la scuola. La domanda da cui parte questo ragionamento, e che dà il titolo al primo capitolo, è «Alfabetizzazione nel XXI secolo: l’educazione 1.0 è pronta per studenti 2.0?».

    In altre parole, gli insegnanti hanno la giusta preparazione per far apprendere queste nuove competenze? È quanto si illustra nel secondo capitolo che si sofferma sul concetto di digital literacy, ovvero il pieno utilizzo delle competenze cognitive, emozionali e sociali. Partendo da qui sono stati messi a confronti i concetti espressi da Renee Hobbs, Caterina Policaro e le disposizioni contenute nella Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006 relativa a Competenze chiave per l’apprendimento permanente. Il passaggio da compiere è quello di adottare una visione multidisciplinare: la media education non è una materia nel senso comune del termine ma «un insieme di temi di riflessione e di quesiti, lo sfondo per una educazione alla cittadinanza attiva e consapevole» (Faccin 2006).

    Come fare, allora, per integrare i social media nella didattica? Caterina Policaro, docente, formatrice ed esperta di social media, indica quattro fasi che si inseriscono nel solco tracciato da Renee Hobbs e dalla Raccomandazione Europea:

    Condividendo sapere, materiale didattico, opinioni e riflessioni;

    Collaborando: docente-studente, studente-studente, gruppi di studenti, gruppi di docenti, ecc.;

    Interagendo ed usando la multimedialità come alternativa alla lezione classica;

    Partecipando;

    Utilizzandoli come punto di accesso alla conoscenza in rete (risorse, relazioni, informazioni, eventi).

    Una volta definite le tappe, bisogna scegliere quali strumenti siano i più adatti per gli alunni che si hanno di fronte. Nel capitolo, inoltre, sono riportati alcuni esempi d’uso di social media all'interno di diverse realtà scolastiche.

    Anche la scuola, ovviamente, deve cambiare punto di vista e pratiche educative se vuole supportare i docenti in un cammino di media education che non si fermi alla sperimentazione e al facile entusiasmo. È di questo che si parla nel capitolo 3 intitolato: Scuola, paradigmi di innovazione. L’obiettivo degli istituti di formazione è lo sviluppo di uno stile di insegnamento ed apprendimento più riflessivo, nel quale gli studenti possano riflettere sia come lettori che come scrittori di testi mediatici, inserendoli nel più ampio contesto sociale ed economico (Buckingham, 2006). L’inclusione delle competenze digitali tra quelle che costruiscono i presupposti della cittadinanza attiva implica un salto di qualità da parte delle istituzioni educative rispetto all'evoluzione delle culture di cui sono portatrici. Una nuova concezione dell’istruzione e della formazione inizia dalla modernizzazione delle strategie e delle logiche organizzative attraverso i processi tecnologici e dalla preparazione culturale degli insegnanti.

    Ma come si coniuga l’esigenza di modernizzazione, teoricamente affascinante, con la realtà delle scuole? Nell'ultima parte del presente lavoro sono stati illustrati i risultati di una ricerca empirica che ha coinvolto tre istituti scolastici di Gaeta e circa 60 insegnanti. Questi, durante la prima fase, sono stati intervistati sull'uso personale e didattico dei social media, come potrebbero essere integrati all'interno della didattica, sulla preparazione per utilizzarli e, infine, quali sono le difficoltà che ostacolano i percorsi di media education all'interno della scuola. Le risposte sono state molto varie ed alcune di esse sono state riportate nell'ultimo capitolo. La seconda fase della ricerca, invece, ha visto alcuni dei docenti intervistati partecipare ad un incontro nel quale sono stati illustrati concetti come l’apprendimento informale e le potenzialità didattiche dei sociali media.

    [1]  Il concetto viene qui usato solo per semplicità senza analizzare le diverse capacità di alfabetizzazione informatica e tecnologica (literacy) che si possono trovare in individui della stessa età.

    Alfabetizzazione nel XXI secolo

    Per rispondere alla domanda che dà il titolo a questo capitolo è necessario riflettere sui contenuti da insegnare e sul modo più opportuno per trasmetterli. L’oggetto di interesse non è più (solo) l’alfabetizzazione in senso stretto (leggere, scrivere e far di conto) ma il modo in cui queste stesse abilità possono essere insegnate tenendo conto dello scenario tecnologico che negli ultimi anni si è fatto sempre più pervasivo. Il termine alfabetizzazione è un concetto a cui i primi studiosi di media education hanno fatto riferimento per cercare di dare una cornice interpretativa al proprio lavoro. Questo termine nasce negli anni Settanta quando furono introdotti, seppur per breve tempo, una serie di curricula scolastici sull'alfabetizzazione televisiva. Il riferimento all'alfabetizzazione cominciò ad essere preso in considerazione per integrare la media education all'interno delle materie letterarie e in seguito, con il proliferare dei nuovi mezzi di comunicazione, si cominciò a parlare di multi alfabetizzazione che presentava competenze importanti come quelle classiche[1] .

    Nel primo decennio del XXI secolo, i mezzi sono passati relativamente in secondo piano e il web si è trasformato in una piattaforma dove poter sviluppare relazioni tra pari e condividere conoscenza con un pubblico vastissimo ed in tempi brevi. Come afferma Thompson (2007), il primo stadio di sviluppo di internet ha visto gli utenti andare sulla rete per cercare informazioni. Era piuttosto simile ad una esperienza unidirezionale, come andare in libreria a cercare un libro. Al contrario, il web 2.0 si basa sulla partecipazione degli utenti. Il termine 2.0 si riferisce ad una «seconda generazione di servizi disponibili sul World Wide Web che permette alle persone di collaborare e condividere le informazioni online»[2]. Internet non è più una serie di silos isolati di informazioni, ma è diventata una piattaforma per gli utenti per comunicare ed interagire gli uni con gli altri.

    Una critica a questa visione del web è stata formulata da Tim Berners-Lee secondo il quale le caratteristiche comunemente attribuite al 2.0 erano già tutte presenti nelle premesse del cosiddetto web 1. Sul piano delle potenzialità di utilizzo dello strumento, inoltre, Berners-Lee segnala come il coinvolgimento attivo dell’utente fosse una premessa già insita in quella che alcuni definiscono la prima versione del web. Una significativa discontinuità, però, è segnata proprio dall'adozione di massa non solo del web in generale, ma di quelle specifiche applicazioni che supportano, a vari livelli, forme di coinvolgimento attivo del fruitore[3]. Infatti, blog, wiki e applicazioni per servizi online danno agli utenti gli utensili per creare informazione e collaborare nelle attività di produzione. Gli strumenti per taggare forniscono agli utenti la possibilità di assegnare parole chiave (tag) a qualsiasi tipo di contenuto – immagini, blog, articoli – e di condividerli.

     Le nuove comunità di utenti sono cresciute attorno a tali collezioni di informazioni. E social network come MySpace e Facebook hanno dimostrato, tra le altre cose, che gli studenti investiranno tempo ed energia nel costruire relazioni attorno ad interessi condivisi e comunità di conoscenza. Le persone stanno usando le nuove tecnologie per affrontare i problemi in molti modi diversi: fare nuove connessioni e dare forma a relazioni tra disparati pezzi di informazioni, talvolta apparentemente contraddittori, e infine creare qualcosa di nuovo che possa essere condiviso con gli altri. Tutto ciò è una reminiscenza degli approcci odierni verso l’apprendimento, inclusi modelli centrati sullo studente o di apprendimento attivo che incoraggia gli alunni a risolvere problemi significanti e a riflettere sul loro processo cognitivo. La sfida da affrontare ora è quella di incorporare il paradigma tecnologico del web 2.0 nell'insegnamento e nell'apprendimento[4].

    Queste attività collaborative sono sostenute da una serie di tecnologie che producono due effetti. Da una parte aiutano e favoriscono questo tipo di comportamenti, dall'altra parte modificano la ricerca di informazioni, il loro modo di catalogarle e le fonti da consultare e da cui attingere. Allo stesso tempo, la produzione di contenuti non è più un fatto isolato ma avviene in un ambiente che favorisce le pratiche di problem solving collaborativo e genera nuove abilità che non sempre la scuola e gli insegnanti riescono a far emergere per affrontare da punti di vista differenti i programmi scolastici. Infatti, lo stesso Tim O’Reilly ha coniato il termine Web 2.0 per fare riferimento al modo in cui il valore delle creazioni non dipende «dall'hardware o dal contenuto, ma dal modo in cui [quello stesso valore] sfrutta la partecipazione di comunità sociali su larga scala, che si sentono motivate a raccogliere e annotare dati per metterli a disposizione di altri

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