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L'ultima sigaretta

L'ultima sigaretta

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L'ultima sigaretta

Lunghezza:
136 pagine
2 ore
Pubblicato:
13 dic 2010
ISBN:
9788895031859
Formato:
Libro

Descrizione

Una storia vera. Il racconto di una conquista importante, quella dell’indipendenza dal vizio del fumo. Esempi e mezzi per risolvere un problema che fin dal lontano passato è stato, per il protagonista della vicenda, motivo di afflizione e di disperazione. Aiutato da un’improvvisa reazione egli, in un momento eccezionale, troverà le basi per una spietata lotta contro se stesso nella quale assumeranno molta importanza le testimonianze attinte dal passato.
Pubblicato:
13 dic 2010
ISBN:
9788895031859
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

L'ultima sigaretta - Antonio Miceli

L’ULTIMA SIGARETTA

Una storia per smettere

* * *

Antonio Miceli

* * *

Copyright © 2010 by Giuseppe Meligrana Editore

ISBN 9788895031859

All rights riserved – Tutti i diritti riservati

* * *

MELIGRANA GIUSEPPE EDITORE

Via della Vittoria, 14

89861 – Tropea (VV)

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info@meligranaeditore.com – redazione@meligranaeditore.com

www.meligranaeditore.com

* * *

Capitolo 1

Una vita intera

Mi ero sposato. Da quando io e mia moglie c’eravamo conosciuti erano trascorsi quasi tre anni, durante i quali avevamo avuto la possibilità di comprenderci; ciò era stato molto facile perché provenivamo da due famiglie che potevano considerarsi sullo stesso piano sociale. Eravamo entrambi laureati in lettere e l’occasione per conoscerci ce l’aveva data la scuola, dove ci eravamo incontrati per la prima volta.

Avevamo trascorso tre anni di fidanzamento senza mai perderci di vista, cercando di costruire insieme un futuro che, secondo le nostre previsioni, sarebbe stato improntato a quella liberalità e a quella disponibilità che ciascuno di noi due aveva dimostrato all’altro. Io pensavo a tutto ciò che avrebbe potuto rendere felice la mia futura moglie, perché le avevo promesso gioia. Avevamo cercato di mettere in chiaro i nostri probabili difetti per evitare sorprese e dispiaceri, se per caso ci fossimo trovati con abitudini particolari che avrebbero potuto rendere difficile la nostra convivenza.

Lei aveva sempre qualche cosa da dirmi di sé; erano particolari che io avrei potuto anche immaginare, ma non le consideravo tali da mettermi in difficoltà. Da parte mia anch’io avevo cercato di fare elenchi, ma lei era convinta che si trattasse di comportamenti anche naturali, che lei avrebbe potuto accettare facilmente.

Un giorno, dopo che era trascorso tanto tempo da quando c’eravamo conosciuti, e dopo avere cercato ciò che poteva essere rimasto nascosto o situazioni che avrebbero potuto disturbare la nostra felicità, avevo voluto confessarle che di fronte a lei io mi sentivo in difetto perché fumavo e quel terribile vizio mi accompagnava già da tempo.

Non ero mai riuscito a liberarmene, anche se tante volte vi avevo tentato; avevo poi dovuto convincermi che sarei dovuto ritornare sui miei passi e in quella occasione vi avevo anche sofferto, senza potervi ottenere alcun risultato.

Lei non fumava; veniva da una famiglia dove non c’era stata mai nessunissima difficoltà. Con il mio fumare avrei creato, specialmente negli ambienti chiusi della nostra casa, certamente un problema. La qualcosa si presentava come un difetto, che mi ero proposto almeno a moderare.

Lei, in effetti, non sapeva cosa dirmi. Certamente, pensava che il fumo in casa sarebbe stato qualcosa da condannare, anche se, per sua bontà, cercava di tranquillizzarmi, dicendomi che si sarebbe potuta abituare, specialmente se io avessi moderato il mio fumare, perché sarebbe stato sufficiente aprire una finestra.

Fu così che mi ero presentato a quel grande appuntamento che fu il nostro matrimonio, portando con me quel grave vizio che cominciavo già a vedere come un grande problema. Non sapevo, però, cosa fare perché altre volte vi avevo tentato, ma quei miei tentativi erano stati vani. Non avevo mai ottenuto, infatti, quel risultato in cui tanto speravo; avevo sempre ripreso a fumare e, incredibilmente, avevo cercato di rifarmi fumando il doppio di quanto fumassi prima. Quello, pertanto, era un vizio dal quale non riuscivo a liberarmi.

Un giorno, in cui mi ero trovato in compagnia di miei amici, con i quali ero solito fare delle belle passeggiate, sentendomi quasi ossessionato dal pensiero che mi riportava sempre alle mie sigarette, mi ero trovato in uno stato d’animo che mi aveva portato ad un gesto teatrale: stavo fumando, la mia sigaretta non aveva raggiunto con la sua parte accesa neanche la metà, quando, con veemenza e con ferma decisione, l’avevo scagliata contro un muro, provocando in alcuni miei amici un gesto di meraviglia e in altri anche qualche risata perché, in definitiva, quell’atto improvviso li aveva sorpresi e anche incuriositi.

Io, invece, mi ero limato a commentare con un «Basta!», ripetuto più volte, «Non ne posso più!». Con ciò volevo far capire che da quell’istante non avrei più fumato e, incredibilmente, ne ero convinto; le altre volte, quando vi avevo tentato, non avevo mai fatto una scelta così netta. Quella volta, invece, mi ero pronunziato senza riserve perché mi era sembrato che fosse giunto veramente il momento in cui avrei finalmente smesso di fumare. Di ciò ne ero convinto, tanto che pensavo già di aver risolto quel mio odioso problema.

Quella volta, però, non mi ero ancora chiesto perché fumassi. Se, infatti, avessi avuto la possibilità di scoprire il motivo per cui non riuscivo a liberarmi da quella schiavitù, forse avrei finalmente scoperto il problema e come tale avrei potuto anche affrontarlo, ma fumavo e non sapevo dire altro se non che quel fumare mi stava accompagnando da anni, senza che io mi fossi mai chiesto il motivo. Perciò ero convinto che, ancora una volta, non avrei potuto ottenere alcun risultato, in quanto anche quell’atto si era rivelato solamente una breve pausa.

Quel giorno ero rientrato a casa e avevo voluto raccontare a mia moglie quell’episodio; l’avevo fatto per anticipare quello che lei avrebbe potuto sapere dai nostri colleghi l’indomani a scuola. Aveva sorriso e aveva usato parole dolci per liberarmi da quella situazione che mi aveva alquanto avvilito. Mi aveva tranquillizzato dicendomi che lei, in definitiva, avrebbe avuto piacere che io mantenessi tutto ciò che avevo, persino quel vizio, perché se lei si era innamorata di me aveva amato anche i miei difetti. Avevo pertanto capito quali fossero i suoi sentimenti e avrei fatto di tutto per non darle un dispiacere.

Però, anche se io avevo trovato in mia moglie un’alleata, mi sentivo responsabile di ciò che sarebbe potuto avvenire qualora noi due fossimo stati accompagnati da un erede ed era proprio questo ciò che mi turbava, perché avrei affrontato qualunque sacrificio pur di non farmi trovare da mio figlio con la sigaretta in bocca. Infatti, si parlava già di attesa e ciò mi aveva convinto maggiormente che mi avrei dovuto limitare quei miei vizi che avrebbero potuto disturbare mia moglie durante la sua gestazione.

Ormai quella gestazione era giunta quasi al nono mese; lei aveva ottenuto un permesso speciale per motivi di salute in attesa del parto, che avrebbe fatto di lei una madre e di me un padre. Approfittando di quel permesso speciale, mia moglie aveva raggiunto la sua famiglia in città, perché si sarebbe sentita più sicura sotto la protezione di sua madre. Io ero rimasto a casa e passavo le mie giornate in attesa di quel grande ritorno, per il quale avrei dovuto costruire ciò che sempre avevo sperato, pensando alla mia responsabilità e alle esigenze del neonato, la cui crescita non avrebbe dovuto essere messa in alcuna difficoltà dal mio fumare.

* * *

Capitolo 2

L’ultima sigaretta

Era uno di quei pomeriggi che sembrano fatti su misura per chi, come me, intendeva lasciare la realtà per librarsi sulle ali della fantasia. Avevo appena terminato di dedicarmi allo studio di un canto della Divina Commedia e sentivo il bisogno di una distrazione. Ero rimasto in casa da solo in attesa di una telefonata che attendevo da due giorni, con la quale mi si doveva comunicare il ricovero di mia moglie in ospedale.

Messo da parte il libro, mi ero cullato passivamente, ascoltando lo scrosciare dell’acqua del fiume che mi giungeva chiaro e sonoro attraverso una finestra aperta, unito ad un cinguettare di uccelli che veniva dalla siepe vicina. Ero rimasto a pensare ma senza una direzione precisa, come se tutto fosse accettabile; anche se avevo l’impressione di vagare idealmente, dovevo riconoscere la presenza molto frequente di un pensiero al quale idealmente davo la precedenza: pensavo che ogni giorno sarebbe stato ottimo per ricevere la notizia di essere diventato padre.

In quello stato apprensivo ero rimasto sorpreso da un fatto: impegnato da tutte quelle distrazioni, inaspettatamente, mi ero trovato con una sigaretta tra le labbra; quella sigaretta, senza che io me ne accorgessi, l’avevo presa dalla mia tasca. Era stato, pertanto, un atto che si era verificato al di fuori della mia coscienza e per questo era stata un’azione inconscia; avevo pensato che quell’azione, che io avevo definito inconscia, quasi certamente, durante tutta la mia vita l’avevo ripetuta chissà quante altre volte senza che io me ne accorgessi, quindi al di fuori della mia coscienza. Tuttavia, anche se un fatto del genere si fosse verificato qualche altra volta in passato, certamente non gli avevo mai dato importanza.

Quel giorno, invece, aiutato da tante cose e soprattutto da quella nuova responsabilità della quale sarei stato investito nella mia famiglia, mi ero soffermato a lungo proprio per considerare quell’atto inconscio e, senza cercarvi spiegazioni o giustificazioni, avevo stabilito che quello era molto grave, tanto da farmi pensare che io fossi effettivamente un incosciente. Lì per lì, avevo cercato di sorridere ma, poi, mi ero chiesto e ripetuto mentalmente per quale motivo non mobilitassi tutto me stesso e non dessi forza a quella mia volontà che, sull’argomento cessare di fumare, sembrava si fosse assopita.

Quel giorno, senza usare mezzi termini, avevo preso una grande decisione: quella, per me, sarebbe stata l’ultima sigaretta.

In quello stesso momento avevo cercato di considerare a fondo quella mia decisione, sicuro che non sarei tornato indietro; avevo cercato di stabilire un percorso, lungo il quale mi sarei dovuto avviare allo scopo di dover convalidare, giorno per giorno, quella mia decisione.

Era un atto coraggioso: non mi sarebbe stato tanto facile rimuovere quel velo che ricopriva il mio passato; un passato nel quale mi vedevo un fumatore incosciente.

Avevo pianificato una strategia; se ancora mi fossi trovato nello stato di incoscienza, mi sarei consolato con una promessa: quella di riprendere la sigaretta l’indomani, non dunque quel giorno, ma ogni giorno rimandare sempre all’indomani. Facendomi forte, avrei potuto certamente superare quel periodo molto difficile che mi avrebbe separato dalla mia calma.

Avrei trovato anche un altro sostegno nel denunziare a me stesso il mio passato da fumatore: valutare, assieme alle vane delizie, le reali sofferenze.

C’era, però, qualche cosa che mi metteva in pensiero: anche nel mio lontano passato c’era stata una decisione del genere. Un bel giorno avevo smesso di fumare; sembrava che tutto sarebbe stato facile perché ero andato avanti per qualche giorno tranquillamente, ma non avevo preso in considerazione una forza mostruosa che ancora non conoscevo. Neanche sapevo che potesse esistere una forza di quel genere che, in seguito, avevo conosciuto e che avevo chiamato col suo nome: crisi da astinenza.

Era, perciò, importante tenere presente quel mostro. Ero sicuro, però, che avrei potuto combatterlo con quella mia organizzazione, in quanto ero sicuro

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