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1860 - La Stangata

1860 - La Stangata

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1860 - La Stangata

Lunghezza:
165 pagine
1 ora
Pubblicato:
1 feb 2012
ISBN:
9788896818862
Formato:
Libro

Descrizione

I tasselli essenziali del “puzzle” della storia unitaria inseriti correttamente al loro posto, attraverso le testimonianze dei protagonisti, la freddezza della logica, la conoscenza dei fatti e la passionalità del narratore. La creazione di uno stato federale che fu proposta da Cattaneo e dai Borbone, avrebbe costituito l’unica possibilità di realizzare una vera unità della penisola, nel rispetto delle diversità culturali, economiche e territoriali.Non a caso, fu immediatamente scartata dagli indebitatissimi Savoia e Cavour e dai “fondamentalisti” Mazzini e Garibaldi, tutti “pilotati” dalla massoneria inglese. Oggi quella proposta può ancora tornare buona ma solo a condizione di ripristinare la verità storica e riequilibrare la bilancia del dare e dell’avere . Riecheggia nelle pagine di questo vero e proprio “Bignami della contro storia risorgimentale” il vero grido di dolore di un popolo umiliato dalle infamie di chi rese possibile l’invasione coloniale del 1860, quella che solo la storia uffi ciale continua a defi nire: Risorgimento e che anziché unire deluse l’universale aspirazione unitaria delle popolazioni italiche.
Pubblicato:
1 feb 2012
ISBN:
9788896818862
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

1860 - La Stangata - Francesco Del Vecchio

dell’autore

PREMESSA

1860 non é un trattato esaustivo della vera storia risorgimentale, ben diversa da quella ufficiale e oleografica studiata a scuola, né un testo del genere era nelle mie intenzioni, poiché sull’argomento esistono già ponderosi saggi.

Ciò non toglie però che essi rimangano per lo più confinati nell’alveo ristretto dei nostalgici borbonici e duo siciliani, oltre che di pochi appassionati di storia vera, ai quali risulta difficile perfino reperirli nel mercato della distribuzione libraria.

Testi che suscitano per lo più risatine di sufficienza da parte degli storici ufficiali e dei grandi nomi del giornalismo.

Essi però non c’impressionano affatto perché sappiamo bene quali interessi, tutti ben distanti dalla verità, difendano: Grande Finanza, Industria, partiti, sindacati, banche, giornali, regioni, province, televisioni, ordini professionali, fondazioni, assicurazioni, ecc., insomma tutto ciò che si definisce lobby, in aggiunta naturalmente al proprio tornaconto personale.

Organismi che sulla debolezza del Sud costruiscono e alimentano da quell’infausto 1860, ingiusti successi.

Ciò che fa più male però è la constatazione che in questo secolo e mezzo di bugie e di negazione della storia, i mistificatori abbiano potuto contare sulla connivenza e complicità degli stessi meridionali, unitari anch’essi sempre e comunque, perfino contro ogni logica di diritto e di amore per la verità.

Buoni neanche a reclamare le spoglie dei propri morti!

Tutto, pur di affermare una concezione per così direilluminata, liberale dei nuovi modelli che si venivano affermando in quell’epoca e che, a loro dire, Cavour, Vittorio Emanuele, Garibaldi, Mazzini avevano a cuore, mentre i Borbone sarebbero stati portatori solo di vetuste concezioni, retaggio di una società arcaica ormai superata dai tempi.

Quanto fossero distanti anni luce dalla verità simili interpretazioni, lo scopriamo oggi in un’epoca in cui l’etica mal si concilia con la politica e l’economia.

In nome di una visione alterata e addomesticata della storia, si giustificarono allora e si giustificano ancora oggi l’aggressione a tradimento (non fu mai guerra dichiarata), l’invasione coloniale, la spoliazione, le stragi, le deportazioni, l’emigrazione di un popolo fino al 1860 sconosciuta, la Mafia e la Camorra, che solo con l’unità trovarono linfa vitale e complicità per assurgere al ruolo di protagoniste della scena politica, mentre con i Borbone erano rimaste sempre relegate ai margini della società.

Almeno fino a quando non ebbero come Ministro dell’Interno un individuo che rappresentava, meglio di chiunque altro, il tradimento e l’infamia fatte persona e che rispondeva al nome di Liborio Romano!

Né mancano tentativi di tirare la giacca da tutte le parti, i forzosi accostamenti politici, temerari quanto mistificanti anch’essi!

Quelli che i piemontesi vollero definire briganti per giustificare lo sterminio, erano in massima parte patrioti che difendevano il loro Sovrano e le loro famiglie.

Patrioti, non partigiani inesistenti perfino come definizione linguistica all’epoca, figuriamoci poi nella connotazione politica che si è voluta attribuire a tale termine.

Chi sostiene queste tesi inoltre, non avrebbe motivo di rallegrarsi del fatto che si possano ritenere partigiani coloro che difendono un Sovrano ritenuto un despota, nell’oleografica e molto addomesticata ricostruzione risorgimentale.

Ma forse qualche illuminato guerriero irradierà la sua luce anche su di noi!

Ad ulteriore dimostrazione di quanto queste definizioni siano pretestuose e del tutto campate in aria, basta soffermarsi sul fatto che l’invasione coloniale è stata voluta, oltre che dalla Massoneria e dagli interessati savoiardi, soprattutto dai progressisti

mazziniani, i left dell’epoca e allora?

Partigiani che difendono il Sovrano reazionario, assolutista contro i progressisti? Ma mi faccia il piacere! – avrebbe detto Totò.

La genìa dei Landi, Filangieri, Acton, Liborio Romano (quello che tradì uno dietro l’altro Francesco II, Cavour e Garibaldi e che era talmente perseguitato dal Borbone da essere ingenuamente nominato dal sovrano stesso, ministro dell’Interno), è sempre in azione, purtroppo!

Perciò, insieme alla richiesta di rispetto della verità, con quest’opera (quasi come in un Bignami d’altri tempi), ho inteso concentrare utilizzando un linguaggio diretto, testimonianze e circostanze fondamentali della storia unitaria per renderle immediatamente comprensibili a tutti, invogliando nel contempo ad uno studio più approfondito sui fatti che portarono all’unificazione forzata della penisola e che rendono la storiografia ufficiale così poco veritiera, da risultare alla fine il contrario della verità.

E’ incredibile che nel 2010, si debba ancora studiare a scuola, nella più assoluta indifferenza degli insegnanti (perfino quelli meridionali!), salvo sporadiche eccezioni, la stessa favoletta risorgimentale già raccontata a decine di generazioni, senza alcun rispetto per la Storia!

Del resto che altro può essere, dopo centocinquanta anni (!), la perdurante opposizione del segreto di Stato all’apertura di tutti i documenti sul risorgimento, come denunciano alcune interpellanze parlamentari e diversi studiosi, se non una palese dimostrazione di occultamento e di omertà sulla verità storica? Si badi bene che non si sta parlando di qualche foglio, ma di decine e decine di migliaia di documenti!

Che dire poi del Museo torinese dedicato a Cesare Lombroso, riaperto di recente?

Con quale criterio si possono conferire fondi ad un organismo che celebra il padre (ebreo!) del razzismo e le sue deliranti teorie basate sullo studio (sic!) dei teschi di quelli che vennero definiti briganti solo per giustificare lo sterminio, il genocidio delle popolazioni meridionali?

Teschi di persone alle quali non solo non è stata concessa degna sepoltura, ma in molti casi neanche un nome, dal momento che i loro corpi venivano sciolti nella calce dai salvatori savoiardi!

E nei pochi casi in cui è stata possibile l’identificazione, le famiglie non ne hanno nemmeno ottenuto la restituzione.

Perfino in Centro e Sud America, paesi che dovrebbero essere meno progrediti del nostro sul piano dei diritti civili, hanno soddisfatto le aspettative delle famiglie riguardo ai resti dei loro cari, anche se si chiamavano Pancho Villa, o Lampiao e Maria Bonita.

Da noi no, vietato!

La negazione di ogni più basilare diritto della persona!

L’aberrazione dell’Uomo!

E’ giustizia questa?

E’ questo lo stato unitario che vogliamo?

E lo vogliamo davvero uno stato unitario?

L’autore

"Fra i doveri prescritti ai re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, e io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti monarchi. A tale uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa metropoli, da cui ora debbo allontanarmi con dolore. Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei stati, nonostante ch’io fossi in pace con tutte le potenze europee. I mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi principi nazionali e italiani non valsero ad allontanarla, che anzi la necessità di difendere l’integrità dello Stato trascinò seco avvenimenti che ho sempre deplorato. Onde io protesto solennemente contro queste inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l’età presente e futura. Il corpo diplomatico presente presso la mia persona seppe, fin dal principio di questa inaudita invasione, da quali sentimenti era compreso l’animo mio per tutti i miei popoli, e per questa illustre città, cioè garantirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni d’arte e tutto quello che forma il patrimonio della sua grandezza, e che appartenendo alle generazioni future è superiore alle passioni di un tempo… Io sono napoletano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole di

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