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Quelli che hanno fatto grande Milano, l'Italia: I personaggi sepolti nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano

Quelli che hanno fatto grande Milano, l'Italia: I personaggi sepolti nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano

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Quelli che hanno fatto grande Milano, l'Italia: I personaggi sepolti nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano

Lunghezza:
494 pagine
5 ore
Pubblicato:
7 ago 2015
ISBN:
9788893060516
Formato:
Libro

Descrizione

Milano: sì, è il Duomo, il Castello, la Basilica di Sant'Ambrogio, la Pinacoteca di Brera, la Scala ... Ma non sono questi monumenti, queste raccolte d'arte; non è il tempio della musica milanese a spiegare la grandezza della città. Roma, Londra, Parigi... hanno di più e forse di meglio di Milano; hanno alle spalle secoli, millenni di storia travagliata e gloriosa; hanno condizionato la storia di altri popoli. Milano ha avuto più debole ruolo nella storia italiana, europea.

Allora, perché Milano è grande, tanto da star alla pari di metropoli blasonate?

Lo deve alla schiera di donne e uomini eccezionali che in questi secoli l'hanno abitata, vi hanno lavorato, profondendo le loro doti nel campo artistico, letterario, musicale, scientifico, medico, industriale. Lo deve ai sindaci che si sono succeduti alla guida della città dall’Unità d’Italia, guidandola con saggezza e fermezza verso lo sviluppo industriale, economico, sociale.

E le Amministrazioni Comunali milanesi, consapevoli del debito di riconoscenza nei loro confronti - una riconoscenza che durasse nei secoli - e nell'intento di proporli ad esempio per le generazioni future, hanno voluto ospitare la loro salma nel Famedio, il cuore del Cimitero Monumentale. Primo grande personaggio ad essere tumulato in questo 'Famedio', in questa 'Sede della Fama', è stato Alessandro Manzoni. E dopo di lui decine e decine di altri “cittadini illustri, benemeriti e distinti nella Storia Patria” come dicono le grandi scritte nell'artistica volta del Famedio. Ad oggi sono 74, dei quali 64 uomini e 10 donne. Ultimi in ordine di tempo il musicista Giorgio Gaslini e la cantante lirica Magda Olivero, deceduti nel 2014; l’attore Dario Fo, deceduto nel 2016.

Questo volume racconta la vita di tutti con delicato garbo, con empatia, e illustra la loro personalità e le loro opere con abbondante documentazione iconografica (alcune immagini sono inedite).

E dopo aver letto il libro, se vi capita, entrate nel Famedio, soffermatevi davanti a quelle urne, a quelle lapidi; rileggete i loro nomi, ripensate a loro. Meritano il nostro ricordo, la nostra gratitudine.
Pubblicato:
7 ago 2015
ISBN:
9788893060516
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

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Vinchi

Giovanni Battista Monteggia

Laveno, agosto 1762 - Milano, gennaio 1815

Medico, chirurgo, anatomista; ha onorato la classe medica milanese facendo della medicina, delle ricerche anatomiche e chirurgiche e della botanica, scienze al servizio del malato, non scienze accademiche. Ha trasmesso le sue approfondite conoscenze in numerose pubblicazioni ancor oggi basilari negli ambienti medici (in particolare quelle sulla traumatologia). Ha speso tutta la sua vita nella cura dei malati e nell’insegnamento della medicina.

E questa dedizione totale lo ha portato a gravi malattie per contagio; una di queste è stata per lui fatale.

Giovanni Battista Monteggia nasce nel 1762; la sua infanzia e la sua prima giovinezza le trascorre sulle rive del lago Maggiore, a Laveno, ove il padre ha un importante ruolo statale nel settore acque e strade. Compie gli studi liceali nella cittadina di Pallanza.

I genitori, che hanno già un figlio medico (un terzo è sacerdote), vorrebbero anche per Giovanni Battista un futuro da chirurgo, così lo iscrivono, diciassettenne, alla Scuola di Chirurgia dell’Ospedale Maggiore di Milano (la Ca’ Granda, voluta da Francesco Sforza nel 1456). Così il ragazzo si trasferisce nella grande città ove vivrà poi per tutta la vita.

Giovanni Battista è convinto che l’identificazione e la cura delle malattie e un corretto esercizio della chirurgia sono strettamente legati ad una profonda conoscenza del corpo umano; così si dedica agli studi anatomici frequentando assiduamente la sala mortuaria ove gli è concesso praticare incisioni; è convinto anche che la Natura stessa ha nascosto nelle piante, nelle erbe, nei minerali sostanze che possono aiutarci a guarire dalle malattie; così integra i suoi studi (del resto compiuti sotto la guida di alti luminari) con una parallela personale preparazione botanica e chimico-farmaceutica. Da sottolineare anche un’altra caratteristica di questo giovane studente, rivelata dai suoi colleghi: nei momenti di libertà dalla scuola si reca nelle case dei quartieri poveri per visitare i malati; è per lui un’altra preziosissima scuola dove può impratichirsi, fare esperienza; ma è anche una benedizione per quei malati che diversamente non avrebbero potuto permettersi la visita di un medico.

Monteggia per tutta la sua vita ha sempre un’attenzione particolare per i poveri ai quali dedica gratuitamente la sua assistenza, anche quando avrà raggiunto grande fama e sarà oberato di richieste.

Nel 1781 (ha 19 anni) presso l’Università di Pavia sostiene l’esame per la libera pratica in Chirurgia; sei anni dopo ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione medica.

È del 1789 la sua prima opera medica, in latino. In essa si delineano la sua vasta conoscenza clinico-anatomica ed anche le sue doti di divulgatore di conoscenze all’epoca troppo ignorate. Con l’abilitazione e con la pubblicazione di quest’opera inizia la folgorante carriera medica di Monteggia nell’ambito dell’Ospedale Maggiore di Milano. È nominato chirurgo aiutante, poi incisore anatomico (dai resoconti ospedalieri dell’epoca veniamo a sapere che la direzione aveva assegnato a Monteggia una camera proprio attigua alle sale mortuarie, così da assicurare un suo intervento immediato in caso di bisogno, ed anche per agevolare la sua risaputa passione per gli studi anatomici). La direzione dell’ospedale, contando sul suo spirito di abnegazione, sulla sua passione per la medicina, ma forse anche abusando della sua disponibilità, lo incarica di dare a titolo gratuito lezioni di chirurgia ai giovani chirurghi ospedalieri.

Gli vengono affidati anche incarichi molto onerosi all’esterno dell’Ospedale: è nominato medico-chirurgo dei detenuti delle Carceri e del Foro Criminale di Milano. Questa mansione lo porta a stretto contatto con il mondo della prostituzione e con una delle malattie ad essa collegate, molto diffusa e che all’epoca non aveva rimedi scientifici: la sifilide. Traduce dal tedesco e dà alle stampe un Compendio sulle malattie veneree, utile per aiutare i medici a diagnosticare i sintomi di queste malattie molto diffuse. A quest’opera, di semplice traduzione e divulgazione in Italia, segue tre anni dopo un’altra opera sullo stesso argomento, frutto però delle ricerche, delle analisi e delle osservazioni fatte da lui stesso; vi espone una dettagliata casistica raccolta nel corso della sua lunga esperienza diretta, a contatto con carcerati e prostitute; tra l’altro, dal saggio emerge una sua particolare attenzione a quella che potrebbe essere definita ‘polizia medica’. Un’opera accolta con grandi encomi dai medici italiani e stranieri che potevano finalmente disporre di un trattato scientifico su una malattia diffusa, ma clinicamente poco conosciuta e considerata addirittura incurabile; è un’opera che conferma la fama di questo giovane e promettente medico milanese.

Erano anni, quelli, nei quali non era ancora salvaguardato il diritto alla privacy: le cronache dell’epoca riferiscono che anche il potente duca milanese Francesco Melzi d’Eril, che sarà eletto vicepresidente della Repubblica Italiana nel periodo napoleonico, fa ricorso al Monteggia perché lo guarisca da fastidiosi sintomi di una malattia venerea. Il nostro medico riusce nell’intento, con grande sollievo dell’illustre paziente il quale metterà a sua disposizione un assegno vitalizio (somma che il medico userà per i poveri).

Nel 1794 Monteggia sposa Giovanna Cremona, una giovane di Novara, dalla quale avrà cinque figli (due moriranno in tenera età). L’anno successivo è nominato professore di Istituzioni di Chirurgia all’Ospedale Maggiore. Gli vengono affidati anche importanti incarichi pubblici nella Sanità; grazie all’autorità che gliene viene, può istituire scuole di insegnamento medico in vari ospedali nel nord Italia. Tra le altre incombenze a lui affidate: deve esaminare gli aspiranti chirurghi dell’esercito.

È del 1796 l’opera che suggella la sua fama; è in latino, ma viene presto tradotta in italiano: Osservazioni anatomico-patologiche, un prezioso manuale per tutti i medici o aspiranti medici. È successivo di pochi anni un altro manuale utilissimo perché all’epoca il settore ginecologico, della gravidanza, del parto era poco trattato nella letteratura medica italiana. Traduce dal tedesco L’Arte Ostetrica, e vi aggiunge molte annotazioni personali in particolare sui parti laboriosi e sulle regole da seguire durante la gravidanza e il puerperio. Ma l’opera alla quale è legato il nome di Monteggia è Istituzioni chirurgiche, un testo redatto per accompagnare le lezioni all’ospedale. La prima edizione, che ebbe numerose ristampe a Milano, Napoli, Pavia, è uscita in cinque volumi; ma Monteggia ne cura subito una seconda, rivista e ampliata, che esce qualche anno dopo in otto volumi. In questo suo corposo trattato, molto utilizzato per la formazione degli studenti, Monteggia approfondisce gran parte delle patologie conosciute all’epoca e spiega le varie tecniche chirurgiche. In particolare fornisce preziosi contributi descrittivi alla patologia dell’apparato locomotore, soprattutto per la parte riguardante la traumatologia. È il primo a studiare e a descrivere i vizi dell’andatura; rende più semplice la tecnica della medicazione delle ferite e delle piaghe e perfeziona gli apparecchi in uso per curare le fratture e le distorsioni; è il primo anche a descrivere la poliomielite. Sta lavorando al nono volume delle sue Istituzioni chirurgiche (che sarebbe stato dedicato ad argomenti veramente innovativi, quali elettricità, vaccinazione, farmacopea chirurgica) quando viene colpito da fortissime febbri intermittenti, causate dalla ‘risipola’ all’orecchio destro. Nonostante lo stato debilitato, il dolore, Monteggia non vuole interrompere le sue prestazioni ai malati. Ma la malattia avanza: si sparge per tutto il viso. A nulla valgono le cure dei colleghi: Monteggia muore la notte del 17 gennaio 1815, nel letto della sua casa milanese, in via Sant’Antonio (scelta per essere più vicino al suo ospedale). Il poeta dialettale Carlo Porta, suo contemporaneo, gli dedica un commosso sonetto. Il Policlinico di Milano nel 1929 intitola a questo straordinario medico il padiglione di chirurgia.

Le caratteristiche del chirurgo Monteggia che maggiormente colpiscono colleghi e alunni suoi contemporanei sono la sua indefessa attività e la sua disponibilità e generosità; oltre all’insegnamento, che già gli ruba tante ore, passa molto tempo a curare e ad assistere i malati, non solo in ospedale, ma anche nelle case private. Accorre sempre quando è chiamato; soprattutto quando i malati sono poveri; con discrezione provvede a fornire loro le medicine adeguate; in molti casi provvede anche al vitto. Un’altra caratteristica contraddistingue Monteggia: la sua meticolosità nello studio delle malattie; ogni caso che gli si presenta è per lui un banco di prova che gli serve per rafforzare la sua esperienza. Passa molto tempo anche nello studio del corpo umano, sezionando i cadaveri e studiando in particolare la muscolatura, le articolazioni, i visceri per carpire i segreti delle malattie e le possibili cure. Ed è in queste delicate operazioni autoptiche che Monteggia si è più volte ferito, rischiando infezioni; le cronache dicono che a causa di un’infezione ha rischiato di doversi far amputare il braccio sinistro; un’altra volta è rimasto infettato da miasma petecchiale, infezione per la quale ha rischiato addirittura la morte.

Ma oltre che per la totale dedizione alla professione medica, Monteggia ha lasciato un profondo ricordo nei Milanesi per l’esemplarità della sua vita, come uomo, come padre di famiglia. Le cronache del tempo lo descrivono come persona dai modi gentili, frugale nell’alimentazione, modesta nel vestire, spartana, incurante delle comodità delle quali avrebbe potuto godere; profondamente religioso; spirito libero; in nome della sua libertà personale rifugge dagli onori; Al favore dei grandi preferisce la propria libertà. In lui è sempre vivo il culto religioso e il pensiero di Dio nel quale ripone le proprie speranze, hanno scritto di lui.

Da una stampa dell’epoca, la Ca’ Granda, l’Ospedale nel quale ha prestato eroico servizio Giovanni Battista Monteggia (ora è sede dell’Università degli Studi di Milano)

Luigi Cagnola

Milano, giugno 1764 - Inverigo (Como), agosto1833

Il volto urbanistico di Milano deve molto a Luigi Cagnola, e giustamente il Comune ha voluto che le sue spoglie riposassero nel Famedio. Architetto di vasta cultura classica, elaborava nella sua mente grandiosi progetti che poi metteva su carta, anche se sapeva che non sarebbero stati realizzati perché utopistici, costosi, in dissonanza con il contesto urbanistico, o troppo moderni (o troppo antichi, secondo il punto di vista). E così, appunto, poche le sue opere che restano in Milano e in altre città lombarde.

Ma quelle poche ci bastano per darci una misura del suo genio.

Luigi Cagnola: una vita intensissima, animata da un’unica passione: progettare costruzioni nuove: palazzi, chiese, archi di trionfo, ... Centinaia e centinaia di schizzi, bozzetti, rilievi, progetti dettagliatissimi sono usciti dalle sue mani. Ma solo una piccola parte è stata realizzata ed oggi è qui, a Milano, o si trova in altre città lombarde. quale testimonianza del suo genio creativo; il resto giace in qualche archivio.

Cagnola lavorava per ‘hobby’, potremmo dire con terminologia moderna. E poteva permetterselo. Proveniva da una famiglia ricca, con rendite e con un titolo nobiliare (era marchese), e non aveva bisogno di un ‘salario’, di un compenso per i suoi progetti. Inseguiva gli ideali di architettura che aveva assimilato e perfezionato nel corso delle sue lunghe permanenze a Roma per studiare il classicismo romano e greco, nel Veneto (Verona, Venezia, Vicenza ...) per capire i canoni architettonici del Palladio. E metteva su carta queste sue idee, anche se era consapevole che nessuno (neanche il Comune di Milano o la Reggia Imperiale d’Austria) le avrebbe realizzate perché utopistiche, costose, in dissonanza con il contesto, o troppo moderne. E così, appunto, poche le sue opere che restano in Lombardia; ma quelle poche ci bastano per darci una misura del suo genio.

Giovanissimo, aveva presentato all’Amministrazione cittadina (allora Milano era sotto il dominio austriaco) una proposta per la progettazione della nuova Porta Orientale. Piacque molto, ma venne scartata perché la sua realizzazione sarebbe costata troppo alle casse municipali. Stessa sorte toccò a tanti altri suoi progetti.

Luigi Cagnola era nato a Milano nel 1764 (secondo alcune fonti: nel 1762) da famiglia appartenente alla più antica nobiltà milanese. I suoi genitori, il marchese Gaetano ed Emilia Serponti, volevano che si avviasse verso una carriera diplomatica: lo mandarono a Roma per i primi studi letterari, poi a Pavia ove si laureò in diritto civile (siamo nel 1781; aveva solo 19 anni). Dopo la laurea fu ammesso nell’Amministrazione pubblica austriaca; constatata la sua abilità nel disegno tecnico, fu assegnato all’ufficio che si occupava dei confini di Stato. Ma i suoi interessi erano ben altri.

In questi anni giovanili c’è solo un interesse che lo distrae dall’architettura: la passione per la grande novità dell’epoca: i palloni aerostatici; aveva 19 anni quando l’Europa si esaltò alla notizia che i fratelli Montgolfier erano riusciti a far sollevare da terra un grande pallone riempiendolo di aria calda. Il resto: solo architettura. A 22 anni elabora il progetto di una grandiosa università. Negli anni successivi mette su carta vari progetti di edifici sacri (chiese a una navata, a tre navate, a pianta circolare) e di edifici ‘profani’ (casini di caccia, un rivoluzionario padiglione per giardino a pianta triangolare). Propone all’Amministrazione austriaca progetti per nuovi caselli per la Porta Orientale, e alla Veneranda Fabbrica un progetto per la facciata del Duomo. Progetti rimasti sepolti negli archivi. Maggior fortuna come architetto l’ebbe con l’arrivo dei Francesi di Napoleone che presero il posto (per pochi anni …) degli Austriaci. Rapidamente divenne uno degli architetti ufficiali, mentre venivano messe in ombra figure molto influenti sotto il precedente regime (come il Piermarini, il Pollack). Nel 1801 finalmente (ha ormai quasi quarant’anni...) un suo progetto è accettato a Milano, preferito ad altre firme più illustri, quali quella del Canonica: vince il concorso per un arco celebrativo della vittoria di Marengo, da erigere in Porta Ticinese. La prima pietra è posta nel 1801, ma verrà inaugurato solo nel 1814, dopo il ritorno degli Austriaci. Il progetto iniziale del Cagnola prevedeva un completo riassetto urbanistico di tutta la zona intorno all’arco (grandiosa opera di ispirazione palladiana) e ai due caselli. Però non verrà messa mano al riassetto da lui proposto; così l’arco perde molta della maestosità e dell’imponenza che risultano invece nel progetto iniziale.

Cagnola è nominato membro della Commissione urbanistica con l’incarico del controllo dell’edilizia privata e della stesura di un Piano Regolatore per la città. Un membro - dicono le cronache - che si distinse per solerzia, per severità e per rigore. Peso determinante nella stesura del piano viario della città l’ha il Cagnola: elabora un sistema viabilistico a ‘rettifili’ che avrebbe aperto nuove direttrici concentriche verso il centro di Milano (tenendo però lontani dal traffico il Duomo e l’immediata area circostante). Pur lodato da tutti, questo piano rimane nel cassetto.

Nel 1806 gli è affidata la costruzione in zona Porta Orientale di un arco di trionfo ‘effimero’, vale a dire provvisorio, in occasione delle nozze del viceré del Regno d’Italia Eugenio di Beauharnais con la principessa Amalia di Baviera. È un arco di legno, ma piace a tal punto ai Milanesi e agli ‘addetti ai lavori’ che le autorità francesi affidano al Cagnola l’incarico di rifare lo stesso arco in marmo. I lavori iniziano nell’ottobre del 1807; interrotti (per motivi politici) nel 1814, vengono ripresi sotto la dominazione austriaca nel 1826 e sono ultimati nel 1838 (l’ideatore era già morto da cinque anni); con dedica non più ai fasti napoleonici, ma a un più generico 'alla Pace'. E quale gesto di affronto e di scherno agli odiati Francesi, gli Austriaci fanno invertire la posizione della quadriglia di cavalli posta sulla sommità: non più galoppanti verso le Alpi, ma verso il Castello, voltando così il sedere alle Alpi.

Opera splendida per la geniale ed equilibrata composizione degli elementi artistici ed architettonici; grandiosa per le dimensioni: il milanese Arco della Pace è superato in misure solo dal parigino Arco di Trionfo. Con il ritorno degli Austriaci diventa inevitabile il ridimensionamento del suo ruolo di architetto ‘ufficiale’; diminuiscono gli incarichi pubblici.

Precluso lo spazio in città nel quale Cagnola avrebbe potuto estrinsecare più prestigiosamente la sua passione creativa, deve rivolgere la sua attenzione verso commissioni che vengono dall’esterno; fortunatamente Vienna gli chiede un progetto per la costruzione di una ‘porta trionfale’ e per l’ampliamento del Palazzo Imperiale (progetto, quest’ultimo, rimasto irrealizzato).

Deve anche rassegnarsi ad accettare incarichi da privati e da parrocchie lombarde. Dovendo dedicarsi a tematiche non più celebrative, abbandona la grandiosità. Ma non vien meno alla sua vocazione al ‘neoclassicismo’. Nella chiesa parrocchiale di Concorezzo (lavori dal 1818 al 1821) è evidente la commistione di elementi palladiani e romani.

La rotonda della chiesa di Ghisalba, iniziata nel 1822, è un nuovo Pantheon.

Tra il 1824 e il 1829 a Urgnano viene costruito il campanile, a pianta circolare, tra le sue opere più originali. Una delle ultime realizzazioni è il progetto per la cupola del duomo di Brescia. Un’opera da manuale: riesce ad inventare geniali soluzioni architettoniche per fondere mirabilmente la cupola con la facciata settecentesca e tutto l’edificio preesistente.

Cagnola muore improvvisamente il 14 agosto del 1833, nella ‘Rotonda’, la grandiosa residenza che aveva costruito per sé a Inverigo, nel comasco.

Per suo stesso volere testamentario la salma viene sepolta nel piccolo cimitero della frazione di Ozzero, vicino ad Abbiategrasso; aveva voluto essere sepolto lì perché affezionato a quel tranquillo paesino; vi possedeva un castello nel quale si ritirava per trascorrere qualche giornata di quiete.

La città di Milano ha pianto in lui un uomo di alti valori umani, oltre che geniale professionista e uomo di profonda cultura che ha saputo influenzare la crescita della città.

Nel 1933, in occasione del centenario della morte l’Amministrazione milanese ha voluto che i resti mortali del grande architetto fossero posti nel Famedio.

Inverigo, la Rotonda, la villa progettata e fatta costruire per sé da Luigi Cagnola

Giuseppe Pozzone

Trezzo d’Adda, febbraio 1792 - Appiano, ottobre 1841

Giuseppe Pozzone: un poeta milanese della prima metà dell’'800 che avrebbe meritato maggior fama. Belle le sue poesie, a detta dei critici contemporanei; sempre a detta di alcuni suoi contemporanei, le sue poesie potrebbero stare alla pari delle poesie di altri ben più rinomati poeti, quali Parini, Manzoni. «A pochi secondo in Italia», hanno detto di lui. Che cosa ha fatto sì che gli fossero precluse le porte dell’Olimpo letterario e che il suo nome non potesse figurare nei testi letterari e non si parlasse di lui dalle cattedre scolastiche? Ecco la sua ‘colpa’: ne ha scritte troppo poche di poesie e non ha avuto la fortuna di trovare qualcuno che lo ‘imponesse’ all’attenzione dei letterati non solo in Lombardia, ma in tutta Italia. Lo dicono rinomati critici letterari suoi contemporanei. Così la sua arte poetica è finita nell’oblìo. Ma il Comune di Milano non ha dimenticato questo suo cittadino onorario (è nato ed è morto a Trezzo), e lo ha messo tra gli illustri Milanesi, nel Famedio, là ove riposa anche il Manzoni. Così, se Pozzone non trova un meritato posto sui testi letterari accanto ai grandi poeti e scrittori lombardi, lo trova qui, ora, nel Famedio.

Giuseppe Pozzone, letterato e poeta; A pochi secondo in Italia dice una lapide posta accanto alla porta di ingresso di una casa di Trezzo. Vi sono incise - in tono certo molto ‘aulico’ - anche altre connotazioni che ci aiutano a capire chi fosse quest’uomo; altrove, sui libri, si trovano

solo scarse informazioni su di lui. In questa casa l’abate professore Giuseppe Pozzone vide la luce il giorno 15 febbraio 1792. Il Municipio di Trezzo, interprete del comune desiderio, a perpetua ricordanza del valente uomo che oratore, cattedrante, poeta a pochi secondo in Italia illustrò mirabilmente la terra natale, pose questa lapide, cordiale tributo di riverente ammirazione. Altre poche informazioni sull’abate Pozzone le desumiamo dalle opere di Giuseppe Rovani, contemporaneo, suo discepolo, romanziere e storico milanese, anch’egli ammesso nel Famedio. Rovani in uno dei suoi libri, parlando della produzione letteraria lombarda nel ‘700 - ‘800 afferma che sarebbe opportuno raccogliere in un volume e poi diffonderlo gli sparsi lavori di quegli ingegni che la modestia o il disdegno o le circostanze dell’avversa fortuna avevano mantenuto nell’oscurità a dispetto del merito incontrastabile. Rovani continua dicendo che tra quanti meriterebbero degnamente di essere conosciuti fuori Lombardia. emerge Giuseppe Pozzone. Se per le opere poetiche si ha riguardo alla qualità e non alla quantità non dubitiamo di asserire che il volumetto di poesie di Pozzone stampato nel 1841 poco prima della sua morte, sia il più degno di star vicino alle Odi di Parini o alle Liriche di Manzoni. Certo che agli uomini che vivono a Firenze, a Roma, a Napoli, e a cui o dal giornalismo superficiale, o da viaggiatori frettolosi vien data una menzione mendace delle cose nostre parrà stranissima questa nostra asserzione perché è stranissimo a credersi che un uomo che non è indegno di stare tra Parini e Manzoni possa essere rimasto così oscuro per tanto tempo. Altri particolari sulla vita (caratterizzata da una salute malferma) e sulla personalità dell’abate Giuseppe Pozzone li possiamo desumere dai suoi stessi scritti. Trascriviamo questa delicata dedica ai suoi ‘cari discepoli’ di uno dei suoi rari libri di poesie. Nel lungo riposo a cui mi condannò quest’anno la mia mal ferma salute, mi sovvenne la promessa fattavi in uno di que’ momenti, ne’ quali un subito movimento del cuore sorpassa il giudizio e trascina la deliberazione della mente: era di tor commiato da voi con un pubblico segno dell’amor mio, dedicandovi alcuni versi, de’ quali voi facevate un conto troppo maggiore del merito loro. Comecchè più volte me ne fosse venuto pentimento, pure ho creduto di non poter fallire senza qualche vergogna alla vostra aspettazione e alla mia parola. Adunque, parte a Cinisello nella villa Silva-Ghirlanda, la più celebre e amena di questi dintorni, parte nella casa de’ Cagnola ad Appiano ho trascritto questi pochi componimenti, editi o inediti che fossero, quali mi venivano alla memoria, quasi senza scelta e distinzione. Il piccolo dono, col quale mi congedo da voi, vi sia più caro ed accetto almeno per questo, che per secondare un vostro desiderio io forse mi espongo a molte censure. L’esitazione grandissima che io provo a gettarmi nel pubblico, siavi documento a rispettarlo e a temerlo. La poetica di Pozzone si ispira e riecheggia Parini e i poeti arcadici. L’immortalità e I versi a mensa sono i titoli delle due raccolte di sue Odi. Ha lasciato vari sermoni sacri e versi sparsi ‘d’occasione’.

È vissuto per molti anni nell’ambito milanese ove ha esercitato il suo ministero sacerdotale e ha insegnato in vari istituti e collegi (in particolare nell’Istituto di Brera, prendendo il posto di Parini e ove rimase per 22 anni). Dovette però lasciare Milano sia pure per un breve periodo a causa di una poesia satirica nella quale sferzava il clero; anche se il cardinale Gaisruck prese le sue difese, la sua carriera era bruciata e venne trasferito a Pavia.

Alla fine dell’estate del 1841 il suo stato di salute destava seri problemi. Un suo amico, Cagnola, commerciante, insistette perché andasse a curarsi nella villa che aveva ad Appiano Gentile (già altre volte lo aveva avuto ospite durante le vacanze estive). Le cronache dicono che sparsasi la notizia del suo arrivo ad Appiano molti suoi ex alunni e ammiratori vennero anche dai paesi lontani per salutarlo, pensando fosse venuto per assistere alla vendemmia. Ma grande fu il loro dolore - si legge nelle cronache - quando fu loro detto che quelli erano i suoi ultimi giorni.

È spirato tra le braccia di molti suoi amici e alunni la mattina del 5 ottobre.

La lapide posta dal Comune di Trezzo sulla casa ove è nato il poeta Giuseppe Pozzone

Giovanni Battista

Bertini

Milano, 1799 - Milano, 1849

Giovanni Battista Bertini, esperto in pittura su vetro e abile nella tecnica di restauro di vetrate, ha ripristinato antiche vetrate del Duomo di Milano e della Basilica di Assisi.

È il membro più illustre e geniale di una ‘stirpe’ di mastri vetrai

che nella loro Bottega seppero perfezionare le tecniche della colorazione del vetro.

Il profilo di Giovanni Battista Bertini, dalla lapide commemorativa posta dalla

Veneranda Fabbrica nel deambulatorio del Duomo

Il Duomo di Milano è un museo d’arte ‘in progress’: ogni generazione vi ha lasciato e vi lascia la sua impronta, affidandone la cura alle generazioni successive. Sculture, vetrate, bassorilievi sono fragili, facilmente vittime delle ingiurie del tempo e dell’inquinamento. Giovanni Battista Bertini, avvalendosi dell’esperienza acquisita dal padre Giovanni in Francia e aiutato dai figli Giuseppe e Pompeo, e con lavoro continuato dai nipoti Guido e Achille, ha restaurato alcune tra le più antiche e preziose vetrate del Duomo, meritandosi l’onore di una sepoltura nel Famedio.

Giovanni Battista Bertini era nato a Milano nel dicembre 1799 in una famiglia che aveva nel sangue la passione per la colorazione del vetro.

Il padre Giovanni, affascinato dal sogno di dare al vetro la possibilità di ‘parlare’, di ‘raccontare’ con i colori, si era recato in Francia, Paese allora all’avanguardia nel settore, per imparare i procedimenti tecnici e chimici per dar colori eterni al vetro.

A Parigi compì un lungo apprendistato nell’arte dello smalto presso la Reale Manifattura di Sèvres. Tornato in Italia mise a frutto subito l’esperienza acquisita: ideò nuovi tipi di fornace per la fusione degli smalti; invenzione premiata dall’Imperial Regio Istituto di Scienze, Lettere e Arti.

Trasmise i segreti e la passione al figlio Giovanni Battista. Costui, dotato più del padre di spirito imprenditoriale, proseguì nelle ricerche sulla tecnica per l’impiego degli smalti su vetrate e fondò una società (la Bertini Brenta e C.) per lo sfruttamento industriale e commerciale dei ritrovati. Nel 1826 la società si meritò un riconoscimento per gli innovativi risultati raggiunti nella realizzazione di lastre di vetro colorate a fuoco.

La novità del metodo Bertini consisteva nel sovrapporre su lastre di vetro smerigliato più colori; in particolare ebbe l’idea non poco rivoluzionaria di far coincidere le legature dei piombi con i contorni delle figure. Anche i figli Giuseppe e Pompeo e con loro e dopo di loro i nipoti Guido e Achille seppero continuare le ricerche del padre, del nonno e del bisnonno, apportando significative modifiche nelle tecniche, come quella di colorare il vetro con colori in pasta. In quei decenni tra i produttori di vetro al piombo, in Inghilterra, in Francia, in Italia era in atto una vera e propria corsa alla sperimentazione di nuovi pigmenti per la colorazione del vetro; si arrivò così alla ‘invenzione’ di tonalità sottili e sfumate. E in questo progresso, appunto, ebbero la loro parte i Bertini. Questi artisti usarono con estrema abilità una vasta gamma di smalti d’ogni colore e sfumatura miscelabili e diluibili, con cui ottennero una pittura simile all’acquarello; seppero imporre un nuovo linguaggio nella produzione vetraria e nella concezione ed elaborazione delle vetrate istoriate.

Nella prima metà dell’ ‘800 era in atto in Europa un rinnovato interesse per il Gotico. Forse sull’onda di questo ‘revival’, la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano intese dar nuova vita ad uno dei patrimoni più preziosi della Cattedrale, le vetrate istoriate, con un restauro che fosse accurato, sistematico e globale. E così nel 1833 stipulò con la Bottega Giovanni Battista Bertini un dettagliato contratto.

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