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Italia. Se la Merkel è Carlo V. Dalla resa di Milano al sacco di Roma. 1494-1527 e 1992-2013. Moro e Cuccia, Serenissima e Berlusconi, Clemente VII e Napolitano e altri parallelismi

Italia. Se la Merkel è Carlo V. Dalla resa di Milano al sacco di Roma. 1494-1527 e 1992-2013. Moro e Cuccia, Serenissima e Berlusconi, Clemente VII e Napolitano e altri parallelismi

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Italia. Se la Merkel è Carlo V. Dalla resa di Milano al sacco di Roma. 1494-1527 e 1992-2013. Moro e Cuccia, Serenissima e Berlusconi, Clemente VII e Napolitano e altri parallelismi

Lunghezza:
1.092 pagine
15 ore
Editore:
Pubblicato:
6 mar 2014
ISBN:
9788867971589
Formato:
Libro

Descrizione

Solo la storia può dare delle risposte alla crisi italiana. Ecco perché due voci indipendenti e fuori dal coro, come Lodovico Festa e Giulio Sapelli, esplorano il tema dei ricorsi nella storia d’Italia per trarne delle lezioni e delle tracce con l’intento di comprendere il tempo che viviamo. Ludovico il Moro come Cuccia, Cesare Borgia come Craxi, i dogi come Berlusconi, Lutero come Ratzinger: dieci similitudini nella storia d’Italia interpretate alla luce del pensiero di due giganti come il Machiavelli e il Guicciardini.

Festa e Sapelli con questi dialoghi, non privi in certi punti di consapevoli forzature, cercano di spingere a guardare più a fondo nella crisi italiana per aprire con il paradosso la via alla ragione: quanto da lontano vengono certe questioni e certe strutture che innervano la società italiana? Quanto sono attuali le riflessioni (contrapposte) di grandi intellettuali come Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini che osservarono l’ascesa e il declino degli Stati italiani in Europa e i grandi cambiamenti tecnici e geografici del loro tempo?
In che modo l’economia, la politica, la cultura giuridica e la società italiana si nutrono di storia, prima ancora che di tecnicalità?

Un esteso corredo antologico di testi tratti dalla Storia d’Italia del Guicciardini e anche dal Principe di Machiavelli completano i dialoghi di Festa e Sapelli a testimonianza della profondità e dell’attualità di queste riflessioni.
Editore:
Pubblicato:
6 mar 2014
ISBN:
9788867971589
Formato:
Libro

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Italia. Se la Merkel è Carlo V. Dalla resa di Milano al sacco di Roma. 1494-1527 e 1992-2013. Moro e Cuccia, Serenissima e Berlusconi, Clemente VII e Napolitano e altri parallelismi - Lodovico Festa

© goWare

Febbraio 2014, prima edizione digitale

ISBN 978-88-6797-158-9

Redazione: Alice Mazzoni

Copertina: Lorenzo Puliti

Sviluppo ePub: Elisa Baglioni

goWare è una startup fiorentina specializzata in digital publishing

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Presentazione

Solo la storia può dare delle risposte alla crisi italiana. Ecco perché due voci indipendenti e fuori dal coro, come Lodovico Festa e Giulio Sapelli, esplorano il tema dei ricorsi nella storia d’Italia per trarne delle lezioni e delle tracce con l’intento di comprendere il tempo che viviamo. Ludovico il Moro come Cuccia, Cesare Borgia come Craxi, i dogi come Berlusconi, Lutero come Ratzinger: dieci similitudini nella storia d’Italia interpretate alla luce del pensiero di due giganti come il Machiavelli e il Guicciardini.

Festa e Sapelli con questi dialoghi, non privi in certi punti di consapevoli forzature, cercano di spingere a guardare più a fondo nella crisi italiana per aprire con il paradosso la via alla ragione: quanto da lontano vengono certe questioni e certe strutture che innervano la società italiana? Quanto sono attuali le riflessioni (contrapposte) di grandi intellettuali come Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini che osservarono l’ascesa e il declino degli Stati italiani in Europa e i grandi cambiamenti tecnici e geografici del loro tempo? In che modo l’economia, la politica, la cultura giuridica e la società italiana si nutrono di storia, prima ancora che di tecnicalità?

Un esteso corredo antologico di testi tratti dalla Storia d’Italia del Guicciardini e anche dal Principe di Machiavelli completano i dialoghi di Festa e Sapelli a testimonianza della profondità e dell’attualità di queste riflessioni.

Lodovico Festa (nato nel 1947), giornalista, commentatore e analista politico, ha fondato Il Moderno e collaborato a fondare Il Foglio e Finanza & Mercati. Tra i suoi libri: Guerra per banche (2005), Capitalismi (con Giulio Sapelli, 2008), Milano e il suo destino (con Carlo Tognoli, 2009), Il tempo della semina (con Raffaele Bonanni, 2010), usciti da Boroli Editore; I volti dell’arte (con Flavio Caroli, 2007), pubblicato da Mondadori; Ascesa e declino della Seconda Repubblica. Italia 1992-2012, Edizioni Ares (2012). Con goWare insieme a Sapelli ha pubblicato: L’Italia che si uccide; I cento giorni di Hollande; Obama, l’America e il partito moderno.

Giulio Sapelli, Professore ordinario di Storia economica all’Università degli Studi di Milano ed editorialista del "Messaggero, è una delle voci più originali e fuori dal coro tra gli economisti italiani. Intellettuale poliedrico, unisce storia, filosofia, sociologia e cultura umanista in uno stile personalissimo e profondo. Con goWare ha pubblicato: L’inverno di Monti; AMEN! Un grido inascoltato sulla crisi italiana; Declino dalla decadenza all’economia morale; Nella crisi del capitalismo, dall’Italia al mondo; Altro che primavere; Chi comanda in Italia: Agosto 2013. Niente sarà più come prima, L’attualità di Marx. Con Festa: L’Italia che si uccide; I cento giorni di Hollande; Obama, l’America e il partito moderno.

Prologo

La storia

Niccolò Machiavelli

3 maggio 1469 — Nasce a Firenze. Studia soprattutto i classici latini e acquisisce una solida cultura umanistica.

19 giugno 1498 — Diventa segretario della Seconda Cancelleria della Repubblica fiorentina.

12 gennaio 1507 — È nominato cancelliere dei Nove ufficiali della milizia fiorentina.

12 febbraio 1513 — Dopo il ritorno dei Medici, è arrestato e torturato. Nel luglio scrive I discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Nella seconda metà dell’anno scrive Il Principe Figura 1 – Il Principe , edizione Domenico Giglio, Venezia 1554].

1518 — Scrive La Mandragola e Belfagor arcidiavolo.

1525 — Scrive Clizia.

1519-1520 — Scrive i dialoghi De re militari (L’arte della guerra).

21 giugno 1527 — Muore a Firenze.

Francesco Guicciardini

1483 — Nasce a Firenze il 6 marzo.

1505 — Diventa dottore in legge.

1508 — È nominato, grazie alla moglie Maria Salviati, tra i capitani dello Spedale del Ceppo.

1516 — Con Giovanni de’ Medici (Leone X) diventa governatore a Reggio Emilia e Parma).

1522 — Con Giulio de’ Medici (papa Clemente VII) è governatore della Romagna.

1525-1530 — Esce una raccolta di suoi aforismi politici e morali (i Ricordi).

1520 — Scrive Storie di un bastardo.

1527-1530 — Scrive Considerazioni sui Discorsi di Machiavelli.

1537-1540 — Scrive la Storia d’Italia Figura 2 – Storia d’Italia, Venezia, 1580].

22 maggio 1540 — Muore ad Arcetri.

L’Italia unita

1861 — Nasce il Regno di Italia.

3 novembre 1903 — Giovanni Giolitti inizia la sua seconda lunga stagione di governo durante la quale cerca di porre le basi per un allargamento dello Stato.

14 maggio 1915 — Gabriele D’Annunzio incita alla guerra con il discorso delle radiose giornate di maggio. Giolitti, leader della maggioranza parlamentare che sostiene il governo Salandra, è sconfitto dalle manifestazioni di strada e dalle pressioni del re Vittorio Emanuele III che minaccia di abdicare. L’Italia entra in guerra il 24 maggio.

28 ottobre 1922 — Marcia su Roma.

8 settembre 1943-27 dicembre 1947 — L’Italia passa dalla disgregazione dello Stato nazionale monarchico, alla guerra civile e antinazista, fino a dotarsi di una nuova Costituzione repubblicana, di alta qualità ma segnata in parti essenziali dal clima determinato dalla Guerra fredda.

30 giugno 1960-4 dicembre 1963 — L’Italia passa da un periodo di forti tensioni politiche e civili alla costituzione di una coalizione fondata sull’asse tra democristiani e socialisti che dimostrerà di non avere adeguate basi sociali e politiche per guidare la nazione.

24 gennaio 1966 — Occupata la facoltà di Sociologia di Trento.

15 novembre 1967 — Occupate la facoltà di Architettura di Torino e la Cattolica di Milano.

12 dicembre 1969 — Attentato alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano.

16 marzo 1978 — Sequestro di Aldo Moro.

19 maggio 1978 — Uccisione di Aldo Moro: un lungo periodo che Giorgio Amendola definì di tipo diciannovistico e che ha logorato la Repubblica.

Febbraio 1969 — Enrico Berlinguer viene eletto vicesegretario nazionale del Pci a fianco di Luigi Longo.

Maggio 1982 — Ciriaco De Mita diventa segretario nazionale della Dc, inizia una stagione in cui il partito di Sturzo e De Gasperi è incapace di ritrovare un’ispirazione costituente adeguata alla nuova fase nazionale e globale.

28 giugno 1987 — Achille Occhetto eletto vicesegretario del Pci a fianco di Alessandro Natta. Finita la stagione dei quadri formati nella stagione di ferro e di fuoco e dei grandi intellettuali, emergono alla testa dei comunisti italiani dirigenti più portati alla propaganda che all’analisi politica.

1991 — Francesco Cossiga, Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani, leader di ispirazione liberale o comunque moderata della Dc, non trovano un accordo tra loro e antepongono scelte di difesa del prestigio o del potere personale all’individuazione di indirizzi utili alla nazione.

* * *

Machiavelli&Guicciardini

Dal Principe, Epilogo

Non si debba adunque lasciare passare questa occasione, acciò che la Italia vegga dopo tanto tempo apparire uno suo redentore. Né posso esprimere con quale amore e’ fussi ricevuto in tutte quelle provincie che hanno patito per queste illuvioni esterne, con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. Quali porte se li serrerebbono? Quali populi gli negherebbono la obbedienza? Quale invidia se li opporrebbe? Quale italiano gli negherebbe lo ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio.

Dalla Storia d’Italia, Libro 1, capitolo 1

Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, dappoi che l’armi de’ franzesi, chiamate da’ nostri príncipi medesimi, cominciorono con grandissimo movimento a perturbarla: materia, per la varietà e grandezza loro, molto memorabile e piena di atrocissimi accidenti; avendo patito tanti anni Italia tutte quelle calamità con le quali sogliono i miseri mortali, ora per l’ira giusta d’Iddio ora dalla empietà e sceleratezze degli altri uomini, essere vessati. Dalla cognizione de’ quali casi, tanto vari e tanto gravi, potrà ciascuno, e per sé proprio e per bene publico, prendere molti salutiferi documenti onde per innumerabili esempli evidentemente apparirà a quanta instabilità, né altrimenti che uno mare concitato da’ venti, siano sottoposte le cose umane; quanto siano perniciosi, quasi sempre a se stessi ma sempre a’ popoli, i consigli male misurati di coloro che dominano, quando, avendo solamente innanzi agli occhi o errori vani o le cupidità presenti, non si ricordando delle spesse variazioni della fortuna, e convertendo in detrimento altrui la potestà conceduta loro per la salute comune, si fanno, poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuove turbazioni.

Ma le calamità d’Italia (acciocché io faccia noto quale fusse allora lo stato suo, e insieme le cagioni dalle quali ebbeno l’origine tanti mali) cominciorono con tanto maggiore dispiacere e spavento negli animi degli uomini quanto le cose universali erano allora piú liete e piú felici. Perché manifesto è che, dappoi che lo imperio romano, indebolito principalmente per la mutazione degli antichi costumi, cominciò, già sono piú di mille anni, di quella grandezza a declinare alla quale con maravigliosa virtú e fortuna era salito, non aveva giammai sentito Italia tanta prosperità, né provato stato tanto desiderabile quanto era quello nel quale sicuramente si riposava l’anno della salute cristiana mille quattrocento novanta, e gli anni che a quello e prima e poi furono congiunti. Perché, ridotta tutta in somma pace e tranquillità, coltivata non meno ne’ luoghi piú montuosi e piú sterili che nelle pianure e regioni sue piú fertili, né sottoposta a altro imperio che de’ suoi medesimi, non solo era abbondantissima d’abitatori, di mercatanzie e di ricchezze; ma illustrata sommamente dalla magnificenza di molti príncipi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime città, dalla sedia e maestà della religione, fioriva d’uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose publiche, e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa; né priva secondo l’uso di quella età di gloria militare e ornatissima di tante doti, meritamente appresso a tutte le nazioni nome e fama chiarissima riteneva.

Dalla Storia d’Italia, capitolo 11

Il numero del quale, per quel che io ritraggo, nella diversità di molti, per piú vero, fu, oltre ai dugento gentiluomini della guardia del re, computati i svizzeri i quali prima col baglí di Digiuno erano andati a Genova, e quella gente che sotto Obigní militava in Romagna, uomini d’arme mille secento, de’ quali ciascuno ha secondo l’uso franzese due arcieri, in modo che sei cavalli sotto ogni lancia (questo nome hanno i loro uomini d’arme) si comprendono; seimila fanti svizzeri; seimila fanti del regno suo, de’ quali la metà erano della provincia di Guascogna, dotata meglio, secondo il giudicio de’ franzesi, di fanti atti alla guerra che alcuna altra parte di Francia: e per unirsi con questo esercito erano state condotte per mare a Genova quantità grande di artiglierie da battere le muraglie e da usare in campagna, ma di tale sorte che giammai aveva veduto Italia le simiglianti.

Questa peste, trovata molti anni innanzi in Germania, fu condotta la prima volta in Italia da’ viniziani, nella guerra che circa l’anno della salute mille trecent’ottanta ebbono i genovesi con loro; nella quale i viniziani, vinti nel mare e afflitti per la perdita di Chioggia, ricevevano qualunque condizione avesse voluta il vincitore se a tanto preclara occasione non fusse mancato moderato consiglio. Il nome delle maggiori era bombarde, le quali, sparsa dipoi questa invenzione per tutta Italia, si adoperavano nelle oppugnazioni delle terre; alcune di ferro alcune di bronzo, ma grossissime in modo che per la macchina grande e per la imperizia degli uomini e attitudine mala degli instrumenti, tardissimamente e con grandissima difficoltà si conducevano, piantavansi alle terre co’ medesimi impedimenti, e piantate, era dall’uno colpo all’altro tanto intervallo che con piccolissimo frutto, a comparazione di quello che seguitò da poi, molto tempo consumavano; donde i difensori de’ luoghi oppugnati avevano spazio di potere oziosamente fare di dentro ripari e fortificazioni: e nondimeno, per la violenza del salnitro col quale si fa la polvere, datogli il fuoco, volavano con sí orribile tuono e impeto stupendo per l’aria le palle, che questo instrumento faceva, eziandio innanzi che avesse maggiore perfezione, ridicoli tutti gli instrumenti i quali nella oppugnazione delle terre avevano, con tanta fama di Archimede e degli altri inventori, usati gli antichi. Ma i franzesi, fabricando pezzi molto piú espediti né d’altro che di bronzo, i quali chiamavano cannoni, e usando palle di ferro, dove prima di pietra e senza comparazione piú grosse e di peso gravissimo s’usavano, gli conducevano in sulle carrette, tirate non da buoi, come in Italia si costumava, ma da cavalli, con agilità tale d’uomini e di instrumenti deputati a questo servigio che quasi sempre al pari degli eserciti camminavano, e condotte alle muraglie erano piantate con prestezza incredibile; e interponendosi dall’un colpo all’altro piccolissimo intervallo di tempo, sí spesso e con impeto sí veemente percotevano che quello che prima in Italia fare in molti giorni si soleva, da loro in pochissime ore si faceva: usando ancora questo piú tosto diabolico che umano instrumento non meno alla campagna che a combattere le terre, e co’ medesimi cannoni e con altri pezzi minori, ma fabricati e condotti, secondo la loro proporzione, con la medesima destrezza e celerità.

Facevano tali artiglierie molto formidabile a tutta Italia l’esercito di Carlo.

* * *

Festa&Sapelli

Lodovico Festa – Il succo di questo libro è riflettere se e quanto il periodo 1992-2013 sia analogo a quello 1494-1527, quando l’Italia rinuncia allo sforzo di darsi uno Stato unitario (obiettivo sostenuto appassionatamente da Machiavelli) e si ritira nella cura del particulare (esito inevitabile secondo Guicciardini). Dietro alle nostre considerazioni c’è anche il quesito: se aveva ragione il segretario fiorentino colpito da prigione e qualche tortura quando i Medici tornano a Firenze dopo la lunga parentesi repubblicana, o se aveva ragione il diplomatico legato ai Medici e poi uomo chiave nelle amministrazioni dei Papi che si succedono dopo Giulio II. E, di metaforica conseguenza, hanno ragione i Machiavelli dei giorni nostri o i Guicciardini?

Giulio Sapelli – C’è un famoso saggio di Giuliano Procacci Studi sulla fortuna del Machiavelli (Istituto Storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma 1965). Poi ripubblicato e ampliato in Machiavelli nella cultura europea dell’età moderna (Laterza, Roma-Bari 1995), in cui il mio vecchio amico parla anche della fortuna italiana del Machiavelli. A me sembra invece che abbia ragione Georg Wilhelm Friedrich Hegel nel suo Costituzione della Germania (1801-2) quando afferma come in Italia si sia perso l’eco della lezione del Principe. In questo senso mentre leggiamo ancora con avidità il primo vero teorico della politica e il suo saggio sul Principe – senza di lui non vi sarebbero stati teorici della politica della portata di Thomas Hobbes – poi dobbiamo ammettere che, per capire concretamente le vicende cinquecentesche in Italia, sia più utile Guicciardini e la sua Storia.

L.F. – È interessante quello spunto del Guicciardini, citato in appendice a questo capitolo, che indica nella nuova artiglieria la superiorità del regno di Francia sulle Repubbliche italiane così solide solo qualche decennio prima. Finanziare i cannoni e attrezzare le navi in grado di varcare gli oceani appaiono le due funzioni intorno alle quali lo Stato si trasforma da feudale a moderno, concentra le risorse innanzi tutto fiscali e sfida gli altri soggetti sulla leviatanesca scena internazionale. È il momento in cui le ricche repubbliche italiane, così potenti nel Quattrocento, vengono scompaginate. Poi verrà l’ora dei turchi.

G.S. – Gli Stati moderni europei che si definiscono tra il Cinquecento e l’Ottocento sono di due tipi. Stati che si costruiscono dalle fondamenta come la Francia, prima con i Carolingi poi con i Capetingi. Come l’Inghilterra, che cresce in un accordo tra re normanni e popolo (borghese) sassone, scavalcando in parte il potere baronale e preparando le basi per quella ricca società civile descritta nei suoi saggi da Lawrence Stone o nei suoi romanzi da Henry Fielding. Sempre dalle fondamenta è costruita la monarchia spagnola con la dura e lenta Reconquista della penisola iberica da parte del regno di Castiglia. Ci sono poi gli Stati che si costruiscono dal tetto, così nell’Ottocento la Germania conquistata dalla Prussia o l’Italia dai Savoia. E gli Stati, che pur formati dalle fondamenta, non riescono a stare insieme perché gli aristocratici litigano tra loro: come Jean-Jacques Rousseau osserva nelle sue Considerazioni sul governo della Polonia.

L.F. – Insomma il nostro è uno Stato costruito dal tetto.

G.S. – E peraltro, come osservava Friedrich Engels, non con l’acciaio degli Junker bensì con la sciaboletta dei Savoia. Anche se è giusto ricordare, anche per contrastare una diffusa (e talvolta non infondata) piemontesofobia, come il Regno savoiardo – lo spiega bene un grande storico come Carlo Antoni – nel 1821 fosse l’unico Stato italiano dotato di una Costituzione.

L.F. – Comunque le basi del nuovo Stato sono assai deboli, basta rammentare la questione cattolica. Magari rivedendo invece certe esagerazioni gramsciane sulla fragilità dell’Italia perché non aveva fatto la riforma agraria. Tesi contestata in alcune parti rilevanti con convincenti dati e argomenti da Rosario Romeo.

G.S. – È difficile non considerare il punto di vista di Figura 3 – Il monumento a Jose Garibaldi in plaza Manuel Herrera y Obes a Montevideo, Uruguay], voluto dagli inglesi per depotenziare Brasile e Argentina, un’operazione analoga a quella compiuta in Cile: studiando un po’ la storia di quest’ultimo paese è divertente notare come la gran parte di generali e ammiragli cileni abbia cognomi di derivazione inglese piuttosto che spagnola.

L.F. – Le fragilità di fondo del nostro Stato nazionale – a cui si allude con le date sulla storia italiana unitaria che abbiamo scelto per introdurre questo prologo (la sconfitta di Giolitti, le forzature per entrare in guerra, il fascismo, la difficoltà a superare le contraddizioni determinate dalla Guerra fredda nel secondo dopoguerra) saranno il contesto per ragionare sulla attualità della dialettica Machiavelli-Guicciardini: se vale ancora la pena di cercare la virtù necessaria (che naturalmente senza la fortuna non basterà) per unificare la nazione. O se, oggi, come avvenne nel Cinquecento non valga la pena di prendere atto della nostra fondamentale natura (volgarmente: Franza o Spagna purché se magna). Lo ripeterò lungo tutto il nostro dialogo, molte delle comparazioni che presenteremo nei vari capitoli rappresentano delle vere e proprie forzature ma servono, secondo me, a dare – grazie a qualche metafora – un certo potere di suggestione a ipotesi interpretative soprattutto dell’oggi. In questo, comunque, saremo più machiavelliani, cioè convinti delle costanti nella storia, che guicciardiniani, cioè sostenitori dei casi unici da esaminare in sé.

G.S. – Permettimi di fare una dichiarazione preventiva: io sono particolarmente pessimista. In Italia non c’è stata quella unificazione tra élite e popolo che è avvenuta nelle altre grandi nazioni, i nostri intellettuali cosmopoliti sono i migliori, la lingua nazionale è solo delle élite.

L.F. – Nonostante Dante, Petrarca e poi Manzoni?

G.S. – Alla fine sì, la nostra è stata una lingua delle élite, con un’unificazione che ha riguardato innanzi tutto le élite. In questo senso mi sento più in sintonia con Guicciardini e poi con Giacomo Leopardi, che con lo sforzo volontaristico di Machiavelli. Quest’ultimo, come molti tra i grandi geni, vede meglio le cose lontane di quelle vicine.

L.F. – I tuoi argomenti sono senza dubbio rilevanti. Ma d’altro canto sono assai infastidito da certe teorie come quella dello choc esterno, del vincolo esterno, in soldoni della necessità di subordinarsi agli stranieri. Certo, sono tesi sostenute anche da uomini di grande valore come quelli del filone dell’azionismo sia risorgimentale sia antifascista. Un atteggiamento spesso coniugato con il richiamo all’esigenza di una riforma protestante del cristianesimo italiano. E si tratta anche di personalità di eccellente qualità, come Enrico Cuccia o Nino Andreatta, ma è stato anche il rifugio preferito dell’evanescenza, come quella di Carlo Azeglio Ciampi o di Mario Monti. E la constatazione della fragilità finale dei sostenitori del vincolo esterno mi spinge a non arrendermi. Ma ne discuteremo via via.

#Ludovico il Moro&Enrico Cuccia

La storia

Ludovico il Moro

Il nome della famiglia deriva dal soprannome del suo fondatore, Muzio Attendolo (Cotignola, 1369-Ravenna, 1424), capitano di ventura in Romagna al servizio dei re angioini di Napoli, chiamato Sforza da Forte.

Il primo duca di Milano della nuova dinastia è il figlio maggiore di Muzio Attendolo, Francesco (1401-1466), che acquisisce il titolo ducale sposando Bianca Maria Visconti, ultima erede del duca Filippo Maria Visconti, morto nel 1447.

1450-1494 — Gli Sforza assicurano a Milano, dal, stabilità e prosperità. In particolare con lo sviluppo della coltivazione del gelso e della lavorazione della seta, con opere come il Castello Sforzesco (già esistente in epoca viscontea ma assai ingrandito) e l’Ospedale Maggiore. Reclutano artisti come Filarete, Bramante e Leonardo da Vinci, che riprogetta anche i Navigli e dipinge l’Ultima Cena (Cenacolo Vinciano).

Successore di Galeazzo Maria (1466-1469) è il figlio Gian Galeazzo (1469-1494), che non governa mai direttamente. Sposa Isabella d’Aragona. La reggenza del ducato è fin dall’inizio nelle mani di Ludovico che ebbe il titolo di duca solo a partire dalla morte del nipote.

27 luglio 1452 — Ludovico Maria Sforza detto il Moro nasce a Vigevano. Sposa Beatrice d’Este.

11 settembre 1494 — Carlo VIII arriva ad Asti ricevuto con grandi onori da Ludovico.

22 ottobre 1494 — Muore Gian Galeazzo e per Ludovico ha inizio il momento di massimo potere politico.

1498 — Morto Carlo VIII, Ludovico ritira le truppe da Pisa, rovescia l’alleanza con Venezia, sostiene militarmente Firenze, spera che questa lo aiuti con l’incombente re di Francia Luigi XII. Ma Luigi nella sua seconda discesa in Italia, alleatosi con Venezia, grazie anche alla rivolta del popolo milanese, conquista il Ducato nel settembre 1499.

1499 — Ludovico si rifugia a Innsbruck presso l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo.

10 aprile 1500 — tenta di riappropriarsi di Milano; le truppe svizzere sue alleate si rifiutano di combattere e Ludovico è catturato dai francesi a Novara. Con l’arrivo dei francesi Milano perde l’indipendenza e rimane sotto dominio straniero per 360 anni.

1508 — Ludovico viene tenuto prigioniero nel castello di Lys-Saint-Georges, e poi trasferito nel castello di Loches in Francia.

Il ducato di Milano torna, nella forma non nella sostanza, per alcuni anni ai figli di Ludovico il Moro, Massimiliano (1493-1530) e Francesco II (1495-1535) che sposa Cristina di Danimarca, nipote dell’imperatore Carlo V.

27 maggio 1508 — Muore a Loches.

Enrico Cuccia

24 novembre 1907 — Enrico Cuccia nasce a Roma da famiglia siciliano-albanese.

1936 — Con la legge bancaria, la Comit, insieme al Credito Italiano e al Banco di Roma, è definitivamente posta sotto il controllo dell’Iri che già l’aveva assorbita con la qualifica di banca di interesse nazionale. Raffaele Mattioli e Michelangelo Facconi ne diventano amministratori delegati.

27 ottobre 1938 — Cuccia è assunto alla Banca Commerciale Italiana.

Giugno 1939 — Sposa Idea Nuova, figlia del presidente dell’Iri, Alberto Beneduce.

1942 — Si reca a Lisbona su mandato di Mattioli e del Partito d’Azione e definisce, con esponenti dell’amministrazione americana, le iniziative da prendere contro il governo fascista e la sua guerra, a partite da un articolo da pubblicare sul New York Times.

1943 — È condirettore centrale della Banca Commerciale Italiana.

Agosto 1944 — Comincia a riflettere con Raffaele Mattioli sull’idea di Mediobanca.

1946 — Nasce e viene guidata da Cuccia Mediobanca, per il credito a medio termine inibito alle banche commerciali dalla legge del 1936 e con una logica pubblico-privato. L’istituto man mano assumerà anche funzioni di holding.Dalla logica pubblico-privato e da quella di holding deriva la partecipazione dei maggiori gruppi industriali nella compagine proprietaria di Mediobanca, sancita dall’ingresso in consiglio di Leopoldo Pirelli nel 1958 e di Gianni Agnelli nel 1962.

1958 — Entrano nel patto di sindacato anche Banca Lazard, Lehman Brothers, la Berliner Handels di Francoforte e la belga Sofina.

1963 — L’intervento nella Olivetti si concluderà con una completa sconfitta industriale.

1970 — Cuccia nomina Cesare Merzagora presidente della Montedison preparando la scalata di Eugenio Cefis.

1973 — Con un patto di sindacato più o meno riservato con la Lazard e servendosi della società Euralux, consolida il controllo di Generali.

1984 — Cuccia è spinto dalla Fiat a partecipare all’acquisto del Corriere della Sera.

1988 — Cuccia viene nominato presidente onorario di Mediobanca. S’intensificano gli scontri con la Fiat: dopo quelli antichi su Cefis tra il 1975 e il 1977, su Axa Midi nel 1988, sul Nuovo Banco Ambrosiano nel 1980.

Anni Novanta — Soprattutto dopo l’uscita dal gruppo di Cesare Romiti, sono numerosi gli episodi di tensione, dalla Commerciale alla Edison.

23 giugno 2000 — Muore a Milano, gli succede Vincenzo Maranghi come erede designato.

2003 — Maranghi è costretto alle dimissioni da amministratore delegato di Mediobanca.

2007 — Cesare Geronzi diventa presidente di Mediobanca dal 2007.

2010 — Geronzi presidente lascia la carica in Mediobanca per assumere la Presidenza di Generali dove è costretto alle dimissioni nel 2011.

* * *

Machiavelli&Guicciardini

Dal Principe, Capitolo XX

Alla casa Sforzesca ha fatto e farà più guerra el castello di Milano, che vi edificò Francesco Sforza, che veruno altro disordine di quello stato. Però la migliore fortezza che sia è non essere odiato dal populo; perché, ancora che tu abbi le fortezze e il populo ti abbia in odio, le non ti salvano: perché e’ non mancano mai a’ populi, preso che gli hanno l’arme, forestieri che gli soccorrino. Ne’ tempi nostri non si vede che quelle abbino profittato ad alcuno principe, se non alla contessa di Furlì, quando fu morto il conte Ieronimo suo consorte: perché mediante quella possé fuggire l’impeto populare e aspettare il soccorso da Milano e recuperare lo stato; ed e’ tempi stavano allora in modo che il forestieri non poteva soccorrere il populo.

Dalla Storia d’Italia, Libro 1, capitolo 2

Ebbe Lodovico Sforza causa giusta di temere che qualunque volta gli Aragonesi volessino nuocergli arebbono per l’autorità di Piero de’ Medici congiunte seco le forze della republica fiorentina. Questa intelligenza, seme e origine di tutti i mali, se bene da principio fusse trattata e stabilita molto segretamente, cominciò quasi incontinente, benché per oscure congetture, a essere sospetta a Lodovico, principe vigilantissimo e di ingegno molto acuto.

Dalla Storia d’Italia, Libro 5, capitolo 14

Fu Lodovico Sforza condotto a Lione, dove allora era il re, e introdotto in quella città in sul mezzodí, concorrendo infinita moltitudine a vedere uno principe, poco fa di tanta grandezza e maestà e per la sua felicità invidiato da molti, ora caduto in tanta miseria; donde, non ottenuta grazia di essere, come sommamente desiderava, intromesso al cospetto del re, fu dopo due dí menato nella torre di Locces, nella quale stette circa dieci anni, e insino alla fine della vita, prigione: rinchiudendosi in una angusta carcere i pensieri e l’ambizione di colui che prima appena capivano i termini di tutta Italia. Principe certamente eccellentissimo per eloquenza per ingegno e per molti ornamenti dell’animo e della natura, e degno di ottenere nome di mansueto e di clemente, se non avesse imbrattata questa laude la infamia per la morte del nipote; ma da altra parte di ingegno vano e pieno di pensieri inquieti e ambiziosi, e disprezzatore delle sue promesse e della sua fede; e tanto presumendo del sapere di se medesimo che, ricevendo somma molestia che e’ fusse celebrata la prudenza e il consiglio degli altri, si persuadesse di potere con la industria e arti sue volgere dovunque gli paresse i concetti di ciascuno.

Altri passi della Storia d’Italia su Ludovico Sforza

* * *

Festa&Sapelli su Ludovico il Moro&Enrico Cuccia

Lodovico Festa – La domanda che poniamo nel primo capitolo si divide in diverse parti, un po’ complicate: si può parlare di un’analogia tra il potere politico degli Sforza in Italia, grazie al ducato di Milano e quello economico di Cuccia che domina la scena nazionale almeno fino alla fine degli anni Novanta? Si può parlare di insidie al potere di Cuccia paragonabili a quelle che Alfonso d’Aragona e Piero il fatuo de’ Medici organizzano contro il Moro dopo la morte del Magnifico? Si può parlare di una chiamata degli stranieri analoga a quella di Ludovico per sventare le trame in corso? Si può parlare di un pentimento di Cuccia analogo a quello dell’ultimo vero duca sforzesco per avere chiamato i francesi? Si possono trovare similitudini tra le debolezze della leadership di Mediobanca e quella degli eredi del condottiero Francesco? Già anche a una prima occhiata le domande contengono elementi paradossali perché un potere che si basa sulla spada e uno sul danaro sono strutturalmente diversi. Fatta però questa precisazione, forse questa comparazione può aiutare a ragionare su alcuni processi storici purché non si scada nelle teorie dei complotti, degli yacht Britannia, dei circoli Bilderberg o simili. Siamo di fronte a processi assai articolati, a soggetti che rispondono a soci e sistemi democratici, di fatto niente di veramente analogo (anche se come ci insegna Machiavelli la natura umana al fondo è ben più costante dei cambiamenti portati da pochi secoli di storia) con le lotte rinascimentali tutte veleni e scontri armati. Eppure, nonostante questa precisazione, le similitudini che non sono impossibili da riscontrare aiutano a riflettere meglio sull’oggi

Giulio Sapelli – Andrei per gradi circoscrivendo prima gli argomenti e poi passando alle comparazioni. Partiamo da Milano. Illuminante in questo senso il giudizio di Carlo V, Terra di mezzo pupilla dei miei occhi, parole con cui l’imperatore sottolinea la centralità della città tra il Mare del Nord sempre più importante dal Cinquecento in poi, le sue Fiandre e la via delle Indie. A questo giudizio collegherei poi le parole di Antonio Gramsci sulla funzione insostituibile del capoluogo lombardo come città degli scambi.

L.F. – Ne parlava già Bonvesin da la Riva, che nel suo De magnalibus urbis Mediolani del 1288 mette in luce come la prima caratteristica della città sia quella di essere città di mercanti, naturalmente collegati alle ricche attività artigianali e agricole decollate dal Mille in poi, ma innanzi tutto mercanti.

G.S. – Certe letture, poi, che parlano di Milano come centro capace solo di rotture (da Bava Beccaris alle radiose giornate di maggio, dal fascismo al centrosinistra e poi al craxismo e al bossismo-berlusconismo) sottovalutano ben oltre al radicalismo, che sicuramente è una delle caratteristiche della città, una sua indubbia capacità di egemonia. Si considerino, al di là di Cuccia e Mattioli, due personalità come Enrico Mattei e ancor più Giovanni Battista Montini, che tanto esprimono (pur uno marchigiano e l’altro bresciano) dello spirito ambrosiano e della sua capacità di influire sull’Italia.

L.F. – D’altra parte è da questa area che partono i più importanti tentativi di unificare l’Italia, prima di quello dei Savoia: da Costantino-Ambrogio ai Longobardi, ai Visconti-Sforza, per non parlare di quelli fatti sotto segno straniero da Carlo V e Napoleone. Un nostro vecchio amico, ahimé scomparso, lo storico Giorgio Rumi, raccontava come la chance mancata dagli Sforza deriva dalla loro sconfitta, il 28 dicembre 1478, per mano delle locali popolazioni indigene, nella cosiddetta battaglia dei sassi grossi, nei pressi di Giornico, nella Valle Levantina, oggi Canton Ticino. Lì, il ducato perse la possibilità di aprirsi una via all’interno dell’Europa che con il controllo di Genova già acquisito ne avrebbe fatto una potenza di alto rango, non di seconda fascia costretta a basarsi solo su alleanze, come invece rimase Milano.

G.S. – Questa relativa centralità di Milano, al netto dei tanti difetti che un piemontese come me riscontra, ci spiega perché nelle fasi di squilibrio divenga oggetto di lotte feroci per l’egemonia nazionale e nella città stessa. Credo che questo sia un punto acquisito per lo sviluppo della nostra discussione. E passiamo alla questione Mediobanca. Io trovo convincente una riflessione che fecero Guido Carli e Domenico Menichella negli anni Sessanta, quando osservavano come l’Istituto non potesse procedere portandosi dietro tutte le sue radicate ambiguità (pubblico-privato, banca d’affari-holding, ipernazionalista-iperesterofila) e che si dovessero risolvere le sue contraddizioni di fondo facendone per esempio l’istituto a medio termine delle grandi popolari del Nord e delle dinamicissime, anche se di limitate dimensioni, Casse rurali (poi Bcc), innervando così l’economia settentrionale. C’era della saggezza in quella proposta motivata dall’esigenza di tutelare il risparmio e allargare una base monetaria che al contrario di oggi era troppo ristretta. Peraltro a questa proposta cominciarono a ripensare Cuccia e Maranghi alla fine degli anni Novanta. Ma era troppo tardi.

L.F. – Negli anni Sessanta, però, in piena nazionalizzazione dell’energia elettrica, Cuccia si dà altri orizzonti. Da una parte collabora nel cercare di dare una prospettiva anche politica al capitalismo italiano cosa che per un momento sembra possibile grazie a Giovanni Malagodi, puledro della cordata Mattioli (nella versione di destra). E comunque ci si concentra su come usare le enormi risorse finanziarie che derivano dalla nazionalizzazione di Edison, Montecatini e così via. In questo caso, peraltro, la profezia di Mattioli (vedrete di che pasta sono fatti i capitalisti italiani quando saranno ricoperti di capitali e non sapranno che cosa farsene) risulta alla fine largamente centrata.

Figura 4 – Uno showroom Olivetti nel 1957]. Alla fine, secondo me, il vero periodo d’oro del rapporto tra finanza milanese e industria è quello di Mattioli che finanzia l’Eni, guida i Pesenti, fa della Commerciale un supporto strategico della nostra industria all’estero e del suo centro studi un contraltare alla Banca d’Italia, tenendo aperta una dialettica sana per il paese. Cuccia mi pare che si concentri più sul consolidare, e forse anche congelare, il nostro sviluppo industriale piuttosto che guidarlo verso nuove mete.

L.F. – Senza dubbio quella della Olivetti è una macchia nel percorso da banchiere di Cuccia, anche se la chiave del suo mandato è sempre stata nel segno di un estremo realismo: accettare la divisione del lavoro voluta dagli Stati Uniti che sorreggono (e difendono) i mercati globali e suggeriscono anche alcune delle soluzioni per loro più confacenti. Vedendo, peraltro, che cosa è successo dopo il tramonto di Cuccia, già riuscire a congelare il nostro sistema industriale è stata un’impresa notevole. Poi non sarei così drastico: si consideri per esempio come Mediobanca aiuti uno sviluppo della siderurgia privata nel rapporto con i Lucchini, e soprattutto agli inizi degli anni Settanta come, appoggiando la scalata di Cefis a Montedison, Cuccia abbia in testa un piano dalle grandi dimensioni per costruire un soggetto eccezionale nella chimica (anche con un asse tra Eni e Montedison che sarà ripetuto ma da protagonisti alla fine molto in difficoltà come Gabriele Cagliari e Raul Gardini).

G.S. – Proprio su Montedison, però, Cuccia, tagliando in una fase successiva l’erba sotto i piedi a un manager del valore di Mario Schimberni, produce un altro guasto al nostro sistema industriale.

L.F. – Le lotte per il potere sono lotte per il potere. Comunque il guasto principale fu spingere alle dimissioni Cefis facendo fallire un’operazione di Mediobanca che aveva grande respiro strategico. Decisivo fu l’impegno di Gianni Agnelli che utilizzò largamente quei veri e propri corsari dell’economia e dell’informazione economica, che segneranno tutta la susseguente storia d’Italia, come Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti. Sempre Gianni Agnelli, nonostante Mediobanca lo avesse quasi commissariato con Romiti, aveva bloccato, nel 1988, Generali-Cuccia nei piani di espansione in Francia e aveva trovato per Nanni Bazoli un cavaliere bianco che lo salvasse dalle manovre cuccesche.

G.S. – In quegli anni ero preoccupato di un conglomerato che in qualche modo raggruppasse oltre a Comit, Credit e Banca di Roma, anche il Nuovo Banco Ambrosiano. Ripensandoci oggi, forse Cuccia aveva alcune ragioni.

L.F. – Considerando che la Spagna, la cui economia è nettamente inferiore a quella italiana, riesce a stare spesso sulla scena internazionale meglio di noi grazie a due banche come il Bilbao e il Santander, pensare che nella nostra Italia emergessero due grandi nuclei – uno settentrionale, l’altro torinese-romano – poteva essere un’intuizione giusta. È comunque interessante sottolineare l’azione di tallonamento di Gianni Agnelli, che diventerà aperta sfida a Cuccia nel 1998, quando Romiti abbandonerà Torino.

G.S. – Può essere questo l’elemento che consente di parlare di insidie al ruolo di Milano, del tipo di quelle che avverte il Moro dopo la morte del Magnifico.

L.F. – Dunque iniziamo sistematicamente la nostra individuazione di parallelismi tra il Moro e lo gnomo di via Filodrammatici: pur con qualche riserva di Sapelli, si sono citati i contributi di Cuccia, allo sviluppo milanese e settentrionale, analoghi a quelli che a partire da gelso e seta favorirono gli Sforza. C’è poi, per il duca e il banchiere, un qualche deficit di legittimità. Il Moro lo risolverà facendo quasi sicuramente uccidere il nipote che era formalmente il duca in carica.

G.S. – Per Cuccia problemi seri scoppiano quando Prodi, presidente dell’Iri nel 1987, rivela in parlamento che le banche possedute dall’istituto che lui guida e che hanno il 57 per cento di Mediobanca conducono una gestione paritaria della banca d’affari con privati che hanno il 6,6 per cento del capitale, e questo grazie a un accordo riservato del 1958, non svelato neanche a Prodi nel 1983 quando arriva all’Iri.

L.F. – Era un segreto più formale che sostanziale: abbiamo visto che sia Carli sia Menichella ne conoscevano la sostanza.

G.S. – Certo, ma accordi di questo genere, finché sono riservati di fronte all’opinione pubblica possono reggere, quando vengono svelati è come quando uno ha il coraggio di dire che il re, uscito senza vestiti, è nudo.

L.F. – È interessante notare come Prodi sia un trait d’union tra la Roma che ha sempre voluto contenere la finanza milanese (esemplare la vicenda del pignolo pensionamento di Mattioli alla Comit nel 1972, con la presidenza a Gaetano Stammati) e la tattica di parziale condizionamento di Cuccia attuata da Gianni Agnelli (a cui il professore bolognese era legato, sia via Andreatta e Arel sia in particolare dopo la vendita, non proprio esemplare, dell’Alfa Romeo a Torino). Se vogliamo parlare di insidie a Mediobanca, gli anni ’87-’90 sono un periodo di incubazione cruciale di queste manovre. Si tratta di capire ora – sempre seguendo il filo rosso dei parallelismi – se nel tornante che apre il successivo decennio, cioè tra il 1991 e il 1992, Cuccia abbia una reazione da Moro e si rivolga a un suo Carlo VIII.

G.S. – Gli inizi degli anni Novanta sono una fase molto concitata. La Germania deve correre per creare le condizioni opportune della sua riunificazione, gli Stati Uniti devono mettere ordine in un mondo che si avvia a essere unipolare: c’è per esempio Saddam Hussein che approfitta del disordine per mettere le mani sul Kuwait, credendo di essere autorizzato dall’ambasciatrice americana.

L.F. – La Cia – come ha spiegato poi uno dei suoi direttori – cerca di far pulizia sui sistemi di relazioni delle imprese europee che contendono il mercato agli americani, passando ai magistrati delle varie nazioni prove su fatti di corruzione. C’è l’Fbi preoccupata dell’entrata sulla scena della mafia russa e degli alleati che potrà trovare. Uno Stato come il nostro inizia a sbandare. È evidente che Cuccia, d’accordo, in questo, con la Fiat, appoggia Figura 5 – Berlusconi mostra la pagina del Corriere che riporta l’avviso di garanzia del 22 novembre 1994]. Tutto ciò – anche per la confusione che c’è nella sinistra – non può avvenire senza sponde internazionali.

G.S. – Poi però qualcosa cambia negli orientamenti di Cuccia.

L.F. – Avviene un po’ quel che è successo con Carlo VIII al Moro: scuotendo equilibri assai complessi, Cuccia finisce per mettere in pericolo anche il proprio potere, si salva in modo azzardato dalla privatizzazione delle tre banche d’interesse nazionale (Prodi di nuovo alla testa dell’Iri aveva posto un vincolo alle quote dei privatizzatori di Comit e Credit, Cuccia s’inventa spericolate cordate che gli consentano di mantenere il controllo). Ma poi Prodi si avvia a essere il prossimo presidente del Consiglio con un asse ex Pci (Pds) e ex Dc (Ppi), che si chiamerà l’Ulivo. In questo quadro, il patron di Mediobanca reagisce: cerca di mettere in campo Antonio Maccanico per un governo di unità nazionale che ritardi l’avvento di Prodi, poi sostiene uno spostamento di linea del Corriere che inizia a criticare Prodi. Utilizza a tal proposito anche un vecchio amico come l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che collaborerà con Massimo D’Alema per mettere in crisi il governo Prodi nel 1998.

G.S. – Nel frattempo però si accentua la rottura con la Fiat.

L.F. – I continui cambiamenti di fronte hanno un che di rinascimentale: ricordano le disperate alleanze di Ludovico. Un momento con i veneziani, quello successivo con i fiorentini. Con l’uscita di Romiti lo scontro con il Lingotto diventa esplicito. Cuccia consiglia di vendere tutto alla Mercedes, da Torino si replica appoggiando le OPA di Unicredit e Intesa su Comit e Banca di Roma, si passa poi a sfilare Edison dal controllo di Mediobanca, e morto Cuccia si arriverà alla resa dei conti sulla partita del cosiddetto convertendo delle azioni in deposito presso le banche creditrici (Intesa, Unicredit e Banche di Roma) quando Antonio Fazio, d’intesa con Cesare Geronzi, guiderà l’ultimo assalto a Maranghi. Prima di questi esiti Cuccia non starà con le mani in mano. Per contenere Prodi e la Fiat (che nel frattempo hanno fatto un’operazione assi discutibile su Telecom Italia, inventandosi un microscopico nocciolino che doveva controllare tutto), si alleerà sia con Massimo D’Alema via capitani coraggiosi (Roberto Colannino & c.) sia con il centrodestra appoggiando (via Romiti e l’amico di una vita Indro Montanelli) Gabriele Albertini a sindaco di Milano, sia orchestrando una guerriglia contro il candidato Fiat in Confindustria (Carlo Callieri), appoggiando (via Romiti) il ribelle Antonio D’Amato.

Figura 6 – Veduta aerea del Castello Sforzesco]. Dal popolo non ci si può proteggere, deve essere lui che ti protegge, dice il segretario fiorentino. Alla fine avere costruito un’economia sulle relazioni invece che sul mercato, pesando invece che contando le azioni, avere usato la stampa, il Corriere come una fortezza – ma questo è un vizio più di Gianni Agnelli che di Cuccia – ha portato a una sconfitta strategica. Se hai dei manor aperti al popolo, delle dimore come i gentiluomini inglesi in campagna, la rivoluzione sarà come quella di maggio che porta al trono Guglielmo d’Orange; se hai dei castelli per proteggerti dai contadini, avrai una rivoluzione come quella del 1789 in Francia.

L.F. – Per non parlare di quelli che sono gli svizzeri sforzeschi della nostra epoca, quelli che all’ultimo momento si schierano con Luigi XII e così ti fanno perdere, cioè certi settori della magistratura impegnati nei giochi di potere, a lungo baluardo del potere mediobanchesco ma, alla fine, passati su sponde più bresciane.

#Cesare Borgia&Bettino Craxi

La storia

Cesare Borgia

Il cognome originario della famiglia, sia in catalano sia in castigliano, era Borja. Originaria di Gandia, la casata valenciana era di antiche origini aragonesi, risalenti al XII secolo. A Xàtiva, nella zona catalanofona del Regno di Valencia, la famiglia Borgia acquistò, a partire dal XIV secolo, crescenti potere e prestigio. Verso la metà del XV secolo, si trasferì a Roma al seguito del cardinale Alonso Borgia (il cui nome fu italianizzato in Alfonso), eletto papa nel 1455 con il nome di Callisto III.

1492 — Rodrigo Borgia, nipote di Alonso, diviene papa Alessandro VI. Rodrigo, in Spagna aveva avuto un figlio di madre sconosciuta, Pedro Luis de Borgia, poi duca di Gandía. Da cardinale, ebbe quattro figli da Vannozza Cattanei, nobildonna di origine mantovana che a Roma svolgeva l’attività di locandiera.

13 settembre 1475 — Cesare Borgia, detto il Valentino, nasce a Roma.

1491 — Cesare Borgia prende gli ordini sacerdotali e il padre lo nomina vescovo di Pamplona.

1499 — Alessandro VI conquista Pesaro, Imola, Forlì, Faenza, Urbino e Camerino.

maggio 1501 e l’agosto 1503 — Il Valentino diventa duca della Romagna dopo averla conquistata militarmente.

18 agosto 1503 — muore Alessandro VI, a 79 anni, e Cesare non riesce a influenzare la nomina del successore, che sarà Pio III.

1503 — Morto Pio III dopo nemmeno un mese di pontificato ed eletto Giulio II, Cesare Borgia viene fatto arrestare.

1503-1506 — Il Valentino evade e cerca di rifugiarsi a Napoli per organizzare la riconquista dei suoi domini. Il papa lo fa deportare da Ferdinando II di Aragona in Spagna, dove è rinchiuso prima nel castello di Chinchilla e poi nel forte di La Mota a Medina del Campo. Riesce a evadere rocambolescamente nel 1506, e si rifugia nel piccolo regno di Navarra.

12 marzo 1507 — Muore a Viana, in Navarra. In seguito un pronipote di Alessandro VI, Francesco Borgia (1510-1572), diviene Generale dei Gesuiti e sarà poi proclamato santo.

Bettino Craxi

24 febbraio 1934 — Bettino Craxi nasce a Milano, primogenito dell’avvocato Vittorio Craxi (1906-1992, antifascista e perseguitato politico). La famiglia paterna, con radici albanesi, era originaria di San Fratello, in provincia di Messina.

1953 — A diciannove anni, entra nella federazione milanese del Partito socialista italiano. Diventa funzionario del partito e a ventitré anni è eletto nel comitato centrale. Studia Legge e diventa vicepresidente dell’Unuri, parlamentino degli studenti universitari italiani.

1965 — È membro della direzione nazionale. Fa il consigliere comunale a Sant’Angelo Lodigiano.

1960 — Diventa assessore del comune di Milano.

1968 — Viene eletto per la prima volta in parlamento.

1972 — con l’elezione di Francesco De Martino a segretario nazionale del Psi, durante il congresso di Genova Craxi (viceleader della corrente autonomista di Pietro Nenni) è confermato insieme a Giovanni Mosca nel ruolo di vicesegretario.

1976 — De Martino è costretto alle dimissioni e all’interno del partito si apre una grave crisi.

16 luglio 1976 — Il comitato centrale presso l’Hotel Midas di Roma elegge nuovo segretario Craxi, da pochi giorni capogruppo alla Camera.

9 luglio 1978 — Sandro Pertini diventa presidente della Repubblica

1979 — Tramonta l’egemonia democristiana sul governo italiano. Craxi invita Ugo La Malfa a tentare di formare un governo.

28 giugno 1981 — Diventa presidente del Consiglio Giovanni Spadolini (primo incarico a un laico nella storia della Repubblica).

4 agosto 1983 — Craxi diventa presidente del Consiglio.

1987 — La Dc ritira la fiducia a Craxi-

28 giugno 1992 — Si forma il governo Amato.

15 dicembre 1992 — Craxi riceve il primo avviso di garanzia dalla procura di Milano.

19 gennaio 2000 — Muore ad Hammamet in Tunisia.

Machiavelli&Guicciardini

Dal Principe, Capitolo VII

Raccolte io adunque tutte le azioni del duca, non saprei riprenderlo: anzi mi pare, come io ho fatto, di preporlo imitabile a tutti coloro che per fortuna e con le arme di altri sono ascesi allo imperio; perché lui, avendo l’animo grande e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti, e solo si oppose alli sua disegni la brevità della vita di Alessandro e la sua malattia. Chi adunque iudica necessario nel suo principato nuovo assicurarsi delli inimici, guadagnarsi delli amici; vincere o per forza o per fraude; farsi amare e temere da’ populi, seguire e reverire da’ soldati; spegnere quelli che ti possono o debbono offendere; innovare con nuovi modi gli ordini antiqui; essere severo e grato, magnanimo e liberale; spegnere la milizia infedele, creare della nuova; mantenere l’amicizie de’ re e de’ principi in modo ch’ e’ ti abbino a benificare con grazia o offendere con respetto; non può trovare e’ più freschi esempli che le azioni di costui.

Dalla Storia d’Italia, Libro 1, capitolo 2

Perché in Alessandro sesto (cosí volle essere chiamato il nuovo pontefice) fu solerzia e sagacità singolare, consiglio eccellente, efficacia a persuadere maravigliosa, e a tutte le faccende gravi sollecitudine e destrezza incredibile; ma erano queste virtú avanzate di grande intervallo da’ vizi: costumi oscenissimi, non sincerità non vergogna non verità non fede non religione, avarizia insaziabile, ambizione immoderata, crudeltà piú che barbara e ardentissima cupidità di esaltare in qualunque modo i figliuoli i quali erano molti; e tra questi qualcuno, acciocché a eseguire i pravi consigli non mancassino pravi instrumenti, non meno detestabile in parte alcuna del padre.

Dalla Storia d’Italia, Libro 6, capitolo 4

Solamente la Romagna, benché non stesse senza sospetto de’ viniziani, i quali a Ravenna molta gente riducevano, stava quieta, e inclinata alla divozione del Valentino; avendo per esperienza conosciuto quanto fusse piú stato tollerabile a quella regione il servire tutta insieme sotto un principe solo e potente che quando ciascuna di quelle città stava sotto un signore particolare, il quale né per la sua debolezza gli potesse difendere né per la povertà beneficare, piú tosto, non gli bastando le sue piccole entrate a sostentarsi, fusse costretto a opprimergli. Ricordavansi ancora gli uomini che, per l’autorità e grandezza sua e per l’amministrazione sincera della giustizia, era stato tranquillo quel paese da’ tumulti delle parti, da’ quali prima soleva essere vessato continuamente con spesse uccisioni d’uomini. Con le quali opere s’ avea fatti benevoli gli animi de’ popoli; e similmente co’ benefici fatti a molti di loro, distribuendo soldi nelle persone armigere, uffici, per le terre sue e della Chiesa, nelle togate, e aiutando le ecclesiastiche nelle cose beneficiali appresso al padre: onde né l’esempio degli altri, che tutti si ribellavano, né la memoria degli antichi signori gli alienava dal Valentino.

Altri passi della Storia d’Italia su Cesare Borgia

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Festa&Sapelli su Cesare Borgia&Bettino Craxi

Lodovico Festa – Non saprei riprenderlo, dice Machiavelli del duca di Valentino. Il segretario fiorentino vede in Cesare Borgia la chance più interessante per unificare l’Italia, anche perché risolve una delle questioni centrali: il rapporto con lo Stato pontificio che ha alla sua testa il padre, papa Alessandro VI.

Giulio Sapelli – In questo senso anche Vincenzo Gioberti proporrà nell’Ottocento una strategia relativamente analoga puntando su uno Stato federale in cui spettasse al papato una primazia.

L.F. – Nel suo tentativo, Machiavelli osserva come il Valentino perda solo per sfortuna, non per mosse sbagliate: gli muore il padre-papa, lui stesso si ammala, non riesce a influire per questo motivo sul successore di Alessandro VI e i francesi arrivano in ritardo. Nella nostra ricerca di parallelismi Cinquecento-Duemila, credo si possa osservare come per molti tratti sia Craxi la personalità che più punta su una modernizzazione dell’Italia nella prima repubblica: con la proposta meriti/bisogni vuol superare l’ancora dominante sessantottismo, s’impegna a combattere la politica di veti sul lavoro di Pci-Cgil (in realtà più di Enrico Berlinguer che di Figura 9 – Bettino Craxi con Gianni De Michelis]. Per non parlare dell’ennesino sbaglio nel non sapere mediare tra i democristiani suoi alleati (Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani e Francesco Cossiga), squilibrando così la sua principale sponda politica. Se possiamo imputare alla debolezze da diabete gli errori degli anni Novanta, quelli precedenti sarebbero stati assai criticati da Machiavelli, il quale raccomandava, rispetto ai competitori all’interno di un principato, di vezzeggiarli o spegnerli. Aggredirli e poi dargli spazio è uno sbaglio fatale che in particolare Craxi pagherà risvegliando l’astio di una corporazione come quella della magistratura.

G.S. – In effetti, nel ventennio 1992-2013 l’unico vero potere vertebrato che resiste in Italia, anche se con la maledizione di non potersi veramente unificare e quindi controvertebrare lo Stato, è quello dei magistrati (vedi anche i fallimenti delle toghe politicizzate, tutte protagoniste mediocri. Da Di Pietro a Casson a D’Ambrosio, da Pietro Grasso ad Antonio Ingroia. Le uniche eccezioni sono Luciano Violante e Anna Finocchiaro perché sono quasi più comunisti che magistrati). Alla fine, le procure combattenti sono come le compagnie di ventura: al massimo possono prevalere al livello locale (De Magistris, Emiliano) ma gli manca un’idea di statualità come l’ebbero i grandi golpisti novecenteschi, da Mustafa Kemal Atatürk ad Augusto Pinochet. Personalmente, poi, da testimone degli anni Ottanta, rimasi sorpreso dell’incapacità di presentarsi come leader della sinistra tipo Mitterrand, preferendo alla fine coltivare il rapporto con Forlani, Andreotti e Cossiga piuttosto che fare vere mosse in quel senso. Anche se l’asse De Mita-Repubblica fu assai efficace nell’interdirgli l’obiettivo dell’alternativa di sinistra, agitato essenzialmente in modo propagandistico (lo slogan per l’unità socialista gli portò solo qualche Piero Borghini e qualche Sergio Scalpelli).

L.F. – Sull’operazione Craxi, leader dell’unità della sinistra, agiscono tanti fattori. So che non ti è simpatico, ma l’operazione per portare nel perimetro del Psi Adriano Sofri e i suoi, tentata da Claudio Martelli, aveva una sua logica e fu mandata a vuoto nel 1988 da quella convergenza tra settori del Pci, della magistratura e degli apparati dello Stato che rivedremo all’opera nel 1992. Ma, al di là dei singoli eventi, c’è da chiedersi quale sia la vera base della fragilità di Craxi. Alla fine è quella di altri protagonisti di livello (Cossiga, D’Alema) che cresciuti nella logica dell’ultraparlamentarismo – in parte perverso – della Costituzione del 1947 (con la deriva di uno Stato dei partiti e non dei cittadini) non sanno veramente immaginare un orizzonte diverso, o magari lo pensano ma non sanno costruirlo. Solo gli uomini della generazione precedente, per un certo verso Luigi Sturzo (e il suo seguace Mario Scelba), Giovanni Gronchi (e il suo seguace Fernando Tambroni) e Amintore Fanfani (e il suo grande amico Eugenio Cefis), in parte Randolfo Pacciardi e due comunisti come Luigi Longo e Giorgio Amendola (l’unità socialista lanciata nel 1964-66 mentre il centrosinistra si stava già impaludando), riescono a immaginarsi vie di uscita che peraltro anche in Francia ebbero bisogno di un generale, non di un politico.

G.S. – Consentimi di fare la mia parte di pessimista. Oltre al superparlamentarismo italiano condito dalla separazione di corpi dello Stato dal potere di indirizzo delle istituzioni della sovranità popolare, sistema che senza le stampelle fornite dalle crude necessità della Guerra fredda non sta in piedi, in Italia si leggono molti dei tratti delle democrazie mediterranee come la Spagna, la Grecia, la Turchia, con tanto di familismo e subordinazione dello Stato ai clan portatori di interessi privati. Questa tendenza poi sfocia nel cosiddetto neopatrimonialismo, ben studiato in casi sudamericani quando l’unico obiettivo dei vari leaderini, innanzitutto locali, diventa quello di sistemarsi per la vita (con tanti ex sindaci e assessori che diventano improvvisamente imprenditori e manager verso i cinquant’anni). Va tenuta ben presente anche questa deriva di fondo, dentro quella crisi dello Stato che senza dubbio è decisiva.

#Scoperte geografiche&Cina nel WTO

La storia

Le scoperte geografiche del Cinquecento

XV secolo — Enrico d’Aviz, detto Enrico il Navigatore (Oporto 1394-Sagres 1460), duca di Viseu, figura decisiva nell’era delle scoperte geografiche, spinge per le innovazioni (che al contrario di quelle precedenti non saranno italiane) nella navigazione di alto bordo. Le dimensioni delle imbarcazioni cominciano a crescere: dai venti-trenta metri delle caravelle, con dislocamento di una cinquantina di tonnellate ed equipaggi di una ventina di persone o poco più, ai trenta-quaranta metri di certe caracche cinquecentesche, il cui dislocamento superava le cinquecento tonnellate. Verso la metà del Cinquecento prende rapida diffusione da parte inglese (presto imitata da olandesi e spagnoli) il galeone.

Lo studio della geografia matematica viene ripreso nel II secolo dopo Cristo da Marino di Tiro e, soprattutto, da Claudio Tolomeo, la cui geografia riporta le coordinate sferiche di ottomila diverse località e i metodi di proiezione usati nella cartografia. Nel Medioevo spiccano le mappe della cartografia nautica realizzate nell’Europa meridionale. Anche i geografi arabi creano opere rilevanti come il Libro del Re Ruggiero, le opere di Idrisi (XII secolo), o quelle di Ibn Battuta e Ibn Khaldun.

A Lisbona, Cristoforo Colombo comincia a documentarsi leggendo

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Cosa pensano gli utenti di Italia. Se la Merkel è Carlo V. Dalla resa di Milano al sacco di Roma. 1494-1527 e 1992-2013. Moro e Cuccia, Serenissima e Berlusconi, Clemente VII e Napolitano e altri parallelismi

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