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Lo gnommero: ferdinando, io e le brigate rosse

Lo gnommero: ferdinando, io e le brigate rosse

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Lo gnommero: ferdinando, io e le brigate rosse

Lunghezza:
615 pagine
6 ore
Pubblicato:
29 lug 2013
ISBN:
9788874421114
Formato:
Libro

Descrizione

E' l'opera di due fratelli che hanno voluto indagare in profondità; la storia del terrorismo nell'Italia degli anni '70, usando come filo conduttore la storia della nascita, ascesa e declino delle Brigate Rosse e l'impatto che queste hanno avuto, a diversi livelli, sulla societa italiana, per raccontare in maniera originale il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro e come la classe politica italiana dell'epoca e la società nel suo insieme, hanno vissuto partecipato ed elaborato quei momenti e quel lutto collettivo. Un racconto delle passioni, delle emozioni, delle paure, delle intemperanze, della felicita' della delusione, della violenza, della speranza, dell'etica e dell'amore di una gioventù.
Pubblicato:
29 lug 2013
ISBN:
9788874421114
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Lo gnommero - Gennaro E Giovanni Ciancio Filace

Moro.

Preludio

... Ferdinà, ... sai quante notti sono stato sveglio a consultare documenti ... a incrociarli gli uni con gli altri e con quelli impressi nella mia memoria di cittadino e di addetto ai lavori ... no ... non ho tutto nella borsa ... conservo solo quello che ritengo più importante, quello che si può leggere dal voluminoso materiale che al momento è possibile consultare ... no, non credo che Gelli sia stato il vero capo della P2 così come non credo che dei giovani uomini e delle giovani donne potevano avere tutta quella conoscenza dei fatti e misfatti del Palazzo a tal punto da interrogare uno statista di fama internazionale quale era Moro ... quei ragazzi del Palazzo non conoscevano nulla ... avevano di esso una rappresentazione ideologica ... sì, ci credo ad un livello altro ... no al Grande Vecchio, ma ad una regia politica che ha creato un set cinematografico dove tutti - agonisti e antagonisti, amici e nemici, fratelli e sorelle, cugini e cugine - hanno potuto avere la loro occasione e l'hanno colta ... poi siccome te ed io, gira che ti rigira, parliamo sempre di questo ... che vuoi, ho fatto di necessità virtù! ... Ed ecco interi testi ... e come faccio? ... Ci sarebbe da fare citazioni a ogni piè sospinto... esatto... allora uno dice... uagliù se vi interessa cercate ... ma a tanto cercare ci si può perdere e allora noi gli facciamo una guida ragionata dell'esistente ... o no? ... Bravo ... poi quando toglieranno il segreto di Stato vedremo ...

Gennaro Ciancio Filace

Ferdinando, io e le Brigate Rosse

Tutte le mattine, tra le 8 e le 8.30, chiamo il mio amico Ferdinando Palombi che è stato commissario di polizia - io, invece, un poliziotto - e insieme andiamo sul lungomare, dove, tra una corsetta e una sosta, facciamo una lunga camminata per Via Partenope, passeggiando un po' per la Villa Comunale e un po' sul marciapiede che costeggia il mare, respirandone i profumi e qualche volta i cattivi odori. Ricordiamo le nostre gesta da poliziotti e facciamo le nostre considerazioni su tutto quello che ci sembra nuovo e sulle manifestazioni delinquenziali che preoccupano la società moderna. Molte volte, nel corso delle nostre indagini postume, troviamo i colpevoli o gli errori nel come furono condotte determinate azioni, ma sempre, alla fine della corsa, troviamo il nostro tavolino al bar della Villa Comunale. Vincenzo, il cameriere, come ci vede arrivare ci prepara due caffè ristretti e due sfogliate calde.

Sorseggiando il caffè e dando un morso alla sfogliata riccia, caldissima, ci immergiamo nelle nostre discussioni che il più delle volte durano ore. Al punto che, quasi sempre, alle due del pomeriggio il telefonino di uno di noi comincia a suonare: è qualcuno dei nostri familiari che ci domanda se va tutto bene e ci ricorda che sono le due e che tra un po' si mangia.

Oggi abbiamo iniziato una discussione sulle Brigate Rosse e alle due, momento della chiamata telefonica, stavamo ancora dibattendo su questo fenomeno che non è stato unicamente italiano, ma ha coinvolto mezza Europa, seppure con sigle diverse. Basta ricordare in Germania la RAF Rote Armee Fraktion, in Irlanda l'IRA Irish Republican Army, in Spagna l'ETA Euskadi Ta Askatasunae e tanti altri piccoli e momentanei movimenti, che sono stati presenti nel panorama europeo nel recente passato.

Nonostante l'esortazione di tornare a casa, la discussione è andata avanti approdando - senza che lo volessimo - sull'insidioso terreno del ricordo che spesso è una sovrapposizione di immagini, sapori, emozioni così intrecciati tra loro da formare dei corpi unici dotati di vita propria, che vagano dentro di noi e si presentano quando meno ce lo aspettiamo. Parlando delle Brigate Rosse ci è capitato proprio questo: siamo precipitati, senza volerlo, in quegli anni da noi navigati intensamente come poliziotti e che adesso ci troviamo ad affrontare semplicemente come uomini, senza lo schermo della funzione che esercitavamo, vicino al mare, seduti ad un tavolino, davanti ad un caffè. E' difficile!

Parlavamo fitto fitto finché non è arrivata la seconda telefonata. Questa volta dall'altra parte del telefono una voce perentoria chiedeva se fosse il caso che il pranzo iniziasse visto che tutti i commensali, già seduti intorno al tavolo, aspettavano, ormai, con impazienza. Una rapida occhiata al mio amico e ho declinato l'invito a tornare a casa. Troppo bello il mare, quel via vai di traghetti che mettono allegria perché, in sé, il traghetto è un simbolo di speranza, troppo appassionante e liberatoria la discussione, non si poteva interrompere quell'emozione e ... risolutamente chiesi a mia moglie di farmi recapitare la borsa di lavoro.

... Quella dietro la sedia della mia scrivania ... no quella ... l'altra, dove conservo tutti i documenti, le fotocopie di spezzoni di libri, atti parlamentari, leggi e quant'altro ... Come non la trovi ... allora prova ... vir' ... cerca vicino al finestrone che guarda verso sud ... dove si vede Capri e con la coda dell'occhio il Castel dell'Ovo ... no, quello è un altro castello ... il castello dove ti ho raccontato che Virgilio conservò l'uovo della sapienza ... pronto mi senti? ... adesso sì ... ecco quella borsa lì, grazie ...

... Dico io ... avete inventato i cellulari, e mo', ci volete far parlare? ... no, uno deve parlare a intermittenza ... scusa Ferdinà, lo sai, mia moglie non è napoletana e con tutto questo il ben di Dio che si vede da casa nostra, ogni tanto perde l'orientamento ...

Politicamente parlando, Ferdinando è un po' a destra mentre io sono più a sinistra; è per questo che molte volte discutiamo delle ore su uno stesso problema.

Ad esempio, io sostengo che il '68 sia stato un fenomeno da interpretare come impulso al cambiamento culturale in generale, cosa per la verità ancora oggi controversa; Ferdinando, invece, sostiene che il '68 sia stato unicamente un pensiero utopicamente migliore. Anche Vincenzo, il barista, è intervenuto sull'argomento, perché, avendo la nostra stessa età, ha voluto esprimere la sua opinione su un fenomeno che, seppur indirettamente, ha vissuto anche lui.

Il '68, a parere di Vincenzo, ha cambiato nel complesso le abitudini della gente e in particolar modo quelle dei giovani e ha messo in discussione la moralità e la stabilità politica mondiale. La discussione di oggi è vivace sin dall'inizio perché le diverse posizioni ideologiche, se così vogliamo chiamarle, influiscono molto su analisi e giudizi, politici per carità!

Su una cosa siamo però d'accordo, e cioè che il mondo aveva veramente bisogno di giustizia, di pace e di cambiare una classe politica e dirigente formatasi sulla gerontocrazia e sul nepotismo, espressione della sola classe borghese che continuava ad arricchirsi mettendo al centro il profitto, macerando interessi, accaparrando risorse - persino l'acqua - e smarrendo così le ragioni stesse dell'esistenza. Rispetto al passato recente, la classe dominante si era vista costretta ad inventare una nuova concezione economica. Aveva ideato un nuovo modello di sviluppo che prevedeva una forte scolarizzazione, una capillare erogazione di servizi sociali e il pieno coinvolgimento della classe operaia e delle sue rappresentanze politiche per poter meglio consolidare e perpetuare il proprio potere politico ed economico e legittimare saldamente la sua presenza all'interno delle istituzioni di cui intendeva detenere l'esclusiva titolarietà.

Questo fu, forse, il motore che alimentò in tutto il mondo una diffusa protesta e che permise ai giovani di occupare quegli spazi che il potere non voleva lasciare liberi e che deteneva forse illegalmente, cercando strenuamente di tenerli per sé, perché gli spazi della richiesta dei diritti non sono propri del potere. C'era il bisogno di ricostruire o, per meglio dire, di riscoprire e affermare nuovi valori di pace e giustizia. L'opinione pubblica chiedeva la cessazione delle tante dittature e guerre sparse in tutto il mondo, che opprimevano ed impedivano la distribuzione delle ricchezze, la crescita della democrazia e lo sviluppo delle civiltà.

Fu vigorosa l'esigenza di creare nuovi spazi di dibattito, di appropriarsi di nuovi diritti, ma ci fu anche la necessità di cambiare i costumi e il bisogno di rompere quelle barriere create dalle religioni, dalle istituzioni e da abitudini ormai consolidate nella società. Forte era il bisogno di cambiare e i mutamenti ebbero luogo: nella musica, nelle arti, nello sport, nella politica, nello studio. Metamorfosi che alimentarono i movimenti per la conquista dei diritti civili nel mondo, come, ad esempio negli USA le lotte di Martin Luther King e di Malcom X a favore dei diritti degli afroamericani e dei diritti umani in genere, e in Europa la nascita di una nuova sinistra. Mutamenti che alimentarono anche le contestazioni in Polonia, Jugoslavia, Francia, Inghilterra, Germania e Italia, ma anche in Giappone e in Messico; la rivoluzione (non spontanea) culturale in Cina, la primavera di Praga e tanti altri movimenti minori, e che furono il traguardo verso cui molti giovani si diressero.

Sostanzialmente, seppur esposte in modo frettoloso e breve, furono queste le motivazioni che alimentarono il fuoco delle proteste del mondo giovanile. I giovani sentirono il bisogno di cambiare e diventare i protagonisti del cambiamento storico, e così cercarono un generale che li conducesse alla guerra. Fu così che l' ideale divenne il condottiero e la politica il campo di battaglia.

... Nel frattempo, in men che non si dica, è sopraggiunto con la moto mio fratello Giuà, in qualità di messo incaricato, con la borsa e con un messaggio per me da parte di mia moglie e di tutta la mia famiglia, cane e pappagallo compresi. Tutti mi raccomandano di non bere troppi caffè e non trangugiare dolci a ... addo' vaie, (traduzione partenopea dell'americanismo a go go ...) ... Uffa ... le mogli ... praticamente aveva già scoperto quale era il mio piano ... come faceva a sapere che quello era il mio malizioso intento per sostituire il pranzo? ... Guardo con sospetto Vincenzo ... che mi rimanda uno sguardo simile a un grosso punto interrogativo ... allontano da me il dubbio ... dopo tanti anni, non mi sono ancora abituato all'idea che mia moglie non solo mi conosce, ma mi percepisce e mi precede.

Mio fratello ha aggiunto: don Ferdinà, voi è inutile che ridete ... vostra moglie è già stata avvertita, vale anche per voi ... Squilla il cellulare del mio amico ...

La motivazione

L'Italia post-bellica, saldamente alleata con i vincitori della seconda guerra mondiale e sostenuta dagli effetti benefici del Piano Marshall, si avviava alla ricostruzione socio-economica e strutturale, come del resto tutti gli altri Paesi europei distrutti dalla tragedia nazi-fascista che costò al mondo cinquanta milioni di morti.

In seguito, il cosiddetto boom economico che si realizzò con tempi diversi in ogni singolo Paese in rapporto alla capacità politica della classe dirigente, favorì in Italia un'importante e repentina diffusione del benessere, che riguardò soprattutto il ceto medio. Il boom modificò usi e costumi (si pensi all’abbandono delle campagne) e portò a una crescita veloce e a tratti parossistica che non fu però accompagnata da una riformulazione delle infrastrutture, da una corretta pianificazione e gestione del territorio e del paesaggio, da una politica volta a garantire un'equa distribuzione delle ricchezze; insomma, fu un modello di sviluppo che tolse l'Italia dal baratro nel quale era precipitata, ma che nello stesso tempo gettò le basi per tante ingiustizie e distorsioni di ordine sociale, economico e culturale, che fecero l’Italia di oggi.

Un modello di sviluppo che prevedeva la sopraffazione, il diffondersi del malcostume e della corruzione nella Pubblica Amministrazione, la continua svalutazione della moneta nazionale, l’assalto al paesaggio e ai monumenti storici nonostante la tutela costituzionale, gli esodi di massa dalle campagne che furono abbandonate e quant'altro ancora.

La nuova generazione, figlia dei reduci di guerra, si ribellò a tutto questo e trasformò i luoghi di lavoro e le aule delle Università in veri e propri laboratori sociali e di idee, connettendosi al più generale e grande movimento di protesta mondiale. In Italia, ma anche altrove, il Movimento si allineò alle numerose rivendicazioni del Movimento Operaio, quest'ultime accentuatesi a seguito di una diffusa industrializzazione del Paese, soprattutto al nord, e che comportò quegli esodi accennati sopra con il loro seguito di forti problemi d'integrazione sociale (i terrún, non si affittano case ai meridionali...), sfilacciamento dei nuclei familiari, perdita della memoria collettiva etc.

Il Movimento Studentesco, ma potremmo dire il sommovimento di un'intera generazione che non si riconosceva affatto nel modello di sviluppo socio-culturale edificatosi nel primo ventennio post bellico, spingeva per affermare profondi mutamenti nell'immediato, voleva tutto e subito e cambiare il mondo, semplicemente, con un diffuso grido di protesta generazionale. Come se la potenza di quel grido bastasse da sola a rimuovere il peso di cinquantamilioni di morti e la fredda ed inumana spartizione del mondo tra le potenze che avevano vinto la seconda guerra mondiale.

L`Italia la guerra l'aveva persa, e sonoramente! Ma, allora come oggi, con una sapiente operazione mediatica culturale, il governo chiamò armistizio una resa militare. Di seguito il testo che umiliò le truppe italiane e le espose a rappresaglie:

«Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Ancora oggi, nel nostro Paese, prevale quella manipolazione mediatica, riportata nei libri di scuola e lontana dal raccontare la cruda realtà, cosicché le nuove generazioni non hanno mai potuto accedere alla verità storica e di conseguenza comprendere fino in fondo l'onta della disfatta e il fatto che la guerra l'avevamo persa, anche se a un certo punto avevamo cambiato alleato. Le guerre si vincono o si perdono, ma a noi hanno sempre raccontato che non l'abbiamo né vinta né persa, che abbiamo combattuto senza sparare, che abbiamo aiutato gli ebrei, che abbiamo cacciato i tedeschi, e così non ricordiamo più che siamo stati i primi al mondo ad usare i gas per uccidere inermi popolazioni, che abbiamo costruito lager e prodotto leggi razziali.

I vari armistizi, quello corto e quello lungo, erano nei fatti delle vere rese senza condizione e misero l'Italia in una nuova posizione sullo scacchiere delle alleanze. Pur mantenendo inalterata la nostra totale inaffidabilità, il repentino cambio di fronte - dall'Asse agli Alleati - alla fine aveva leggermente attenuato e forse superficialmente assorbito il trauma della guerra, mitigando la nostra strutturale posizione di perdenti, in ragione, anche, delle mire USA che volevano fare di noi una portaerei nel cuore del Mediterraneo.

La nostra posizione geografica, quindi, unitamente al nostro caratteristico bizantinismo e alla nostra tendenza di stampo antropologico al pentitismo, suscitò, forse, il favore degli interessati vincitori - quelli veri - dell'emisfero occidentale.

A riscattarci ci pensò la Resistenza, là dove fu Resistenza. Essa fu certamente un atto lodevole e di redenzione, seppur circoscritta nel Paese, che però non ci riabilitò del tutto sul proscenio internazionale. Il nostro repentino cambio di alleato non ebbe alcun significato agli occhi del mondo. Infatti, la considerazione che ebbero di noi le potenze vincitrici (USA, URSS, Regno Unito, Francia, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia e Grecia) sulla scena internazionale la si vide chiaramente il 10 febbraio 1947 a Parigi: sconfitti, perdenti, ... irrimediabilmente ... insieme alla Germania, Romania, Ungheria, Bulgaria, Finlandia e Giappone.

Il contesto storico politico a cui sommariamente si è voluto accennare, che cristallizzò il mondo in un'inusitata visione geopolitica, allontanò del tutto le guerre fraticide dall'Europa, favorì un'indiscussa e veloce crescita sociale e culturale e determinò profondi e significativi mutamenti politico-sociali.

I giovani, entusiasti, pieni di speranze e utopie, si organizzarono, dando vita ad associazioni, partiti, organizzazioni e inserirono nei dibattiti politici scale valoriali diverse da quelle delle generazioni precedenti. Le vecchie parole d'ordine " pane e lavoro furono sostituite da diritti, libertà, autodeterminazione e immaginazione al potere".

L'impatto sui costumi, sulle economie e sulla struttura stessa delle società fu di tale portata che spiazzò i grandi partiti di massa che fino ad allora avevano intercettato e rappresentato i bisogni del popolo e della gente. Il Movimento del '68, così si chiamò quel grande sogno collettivo - oggi potremmo dire il primo sogno globalizzato, il primo social network - riuscì a scuotere profondamente, fin dalle radici, il mondo intero e disarmò i partiti che non riuscirono più a interpretare, raccogliere e canalizzare quei nuovi bisogni, né tanto meno furono capaci di decodificarne i linguaggi.

In Italia, questo scollamento politico costrinse i due grandi partiti di massa di allora, la Democrazia Cristiana (cattolico, papalino e conservatore) e il Partito Comunista Italiano (progressista, riformatore, operaista), entrambi arroccati sulle loro posizioni, ad intraprendere percorsi convergenti, finalizzati, in qualche modo, a contenere tale fenomeno e ad incanalarlo in un percorso sociale compatibile con le loro visioni politiche che, tra l'altro, erano state fino ad allora diametralmente opposte.

E' in quei tempi che potremmo, anche se con qualche forzatura, individuare le fasi di avvicinamento di queste due grandi forze politiche, la Democrazia Cristiana (d'ora in avanti DC) e il Partito Comunista Italiano (d'ora in avanti PCI), e la nascita di un nuovo, inedito progetto politico nell'Italia post-bellica, malamente pacificata e in un contesto geopolitico di sovranità limitata. Tale innovazione fu chiamata compromesso storico.

Questo nuovo cammino politico ideato da Enrico Berlinguer fu reso pubblico per la prima volta il 28 settembre del 1973 sulle colonne di Rinascita, un mensile storico politico del PCI. Fu pensato per interrompere la cosiddetta conventio ad excludendum, ossia, l'esclusione aprioristica dal governo del secondo partito italiano (il PCI appunto) e il suo fine era quello di mettere al riparo la democrazia italiana dai pericoli di involuzione autoritaria e dalla strategia della tensione, che insanguinò il Paese in quegli anni. La proposta berlingueriana voleva anche dare una risposta alla protesta giovanile ed operaia che stava crescendo in tutto il Paese in maniera spontanea e disorganizzata, per impedirne evoluzioni funzionali a chi, invece, perseguiva un disegno politico reazionario.

Berlinguer, all'indomani del golpe cileno del generale Pinochet, golpe realizzato con il beneplacito e la complicità degli Usa l'11 settembre del 1973 e che rovesciò violentemente il governo del socialista Salvador Allende, attraverso tre articoli consecutivi indicò esplicitamente, il traguardo politico che intendeva raggiungere:

«...la prospettiva politica di una collaborazione e di un'intesa delle forze popolari d'ispirazione comunista e socialista con le forze popolari d'ispirazione cattolica».

Questa svolta politica del PCI ebbe una grandissima eco nella società italiana e non solo in quella e conobbe sviluppi alterni per cinque anni.

Secondo Berlinguer in Italia vi erano egli stessi rischi presenti nella società cilena, sfociati poi nel golpe militare, oltre a un costante pericolo che avrebbe potuto spaccare in due il Paese, come affermò pubblicamente:

«Sappiamo, come mostra ancora una volta la tragica esperienza cilena, che questa reazione antidemocratica tende a farsi più violenta e feroce quando le forze popolari cominciano a conquistare le leve fondamentali del potere nello Stato e nella società».

Una tendenza di questo genere, per la verità, si manifestò in Italia a partire dal 1969, quando, all'attivismo studentesco e operaio venne contrapposta la strategia della tensione (vedi nota 3 del capitolo 15 il cambio della ...) e la mobilitazione dell'estrema destra, in un momento in cui il Paese era colpto da una forte crisi economica. Le forze reazionarie italiane stavano cercando di creare "un clima di esasperata tensione" per aprire la strada a un governo autoritario, o perlomeno a una svolta durevole a destra.

Una tendenza che poteva essere contrastata, secondo Berlinguer, da una nuova, grande alleanza tra quei partiti che si richiamavano all’esperienza antifascista degli anni 1943-1947, i quali ormai potevano contare su "un esteso e robusto tessuto unitario". Insomma, Berlinguer era consapevole che comunisti e socialisti insieme non avrebbero potuto governare il Paese anche se avessero raggiunto il 51% dei voti e che la DC:

«... realtà non solo varia ma assai mutevole, può esser persuasa a cooperare con la sinistra: non c'è motivo di guardare alla DC come ad una categoria astorica e come a un partito organicamente reazionario. Al contrario, si è schierata con le forze progressiste nella stagione del centro-sinistra».

La proposta di Berlinguer centrò due obiettivi, come sottolineò lo storico inglese Paul Ginsborg nella sua preziosa "Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi" e cioè porre il PCI al centro della scena politica e salvaguardare la democrazia italiana allontanando la DC e i ceti medi da qualsiasi tentazione autoritaria:

«... considerato il carattere esplosivo della crisi italiana negli anni '70 non fu un risultato da poco».

Se sul piano strategico il compromesso storico portò echi e stimoli di grande rilievo (basti pensare alla pur cauta teoria delle "convergenze parallele ¹"), sul piano tattico esso ebbe un cammino tormentato, accidentato, che riuscì comunque a segnare alcuni parziali successi con tappe di avvicinamento successive.

La prima tappa si realizzò nel 1976 con la nascita del governo dell'astensione, quando il PCI si astenne sul voto di fiducia al terzo gabinetto presieduto da Giulio Andreotti. Il secondo successo di Berlinguer si concretizzò nel 1978, con l'ingresso del PCI nell'area di Governo, quando votò la fiducia al quarto gabinetto presieduto sempre da Andreotti. Quest'ultimo successo, benché sia stato un rilevante risultato politico, tuttavia segnò l'inizio della fine del compromesso storico².

Le prove generali di un'alleanza per costruire anche in Italia una democrazia compiuta e dell'alternanza, evaporarono nello spazio di due anni; tale fu il tempo necessario a far naufragare questa nuova esperienza politica.

______________

¹ Convergenze parallele: ossimoro utilizzato da Aldo Moro per indicare la possibilità che due partiti profondamente diversi potessero convergere su uno stesso punto pur mantenendo separati i percorsi e le rispettive identità.

² Fonte: Nascita e morte del compromesso storico di Giorgio Frasca Polara

Il ricordo della lotta partigiana

Terminata la lotta partigiana il PCI depose ufficialmente le armi, anche se nei fatti non lo fece completamente, mantenendo in piedi una struttura di militanti organizzati con armi e mezzi, pronti alla guerriglia qualora ce ne fosse stato bisogno e Pietro Secchia, importante dirigente del Partito, ne fu il referente politico.

Dal 1946 al 1954 Pietro Secchia fu anche il responsabile dell'organizzazione e del settore propaganda del Partito.

Durante la sua gestione il PCI toccò il massimo numero di iscritti, superando il tetto dei due milioni, risultato mai più raggiunto in seguito. È per questo che mantenne un certo controllo su quello che fu definito il "parapartito, costituito da nuclei di ex partigiani molti dei quali erano ancora in posseso di armi non consegnate dopo la Liberazione e pronti allo scontro armato nel caso si fosse verificato, ad esempio, un colpo di stato di destra in chiave anticomunista. Il parapartito si rese visibile in occasione dell'attentato a Togliatti nel 1948; si mobilitò ed era pronto ad intervenire. Ma fu lo stesso Togliatti a fermare la macchina" privandola di ogni prospettiva insurrezionale, con precise, pubbliche e secche prese di distanza, invitando tutti alla clama.

La torta Yalta cominciava a diventare difficile da spiegare ad una parte consistente di italiani (che oscillava tra il 30% e il 34%), costantemente esclusa, a priori, da formazioni di governo solo perché votavano PCI.

... Ferdinà, hai ragione le scelte politiche erano obbligate in seguito agli accordi di Yalta e questi non potevano essere rinegoziati o discussi. L'ingresso nel Governo del PCI, quando questo aveva ancora una dipendenza organizzativa, ideale, politica ed anche economica dall'Urss, avrebbe significato venir meno a questi accordi, stabiliti dai vincitori. Il PCI in quel periodo era il più forte partito comunista dell'occidente ... e anche questo, seppur per altri aspetti, era un problema ...

I documenti ufficiali di Yalta, testimoniano l’accordo raggiunto sulla necessità di garantire, nelle nazioni liberate dal nazi-fascismo, la libera espressione democratica dei popoli. Questo avvenne solo in teoria, in quanto in Occidente come in Oriente, le potenze mondiali appoggiarono, invece, le forze politiche locali a loro favorevoli e si guardarono bene dal rivelare le vicendevoli concessioni in materia di influenza politico-militare sui territori europei occupati con i carri armati.

Il quadro politico post-bellico era quindi abbastanza chiaro circa i confini e le zone di influenza dei vincitori; confuso e meno chiaro, invece, fu il sistema di alleanze politiche e di organizzazione dei singoli Stati (in Italia ci furono città del sud dove vennero liberamente eletti personaggi contigui se non a capo di organizzazioni mafiose).

Ad esempio, in Italia e in Germania, nell'amministrazione statale, fu impiegato molto del personale in precedenza compromesso con i regimi dittatoriali, ma non invisi alla potenza di riferimento, in questo caso gli USA; al contrario nei Paesi dell'Est salirono al potere i rappresentanti delle forze politiche di sinistra che avevano partecipato alla guerra di liberazione, non collusi quindi con i regimi precedenti e funzionali alla politica internazionalista dell'URSS che, ricorderemo, voleva esportare in tutto il mondo il modello dei Soviet. E ancora: sia gli USA sia l'URSS collocarono imponenti basi militari nei paesi liberati, contribuendo al rapido riarmo dell'Europa. Da quel momento grilletto della distruzione del pianeta.

Alla morte del presidente USA F.D. Roosvelt, uno dei principali protagonisti di Yalta, la suddivisione delle rispettive sfere di influenza in Europa fu ampiamente criticata dal congresso statunitense, secondo il quale, nella trattativa intercorsa con l'URSS, Roosvelt aveva lasciato a Stalin il predominio e il controllo, senza alcuna ingerenza da parte Occidentale, dell'Europa dell'Est e dei balcani. Ma se concessione vi fu da parte USA, questa fu bilanciata dalla garanzia che l'URSS, dal canto suo, non avrebbe mai interferito sulle questioni greche e italiane.

... Ferdinà, gli statunitensi - la nostra potenza di riferimento - congiuntamente agli inglesi da una parte e all'Unione Sovietica, alla Francia e a quant'altri sedettero al tavolo dei vincitori dall'altra, non consentirono e non avrebbero mai consentito cambiamenti politici non concordati. Tutto doveva rimanere come stabilito e, se cambiamento doveva esserci, doveva essere un cambiamento solo in termini autoritari, non certo riformatori o progressisti, né tanto meno sarebbero stati tollerati sorpassi elettorali ... insomma Ferdinà, per farla breve il nostro era un Paese a democrazia controllata e a sovranità limitata, una sorta di demodittatura!

In Italia, dove era presente il più grande partito comunista d'Europa, per rallentare l'ingresso nell'area di governo delle forze progressiste e impedire che queste ultime divenissero la maggioranza nella compagine governativa stessa, la classe dominante pensò bene di adeguarsi alla tattica di marca USA della cosiddetta tecnica del mantenimento della tensione altrimenti detta degli opposti estremismi, ideandone una simile che prenderà il nome di strategia della tensione e che sarà ufficializzata nel 1965 in un convegno finanziato dai Servizi italiani presso un hotel romano.

Da una parte ci furono gli attentati della destra volti ad aumentare la possibilità di imprimere una svolta autoritaria al sistema - per questo ci sono verità giuridiche, ma è ancora tutto da accertare storicamente e politicamente se fossero effettivamente di quella destra politica militante che si riconosceva nei partiti presenti in Parlamento - dall'altra, sul fronte opposto, gruppi sempre più numerosi si richiamarono ai valori della militanza e dell'antifascismo armato. In pratica si adoperò la strategia della attenzione costante che aveva il preciso significato di mantenere uno stato di tensione per consentire, in qualunque momento, di giustificare anche il ricorso alla forza per ricacciare indietro qualsiasi tentativo di modificare lo status quo deciso a Yalta. In Italia come in ogni altro paese di questo o di quell'altro emisfero.

Per esempio: da noi la Grecia, di là l'Ungheria.

La falsa bandiera

Operazione CHAOS fu il nome in codice di un piano CIA elaborato nel 1963 dal generale USA William Westmoreland durante la nuova amministrazione Johnson, il presidente succeduto a JFK dopo la sua morte avvenuta a Dallas il 22 novembre del 1963. L'Operazione CHAOS fu portata avanti da James Julius Angleton¹ con il duplice scopo di contrastare il comunismo a livello globale e di eliminare le contestazioni alla guerra del Vietnam.

Il piano CHAOS era una tipica operazione false flag².

L'obiettivo di questo tipo di operazione era, come dice il nome, creare il caos per far sì che, l'opinione pubblica facesse pressione sul governo locale per costringerlo a riportare ordine, quell'ordine turbato dai fenomeni politici e sociali considerati non corrispondenti a un predeterminato tipo di assetto sociale.

In questo modo eventuali interventi repressivi da parte dell'autorità, non solo sarebbero stati considerati normali ma sarebbero stati addirittura richiesti. Il fenomeno false flag raggiunse il suo culmine nel 1968 e nel 1969, in particolare negli USA, dove tra l'altro si tenne il concerto di Woodstock a Bethel, nello stato di New York, dal 15 al 18 agosto del 1969. Manifestazione che alcuni pensarono (e pensano) fosse stata organizzata dalla CIA con il doppio scopo di sostenere e attuare il piano Chaos e di lanciare un altro progetto denominato MK-ULTRA³, il famigerato controllo mentale.

CHAOS consisteva in:

...infiltrazioni in ambienti rivoluzionari tendenti allo scopo di egemonizzarli e strumentalizzarli onde provocare atti estremi di violenza e terrorismo e quindi diminuire il consenso popolare verso i partiti antiamericani, ed ha avuto un ruolo preminente alla preparazione della situazione politica della Grecia nei mesi precedenti il colpo di stato del 1967.

"Possono esserci momenti in cui governi ospiti mostrano passività o indecisione di fronte alla sovversione comunista, e, secondo l'interpretazione dei Servizi Segreti Americani, non reagiscono con sufficiente efficacia (...) I servizi segreti dell'esercito degli Stati Uniti devono avere i mezzi per lanciare operazioni speciali che convincano i governi ospiti e l'opinione pubblica della realtà del pericolo insurrezionale. Allo scopo di raggiungere questo obiettivo, i servizi americani devono formare gruppi d'azione speciale tra gli elementi più radicali (...) Nel caso in cui non sia possibile infiltrare con successo tali agenti tra il vertice dei ribelli, può essere utile strumentalizzare per i propri fini organizzazioni di estrema sinistra per raggiungere gli scopi descritti sopra (...). Queste operazioni speciali devono rimanere rigorosamente segrete.

Solamente le persone che agiscono contro l'insurrezione rivoluzionaria conosceranno il coinvolgimento dell'esercito americano negli affari di un paese alleato".

Verne Lyon, un ex agente coperto della Central Intelligence Agency (CIA), scrisse un lungo articolo sull'operazione CHAOS, alla fine del quale esortava i cittadini USA a pretendere un ridimensionamento del ruolo della CIA che di CHAOS conservava il copyright:

«Con il potere offerto dall'ufficio di presidenza e l'impunità garantita ai servizi segreti, il dispiegarsi di operazioni illegali nel territorio interno è inevitabile. Noi, la popolazione, dovremmo ricordarci la storia e far sì che non si ripeta. E' altresì essenziale che la CIA venga riorganizzata e che le siano rese impossibili le sue azioni coperte. Una effettiva supervisione da parte del congresso è anche una importante condizione che può arrestare l'uso distorto fatto degli apparati di intelligence, cosa che ha coinvolto qualsiasi amministrazione della Casa Bianca dalla formazione della CIA ad oggi. Una grande minaccia incombe sulle nostre libertà personali e sulla nostra società. La CIA deve essere ridimensionata. Dobbiamo pretendere questo e niente di meno, altrimenti continueremo a rimanere vittime di questi abusi e rimanere a rischio di decadimento in una società senza legge destinata all'autodistruzione».

... Ferdinà ... nel corso della ricerca, come disse il sommo poeta e come abete in alto si digrada di ramo in ramo ... scusa ma quando c'vò c'vò ... mi sono imbattuto in documenti in inglese che riportano la storia dell'operazione CHAOS ... una vera e propria metodologia sovversiva ... nata contro Cuba e per uso interno agli USA e poi usata ... apprezza la battuta ... anzi esportata in tutto il mondo ... no, mica leggo l'inglese ... ho chiesto a una mia conoscente di tradurmeli ed ecco cosa ne viene fuori ... Credo sia pure un inedito in italiano ... grazie ... modestamente ...

«Per oltre quindici anni, la CIA, con l'ausilio di numerose agenzie governative, ha condotto una massiccia operazione nazionale illegale sotto copertura, chiamata Operazione CHAOS. E' stato uno dei maggiori e più invasivi programmi di sorveglianza nazionale nella storia di questo Paese.

Per tutta l'esistenza di CHAOS, la CIA ha spiato migliaia di cittadini statunitensi e ha provato in ogni modo a nascondere questa operazione all'opinione pubblica statunitense, mentre ogni amministrazione, da Eisenhower a Nixon, ne sfruttava le potenzialità per i propri fini politici.

Le origini dell'Operazione CHAOS possono essere fatte risalire al 1959 quando Eisenhower usava la CIA per enfatizzare gli esiliati che stavano lasciando Cuba dopo il trionfo della rivoluzione di Fidel Castro. La maggior parte erano professionisti che cercavano negli Stati Uniti un aiuto visto la loro nuova condizione di esuli.

La CIA dapprima cercò segretamente di fare proseliti tra la comunità degli esiliati iniziando a reclutarne molti per usi futuri contro Castro. Questa illegale operazione di reclutamento ebbe la copertura politica del presidente Eisenhower il quale ordinò al Direttore dell'FBI, J. Edgar Hoover, evidentemente allarmato, di accettarla come una funzione legittima della CIA di infiltrazione all'interno di gruppi di dissidenti all'estero sebbene le attività fossero poste in essere negli Stati Uniti.

Dall'attività di ingaggio sotto copertura la CIA passò al massiccio e aperto reclutamento di esuli cubani e mercenari per quella che sarebbe stata la sfortunata invasione della Baia dei Porci. Di tale attività anti-cubana anche Fidel Castro era al corrente fin dal primo momento, come più tardi si venne a sapere.

Questa intensa e parallela attività portò la CIA a creare delle compagnie, delle società di comodo e di copertura per le sue operazioni nazionali e a dotarsi di nuove strutture create appositamente per CHAOS.

Una di questi settori super segreti - autorizzati dal presidente Johnson - era la Divisione per le Operazioni Nazionali (DOD).

Nei documenti riservati che costituivano il DOD, si può leggere che lo scopo delle sue attività era di:

esercitare una responsabilità centralizzata per la direzione, il supporto e il coordinamento delle operazioni clandestine all'interno degli Stati Uniti....

Una di queste attività era lo svaligiare siti di rappresentanze diplomatiche straniere su richiesta dell'Agenzia Nazionale per la Sicurezza (NSA).

La CIA istituì anche il Servizio di Contatto Nazionale (DCS), creato per interrogare cittadini americani che si erano recati

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